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HomeArgomentiSocietà e PoliticaDue “Mattei”, un compleanno, un funerale e… le parole da dire

Due “Mattei”, un compleanno, un funerale e… le parole da dire

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di Giovanni Marcotullio

Sono solo al pomeriggio, e questa giornata agostana già mi sembra essere stata lunghissima. Oltre ad alcuni impegni di lavoro e alle dolci mansioni parentali l’hanno segnata un compleanno e un funerale. In ordine sparso, diciamo: del funerale sapevo, come facilmente ci si immagina, già da un paio di giorni; del compleanno avevo avuto notizia pure giorni fa, sui social network, ma è stato Facebook stamattina a rinfrescarmi la memoria. Così ho potuto sentire l’amico che compie gli anni prima di andare al funerale (di un ragazzo cui non sono personalmente legato se non per vie indirette): caso curioso… si chiamano entrambi Matteo.

E meno male che il primo ha risposto prontamente ai miei augurî: se non altro mi ha mandato al secondo con una bella boccata d’aria fresca nei polmoni. Ce ne sarebbe stato bisogno.

Matteo, dieci giorni dopo Flavio

Matteo non è morto né d’incidente né di malattia né per abuso di droga o d’alcool – Matteo si è suicidato. È una cosa così brutta e triste che già solo il menzionarla così, senza perifrasi o eufemismi, sembra un colpo alla sua memoria, alla sua famiglia e ai suoi amici. Lo capisco, ma vorrei riuscire a persuadere tutti: niente è più lontano dal vero – al corteo piangente che accompagnava il suo feretro mi sono accodato anche io, con mia moglie e con mia figlia, nonostante il caldo agostano e l’agosto caldo.

Anzi, ero stato appunto io a incoraggiare mia moglie – di per sé titubante quanto all’opportunità di spingersi fino a quella tale chiesa di Roma esponendo una neonata a quel caldo –: sì, con le dovute precauzioni, bisognava andare. Le tossine di quella notizia infausta si erano già diffuse nelle nostre conversazioni, nei sentimenti, nelle riflessioni, nei silenzî… insomma nelle nostre vite… qualche amica aveva somatizzato fino al vomito, altri non avevano dormito… come si vede il veleno era in circolo: occorreva evacuarlo, e solo le parole di Cristo e della Chiesa hanno quel potere taumaturgico immediato sulle anime che vi ricorrano.

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Lo avevamo visto una volta di più esattamente dieci giorni fa: il funerale di Flavio Farda, a Villa Sora, era stato un grande evento catartico, apotropaico e mistico al contempo, per tutta una comunità (allargata) di persone che avevano accompagnato la sua lotta.

https://www.facebook.com/VillaSora/posts/1275294625913062:0

Niente scialba retorica di angeli e nuvolette: tanto composto dolore e un’immensa grande Speranza. Proprio quella che a suo tempo ci raccomandò Benedetto XVI:

Solo la grande speranza-certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la mia vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’Amore e, grazie ad esso, hanno per esso un senso e un’importanza, solo una tale speranza può in quel caso dare ancora il coraggio di operare e di proseguire1.

Una cura fallita che però non ha distrutto la gratitudine ai medici e la generosità verso i ricercatori; un sentiero interrotto che tuttavia non ha stroncato nei compagni di strada la voglia di camminare. Anzi. Eravamo tutti

tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; […] sconvolti, ma non disperati.

2Cor 4,8

Ma con Matteo la “magia” non funzionava

E pure il funerale di Matteo è stato molto intenso: la chiesa gremita e raccolta come un ritiro di claustrali testimoniava da ogni metro quadrato che attorno a quel ragazzo era intessuta una fitta rete di relazioni, amicizie, ricchezze e disponibilità. Attorno a lui e/o attorno alla sua famiglia. Ma cerco di essere più chiaro, visto che io stesso non lo avevo mai conosciuto ed ero lì “solo” per i grandi debiti esistenziali di mia moglie nei confronti della madre di Matteo: parliamo di una famiglia solida, profondamente fondata nelle proprie convinzioni, dotata di strumenti analitici finissimi, per discernere le contorsioni del cuore umano, e di potenti mezzi per intervenire (o per far intervenire ogni sorta di “esperti in umanità”). La madre di Matteo aveva impegnato crediti personali e professionali, nel corso della sua vita, per salvare numerosi ragazzi, alcuni dei quali stamattina erano lì: tossici, sbandati, orfani, smarriti – in lei anche i pari, me lo confidava uno di loro ieri, ammetteva di aver trovato una mamma, oltre che un’amica –; per il figlio aveva anche lasciato il lavoro, per seguirlo notte e giorno, per essergli accanto, per consigliarlo, per aiutarlo. Invece le si è avverata non solo la profezia di Simeone a Maria (Lc2, 34), ma pure l’irridente sferzata del Golgotha:

Ha salvato gli altri, non può salvare sé stesso!

Mt 27,42a

E stamattina la si vedeva lì, col marito e col primogenito, in un contegno tale da portare un eventuale passante a escludere che proprio quella fosse la famiglia di Matteo: da uno ignaro della “grande speranza”, anzi, quei dignitosi e fermi sorrisi sarebbero stati presi come segni di una penosa posa sociale, degna al contempo di compassione e di disprezzo. Naturale: cosa può saperne, chi non ha visto il Risorto…

Tornando a casa, però, discutevamo con mia moglie, che molto più di me è legata a quella famiglia e a gran parte delle persone che formavano quell’assemblea, mentre a causa della mia relativa distanza io avevo tenuto per me, fino a quel momento, le perplessità. Quando invece nel confronto con lei queste ultime trovavano un riscontro, ho pensato che valesse la pena condividere qualche considerazione.

Che cos’è che non andava? In un certo senso è presto detto: la “magia” non funzionava. Malgrado la qualità della partecipazione dell’assemblea, che era molto più omogenea e matura nell’ars orandi, rispetto a quella di Villa Sora; malgrado la raffinatezza delle esecuzioni canore del coro (raccolto in poche ore sulla base dei già ricordati trascorsi comuni), non avveniva alcuna catarsi comunitaria – il veleno rallentava nella sua circolazione spirituale ma non veniva evacuato.

Come mai? Provo a formulare un’ipotesi. Sopra avevo scritto “magia”, ma in senso puramente enfatico: né di magia si tratta né di puro impatto emotivo (i canti belli possono creare atmosfera e anche commuovere, ma non rigenerare un cuore, di per sé). La liturgia cristiana deriva il suo potere effettivo dai misteri di Cristo, che vi vengono ricevuti, conservati e trasmessi: questi misteri, analogamente alla Rivelazione tutta, constano di

gesti e parole intimamente connessi tra loro1.

Ecco cosa c’era che non andava, ed ecco perché mia moglie osservava pensierosa:

Mi è parso che il punto centrale venisse sempre sfiorato e mai toccato.

Quale punto centrale? Ma il suicidio, chiaramente, cui non si è mai fatto riferimento se non attraverso giri di parole («quello che è accaduto nei giorni scorsi») ed eufemismi lati e vaghi («la sua sete d’infinito»). Mentre resta vero quanto proprio nella Spe salvi scriveva Benedetto XVI:

Con la morte, la scelta di vita fatta dall’uomo diventa definitiva – questa sua vita sta davanti al Giudice. La sua scelta, che nel corso dell’intera vita ha preso forma, può avere caratteri diversi. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l’odio e hanno calpestato in se stesse l’amore. È questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno [37]. Dall’altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo – persone, delle quali la comunione con Dio orienta già fin d’ora l’intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono [38]2.

