I Domenica di Quaresima – Anno B – 18 febbraio 2018

Il Vangelo Strabico


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I Domenica di Quaresima

Non c’è vittoria senza ferita di guerra.

Non c’è arcobaleno senza la pioggia

(Genesi 9,8-15; 1 Pietro 3,18-22; Marzo 1,12-15)

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo»”.

Ancora una volta l’invito alla conversione per essere liberi nel cuore e aperti nella mente al fine di poter credere, aderire al vangelo, la buona notizia. L’accoglienza del vangelo non accade teoricamente, col bluetooth o via wifi,  quasi fosse una sorte di travaso silente e impercettibile nella vita. Il vangelo non è una teoria, una formula, una filosofia, ma è una persona Gesù stesso. Credervi significa averne fatto esperienza averlo incontrato. E questo trasforma in modo anche frastornante la propria vita. Accade una rivoluzione.

Questo incontro accade in molti modi, ognuno ha il suo. Molto spesso accade che dopo un periodo triste, problematico, caotico, si trova il sereno e ci si dischiude alla facilità di un dialogo e di un innesto religioso nella propria vita. Taluni dopo una malattia, dopo aver sperimentato la solitudine, l’aridità incontrano la fioritura e la soluzione. Altri si sentono raggiunti ed invasi da una chiamata che li cambia, li trasforma, mettendoli incammino alla sequela di Gesù.

A tutti capita di sperimentare il vuoto, l’arsura, l’aridità dell’anima e delle relazioni. Poi all’improvviso scoppia la vita, rifiorisce il sorriso, si distende l’animo e s’inizia un nuovo percorso. Il deserto, come luogo geografico, è molto esplicativo per narrare questa situazione e nella storia biblica proprio il deserto è uno dei luoghi in cui si svolge la storia dell’incontro di Dio col suo popolo. Gesù stesso andò ad abitare momentaneamente nel deserto rimanendovi per quaranta giorni. Proprio lo stesso spazio temporale della quaresima che è appena iniziata con l’austero gesto delle ceneri depositate sul capo chino di chi ha desiderato sottoporsi a questa forma penitenziale.

Ma proprio da quando Gesù è stato cittadino del deserto, non c’è situazione, o deserto che non abbia la possibilità di diventare giardino. Non c’è vittoria senza ferita di guerra. Non c’è arcobaleno senza la pioggia. Dio semina nella nostra vita anche quando il terreno è arido perché sa che anche una sola goccia di rugiada mattutina è capace di far fiorire e spuntare la vita lì dove c’era solo polvere inadatta alla vita e alla germinazione. La forza dirompente della  fecondità è solo sua.

Sappiamo bene che l’immagine del deserto non è solo di sapore e gusto geografico, ma è anche rappresentativo della sterilità ed aridità della vita umana. Allora, analogamente, si applica al cuore insterilito dell’uomo ciò che si è detto del deserto. Non c’è solitudine umana, sofferenza, aridità che non possano essere sconfitte, e la goccia della vita, la rugiada trasformante, la forza della fecondità è l’amore. Per un uomo l’amore più assoluto, gratuito, generoso è solo quello di Dio. Solo quando il cuore dell’uomo si apre alla conversione, all’invasione pacifica e gratificante della luce di Dio, tutto si trasforma. Finanche la morte diventa vita. Rifiorisce il deserto, ripartono le energie, si trasformano i lamenti in canti di gioia. Ecco perché l’invito di Gesù a convertirsi ed aprirsi al vangelo. In questo modo ci indica i rivoli di vita e le cascate di grazie che ne derivano. Tutti, se vogliamo, convertendoci, possiamo trovare pagliuzze d’oro nel terreno arido, sassoso e desertico della vita. Basta convertirsi e credere al vangelo.

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