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Donne nel respiro di Ruàh

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Donne nel respiro di Ruàh, Silvio Mengotto, In Dialogo, 2006

“Contro la forza la ragione non vale.”

“Buona femmina e mala femmina vuole bastone.”

Proverbi  popolari

1Non intendo introdurre con un tono polemico e spietatamente femminista questa recensione che vuole semplicemente essere un richiamo ad un ordine divino naturale la cui percezione si allontana sempre di più dall’orizzonte della coscienza collettiva.

Cosa in origine, oltre al diverso ruolo legato alla prosecuzione della specie, distingueva i maschi dalle femmine?  I primi erano veramente dei geni e le seconde delle stupide cretine? I primi erano veramente i prediletti figli di un dio creatore – rigorosamente maschio – e le seconde una sorta di emanazione mal riuscita ed esistente solo per e in funzione del primo? C’è veramente stata un’epoca di matriarcato oppure tutte le società umane sono sempre state patriarcali ? Le risposte, a queste domande e a moltissime altre, sono tante e tra loro anche discordanti. Forse la più semplice delle constatazioni da fare è che la prima differenza tra maschio e femmina è la prestanza e la forza fisica.  In una contesa a corpo libero a parità di peso-altezza e sviluppo muscolare ogni donna è destinata a soccombere perché comunque in partenza è nata con una massa muscolare inferiore a quella maschile, basti pensare all’addome e al bacino. Retro trasportando questa constatazione alla preistoria del genere umano comprendiamo come sia stata facile la nascita del concetto di inferiorità della donna. Inoltre il passo che intercorre tra inferiorità fisica ed inferiorità di valore è praticamente zero, così consequenzialmente anche la distanza tra il concetto di valore e quello di dignità è praticamente nullo. In tutto questo le fedi monoteiste hanno  sicuramente la loro parte di responsabilità, ma possono anche usufruire di qualche attenuante. Il libro della Genesi è stato redatto in forma scritta verso la fine del V sec. a. C. e la storia dell’umanità aveva già visto ogni sorta di eventi.  Tornare indietro e riconsiderare delle affermazioni, per quanto strumentalizzate, ma pur sempre funzionali all’operare dell’uomo, era impossibile. Il maschio ormai indiscusso protagonista di ogni evento del consorzio umano aveva fin troppe esigenze impellenti per ricordarsi di rimettere i puntini sulle  “i”.  Rimettere i puntini sulle “i” avrebbe richiesto lo sforzo di rinunciare ad innumerevoli  prerogative – proprie da secoli e riconfermabili in qualsiasi momento  con gli stessi metodi usati per accaparrarsele, cioè una serie di schiaffoni e di bastonate ben assestate – e soprattutto di dover rendere sia le relazioni quanto le abitudini più ordinate, meno occasionali e quindi più responsabili e fatalmente più monotone.  Chissà  cosa  avrà pensato Adamo ? Forse avrà creduto che l’armonia che vedeva intorno a sé era frutto del  caso ? Forse neppure sospettava che anche nel mondo animale, “apparentemente  così  istintuale” ci sono ferree regole che scandiscono l’esistenza di quella specie.  Che duro colpo quando con il monoteismo subentrò oltre alla fedeltà ad un unico dio anche la monogamia.  In tutto questo fra- intendimento sul progetto originario e sulla vera volontà del creatore giunge una figura “sovversiva” che capovolge tutte le dinamiche fin ad allora dominanti; Gesù di Nazareth.

Questo piccolo libricino, di Silvio Mengotto , “Donne nel respiro di Ruàh” ci parla in punta di piedi della profonda considerazione che Gesù aveva della donna.  Questo libricino di  giusto cento pagine è una perla di spiritualità.

L’autore ci illustra con semplicità il protagonismo delle donne nella vita,  morte e risurrezione di Gesù. Della fedeltà e della fede delle donne nel ministero di Gesù.  Di tutte loro che nella semplicità e nella ricchezza hanno accolto senza condizione alcuna il messaggio del nazareno donandogli la vita e le sostanze.

Ciò che colpisce è la concordanza tra gli evangelisti sulla esclusiva presenza femminile, tutti gli evangelisti ratificano la straordinaria fedeltà delle donne che rimangono coraggiosamente e fedelmente accanto a

Gesù. Questa presenza femminile inizia ancor prima con il servizio di alcune donne alla missione pubblica del Signore, prosegue fino all’ora più difficile sul calvario, continua con la preparazione di spezie ed aromi per la sua imbalsamazione e tutte  insieme vanno ad annunciare la risurrezione agli altri discepoli.

Dall’ iniziazione della disperazione usciamo con una vocazione, con la nostra vocazione, il nostro compito.

Maddalena apre la sua vita alla Parola, crede in colui che gliela porge e riesce a liberarsi da tutti i poteri e

legacci  che le impediscono di vivere una vita degna di questo nome. Lei non scorge l’orizzonte così come

Maria ignorava totalmente il suo futuro quando diede il suo fiat.