Matteo si è suicidato

E certo che solo pensare un figlio all’inferno è peggio che saperlo suicida, ma il problema è proprio che quanto più cacciamo dalla porta la consapevolezza che ogni uomo ha realmente davanti a sé un bivio, fino all’ultimo; tanto più la condizione dei suoi cari diventa intollerabile e spinge gli stessi a rifugiarsi nella negazione e, conseguentemente, nell’alienazione.

Insomma, data questa medesima orazione –

Dio, Padre misericordioso,
tu ci doni la certezza che nei fedeli defunti
si compie il mistero del tuo Figlio morto e risorto;
per questa fede che noi professiamo
concedi al nostro fratello N.,
che si è addormentato in Cristo,
di risvegliarsi con lui nella gioia della risurrezione.
Per Cristo nostro Signore.

– nei due contesti del funerale di Flavio e di quello di Matteo, si deve osservare che:

  1. In entrambi i casi questo testo esprime adeguatamente la fede della Chiesa (e ciò non ci sorprende: la Fede, divina com’è, è e resta sempre la stessa);
  2. Nel primo caso però esso aderiva al dramma che la comunità stava vivendo; nel secondo invece ha lasciato percepire (così è stato stamattina) una certa “scollatura” dal reale.

Cosa che la liturgia deve evitare come la peste: i sacramenti non sono, appunto, formule magiche che funzionano a prescindere da tutto ma, proprio perché si inseriscono in un contesto incarnatorio e dall’Incarnazione mutuano dinamiche e prerogative, sono tanto più fruttuosi quanto più aderiscono all’avvenimento – in cui Emmanuel Mounier ravvisava “il maestro interiore”.

Leopardi, Dante e i due problemi che abbiamo col suicidio

Ora, il primo dei problemi quando si ha a che fare con un suicida è che l’attuale sostrato culturale ci porta a considerare il suicidio un fatto privato: così di fronte al suicida ci si domanda generalmente solo “che cosa avesse in cuore e cosa vivesse”, per arrivare al gesto estremo. Il suicida invece lede, forse nolente ma necessariamente, tutta una serie di rapporti – quelli che portarono perfino Giacomo Leopardi, che il suicidio lungamente meditò e goffamente tentò, a dire per bocca di Plotino:

E perché anche non vorremo noi avere alcuna considerazione degli amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone familiari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo, bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore alcuno di questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi, e per la perdita di persona cara o consueta, e per l’atrocità del caso3?

E c’è sempre di che riflettere anche sul fatto che Dante ponga la selva dei suicidi (“la settima foce”) nell’area infernale destinata ai violenti. Si poteva scegliere diversamente: in fondo Pier delle Vigne si definisce genericamente “ingiusto”…

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto4.

E tutti i peccati, in fondo, sono ingiustizia: ma Dante non è un sentimentale, e anche se in Pier delle Vigne ci mostra un caso di straziante e nobile tragicità il suo giudizio è inflessibile – ogni tormentato attore di suicidio è un’“anima feroce”5, e ciò che ne resta è “l’ombra sua molesta”6.

Certo, Dante è pure quello che prende un pagano suicida e lo pone a custode del Purgatorio, garantendo per bocca di Virgilio che il corpo di Catone non finirà appeso nella selva, bensì risplenderà glorificato:

[…] libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara1.

Ma chi è che non va cercando la libertà? Chi non vuole il bene, almeno in teoria, chi non desidera l’eternità? L’audace licenza dantesca può richiamare per certa solo una verità della fede cristiana: che il Giudizio (con la maiuscola) sarà un giudizio di misericordia, e che saprà dare il giusto peso a ogni singola ombra del cuore. Ma qui sta il secondo problema, quanto al parlare pubblicamente dei suicidi (e del suicidio in sé): per via di un’idea estremista di compassione pretendiamo di escludere dall’orizzonte dell’universo la possibilità dell’inferno – cioè del fatto che l’Onnipotente prenda sul serio la nostra scelta per la morte, e che consenta di vederci vittime di noi stessi per “la morte secunda” (direbbe san Francesco) dopo esserlo stati quanto a quella biologica.

Trovo che l’espressione contemporanea più riuscita, nella sua sintesi di bellezza ed errori, stia in Preghiera in gennaio di Fabrizio De André, scritta per Luigi Tenco dopo il suo suicidio: in essa intuizioni sublimi

Dio di misericordia, il tuo bel paradiso
l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso…

fluttuano spaventosamente accanto a tremende illusioni:

«Venite in paradiso, là dove vado anch’io,
perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio».

Certo che c’è l’inferno, e proprio perché Dio è buono:

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore2.

Così Dante fa recitare alla porta infernale, che Dio ha fondato come terribile caparra del suo amore, disposto a lasciarci allontanare da lui all’infinito, se così volessimo.

Ma in definitiva la selva dei suicidi è il contrappasso del tessuto interpersonale, fatto di relazioni fresche e rigogliose e grottescamente rovesciato in un groviglio di rovi sanguinolenti:

non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti3.

E perché a completare il contrappasso ci siano figure sub-umane, che rendano dinamico il contrappasso, Dante aggiunge alla scena le arpie, che proprio delle foglie e dei rami – cioè dei legami a cui il suicida fa violenza – fanno strazio.

Ci vorrebbe un formulario eucologico specifico per i suicidi

Ora torniamo però nell’aula liturgica, recando con noi la coscienza dei due grandi limiti di cui siamo vittime quando parliamo di suicidio (e dei suicidi): certo nessuno si aspetta che il sacerdote minacci l’inferno per il poveretto – nessuno lo desidera, ed è ancora una volta questione di giustizia e di verità, non di sentimento o di mera opportunità. Il problema può dirsi così: il rito delle esequie – che come tutti i rituali della liturgia cristiana è ragionevolmente attento a tenere conto delle particolarità di ogni caso, per declinare giustamente l’azione liturgica sul singolo evento – non ha previsto un formulario per i suicidi. Si capisce bene il motivo: fino a pochi decenni fa la prassi pastorale non li ammetteva in chiesa (e neppure alla sepoltura in terra consacrata). Il punto è questo: se qualcosa è cambiato, non può essere cambiato semplicemente in termini di “accomodamento”. Se una ragione c’è, per la quale portiamo i suicidi in chiesa, essa deve poter essere espressa razionalmente, e prima e più che in dichiarazioni o in documenti nelle parole e nei gesti della preghiera pubblica comunitaria.

Io penso che questo sia possibile, ma anche opportuno – forse persino doveroso. Un simile lavoro è stato fatto già per le esequie di quanti hanno disposto la cremazione delle proprie spoglie, proprio a evidenziare che con quel gesto non si compiva un’abiura alla fede nella risurrezione della carne. E quanto è vicina, semanticamente, la situazione di cui sia mortalmente violento contro sé stesso addirittura da vivo, e non “semplicemente” disponga gesti di distruzione attiva delle proprie spoglie?

Non è questione di lana caprina

Spero di non aver dato l’idea di tecnicismi buoni per accademici sfaccendati: è vero il contrario – solo la Chiesa ha il potere di scegliere parole che diano vera pace (la pace di Cristo) agli uomini sconvolti dal suicidio di un amico, di un congiunto, di un parente. In realtà ammettiamo i suicidi in chiesa, ed è anzi giusto e doveroso pregare per loro, semplicemente perché noi non sappiamo. Non sappiamo i motivi, non sappiamo i fini, non sappiamo i pensieri…

arcano è tutto / fuor che ’l nostro dolor1,

direbbe Leopardi. Ma a differenza di lui non disperiamo, perché

Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.

