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È giusto che una madre rischi la vita per far nascere il figlio?

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Una frase detta da Papa Francesco nella conferenza stampa sul volo di ritorno da Manila suscita una domanda al nostro lettore. Risponde padre Maurizio Faggioni, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Papa Francesco sull’aereo di ritorno dalle Filippine (leggi qui) ha detto: «Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo figlio dopo sette cesarei, ma lei vuole lasciare orfani gli altri sette? Questo è tentare Dio».

Le chiedo come è possibile conciliare questo rimprovero con la figura di Santa Gianna Beretta Molla, canonizzata da San Giovanni Paolo II proprio per la sua virtù eroica nel rischiare la propria vita per dare alla luce il suo quarto figlio?

La canonizzazione non indica come esempio universale di virtù cristiana il comportamento di una fedele? Certo non obbliga tutti i cristiani a comportarsi in maniera identica, ma da qui a rimproverare accusando di tentare Dio una donna con un comportamento ispirato a quello si una santa mi sembra ci sia una grande differenza.

Alessandro Pacini

Brevemente rispondo all’imbarazzo del lettore, mettendo a fuoco le due situazioni.

Nel caso di santa Gianna Beretta Molla (1922-1962), sposa, madre e medico esemplare, si trattò della scoperta, al secondo mese della sua quarta gravidanza, di un fibroma uterino. «La scienza di allora – racconterà più tardi il marito – offriva due soluzioni considerate sicure per la vita della madre: una laparotomia totale con asportazione sia del fibroma che dell’utero; o l’asportazione del fibroma con interruzione della gravidanza. Una terza soluzione, che consisteva nell’asportare soltanto il fibroma senza toccare il bambino, metteva in grave pericolo la vita della madre» perché – avevano avvertito i medici curanti – «una sutura praticata sull’utero nei primi mesi di gravidanza spesso cede, con secondaria rottura dell’utero e pericolo immediato mortale per la paziente, verso il quarto o il quinto mese di gestazione». Conscia del rischio sia per lei sia per il bimbo, Gianna optò per questa terza soluzione, per dare al bimbo portato in grembo una possibilità di vivere.

Nonostante i timori, la gravidanza giunse a termine. I medici cercarono di indurre il parto per vie naturali, ritenendo questa modalità più sicura, ma il travaglio fu terribile e inutile e, alla fine, si dovette ricorrere al taglio cesareo. Il mattino del 21 aprile 1962 venne alla luce una bambina, Gianna Emanuela. Poche ore dopo il parto si manifestò una peritonite settica che i medici non riuscirono a risolvere e che condusse Gianna alla morte il 28 aprile. Il rischio che aveva accettato di correre per tutelare al massimo la vita della bimba che portava in grembo si era rivelato per lei rischio fatale.

Ben diverso il caso cui si riferiva il Santo Padre durante il viaggio aereo verso le Filippine (leggi qui) per spiegare che cosa sia la vera responsabilità nel trasmettere la vita. Papa Francesco ha detto, fra l’altro: «Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo dopo sette cesarei. ‘Ma lei vuole lasciare orfani sette?’. Questo è tentare Dio». Come è noto il taglio cesareo rende l’utero più fragile e meno idoneo ad una successiva gravidanza. Oggi, in effetti, le tecniche chirurgiche e un adeguato distanziamento delle gravidanze permettono a una donna di ripetere un cesareo senza rischi eccessivi, ma dopo sette cesarei, affrontare una ottava gravidanza è manifestamente imprudente. Il Papa ha semplicemente applicato al caso concreto la dottrina di Humanae vitae n. 10 dove Paolo VI fornisce i criteri per una paternità responsabile e ricorda come le «condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali» possono portare alla decisione, per motivi seri, «di evitare temporaneamente o a tempo indeterminato una nuova nascita».

Il Santo Padre sa quello che dice e non si mette certo a contraddire la dottrina cattolica. C’è forse bisogno di ripeterlo? La supposta contraddizione fra il giudizio espresso da papa Francesco e il modello di maternità eroica offerto da santa Beretta Molla, proprio non esiste. Mi pare molto chiaro che altro è il caso di una donna che inizia una gravidanza ignara del destino che la aspetta, altro è il caso di una donna che inizia una gravidanza sapendo di mettere a rischio la vita sua e del suo bambino. La prima è una donna eroica. La seconda è una irresponsabile.

Quello che molti non hanno capito, laici e cattolici, di Humanae vitae è che la genitorialità responsabile si può esercitare sia procreando sia rinunciando a procreare. Questo giudizio viene formulato in coscienza dagli sposi, ministri e interpreti del disegno di Dio, nel contesto della propria situazione concreta e sulla base di criteri oggettivi: La salute della madre è uno di questi criteri, soprattutto quando un eventuale problema clinico della madre si rifletterebbe inevitabilmente e tragicamente sul nascituro, come nel caso ricordato dal Santo Padre.