Dice Rainer Maria Rilke che il futuro entra in noi molto prima che accada. Le donne, come per un dono divino, sembrano respirare all’unisono con lo Spirito santo e trasformano la via crucis in via lucis.

Maddalena viene nominata, prova l’emozione di essere vista e riconosciuta per quello che lei è, e di essere richiamata ad esserlo. In questo giardino, nel momento in cui il Cristo la chiama per nome, lo riconosce chiamandolo con il suo nome: “Rabbunì!”, cioè “Maestro Caro”.  Assistiamo proprio a un incontro d’amore, dove l’io e il tu si chiamano. Cristo, dopo la famosa frase “non mi trattenere” (noli me tangere), dice: “Va dai miei fratelli e di’ loro: io salgo al Padre mio e Padre Vostro”. Gesù le assegna il suo compito: quello dell’annunciante. Ci troviamo così davanti a una nuova figura femminile speculare, inversa, rispetto a Maria, colei che riceve l’annuncio. A Maddalena è riservata la parte di colei che parla di ciò che sta per venire e dell’eterno arrivante. Colei che testimonierà il mistero avvenuto. In qualche modo questa figura femminile ci insegna un strada: dalla più grande disperazione possiamo emergere con in mano il nostro destino. E nella solitudine del dolore, che ci spacca e ci riunisce, possiamo finalmente  ricominciare a intraprendere il nostro cammino.

Il destino cambia se noi viviamo le matrici femminili della vita, quelle umili e silenziose, che oggi sono quasi perse nelle nebbie dei tempi passati. Non la competizione, non la prevaricazione, non l’efficienza e ne la produzione ma la cura, l’accompagnamento e il sostegno silenzioso. Il femminile dovrebbe essere l’esperto dell’accoglienza, dell’impotenza, della disperazione, dell’attraversare i confini tra visibile e invisibile, tra vita e morte. È il femminile che genera la vita, e chi ha generato figli, infatti, sa benissimo quanto questa soglia sia vicino alla morte, come si tocchi con mano la paura dell’abisso proprio mentre si assiste al miracolo della vita.

Bisogna vivere la propria esistenza così come si presenta, così come Dio ce la presenta, con le regole da lui stesso fornite in tutte le circostanze e in tutti i suoi aspetti; bisogna compiere tutto quello che ci viene imposto seguendo le regole del decalogo, con passione ed attenzione, per lasciare –nel mentre noi ci sforziamo nella disumana realizzazione dell’ “assolvimento perfetto” – a Dio il tempo di riesaminare il tutto.

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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Donne nel respiro di Ruàh

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Donne nel respiro di Ruàh, Silvio Mengotto, In Dialogo, 2006

“Contro la forza la ragione non vale.”

“Buona femmina e mala femmina vuole bastone.”

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Cosa in origine, oltre al diverso ruolo legato alla prosecuzione della specie, distingueva i maschi dalle femmine?  I primi erano veramente dei geni e le seconde delle stupide cretine? I primi erano veramente i prediletti figli di un dio creatore – rigorosamente maschio – e le seconde una sorta di emanazione mal riuscita ed esistente solo per e in funzione del primo? C’è veramente stata un’epoca di matriarcato oppure tutte le società umane sono sempre state patriarcali ? Le risposte, a queste domande e a moltissime altre, sono tante e tra loro anche discordanti. Forse la più semplice delle constatazioni da fare è che la prima differenza tra maschio e femmina è la prestanza e la forza fisica.  In una contesa a corpo libero a parità di peso-altezza e sviluppo muscolare ogni donna è destinata a soccombere perché comunque in partenza è nata con una massa muscolare inferiore a quella maschile, basti pensare all’addome e al bacino. Retro trasportando questa constatazione alla preistoria del genere umano comprendiamo come sia stata facile la nascita del concetto di inferiorità della donna. Inoltre il passo che intercorre tra inferiorità fisica ed inferiorità di valore è praticamente zero, così consequenzialmente anche la distanza tra il concetto di valore e quello di dignità è praticamente nullo. In tutto questo le fedi monoteiste hanno  sicuramente la loro parte di responsabilità, ma possono anche usufruire di qualche attenuante. Il libro della Genesi è stato redatto in forma scritta verso la fine del V sec. a. C. e la storia dell’umanità aveva già visto ogni sorta di eventi.  Tornare indietro e riconsiderare delle affermazioni, per quanto strumentalizzate, ma pur sempre funzionali all’operare dell’uomo, era impossibile. Il maschio ormai indiscusso protagonista di ogni evento del consorzio umano aveva fin troppe esigenze impellenti per ricordarsi di rimettere i puntini sulle  “i”.  Rimettere i puntini sulle “i” avrebbe richiesto lo sforzo di rinunciare ad innumerevoli  prerogative – proprie da secoli e riconfermabili in qualsiasi momento  con gli stessi metodi usati per accaparrarsele, cioè una serie di schiaffoni e di bastonate ben assestate – e soprattutto di dover rendere sia le relazioni quanto le abitudini più ordinate, meno occasionali e quindi più responsabili e fatalmente più monotone.  Chissà  cosa  avrà pensato Adamo ? Forse avrà creduto che l’armonia che vedeva intorno a sé era frutto del  caso ? Forse neppure sospettava che anche nel mondo animale, “apparentemente  così  istintuale” ci sono ferree regole che scandiscono l’esistenza di quella specie.  Che duro colpo quando con il monoteismo subentrò oltre alla fedeltà ad un unico dio anche la monogamia.  In tutto questo fra- intendimento sul progetto originario e sulla vera volontà del creatore giunge una figura “sovversiva” che capovolge tutte le dinamiche fin ad allora dominanti; Gesù di Nazareth.