1Gv 3,20b

Questo dovrebbe potersi dire. Basterebbero, a titolo di esempio, testi eucologici così:

Dio, Padre misericordioso,
che solo conosci la fede dei tuoi figli
e i segreti aneliti dei loro cuori,
consola col tuo Spirito questa famiglia
che la dipartita violenta del nostro fratello N. ha scosso:
tu che sei il solo conoscitore dei cuori
guarda al bene che in vita ha desiderato,
alla verità che ha cercato, alla bellezza che ha custodito;
e se per un istante lo ha vinto un’illusione fatale
tu riporta le preghiere della tua Chiesa
nel suo istante estremo, ascolta e perdona.
Per Cristo nostro Signore.

Sì, penso che lo avrei salutato meglio, Matteo, se avessimo potuto far aderire la nostra fede alla terribile ora che vivono i suoi cari e tutti quanti gli hanno voluto del bene.

…ma il compleanno?

Giusto, poi c’è la questione dell’altro Matteo, quella che mi ha dato la boccata d’ossigeno decisiva per tutta la giornata. A questo tenero sposo, padre di due bellissimi bambini, avevo chiesto come avrebbe festeggiato il suo compleanno. Mi piace immortalare qui la sua risposta, così che magari restituisca un po’ di respiro anche ad altri soverchiati dai dolori del primo Matteo:

Stamattina lavoro… oggi ho preso mezza giornata… ho già fatto la notte in bianco col piccolo… risveglio all’alba… torta… un bel salmo assieme (il 139: è tradizione farlo per i compleanni). Un bel dono di Dio questa famiglia!

E mentre mi rotolo nella bocca i versetti di quel salmo, che gronda gratitudine per il dono e il mistero di essere chiamati a far parte di un’opera mirabile, rivedo davanti agli occhi La vocazione di Matteo, del Caravaggio: io non credo al mito delle sliding doors, chiaramente, ma ci sono “due Mattei” in ciascuno di noi, e su tutti noi piove indivisa un’unica chiamata alla santità, che comincia nella lode e si compie nella gloria. Come si vede, le parole possono essere determinanti. Per chi va e per chi resta.

2

לַ֭מְנַצֵּחַלְדָוִ֣דמִזְמֹ֑וריְהוָ֥החֲ֝קַרְתַּ֗נִיוַתֵּדָֽע׃

2אַתָּ֣היָ֭דַעְתָּשִׁבְתִּ֣יוְקוּמִ֑יבַּ֥נְתָּהלְ֝רֵעִ֗ימֵרָחֹֽוק׃

3אָרְחִ֣יוְרִבְעִ֣יזֵרִ֑יתָוְֽכָל־דְּרָכַ֥יהִסְכַּֽנְתָּה׃

4כִּ֤יאֵ֣יןמִ֭לָּהבִּלְשֹׁונִ֑יהֵ֥ןיְ֝הוָ֗היָדַ֥עְתָּכֻלָּֽהּ׃

5אָחֹ֣ורוָקֶ֣דֶםצַרְתָּ֑נִיוַתָּ֖שֶׁתעָלַ֣יכַּפֶּֽכָה׃

6פִּלְאִיָּהדַ֣עַתמִמֶּ֑נִּינִ֝שְׂגְּבָ֗הלֹא־א֥וּכַֽללָֽהּ׃

7אָ֭נָ֥האֵלֵ֣ךְמֵרוּחֶ֑ךָוְ֝אָ֗נָהמִפָּנֶ֥יךָאֶבְרָֽח׃

8אִם־אֶסַּ֣קשָׁ֭מַיִםשָׁ֣םאָ֑תָּהוְאַצִּ֖יעָהשְּׁאֹ֣ולהִנֶּֽךָּ׃

9אֶשָּׂ֥אכַנְפֵי־שָׁ֑חַראֶ֝שְׁכְּנָ֗הבְּאַחֲרִ֥יתיָֽם׃

10גַּם־שָׁ֭םיָדְךָ֣תַנְחֵ֑נִיוְֽתֹאחֲזֵ֥נִייְמִינֶֽךָ׃

11וָ֭אֹמַראַךְ־חֹ֣שֶׁךְיְשׁוּפֵ֑נִיוְ֝לַ֗יְלָהאֹ֣ורבַּעֲדֵֽנִי׃

12גַּם־חֹשֶׁךְ֮לֹֽא־יַחְשִׁ֪יךְמִ֫מֶּ֥ךָוְ֭לַיְלָהכַּיֹּ֣וםיָאִ֑ירכַּ֝חֲשֵׁיכָ֗הכָּאֹורָֽה׃

13כִּֽי־אַ֭תָּהקָנִ֣יתָכִלְיֹתָ֑יתְּ֝סֻכֵּ֗נִיבְּבֶ֣טֶןאִמִּֽי׃

14אֹֽודְךָ֗עַ֤לכִּ֥ינֹורָאֹ֗ותנִ֫פְלֵ֥יתִינִפְלָאִ֥יםמַעֲשֶׂ֑יךָוְ֝נַפְשִׁ֗ייֹדַ֥עַתמְאֹֽד׃

15לֹא־נִכְחַ֥דעָצְמִ֗ימִ֫מֶּ֥ךָּאֲשֶׁר־עֻשֵּׂ֥יתִיבַסֵּ֑תֶררֻ֝קַּ֗מְתִּיבְּֽתַחְתִּיֹּ֥ותאָֽרֶץ׃

16גָּלְמִ֤י׀רָ֘א֤וּעֵינֶ֗יךָוְעַֽל־סִפְרְךָ֮כֻּלָּ֪םיִכָּ֫תֵ֥בוּיָמִ֥יםיֻצָּ֑רוּוְלֹאאֶחָ֣דבָּהֶֽם׃

17וְלִ֗ימַה־יָּקְר֣וּרֵעֶ֣יךָאֵ֑למֶ֥העָ֝צְמוּרָאשֵׁיהֶֽם׃

18אֶ֭סְפְּרֵםמֵחֹ֣וליִרְבּ֑וּןהֱ֝קִיצֹ֗תִיוְעֹודִ֥יעִמָּֽךְ׃

19אִם־תִּקְטֹ֖לאֱלֹ֥והַּ׀רָשָׁ֑עוְאַנְשֵׁ֥ידָ֝מִ֗יםס֣וּרוּמֶֽנִּי׃

20אֲשֶׁ֣ריֹ֭אמְרֻךָלִמְזִמָּ֑הנָשֻׂ֖אלַשָּׁ֣וְאעָרֶֽיךָ׃

21הֲלֹֽוא־מְשַׂנְאֶ֖יךָיְהוָ֥ה׀אֶשְׂנָ֑אוּ֝בִתְקֹומְמֶ֗יךָאֶתְקֹוטָֽט׃

22תַּכְלִ֣יתשִׂנְאָ֣השְׂנֵאתִ֑יםלְ֝אֹויְבִ֗יםהָ֣יוּלִֽי׃

23חָקְרֵ֣נִיאֵ֭לוְדַ֣עלְבָבִ֑יבְּ֝חָנֵ֗נִיוְדַ֣עשַׂרְעַפָּֽי׃

24וּרְאֵ֗האִם־דֶּֽרֶךְ־עֹ֥צֶבבִּ֑יוּ֝נְחֵ֗נִיבְּדֶ֣רֶךְעֹולָֽם׃

 

1Εἰς τὸ τέλος· ψαλμὸς τῷ Δαυιδ.

Κύριε, ἐδοκίμασάς με καὶ ἔγνως με·

2σὺ ἔγνως τὴν καθέδραν μου καὶ τὴν ἔγερσίν μου,

σὺ συνῆκας τοὺς διαλογισμούς μου ἀπὸ μακρόθεν·

3τὴν τρίβον μου καὶ τὴν σχοῖνόν μου σὺ ἐξιχνίασας

καὶ πάσας τὰς ὁδούς μου προεῖδες.

