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Nuovo duro colpo per le Chiese a Gerusalemme

Vita ecclesiale

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La municipalità della Città santa vuole tassare le Chiese presenti a Gerusalemme sulle proprietà che sfruttano. I leader cristiani insorgono.

Per la municipalità di Gerusalemme, la guerra fiscale è dichiarata. Dopo la decisione del sindaco cittadino, Nir Barkat, di tassarli sulle proprietà che sfruttano in città – scuole, ospedali, ma anche centri alberghieri e attività commerciali legate all’accoglienza dei pellegrini – i cristiani hanno fatto corpo ancora una volta per dire la loro indignazione davanti a questa decisione che va «contro la posizione storica» stabilita nel corso dei secoli «tra le Chiese della città santa di Gerusalemme e le autorità civili». Solo i luoghi di culto e di preghiera non sono toccati da questa misura.

Levata di scudi

In un documento diffuso il 14 febbraio scorso – il quarto in meno di un anno – i leader cristiani, appellandosi alla memoria collettiva, ricordano che

le autorità civili hanno sempre riconosciuto e rispettato l’importante contributo delle Chiese cristiane che investono miliardi nella costruzione di scuole, ospedali e casa, e questo particolarmente per le persone anziane ed emarginate, in Terra Santa.

Tutti i firmatari – dall’Amministratore apostolico del patriarcato latino Pierbattista Pizzaballa al Custode di Terra Santa, fr. Francesco Patton, passando per il patriarca greco-ortodosso Theophilos III e il patriarca ortodosso apostolico armeno Nourhan Manougian – ritengono

che una tale misura infanghi il carattere sacro di Gerusalemme e al contempo metta in pericolo la capacità della Chiesa di condurre il proprio ministero su questa terra in nome delle sue comunità e della Chiesa, presente in tutto il mondo.

Essi chiedono espressamente agli uomini politici e agli amministratori israeliani della città, a cominciare dal sindaco di Gerusalemme, di tornare sui loro passi e

di vegliare a che questo status quo – suggellato dalla storia sacra – sia mantenuto.

Il richiamo è parimenti al non violare il carattere della città santa di Gerusalemme (terrasanta.net).

Secondo la stampa israeliana, le misure fiscali prese dall’amministrazione rappresentano una fattura di 650 milioni di shekel (148 milioni di euro). A fronte di una simile levata di scudi, la città cerca di tenere il punto affermando di non poter accettare una situazione nella quale hotel, ristoranti, negozi di souvenir e altre attività commerciali legate all’accoglienza dei pellegrini e dei turisti siano esenti dall’arnona (la tassa municipale) con il pretesto di un accordo tra le Chiese e lo Stato d’Israele. Nel corso degli anni, lo Stato ebraico ha impedito alla municipalità di percepire l’imposta catastale sui beni della Chiesa in nome degli esoneri fiscali storici di cui le comunità beneficiavano al momento della nascita dello Stato d’Israele, e che lo Stato ebraico aveva garantito.

Risolutamente uniti

Nello scorso settembre, i patriarchi e i capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme avevano già accusato lo Stato d’Israele di voler «affievolire la presenza cristiana in Terra Santa», imputandogli il perseguimento della limitazione dei diritti delle Chiese sulle loro proprietà.

Leggi anche: Ecco alcuni punti fondamentali della posizione della Santa Sede su Gerusalemme

Fedeli alla loro missione di guardiani, i capi delle Chiese non hanno intenzione di abbassare la guardia. Questa grave situazione rientra, secondo loro, nel quadro

degli attacchi sistematici contro lo status quo e l’integrità di Gerusalemme; contro il benessere delle comunità cristiane di Terra Santa e contro la stabilità della società.

Così dichiaravano nella loro precedente esternazione. Per l’arcivescovo palestinese Atallah Hanna del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, la città santa è attualmente bersaglio di «una grande cospirazione». In una recente dichiarazione al Times of Israel, il prelato ricordava che

le Chiese si trovavano a Gerusalemme prima che Israele fosse stabilito e sono sempre state esentate dal pagamento di imposte, specie sotto il governo della Giordania e sotto il protettorato britannico.

Egli accusa le «autorità occupanti» di voler

cambiare questa realtà per estendere il loro controllo su Gerusalemme e affievolire e marginalizzare la presenza dei cristiani in particolare e degli Arabi e musulmani in generale, nella città.