Questo piccolo libricino, di Silvio Mengotto , “Donne nel respiro di Ruàh” ci parla in punta di piedi della profonda considerazione che Gesù aveva della donna.  Questo libricino di  giusto cento pagine è una perla di spiritualità.

L’autore ci illustra con semplicità il protagonismo delle donne nella vita,  morte e risurrezione di Gesù. Della fedeltà e della fede delle donne nel ministero di Gesù.  Di tutte loro che nella semplicità e nella ricchezza hanno accolto senza condizione alcuna il messaggio del nazareno donandogli la vita e le sostanze.

Ciò che colpisce è la concordanza tra gli evangelisti sulla esclusiva presenza femminile, tutti gli evangelisti ratificano la straordinaria fedeltà delle donne che rimangono coraggiosamente e fedelmente accanto a

Gesù. Questa presenza femminile inizia ancor prima con il servizio di alcune donne alla missione pubblica del Signore, prosegue fino all’ora più difficile sul calvario, continua con la preparazione di spezie ed aromi per la sua imbalsamazione e tutte  insieme vanno ad annunciare la risurrezione agli altri discepoli.

Dall’ iniziazione della disperazione usciamo con una vocazione, con la nostra vocazione, il nostro compito.

Maddalena apre la sua vita alla Parola, crede in colui che gliela porge e riesce a liberarsi da tutti i poteri e

legacci  che le impediscono di vivere una vita degna di questo nome. Lei non scorge l’orizzonte così come

Maria ignorava totalmente il suo futuro quando diede il suo fiat.

Dice Rainer Maria Rilke che il futuro entra in noi molto prima che accada. Le donne, come per un dono divino, sembrano respirare all’unisono con lo Spirito santo e trasformano la via crucis in via lucis.

Maddalena viene nominata, prova l’emozione di essere vista e riconosciuta per quello che lei è, e di essere richiamata ad esserlo. In questo giardino, nel momento in cui il Cristo la chiama per nome, lo riconosce chiamandolo con il suo nome: “Rabbunì!”, cioè “Maestro Caro”.  Assistiamo proprio a un incontro d’amore, dove l’io e il tu si chiamano. Cristo, dopo la famosa frase “non mi trattenere” (noli me tangere), dice: “Va dai miei fratelli e di’ loro: io salgo al Padre mio e Padre Vostro”. Gesù le assegna il suo compito: quello dell’annunciante. Ci troviamo così davanti a una nuova figura femminile speculare, inversa, rispetto a Maria, colei che riceve l’annuncio. A Maddalena è riservata la parte di colei che parla di ciò che sta per venire e dell’eterno arrivante. Colei che testimonierà il mistero avvenuto. In qualche modo questa figura femminile ci insegna un strada: dalla più grande disperazione possiamo emergere con in mano il nostro destino. E nella solitudine del dolore, che ci spacca e ci riunisce, possiamo finalmente  ricominciare a intraprendere il nostro cammino.

Il destino cambia se noi viviamo le matrici femminili della vita, quelle umili e silenziose, che oggi sono quasi perse nelle nebbie dei tempi passati. Non la competizione, non la prevaricazione, non l’efficienza e ne la produzione ma la cura, l’accompagnamento e il sostegno silenzioso. Il femminile dovrebbe essere l’esperto dell’accoglienza, dell’impotenza, della disperazione, dell’attraversare i confini tra visibile e invisibile, tra vita e morte. È il femminile che genera la vita, e chi ha generato figli, infatti, sa benissimo quanto questa soglia sia vicino alla morte, come si tocchi con mano la paura dell’abisso proprio mentre si assiste al miracolo della vita.

Bisogna vivere la propria esistenza così come si presenta, così come Dio ce la presenta, con le regole da lui stesso fornite in tutte le circostanze e in tutti i suoi aspetti; bisogna compiere tutto quello che ci viene imposto seguendo le regole del decalogo, con passione ed attenzione, per lasciare –nel mentre noi ci sforziamo nella disumana realizzazione dell’ “assolvimento perfetto” – a Dio il tempo di riesaminare il tutto.

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E. Simonetti
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