4ὅτι οὐκ ἔστιν λόγος ἐν γλώσσῃ μου,

5ἰδού, κύριε, σὺ ἔγνως πάντα, τὰ ἔσχατα καὶ τὰ ἀρχαῖα·

σὺ ἔπλασάς με καὶ ἔθηκας ἐπ᾽ ἐμὲ τὴν χεῖρά σου.

6ἐθαυμαστώθη ἡ γνῶσίς σου ἐξ ἐμοῦ·

ἐκραταιώθη, οὐ μὴ δύνωμαι πρὸς αὐτήν.

7ποῦ πορευθῶ ἀπὸ τοῦ πνεύματός σου

καὶ ἀπὸ τοῦ προσώπου σου ποῦ φύγω;

8ἐὰν ἀναβῶ εἰς τὸν οὐρανόν, σὺ εἶ ἐκεῖ·

ἐὰν καταβῶ εἰς τὸν ᾅδην, πάρει·

9ἐὰν ἀναλάβοιμι τὰς πτέρυγάς μου κατ᾽ ὄρθρον

καὶ κατασκηνώσω εἰς τὰ ἔσχατα τῆς θαλάσσης,

10καὶ γὰρ ἐκεῖ ἡ χείρ σου ὁδηγήσει με,

καὶ καθέξει με ἡ δεξιά σου.

11καὶ εἶπα ῎Αρα σκότος καταπατήσει με,

καὶ νὺξ φωτισμὸς ἐν τῇ τρυφῇ μου·

12ὅτι σκότος οὐ σκοτισθήσεται ἀπὸ σοῦ,

καὶ νὺξ ὡς ἡμέρα φωτισθήσεται·

ὡς τὸ σκότος αὐτῆς, οὕτως καὶ τὸ φῶς αὐτῆς.

13ὅτι σὺ ἐκτήσω τοὺς νεφρούς μου, κύριε,

ἀντελάβου μου ἐκ γαστρὸς μητρός μου.

14ἐξομολογήσομαί σοι, ὅτι φοβερῶς ἐθαυμαστώθην·

θαυμάσια τὰ ἔργα σου, καὶ ἡ ψυχή μου γινώσκει σφόδρα.

15οὐκ ἐκρύβη τὸ ὀστοῦν μου ἀπὸ σοῦ, ὃ ἐποίησας ἐν κρυφῇ.

καὶ ἡ ὑπόστασίς μου ἐν τοῖς κατωτάτοις τῆς γῆς·

16τὸ ἀκατέργαστόν μου εἴδοσαν οἱ ὀφθαλμοί σου,

καὶ ἐπὶ τὸ βιβλίον σου πάντες γραφήσονται·

ἡμέρας πλασθήσονται, καὶ οὐθεὶς ἐν αὐτοῖς.

17ἐμοὶ δὲ λίαν ἐτιμήθησαν οἱ φίλοι σου, ὁ θεός,

λίαν ἐκραταιώθησαν αἱ ἀρχαὶ αὐτῶν·

18ἐξαριθμήσομαι αὐτούς, καὶ ὑπὲρ ἄμμον πληθυνθήσονται·

ἐξηγέρθην καὶ ἔτι εἰμὶ μετὰ σοῦ.

19ἐὰν ἀποκτείνῃς ἁμαρτωλούς, ὁ θεός,

ἄνδρες αἱμάτων, ἐκκλίνατε ἀπ᾽ ἐμοῦ.

20ὅτι ἐρεῖς εἰς διαλογισμόν·

λήμψονται εἰς ματαιότητα τὰς πόλεις σου.

21οὐχὶ τοὺς μισοῦντάς σε, κύριε, ἐμίσησα

καὶ ἐπὶ τοῖς ἐχθροῖς σου ἐξετηκόμην;

22τέλειον μῖσος ἐμίσουν αὐτούς,

εἰς ἐχθροὺς ἐγένοντό μοι.

23δοκίμασόν με, ὁ θεός, καὶ γνῶθι τὴν καρδίαν μου,

ἔτασόν με καὶ γνῶθι τὰς τρίβους μου

24καὶ ἰδὲ εἰ ὁδὸς ἀνομίας ἐν ἐμοί,

καὶ ὁδήγησόν με ἐν ὁδῷ αἰωνίᾳ.

1 Magistro chori. David. PSALMUS.
Domine, scrutatus es et cognovisti me,
2 tu cognovisti sessionem meam et resurrectionem meam.
Intellexisti cogitationes meas de longe,
3 semitam meam et accubitum meum investigasti.
Et omnes vias meas perspexisti,
4 quia nondum est sermo in lingua mea,
et ecce, Domine, tu novisti omnia.
5 A tergo et a fronte coartasti me
et posuisti super me manum tuam.
6 Mirabilis nimis facta est scientia tua super me,
sublimis, et non attingam eam.
7 Quo ibo a spiritu tuo
et quo a facie tua fugiam?
8 Si ascendero in caelum, tu illic es;
si descendero in infernum, ades.
9 Si sumpsero pennas aurorae
et habitavero in extremis maris,
10 etiam illuc manus tua deducet me,
et tenebit me dextera tua.
11 Si dixero: “ Forsitan tenebrae compriment me,
et nox illuminatio erit circa me ”,
12 etiam tenebrae non obscurabuntur a te,
et nox sicut dies illuminabitur
– sicut tenebrae eius ita et lumen eius -.
13 Quia tu formasti renes meos,
contexuisti me in utero matris meae.
14 Confitebor tibi, quia mirabiliter plasmatus sum;
mirabilia opera tua,
et anima mea cognoscit nimis.
15 Non sunt abscondita ossa mea a te,
cum factus sum in occulto,
contextus in inferioribus terrae.
16 Imperfectum adhuc me viderunt oculi tui,
et in libro tuo scripti erant omnes dies:
ficti erant, et nondum erat unus ex eis.
17 Mihi autem nimis pretiosae cogitationes tuae, Deus;
nimis gravis summa earum.
18 Si dinumerabo eas, super arenam multiplicabuntur;
si ad finem pervenerim, adhuc sum tecum.
19 Utinam occidas, Deus, peccatores;
viri sanguinum, declinate a me.
20 Qui loquuntur contra te maligne:
exaltantur in vanum contra te.
21 Nonne, qui oderunt te, Domine, oderam
et insurgentes in te abhorrebam?
22 Perfecto odio oderam illos,
et inimici facti sunt mihi.
23 Scrutare me, Deus, et scito cor meum;
proba me et cognosce semitas meas
24 et vide, si via vanitatis in me est,
et deduc me in via aeterna.

1 Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.
Signore, tu mi scruti e mi conosci,
2 tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
3 mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
4 la mia parola non è ancora sulla lingua
e tu, Signore, già la conosci tutta.
5 Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
6 Stupenda per me la tua saggezza,
troppo alta, e io non la comprendo.
7 Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
8 Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
9 Se prendo le ali dell’aurora
per abitare all’estremità del mare,
10 anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
11 Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra
e intorno a me sia la notte»;
12 nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.
13 Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
14 Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.
15 Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.
17 Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio;
18 se li conto sono più della sabbia,
se li credo finiti, con te sono ancora.
19 Se Dio sopprimesse i peccatori!
Allontanatevi da me, uomini sanguinari.
20 Essi parlano contro di te con inganno:
contro di te insorgono con frode.
21 Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano
e non detesto i tuoi nemici?
22 Li detesto con odio implacabile
come se fossero miei nemici.
23 Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,
provami e conosci i miei pensieri:
24 vedi se percorro una via di menzogna
e guidami sulla via della vita.
 