Originale: Aleteia.org
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La municipalità della Città santa vuole tassare le Chiese presenti a Gerusalemme sulle proprietà che sfruttano. I leader cristiani insorgono.

Per la municipalità di Gerusalemme, la guerra fiscale è dichiarata. Dopo la decisione del sindaco cittadino, Nir Barkat, di tassarli sulle proprietà che sfruttano in città – scuole, ospedali, ma anche centri alberghieri e attività commerciali legate all’accoglienza dei pellegrini – i cristiani hanno fatto corpo ancora una volta per dire la loro indignazione davanti a questa decisione che va «contro la posizione storica» stabilita nel corso dei secoli «tra le Chiese della città santa di Gerusalemme e le autorità civili». Solo i luoghi di culto e di preghiera non sono toccati da questa misura.

Levata di scudi

In un documento diffuso il 14 febbraio scorso – il quarto in meno di un anno – i leader cristiani, appellandosi alla memoria collettiva, ricordano che

le autorità civili hanno sempre riconosciuto e rispettato l’importante contributo delle Chiese cristiane che investono miliardi nella costruzione di scuole, ospedali e casa, e questo particolarmente per le persone anziane ed emarginate, in Terra Santa.

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Tutti i firmatari – dall’Amministratore apostolico del patriarcato latino Pierbattista Pizzaballa al Custode di Terra Santa, fr. Francesco Patton, passando per il patriarca greco-ortodosso Theophilos III e il patriarca ortodosso apostolico armeno Nourhan Manougian – ritengono

che una tale misura infanghi il carattere sacro di Gerusalemme e al contempo metta in pericolo la capacità della Chiesa di condurre il proprio ministero su questa terra in nome delle sue comunità e della Chiesa, presente in tutto il mondo.

Essi chiedono espressamente agli uomini politici e agli amministratori israeliani della città, a cominciare dal sindaco di Gerusalemme, di tornare sui loro passi e

di vegliare a che questo status quo – suggellato dalla storia sacra – sia mantenuto.

Il richiamo è parimenti al non violare il carattere della città santa di Gerusalemme (terrasanta.net).

Secondo la stampa israeliana, le misure fiscali prese dall’amministrazione rappresentano una fattura di 650 milioni di shekel (148 milioni di euro). A fronte di una simile levata di scudi, la città cerca di tenere il punto affermando di non poter accettare una situazione nella quale hotel, ristoranti, negozi di souvenir e altre attività commerciali legate all’accoglienza dei pellegrini e dei turisti siano esenti dall’arnona (la tassa municipale) con il pretesto di un accordo tra le Chiese e lo Stato d’Israele. Nel corso degli anni, lo Stato ebraico ha impedito alla municipalità di percepire l’imposta catastale sui beni della Chiesa in nome degli esoneri fiscali storici di cui le comunità beneficiavano al momento della nascita dello Stato d’Israele, e che lo Stato ebraico aveva garantito.

Risolutamente uniti

Nello scorso settembre, i patriarchi e i capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme avevano già accusato lo Stato d’Israele di voler «affievolire la presenza cristiana in Terra Santa», imputandogli il perseguimento della limitazione dei diritti delle Chiese sulle loro proprietà.

Leggi anche: Ecco alcuni punti fondamentali della posizione della Santa Sede su Gerusalemme

Fedeli alla loro missione di guardiani, i capi delle Chiese non hanno intenzione di abbassare la guardia. Questa grave situazione rientra, secondo loro, nel quadro

degli attacchi sistematici contro lo status quo e l’integrità di Gerusalemme; contro il benessere delle comunità cristiane di Terra Santa e contro la stabilità della società.

Così dichiaravano nella loro precedente esternazione. Per l’arcivescovo palestinese Atallah Hanna del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, la città santa è attualmente bersaglio di «una grande cospirazione». In una recente dichiarazione al Times of Israel, il prelato ricordava che

le Chiese si trovavano a Gerusalemme prima che Israele fosse stabilito e sono sempre state esentate dal pagamento di imposte, specie sotto il governo della Giordania e sotto il protettorato britannico.

Egli accusa le «autorità occupanti» di voler

cambiare questa realtà per estendere il loro controllo su Gerusalemme e affievolire e marginalizzare la presenza dei cristiani in particolare e degli Arabi e musulmani in generale, nella città.

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