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E fuori nevica!

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 Salemme oltre ad aver scritto ha anche diretto e recita nel film stesso. Come nella più genuina delle sue tradizioni anche qui Salemme non si smentisce. Una storia prettamente nata per il teatro – come : A ruota libera; Cose da Pazzi – che viene portata sul grande schermo con i dovuti accorgimenti e con il meritato successo. Salemme ha questa grande dote di donare anche al gande pubblico quello che normalmente è riservato a coloro che hanno possibilità e tempo di curare un rapporto continuativo con il teatro napoletano.

La commedia narra delle vicende di tre fratelli, che si rincontrano dopo la morte della madre per la lettura del testamento: Cico, interpretato da Nando Paone, (diminutivo di Francesco, il figlio malato che si rivela molto acuto), Enzo, interpretato da Vincenzo Salemme, (un cantautore depresso andato via di casa a 18 anni e mai più tornato) e Stefano, interpretato da Carlo Buccirosso, (ragazzo lavoratore che è sempre stato vicino alla madre e a Cico, ma sta entrando in depressione per colpa della fidanzata, con la quale si dovrebbe sposare a breve).

Nel primo atto, si scoprono i problemi dei tre fratelli: in special modo Enzo è preda del vizio delle scommesse, dove dilapida costantemente centinaia di migliaia di lire. Nel secondo atto la commedia assume un’atmosfera più cupa, ma non mancano le battute esilaranti. Nel finale, si scopre che la madre è morta per un’overdose di morfina somministratale dal figlio Cico perché non voleva vederla soffrire. Enzo e Stefano si rivolgono così al notaio di famiglia, a cui svelano l’accaduto. Cico rapisce il notaio, minacciandolo con la pistola d’ordinanza del padre (ex-comandante di polizia, defunto anch’egli). I due fratelli ritrovano il notaio, interpretato in modo eccellente da Maurizio Casagrande, che decide di non voler mai più avere a che fare con la loro famiglia.

Enzo e Stefano decidono, per salvare il fratello dalla galera ma riconoscendo la sua pericolosità, di rinchiuderlo in una clinica. Cico, intenzionato a restare assieme ai due fratelli per sempre compie così un omicidio-suicidio, proponendo un brindisi per tutti e mettendo di nascosto nei bicchieri di lui e dei fratelli una dose mortale di morfina. La commedia si chiude con il tormentone di Cico: “è finito il teatrino” e poi con: “noi ce ne andiamo!

Ma c’è il lieto evento, perché come recita un vecchio proverbio paesano: “Dio aiuta sempre poveri, bambini e pazzi.” E forse qui è il caso di ricordare che Cico è un malato mentale, o come dice Enzo, un disturbato mentale.

Questo film di Salemme non è solo un valido passatempo come ogni buona opera d’arte sa essere ma è anche un valido strumento di riflessione. Il film ci invita ad osservare come a dispetto di tanta legislazione e di tante politiche sociali intraprese dai vari governi – in tutti i paesi occidentali – le tragedie famigliari restano sempre e comunque un problema dei cittadini e delle rispettive famiglie.

Uno dei grandi meriti di E fuori nevica è la capacità di trattare il tema della diversità senza essere irriverenti e offensivi. E ancor più importante è che tratta con estremo rispetto il tema dell’eutanasia, la dignità umana va protetta. Il fatto che Salemme abbia affidato ad un diversamente abile la sensibilità “alla sofferenza altrui” ha un qualcosa di veramente geniale ed è degno di essere segnalato. Ma viene anche il dubbio hamletico; ma chi è, chi sono i veri disagiati? Sia nel film che nella società. I due fratelli Enzo e Stefano stanno veramente bene ? Inoltre c’è anche la vicina di casa non vedente, che invece sembra sapere e vedere tutto ciò che gli altri – i normali – ignorano.

Questo senz’altro non è il primo film di Salemme che una commedia drammatica. Allora viene spontaneo chiedersi: “ Ma è cambiata la comicità? Salemme  risponde che: “La nostra è una comicità di relazione, oggi invece la comicità, da Zelig in poi, è molto più individuale, il comico è chiuso in se stesso, perché si tratta di una comicità di battute e non più di situazione. Poi i temi che fanno ridere sono sempre gli stessi: fame, miseria, corna, morti, puzze. L’importante è essere in armonia con se stessi, è un equilibrio che si ha dentro di sé, nell’anima.”