 

 

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Due “Mattei”, un compleanno, un funerale e… le parole da dire

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di Giovanni Marcotullio

Sono solo al pomeriggio, e questa giornata agostana già mi sembra essere stata lunghissima. Oltre ad alcuni impegni di lavoro e alle dolci mansioni parentali l’hanno segnata un compleanno e un funerale. In ordine sparso, diciamo: del funerale sapevo, come facilmente ci si immagina, già da un paio di giorni; del compleanno avevo avuto notizia pure giorni fa, sui social network, ma è stato Facebook stamattina a rinfrescarmi la memoria. Così ho potuto sentire l’amico che compie gli anni prima di andare al funerale (di un ragazzo cui non sono personalmente legato se non per vie indirette): caso curioso… si chiamano entrambi Matteo.

E meno male che il primo ha risposto prontamente ai miei augurî: se non altro mi ha mandato al secondo con una bella boccata d’aria fresca nei polmoni. Ce ne sarebbe stato bisogno.

Matteo, dieci giorni dopo Flavio

Matteo non è morto né d’incidente né di malattia né per abuso di droga o d’alcool – Matteo si è suicidato. È una cosa così brutta e triste che già solo il menzionarla così, senza perifrasi o eufemismi, sembra un colpo alla sua memoria, alla sua famiglia e ai suoi amici. Lo capisco, ma vorrei riuscire a persuadere tutti: niente è più lontano dal vero – al corteo piangente che accompagnava il suo feretro mi sono accodato anche io, con mia moglie e con mia figlia, nonostante il caldo agostano e l’agosto caldo.

Anzi, ero stato appunto io a incoraggiare mia moglie – di per sé titubante quanto all’opportunità di spingersi fino a quella tale chiesa di Roma esponendo una neonata a quel caldo –: sì, con le dovute precauzioni, bisognava andare. Le tossine di quella notizia infausta si erano già diffuse nelle nostre conversazioni, nei sentimenti, nelle riflessioni, nei silenzî… insomma nelle nostre vite… qualche amica aveva somatizzato fino al vomito, altri non avevano dormito… come si vede il veleno era in circolo: occorreva evacuarlo, e solo le parole di Cristo e della Chiesa hanno quel potere taumaturgico immediato sulle anime che vi ricorrano.

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Lo avevamo visto una volta di più esattamente dieci giorni fa: il funerale di Flavio Farda, a Villa Sora, era stato un grande evento catartico, apotropaico e mistico al contempo, per tutta una comunità (allargata) di persone che avevano accompagnato la sua lotta.

https://www.facebook.com/VillaSora/posts/1275294625913062:0

Niente scialba retorica di angeli e nuvolette: tanto composto dolore e un’immensa grande Speranza. Proprio quella che a suo tempo ci raccomandò Benedetto XVI:

Solo la grande speranza-certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la mia vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’Amore e, grazie ad esso, hanno per esso un senso e un’importanza, solo una tale speranza può in quel caso dare ancora il coraggio di operare e di proseguire1.

Una cura fallita che però non ha distrutto la gratitudine ai medici e la generosità verso i ricercatori; un sentiero interrotto che tuttavia non ha stroncato nei compagni di strada la voglia di camminare. Anzi. Eravamo tutti

tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; […] sconvolti, ma non disperati.

2Cor 4,8

Ma con Matteo la “magia” non funzionava

E pure il funerale di Matteo è stato molto intenso: la chiesa gremita e raccolta come un ritiro di claustrali testimoniava da ogni metro quadrato che attorno a quel ragazzo era intessuta una fitta rete di relazioni, amicizie, ricchezze e disponibilità. Attorno a lui e/o attorno alla sua famiglia. Ma cerco di essere più chiaro, visto che io stesso non lo avevo mai conosciuto ed ero lì “solo” per i grandi debiti esistenziali di mia moglie nei confronti della madre di Matteo: parliamo di una famiglia solida, profondamente fondata nelle proprie convinzioni, dotata di strumenti analitici finissimi, per discernere le contorsioni del cuore umano, e di potenti mezzi per intervenire (o per far intervenire ogni sorta di “esperti in umanità”). La madre di Matteo aveva impegnato crediti personali e professionali, nel corso della sua vita, per salvare numerosi ragazzi, alcuni dei quali stamattina erano lì: tossici, sbandati, orfani, smarriti – in lei anche i pari, me lo confidava uno di loro ieri, ammetteva di aver trovato una mamma, oltre che un’amica –; per il figlio aveva anche lasciato il lavoro, per seguirlo notte e giorno, per essergli accanto, per consigliarlo, per aiutarlo. Invece le si è avverata non solo la profezia di Simeone a Maria (Lc2, 34), ma pure l’irridente sferzata del Golgotha:

Ha salvato gli altri, non può salvare sé stesso!

Mt 27,42a

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E stamattina la si vedeva lì, col marito e col primogenito, in un contegno tale da portare un eventuale passante a escludere che proprio quella fosse la famiglia di Matteo: da uno ignaro della “grande speranza”, anzi, quei dignitosi e fermi sorrisi sarebbero stati presi come segni di una penosa posa sociale, degna al contempo di compassione e di disprezzo. Naturale: cosa può saperne, chi non ha visto il Risorto…

Tornando a casa, però, discutevamo con mia moglie, che molto più di me è legata a quella famiglia e a gran parte delle persone che formavano quell’assemblea, mentre a causa della mia relativa distanza io avevo tenuto per me, fino a quel momento, le perplessità. Quando invece nel confronto con lei queste ultime trovavano un riscontro, ho pensato che valesse la pena condividere qualche considerazione.

Che cos’è che non andava? In un certo senso è presto detto: la “magia” non funzionava. Malgrado la qualità della partecipazione dell’assemblea, che era molto più omogenea e matura nell’ars orandi, rispetto a quella di Villa Sora; malgrado la raffinatezza delle esecuzioni canore del coro (raccolto in poche ore sulla base dei già ricordati trascorsi comuni), non avveniva alcuna catarsi comunitaria – il veleno rallentava nella sua circolazione spirituale ma non veniva evacuato.

Come mai? Provo a formulare un’ipotesi. Sopra avevo scritto “magia”, ma in senso puramente enfatico: né di magia si tratta né di puro impatto emotivo (i canti belli possono creare atmosfera e anche commuovere, ma non rigenerare un cuore, di per sé). La liturgia cristiana deriva il suo potere effettivo dai misteri di Cristo, che vi vengono ricevuti, conservati e trasmessi: questi misteri, analogamente alla Rivelazione tutta, constano di

gesti e parole intimamente connessi tra loro1.

Ecco cosa c’era che non andava, ed ecco perché mia moglie osservava pensierosa:

Mi è parso che il punto centrale venisse sempre sfiorato e mai toccato.

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Quale punto centrale? Ma il suicidio, chiaramente, cui non si è mai fatto riferimento se non attraverso giri di parole («quello che è accaduto nei giorni scorsi») ed eufemismi lati e vaghi («la sua sete d’infinito»). Mentre resta vero quanto proprio nella Spe salvi scriveva Benedetto XVI:

Con la morte, la scelta di vita fatta dall’uomo diventa definitiva – questa sua vita sta davanti al Giudice. La sua scelta, che nel corso dell’intera vita ha preso forma, può avere caratteri diversi. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l’odio e hanno calpestato in se stesse l’amore. È questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno [37]. Dall’altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo – persone, delle quali la comunione con Dio orienta già fin d’ora l’intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono [38]2.

