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«Dio perdona. Ma chiede che gli uomini perdonino il prossimo»

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Così il pontefice durante l’Omelia a Santa Marta di questa mattina

di Alessandro De Carolis

Dio è onnipotente ma anche la sua onnipotenza in certo modo si ferma davanti alla porta chiusa di un cuore. Un cuore che non intende perdonare chi lo ha ferito. Papa Francesco prende spunto dal Vangelo del giorno nel quale Gesù spiega a Pietro che bisogna perdonare “settanta volte sette”, che equivale a “sempre”, per riaffermare che il perdono di Dio per noi e il nostro perdono agli altri sono strettamente connessi.

“Perdonami”, non “scusami”
Tutto parte – spiega Francesco – da come noi per primi ci presentiamo a Dio per chiedere di essere perdonati. L’esempio il Papa lo trae dalla Lettura del giorno, che mostra il profeta Azaria invocare clemenza per il peccato del suo popolo, che sta soffrendo ma anche colpevole di aver “abbandonato la legge del Signore”. Azaria, indica Francesco, non protesta, “non si lamenta davanti a Dio” per le sofferenze, piuttosto riconosce gli errori del popolo e “si pente”:
“Chiedere perdono è un’altra cosa, è un’altra cosa che chiedere scusa. Io sbaglio? Ma, scusami, ho sbagliato… Ho peccato! Niente a che fare, una cosa con l’altra. Il peccato non è un semplice sbaglio. Il peccato è idolatria, è adorare l’idolo, l’idolo dell’orgoglio, della vanità, del denaro, del ‘me stesso’, del benessere… Tanti idoli che noi abbiamo. E per questo, Azaria non chiede scusa: chiede perdono”.

Perdona chi ti ha fatto del male
Il perdono va chiesto sinceramente, col cuore, e di cuore deve essere donato a chi ci ha fatto un torto. Come il padrone della parabola evangelica raccontata da Gesù, che condona un debito enorme a un suo servo perché si muove a compassione delle sue suppliche. E non come quello stesso servo fa con un suo pari, trattandolo senza pietà e facendolo gettare in carcere pur essendo creditore da lui di una somma irrisoria. La dinamica del perdono – ricorda in sostanza Francesco – è quella insegnata da Gesù stesso nel “Padre Nostro”:
“Gesù ci insegna a pregare così, il Padre: ‘Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori’. Se io non sono capace di perdonare, non sono capace di chiedere perdono. ‘Ma, Padre, io mi confesso, vado a confessarmi…’. ‘E che fai prima di confessarti?’. ‘Ma, io penso alle cose che ho fatto male…’. ‘Va bene’. ‘Poi chiedo perdono al Signore e prometto di non farne più…’. ‘Bene. E poi vai dal sacerdote? Prima ti manca una cosa: hai perdonato a quelli che ti hanno fatto del male?’”.

Consapevoli del peccato
In una parola, riassume Francesco, “il perdono che Dio ti darà” richiede “il perdono che tu dai agli altri”:
“Questo è il discorso che Gesù ci insegna sul perdono. Primo: chiedere perdono non è un semplice chiedere scusa, è essere consapevoli del peccato, dell’idolatria che io ho fatto, delle tante idolatrie. Secondo: Dio sempre perdona, sempre. Ma chiede che io perdoni. Se io non perdono, in un certo senso chiudo la porta al perdono di Dio. ‘Rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori’”.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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di Alessandro De Carolis

Dio è onnipotente ma anche la sua onnipotenza in certo modo si ferma davanti alla porta chiusa di un cuore. Un cuore che non intende perdonare chi lo ha ferito. Papa Francesco prende spunto dal Vangelo del giorno nel quale Gesù spiega a Pietro che bisogna perdonare “settanta volte sette”, che equivale a “sempre”, per riaffermare che il perdono di Dio per noi e il nostro perdono agli altri sono strettamente connessi.

“Perdonami”, non “scusami”
Tutto parte – spiega Francesco – da come noi per primi ci presentiamo a Dio per chiedere di essere perdonati. L’esempio il Papa lo trae dalla Lettura del giorno, che mostra il profeta Azaria invocare clemenza per il peccato del suo popolo, che sta soffrendo ma anche colpevole di aver “abbandonato la legge del Signore”. Azaria, indica Francesco, non protesta, “non si lamenta davanti a Dio” per le sofferenze, piuttosto riconosce gli errori del popolo e “si pente”:
“Chiedere perdono è un’altra cosa, è un’altra cosa che chiedere scusa. Io sbaglio? Ma, scusami, ho sbagliato… Ho peccato! Niente a che fare, una cosa con l’altra. Il peccato non è un semplice sbaglio. Il peccato è idolatria, è adorare l’idolo, l’idolo dell’orgoglio, della vanità, del denaro, del ‘me stesso’, del benessere… Tanti idoli che noi abbiamo. E per questo, Azaria non chiede scusa: chiede perdono”.

Perdona chi ti ha fatto del male
Il perdono va chiesto sinceramente, col cuore, e di cuore deve essere donato a chi ci ha fatto un torto. Come il padrone della parabola evangelica raccontata da Gesù, che condona un debito enorme a un suo servo perché si muove a compassione delle sue suppliche. E non come quello stesso servo fa con un suo pari, trattandolo senza pietà e facendolo gettare in carcere pur essendo creditore da lui di una somma irrisoria. La dinamica del perdono – ricorda in sostanza Francesco – è quella insegnata da Gesù stesso nel “Padre Nostro”:
“Gesù ci insegna a pregare così, il Padre: ‘Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori’. Se io non sono capace di perdonare, non sono capace di chiedere perdono. ‘Ma, Padre, io mi confesso, vado a confessarmi…’. ‘E che fai prima di confessarti?’. ‘Ma, io penso alle cose che ho fatto male…’. ‘Va bene’. ‘Poi chiedo perdono al Signore e prometto di non farne più…’. ‘Bene. E poi vai dal sacerdote? Prima ti manca una cosa: hai perdonato a quelli che ti hanno fatto del male?’”.

Consapevoli del peccato
In una parola, riassume Francesco, “il perdono che Dio ti darà” richiede “il perdono che tu dai agli altri”:
“Questo è il discorso che Gesù ci insegna sul perdono. Primo: chiedere perdono non è un semplice chiedere scusa, è essere consapevoli del peccato, dell’idolatria che io ho fatto, delle tante idolatrie. Secondo: Dio sempre perdona, sempre. Ma chiede che io perdoni. Se io non perdono, in un certo senso chiudo la porta al perdono di Dio. ‘Rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori’”.

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