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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 Salemme oltre ad aver scritto ha anche diretto e recita nel film stesso. Come nella più genuina delle sue tradizioni anche qui Salemme non si smentisce. Una storia prettamente nata per il teatro – come : A ruota libera; Cose da Pazzi – che viene portata sul grande schermo con i dovuti accorgimenti e con il meritato successo. Salemme ha questa grande dote di donare anche al gande pubblico quello che normalmente è riservato a coloro che hanno possibilità e tempo di curare un rapporto continuativo con il teatro napoletano.

La commedia narra delle vicende di tre fratelli, che si rincontrano dopo la morte della madre per la lettura del testamento: Cico, interpretato da Nando Paone, (diminutivo di Francesco, il figlio malato che si rivela molto acuto), Enzo, interpretato da Vincenzo Salemme, (un cantautore depresso andato via di casa a 18 anni e mai più tornato) e Stefano, interpretato da Carlo Buccirosso, (ragazzo lavoratore che è sempre stato vicino alla madre e a Cico, ma sta entrando in depressione per colpa della fidanzata, con la quale si dovrebbe sposare a breve).

Nel primo atto, si scoprono i problemi dei tre fratelli: in special modo Enzo è preda del vizio delle scommesse, dove dilapida costantemente centinaia di migliaia di lire. Nel secondo atto la commedia assume un’atmosfera più cupa, ma non mancano le battute esilaranti. Nel finale, si scopre che la madre è morta per un’overdose di morfina somministratale dal figlio Cico perché non voleva vederla soffrire. Enzo e Stefano si rivolgono così al notaio di famiglia, a cui svelano l’accaduto. Cico rapisce il notaio, minacciandolo con la pistola d’ordinanza del padre (ex-comandante di polizia, defunto anch’egli). I due fratelli ritrovano il notaio, interpretato in modo eccellente da Maurizio Casagrande, che decide di non voler mai più avere a che fare con la loro famiglia.

Enzo e Stefano decidono, per salvare il fratello dalla galera ma riconoscendo la sua pericolosità, di rinchiuderlo in una clinica. Cico, intenzionato a restare assieme ai due fratelli per sempre compie così un omicidio-suicidio, proponendo un brindisi per tutti e mettendo di nascosto nei bicchieri di lui e dei fratelli una dose mortale di morfina. La commedia si chiude con il tormentone di Cico: “è finito il teatrino” e poi con: “noi ce ne andiamo!

Ma c’è il lieto evento, perché come recita un vecchio proverbio paesano: “Dio aiuta sempre poveri, bambini e pazzi.” E forse qui è il caso di ricordare che Cico è un malato mentale, o come dice Enzo, un disturbato mentale.

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Questo film di Salemme non è solo un valido passatempo come ogni buona opera d’arte sa essere ma è anche un valido strumento di riflessione. Il film ci invita ad osservare come a dispetto di tanta legislazione e di tante politiche sociali intraprese dai vari governi – in tutti i paesi occidentali – le tragedie famigliari restano sempre e comunque un problema dei cittadini e delle rispettive famiglie.

Uno dei grandi meriti di E fuori nevica è la capacità di trattare il tema della diversità senza essere irriverenti e offensivi. E ancor più importante è che tratta con estremo rispetto il tema dell’eutanasia, la dignità umana va protetta. Il fatto che Salemme abbia affidato ad un diversamente abile la sensibilità “alla sofferenza altrui” ha un qualcosa di veramente geniale ed è degno di essere segnalato. Ma viene anche il dubbio hamletico; ma chi è, chi sono i veri disagiati? Sia nel film che nella società. I due fratelli Enzo e Stefano stanno veramente bene ? Inoltre c’è anche la vicina di casa non vedente, che invece sembra sapere e vedere tutto ciò che gli altri – i normali – ignorano.

Questo senz’altro non è il primo film di Salemme che una commedia drammatica. Allora viene spontaneo chiedersi: “ Ma è cambiata la comicità? Salemme  risponde che: “La nostra è una comicità di relazione, oggi invece la comicità, da Zelig in poi, è molto più individuale, il comico è chiuso in se stesso, perché si tratta di una comicità di battute e non più di situazione. Poi i temi che fanno ridere sono sempre gli stessi: fame, miseria, corna, morti, puzze. L’importante è essere in armonia con se stessi, è un equilibrio che si ha dentro di sé, nell’anima.”

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E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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