Matteo si è suicidato

E certo che solo pensare un figlio all’inferno è peggio che saperlo suicida, ma il problema è proprio che quanto più cacciamo dalla porta la consapevolezza che ogni uomo ha realmente davanti a sé un bivio, fino all’ultimo; tanto più la condizione dei suoi cari diventa intollerabile e spinge gli stessi a rifugiarsi nella negazione e, conseguentemente, nell’alienazione.

Insomma, data questa medesima orazione –

Dio, Padre misericordioso,
tu ci doni la certezza che nei fedeli defunti
si compie il mistero del tuo Figlio morto e risorto;
per questa fede che noi professiamo
concedi al nostro fratello N.,
che si è addormentato in Cristo,
di risvegliarsi con lui nella gioia della risurrezione.
Per Cristo nostro Signore.

– nei due contesti del funerale di Flavio e di quello di Matteo, si deve osservare che:

  1. In entrambi i casi questo testo esprime adeguatamente la fede della Chiesa (e ciò non ci sorprende: la Fede, divina com’è, è e resta sempre la stessa);
  2. Nel primo caso però esso aderiva al dramma che la comunità stava vivendo; nel secondo invece ha lasciato percepire (così è stato stamattina) una certa “scollatura” dal reale.

Cosa che la liturgia deve evitare come la peste: i sacramenti non sono, appunto, formule magiche che funzionano a prescindere da tutto ma, proprio perché si inseriscono in un contesto incarnatorio e dall’Incarnazione mutuano dinamiche e prerogative, sono tanto più fruttuosi quanto più aderiscono all’avvenimento – in cui Emmanuel Mounier ravvisava “il maestro interiore”.

Leopardi, Dante e i due problemi che abbiamo col suicidio

Ora, il primo dei problemi quando si ha a che fare con un suicida è che l’attuale sostrato culturale ci porta a considerare il suicidio un fatto privato: così di fronte al suicida ci si domanda generalmente solo “che cosa avesse in cuore e cosa vivesse”, per arrivare al gesto estremo. Il suicida invece lede, forse nolente ma necessariamente, tutta una serie di rapporti – quelli che portarono perfino Giacomo Leopardi, che il suicidio lungamente meditò e goffamente tentò, a dire per bocca di Plotino:

E perché anche non vorremo noi avere alcuna considerazione degli amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone familiari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo, bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore alcuno di questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi, e per la perdita di persona cara o consueta, e per l’atrocità del caso3?

E c’è sempre di che riflettere anche sul fatto che Dante ponga la selva dei suicidi (“la settima foce”) nell’area infernale destinata ai violenti. Si poteva scegliere diversamente: in fondo Pier delle Vigne si definisce genericamente “ingiusto”…

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto4.

E tutti i peccati, in fondo, sono ingiustizia: ma Dante non è un sentimentale, e anche se in Pier delle Vigne ci mostra un caso di straziante e nobile tragicità il suo giudizio è inflessibile – ogni tormentato attore di suicidio è un’“anima feroce”5, e ciò che ne resta è “l’ombra sua molesta”6.

Certo, Dante è pure quello che prende un pagano suicida e lo pone a custode del Purgatorio, garantendo per bocca di Virgilio che il corpo di Catone non finirà appeso nella selva, bensì risplenderà glorificato:

[…] libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara1.

Ma chi è che non va cercando la libertà? Chi non vuole il bene, almeno in teoria, chi non desidera l’eternità? L’audace licenza dantesca può richiamare per certa solo una verità della fede cristiana: che il Giudizio (con la maiuscola) sarà un giudizio di misericordia, e che saprà dare il giusto peso a ogni singola ombra del cuore. Ma qui sta il secondo problema, quanto al parlare pubblicamente dei suicidi (e del suicidio in sé): per via di un’idea estremista di compassione pretendiamo di escludere dall’orizzonte dell’universo la possibilità dell’inferno – cioè del fatto che l’Onnipotente prenda sul serio la nostra scelta per la morte, e che consenta di vederci vittime di noi stessi per “la morte secunda” (direbbe san Francesco) dopo esserlo stati quanto a quella biologica.

Trovo che l’espressione contemporanea più riuscita, nella sua sintesi di bellezza ed errori, stia in Preghiera in gennaio di Fabrizio De André, scritta per Luigi Tenco dopo il suo suicidio: in essa intuizioni sublimi

Dio di misericordia, il tuo bel paradiso
l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso…

fluttuano spaventosamente accanto a tremende illusioni:

«Venite in paradiso, là dove vado anch’io,
perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio».

Certo che c’è l’inferno, e proprio perché Dio è buono:

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore2.

Così Dante fa recitare alla porta infernale, che Dio ha fondato come terribile caparra del suo amore, disposto a lasciarci allontanare da lui all’infinito, se così volessimo.

Ma in definitiva la selva dei suicidi è il contrappasso del tessuto interpersonale, fatto di relazioni fresche e rigogliose e grottescamente rovesciato in un groviglio di rovi sanguinolenti:

non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti3.

E perché a completare il contrappasso ci siano figure sub-umane, che rendano dinamico il contrappasso, Dante aggiunge alla scena le arpie, che proprio delle foglie e dei rami – cioè dei legami a cui il suicida fa violenza – fanno strazio.

Ci vorrebbe un formulario eucologico specifico per i suicidi

Ora torniamo però nell’aula liturgica, recando con noi la coscienza dei due grandi limiti di cui siamo vittime quando parliamo di suicidio (e dei suicidi): certo nessuno si aspetta che il sacerdote minacci l’inferno per il poveretto – nessuno lo desidera, ed è ancora una volta questione di giustizia e di verità, non di sentimento o di mera opportunità. Il problema può dirsi così: il rito delle esequie – che come tutti i rituali della liturgia cristiana è ragionevolmente attento a tenere conto delle particolarità di ogni caso, per declinare giustamente l’azione liturgica sul singolo evento – non ha previsto un formulario per i suicidi. Si capisce bene il motivo: fino a pochi decenni fa la prassi pastorale non li ammetteva in chiesa (e neppure alla sepoltura in terra consacrata). Il punto è questo: se qualcosa è cambiato, non può essere cambiato semplicemente in termini di “accomodamento”. Se una ragione c’è, per la quale portiamo i suicidi in chiesa, essa deve poter essere espressa razionalmente, e prima e più che in dichiarazioni o in documenti nelle parole e nei gesti della preghiera pubblica comunitaria.

Io penso che questo sia possibile, ma anche opportuno – forse persino doveroso. Un simile lavoro è stato fatto già per le esequie di quanti hanno disposto la cremazione delle proprie spoglie, proprio a evidenziare che con quel gesto non si compiva un’abiura alla fede nella risurrezione della carne. E quanto è vicina, semanticamente, la situazione di cui sia mortalmente violento contro sé stesso addirittura da vivo, e non “semplicemente” disponga gesti di distruzione attiva delle proprie spoglie?

Non è questione di lana caprina

Spero di non aver dato l’idea di tecnicismi buoni per accademici sfaccendati: è vero il contrario – solo la Chiesa ha il potere di scegliere parole che diano vera pace (la pace di Cristo) agli uomini sconvolti dal suicidio di un amico, di un congiunto, di un parente. In realtà ammettiamo i suicidi in chiesa, ed è anzi giusto e doveroso pregare per loro, semplicemente perché noi non sappiamo. Non sappiamo i motivi, non sappiamo i fini, non sappiamo i pensieri…

arcano è tutto / fuor che ’l nostro dolor1,

direbbe Leopardi. Ma a differenza di lui non disperiamo, perché

Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.