– See more at: http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/E-giusto-che-una-madre-rischi-la-vita-per-far-nascere-il-figlio#sthash.OKyh0HrC.dpuf

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Una frase detta da Papa Francesco nella conferenza stampa sul volo di ritorno da Manila suscita una domanda al nostro lettore. Risponde padre Maurizio Faggioni, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Papa Francesco sull’aereo di ritorno dalle Filippine (leggi qui) ha detto: «Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo figlio dopo sette cesarei, ma lei vuole lasciare orfani gli altri sette? Questo è tentare Dio».

Le chiedo come è possibile conciliare questo rimprovero con la figura di Santa Gianna Beretta Molla, canonizzata da San Giovanni Paolo II proprio per la sua virtù eroica nel rischiare la propria vita per dare alla luce il suo quarto figlio?

La canonizzazione non indica come esempio universale di virtù cristiana il comportamento di una fedele? Certo non obbliga tutti i cristiani a comportarsi in maniera identica, ma da qui a rimproverare accusando di tentare Dio una donna con un comportamento ispirato a quello si una santa mi sembra ci sia una grande differenza.

Alessandro Pacini

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Nel caso di santa Gianna Beretta Molla (1922-1962), sposa, madre e medico esemplare, si trattò della scoperta, al secondo mese della sua quarta gravidanza, di un fibroma uterino. «La scienza di allora – racconterà più tardi il marito – offriva due soluzioni considerate sicure per la vita della madre: una laparotomia totale con asportazione sia del fibroma che dell’utero; o l’asportazione del fibroma con interruzione della gravidanza. Una terza soluzione, che consisteva nell’asportare soltanto il fibroma senza toccare il bambino, metteva in grave pericolo la vita della madre» perché – avevano avvertito i medici curanti – «una sutura praticata sull’utero nei primi mesi di gravidanza spesso cede, con secondaria rottura dell’utero e pericolo immediato mortale per la paziente, verso il quarto o il quinto mese di gestazione». Conscia del rischio sia per lei sia per il bimbo, Gianna optò per questa terza soluzione, per dare al bimbo portato in grembo una possibilità di vivere.

Nonostante i timori, la gravidanza giunse a termine. I medici cercarono di indurre il parto per vie naturali, ritenendo questa modalità più sicura, ma il travaglio fu terribile e inutile e, alla fine, si dovette ricorrere al taglio cesareo. Il mattino del 21 aprile 1962 venne alla luce una bambina, Gianna Emanuela. Poche ore dopo il parto si manifestò una peritonite settica che i medici non riuscirono a risolvere e che condusse Gianna alla morte il 28 aprile. Il rischio che aveva accettato di correre per tutelare al massimo la vita della bimba che portava in grembo si era rivelato per lei rischio fatale.

Ben diverso il caso cui si riferiva il Santo Padre durante il viaggio aereo verso le Filippine (leggi qui) per spiegare che cosa sia la vera responsabilità nel trasmettere la vita. Papa Francesco ha detto, fra l’altro: «Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo dopo sette cesarei. ‘Ma lei vuole lasciare orfani sette?’. Questo è tentare Dio». Come è noto il taglio cesareo rende l’utero più fragile e meno idoneo ad una successiva gravidanza. Oggi, in effetti, le tecniche chirurgiche e un adeguato distanziamento delle gravidanze permettono a una donna di ripetere un cesareo senza rischi eccessivi, ma dopo sette cesarei, affrontare una ottava gravidanza è manifestamente imprudente. Il Papa ha semplicemente applicato al caso concreto la dottrina di Humanae vitae n. 10 dove Paolo VI fornisce i criteri per una paternità responsabile e ricorda come le «condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali» possono portare alla decisione, per motivi seri, «di evitare temporaneamente o a tempo indeterminato una nuova nascita».

Il Santo Padre sa quello che dice e non si mette certo a contraddire la dottrina cattolica. C’è forse bisogno di ripeterlo? La supposta contraddizione fra il giudizio espresso da papa Francesco e il modello di maternità eroica offerto da santa Beretta Molla, proprio non esiste. Mi pare molto chiaro che altro è il caso di una donna che inizia una gravidanza ignara del destino che la aspetta, altro è il caso di una donna che inizia una gravidanza sapendo di mettere a rischio la vita sua e del suo bambino. La prima è una donna eroica. La seconda è una irresponsabile.

Quello che molti non hanno capito, laici e cattolici, di Humanae vitae è che la genitorialità responsabile si può esercitare sia procreando sia rinunciando a procreare. Questo giudizio viene formulato in coscienza dagli sposi, ministri e interpreti del disegno di Dio, nel contesto della propria situazione concreta e sulla base di criteri oggettivi: La salute della madre è uno di questi criteri, soprattutto quando un eventuale problema clinico della madre si rifletterebbe inevitabilmente e tragicamente sul nascituro, come nel caso ricordato dal Santo Padre.

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