1Gv 3,20b

Questo dovrebbe potersi dire. Basterebbero, a titolo di esempio, testi eucologici così:

Dio, Padre misericordioso,
che solo conosci la fede dei tuoi figli
e i segreti aneliti dei loro cuori,
consola col tuo Spirito questa famiglia
che la dipartita violenta del nostro fratello N. ha scosso:
tu che sei il solo conoscitore dei cuori
guarda al bene che in vita ha desiderato,
alla verità che ha cercato, alla bellezza che ha custodito;
e se per un istante lo ha vinto un’illusione fatale
tu riporta le preghiere della tua Chiesa
nel suo istante estremo, ascolta e perdona.
Per Cristo nostro Signore.

Sì, penso che lo avrei salutato meglio, Matteo, se avessimo potuto far aderire la nostra fede alla terribile ora che vivono i suoi cari e tutti quanti gli hanno voluto del bene.

…ma il compleanno?

Giusto, poi c’è la questione dell’altro Matteo, quella che mi ha dato la boccata d’ossigeno decisiva per tutta la giornata. A questo tenero sposo, padre di due bellissimi bambini, avevo chiesto come avrebbe festeggiato il suo compleanno. Mi piace immortalare qui la sua risposta, così che magari restituisca un po’ di respiro anche ad altri soverchiati dai dolori del primo Matteo:

Stamattina lavoro… oggi ho preso mezza giornata… ho già fatto la notte in bianco col piccolo… risveglio all’alba… torta… un bel salmo assieme (il 139: è tradizione farlo per i compleanni). Un bel dono di Dio questa famiglia!

E mentre mi rotolo nella bocca i versetti di quel salmo, che gronda gratitudine per il dono e il mistero di essere chiamati a far parte di un’opera mirabile, rivedo davanti agli occhi La vocazione di Matteo, del Caravaggio: io non credo al mito delle sliding doors, chiaramente, ma ci sono “due Mattei” in ciascuno di noi, e su tutti noi piove indivisa un’unica chiamata alla santità, che comincia nella lode e si compie nella gloria. Come si vede, le parole possono essere determinanti. Per chi va e per chi resta.

2

לַ֭מְנַצֵּחַלְדָוִ֣דמִזְמֹ֑וריְהוָ֥החֲ֝קַרְתַּ֗נִיוַתֵּדָֽע׃

2אַתָּ֣היָ֭דַעְתָּשִׁבְתִּ֣יוְקוּמִ֑יבַּ֥נְתָּהלְ֝רֵעִ֗ימֵרָחֹֽוק׃

3אָרְחִ֣יוְרִבְעִ֣יזֵרִ֑יתָוְֽכָל־דְּרָכַ֥יהִסְכַּֽנְתָּה׃

4כִּ֤יאֵ֣יןמִ֭לָּהבִּלְשֹׁונִ֑יהֵ֥ןיְ֝הוָ֗היָדַ֥עְתָּכֻלָּֽהּ׃

5אָחֹ֣ורוָקֶ֣דֶםצַרְתָּ֑נִיוַתָּ֖שֶׁתעָלַ֣יכַּפֶּֽכָה׃

6פִּלְאִיָּהדַ֣עַתמִמֶּ֑נִּינִ֝שְׂגְּבָ֗הלֹא־א֥וּכַֽללָֽהּ׃

7אָ֭נָ֥האֵלֵ֣ךְמֵרוּחֶ֑ךָוְ֝אָ֗נָהמִפָּנֶ֥יךָאֶבְרָֽח׃

8אִם־אֶסַּ֣קשָׁ֭מַיִםשָׁ֣םאָ֑תָּהוְאַצִּ֖יעָהשְּׁאֹ֣ולהִנֶּֽךָּ׃

9אֶשָּׂ֥אכַנְפֵי־שָׁ֑חַראֶ֝שְׁכְּנָ֗הבְּאַחֲרִ֥יתיָֽם׃

10גַּם־שָׁ֭םיָדְךָ֣תַנְחֵ֑נִיוְֽתֹאחֲזֵ֥נִייְמִינֶֽךָ׃

11וָ֭אֹמַראַךְ־חֹ֣שֶׁךְיְשׁוּפֵ֑נִיוְ֝לַ֗יְלָהאֹ֣ורבַּעֲדֵֽנִי׃

12גַּם־חֹשֶׁךְ֮לֹֽא־יַחְשִׁ֪יךְמִ֫מֶּ֥ךָוְ֭לַיְלָהכַּיֹּ֣וםיָאִ֑ירכַּ֝חֲשֵׁיכָ֗הכָּאֹורָֽה׃

13כִּֽי־אַ֭תָּהקָנִ֣יתָכִלְיֹתָ֑יתְּ֝סֻכֵּ֗נִיבְּבֶ֣טֶןאִמִּֽי׃

14אֹֽודְךָ֗עַ֤לכִּ֥ינֹורָאֹ֗ותנִ֫פְלֵ֥יתִינִפְלָאִ֥יםמַעֲשֶׂ֑יךָוְ֝נַפְשִׁ֗ייֹדַ֥עַתמְאֹֽד׃

15לֹא־נִכְחַ֥דעָצְמִ֗ימִ֫מֶּ֥ךָּאֲשֶׁר־עֻשֵּׂ֥יתִיבַסֵּ֑תֶררֻ֝קַּ֗מְתִּיבְּֽתַחְתִּיֹּ֥ותאָֽרֶץ׃

16גָּלְמִ֤י׀רָ֘א֤וּעֵינֶ֗יךָוְעַֽל־סִפְרְךָ֮כֻּלָּ֪םיִכָּ֫תֵ֥בוּיָמִ֥יםיֻצָּ֑רוּוְלֹאאֶחָ֣דבָּהֶֽם׃

17וְלִ֗ימַה־יָּקְר֣וּרֵעֶ֣יךָאֵ֑למֶ֥העָ֝צְמוּרָאשֵׁיהֶֽם׃

18אֶ֭סְפְּרֵםמֵחֹ֣וליִרְבּ֑וּןהֱ֝קִיצֹ֗תִיוְעֹודִ֥יעִמָּֽךְ׃

19אִם־תִּקְטֹ֖לאֱלֹ֥והַּ׀רָשָׁ֑עוְאַנְשֵׁ֥ידָ֝מִ֗יםס֣וּרוּמֶֽנִּי׃

20אֲשֶׁ֣ריֹ֭אמְרֻךָלִמְזִמָּ֑הנָשֻׂ֖אלַשָּׁ֣וְאעָרֶֽיךָ׃

21הֲלֹֽוא־מְשַׂנְאֶ֖יךָיְהוָ֥ה׀אֶשְׂנָ֑אוּ֝בִתְקֹומְמֶ֗יךָאֶתְקֹוטָֽט׃

22תַּכְלִ֣יתשִׂנְאָ֣השְׂנֵאתִ֑יםלְ֝אֹויְבִ֗יםהָ֣יוּלִֽי׃

23חָקְרֵ֣נִיאֵ֭לוְדַ֣עלְבָבִ֑יבְּ֝חָנֵ֗נִיוְדַ֣עשַׂרְעַפָּֽי׃

24וּרְאֵ֗האִם־דֶּֽרֶךְ־עֹ֥צֶבבִּ֑יוּ֝נְחֵ֗נִיבְּדֶ֣רֶךְעֹולָֽם׃

 

1Εἰς τὸ τέλος· ψαλμὸς τῷ Δαυιδ.

Κύριε, ἐδοκίμασάς με καὶ ἔγνως με·

2σὺ ἔγνως τὴν καθέδραν μου καὶ τὴν ἔγερσίν μου,

σὺ συνῆκας τοὺς διαλογισμούς μου ἀπὸ μακρόθεν·

3τὴν τρίβον μου καὶ τὴν σχοῖνόν μου σὺ ἐξιχνίασας

καὶ πάσας τὰς ὁδούς μου προεῖδες.

4ὅτι οὐκ ἔστιν λόγος ἐν γλώσσῃ μου,

5ἰδού, κύριε, σὺ ἔγνως πάντα, τὰ ἔσχατα καὶ τὰ ἀρχαῖα·

σὺ ἔπλασάς με καὶ ἔθηκας ἐπ᾽ ἐμὲ τὴν χεῖρά σου.

6ἐθαυμαστώθη ἡ γνῶσίς σου ἐξ ἐμοῦ·

ἐκραταιώθη, οὐ μὴ δύνωμαι πρὸς αὐτήν.

7ποῦ πορευθῶ ἀπὸ τοῦ πνεύματός σου

καὶ ἀπὸ τοῦ προσώπου σου ποῦ φύγω;

8ἐὰν ἀναβῶ εἰς τὸν οὐρανόν, σὺ εἶ ἐκεῖ·

ἐὰν καταβῶ εἰς τὸν ᾅδην, πάρει·

9ἐὰν ἀναλάβοιμι τὰς πτέρυγάς μου κατ᾽ ὄρθρον

καὶ κατασκηνώσω εἰς τὰ ἔσχατα τῆς θαλάσσης,

10καὶ γὰρ ἐκεῖ ἡ χείρ σου ὁδηγήσει με,

καὶ καθέξει με ἡ δεξιά σου.

11καὶ εἶπα ῎Αρα σκότος καταπατήσει με,

καὶ νὺξ φωτισμὸς ἐν τῇ τρυφῇ μου·

12ὅτι σκότος οὐ σκοτισθήσεται ἀπὸ σοῦ,

καὶ νὺξ ὡς ἡμέρα φωτισθήσεται·

ὡς τὸ σκότος αὐτῆς, οὕτως καὶ τὸ φῶς αὐτῆς.

13ὅτι σὺ ἐκτήσω τοὺς νεφρούς μου, κύριε,

ἀντελάβου μου ἐκ γαστρὸς μητρός μου.

14ἐξομολογήσομαί σοι, ὅτι φοβερῶς ἐθαυμαστώθην·

θαυμάσια τὰ ἔργα σου, καὶ ἡ ψυχή μου γινώσκει σφόδρα.

15οὐκ ἐκρύβη τὸ ὀστοῦν μου ἀπὸ σοῦ, ὃ ἐποίησας ἐν κρυφῇ.

καὶ ἡ ὑπόστασίς μου ἐν τοῖς κατωτάτοις τῆς γῆς·

16τὸ ἀκατέργαστόν μου εἴδοσαν οἱ ὀφθαλμοί σου,

καὶ ἐπὶ τὸ βιβλίον σου πάντες γραφήσονται·

ἡμέρας πλασθήσονται, καὶ οὐθεὶς ἐν αὐτοῖς.

17ἐμοὶ δὲ λίαν ἐτιμήθησαν οἱ φίλοι σου, ὁ θεός,

λίαν ἐκραταιώθησαν αἱ ἀρχαὶ αὐτῶν·

18ἐξαριθμήσομαι αὐτούς, καὶ ὑπὲρ ἄμμον πληθυνθήσονται·

ἐξηγέρθην καὶ ἔτι εἰμὶ μετὰ σοῦ.

19ἐὰν ἀποκτείνῃς ἁμαρτωλούς, ὁ θεός,

ἄνδρες αἱμάτων, ἐκκλίνατε ἀπ᾽ ἐμοῦ.

20ὅτι ἐρεῖς εἰς διαλογισμόν·

λήμψονται εἰς ματαιότητα τὰς πόλεις σου.

21οὐχὶ τοὺς μισοῦντάς σε, κύριε, ἐμίσησα

καὶ ἐπὶ τοῖς ἐχθροῖς σου ἐξετηκόμην;

22τέλειον μῖσος ἐμίσουν αὐτούς,

εἰς ἐχθροὺς ἐγένοντό μοι.

23δοκίμασόν με, ὁ θεός, καὶ γνῶθι τὴν καρδίαν μου,

ἔτασόν με καὶ γνῶθι τὰς τρίβους μου

24καὶ ἰδὲ εἰ ὁδὸς ἀνομίας ἐν ἐμοί,

καὶ ὁδήγησόν με ἐν ὁδῷ αἰωνίᾳ.

1 Magistro chori. David. PSALMUS.
Domine, scrutatus es et cognovisti me,
2 tu cognovisti sessionem meam et resurrectionem meam.
Intellexisti cogitationes meas de longe,
3 semitam meam et accubitum meum investigasti.
Et omnes vias meas perspexisti,
4 quia nondum est sermo in lingua mea,
et ecce, Domine, tu novisti omnia.
5 A tergo et a fronte coartasti me
et posuisti super me manum tuam.
6 Mirabilis nimis facta est scientia tua super me,
sublimis, et non attingam eam.
7 Quo ibo a spiritu tuo
et quo a facie tua fugiam?
8 Si ascendero in caelum, tu illic es;
si descendero in infernum, ades.
9 Si sumpsero pennas aurorae
et habitavero in extremis maris,
10 etiam illuc manus tua deducet me,
et tenebit me dextera tua.
11 Si dixero: “ Forsitan tenebrae compriment me,
et nox illuminatio erit circa me ”,
12 etiam tenebrae non obscurabuntur a te,
et nox sicut dies illuminabitur
– sicut tenebrae eius ita et lumen eius -.
13 Quia tu formasti renes meos,
contexuisti me in utero matris meae.
14 Confitebor tibi, quia mirabiliter plasmatus sum;
mirabilia opera tua,
et anima mea cognoscit nimis.
15 Non sunt abscondita ossa mea a te,
cum factus sum in occulto,
contextus in inferioribus terrae.
16 Imperfectum adhuc me viderunt oculi tui,
et in libro tuo scripti erant omnes dies:
ficti erant, et nondum erat unus ex eis.
17 Mihi autem nimis pretiosae cogitationes tuae, Deus;
nimis gravis summa earum.
18 Si dinumerabo eas, super arenam multiplicabuntur;
si ad finem pervenerim, adhuc sum tecum.
19 Utinam occidas, Deus, peccatores;
viri sanguinum, declinate a me.
20 Qui loquuntur contra te maligne:
exaltantur in vanum contra te.
21 Nonne, qui oderunt te, Domine, oderam
et insurgentes in te abhorrebam?
22 Perfecto odio oderam illos,
et inimici facti sunt mihi.
23 Scrutare me, Deus, et scito cor meum;
proba me et cognosce semitas meas
24 et vide, si via vanitatis in me est,
et deduc me in via aeterna.

1 Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.
Signore, tu mi scruti e mi conosci,
2 tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
3 mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
4 la mia parola non è ancora sulla lingua
e tu, Signore, già la conosci tutta.
5 Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
6 Stupenda per me la tua saggezza,
troppo alta, e io non la comprendo.
7 Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
8 Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
9 Se prendo le ali dell’aurora
per abitare all’estremità del mare,
10 anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
11 Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra
e intorno a me sia la notte»;
12 nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.
13 Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
14 Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.
15 Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.
17 Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio;
18 se li conto sono più della sabbia,
se li credo finiti, con te sono ancora.
19 Se Dio sopprimesse i peccatori!
Allontanatevi da me, uomini sanguinari.
20 Essi parlano contro di te con inganno:
contro di te insorgono con frode.
21 Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano
e non detesto i tuoi nemici?
22 Li detesto con odio implacabile
come se fossero miei nemici.
23 Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,
provami e conosci i miei pensieri:
24 vedi se percorro una via di menzogna
e guidami sulla via della vita.
 
 

 

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