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«Dio non si stanca di perdonare»

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Papa Francesco ha celebrato la Messa “in Cena Domini” al Carcere di Rebibbia a Roma. All’arrivo è stato accolto dai carcerati in festa. Strette di mano, abbracci, baci, benedizioni impartite col segno della croce in fronte, ma anche tante parole sussurrate alle orecchie di Francesco. Accompagnato dal cappellano, don Sandro Spriano, il Papa ha infatti salutato, uno ad uno, i detenuti che si sporgevano dalle transenne.

“Ringrazio tutti voi dell’accoglienza, tanto calorosa e sentita, grazie tante!”, ha detto Franceso prima di entrare nella Chiesa “Padre Nostro” per celebrare la Messa “in Cena Domini”, durante la quale ha lavato i piedi ad alcuni detenuti e detenute della vicina Casa circondariale femminile.
Bbambino.jpg
«Questo Giovedì Gesù era a tavola con i dodici, stava celebrando la festa di Pasqua, e il brano del Vangelo che abbiamo sentito dice una frase che è proprio il centro di quello che Gesù ha fatto per tutti noi: ‘Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine’».
Con queste parole il Papa ha iniziato l’omelia della Messa “in Coena Domini”, celebrata nel carcere di Rebibbia, dove subito dopo ha lavato i piedi di dodici detenuti e detenute.
Reb460.jpg
«Gesù cui amò, Gesù ci ama!», ha esclamato il Papa nell’omelia, durata circa cinque minuti e pronunciata interamente a braccio: «Ma senza limite – ha proseguito – sempre, fino alla fine. L’amore di Gesù per noi non ha limiti: sempre di più, sempre di più, non si stanca di amare, a nessuno: ama tutti noi, al punto di dare la vita per noi, per tutti noi. Dare la vita per ognuno di noi, e ognuno di noi può dire: dare la vita per me. Ha dato la vita per ognuno, con il suo nome e cognome: il suo amore è così, è personale».
Acarezzadet.jpg
«L’amore di Gesù non delude mai – ha commentato il Papa – perché lui non si stanca di amare, come non si stanca di perdonarci, di abbracciarci. Gesù ci amò, a ognuno di noi, fino alla fine».
carcere3.JPG
Nel carcere sono stati giorni di attesa molto forte, come ha raccontato alla Radio Vaticana Daniela de Robert, volontaria a Rebibbia, presidente dell’associazione VIC volontari in carcere della Caritas di Roma.
OR1.jpg
(Osservatore Romano)
“Un’attesa – ha detto – gioiosa tra tutti, in particolare naturalmente, tra quei 300 che potranno partecipare alla Messa, 150 uomini e 150 donne. Un’attesa coinvolgente perché è un ennesimo segnale di Papa Francesco di vicinanza con questa periferia che è il mondo del carcere. Un segnale di attenzione che cambia sensibilmente la vita delle persone”.
XApapadet2.jpg
“Ricordo – riprende la volontaria – quando Francesco incontrò i cappellani delle carceri e raccontò di queste sue telefonate con i detenuti e disse: “Quando metto giù il telefono mi chiedo perché loro sono lì e io no”. È un modo di dire: “Non siete diversi da noi, non siete il male, non siete le persone che dobbiamo allontanare. Siamo tutti uguali con destini diversi, con scelte diverse, con peccati forse anche diversi, ma il giudizio non serve”.
XBpapadet3.jpg
“Certamente – conclude Daniela de Robert – la visita e la celebrazione di Francesco lascerà speranza, una solitudine meno profonda. Lascerà il senso di non esser proprio gli ultimi della Terra, lascerà forse la voglia di cambiare grazie a questo gesto, lascerà la sensazione di essere uomini e donne come gli altri e di avere diritti come gli altri, ma anche doveri come gli altri.
Ypapade460.jpg

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Papa Francesco ha celebrato la Messa “in Cena Domini” al Carcere di Rebibbia a Roma. All’arrivo è stato accolto dai carcerati in festa. Strette di mano, abbracci, baci, benedizioni impartite col segno della croce in fronte, ma anche tante parole sussurrate alle orecchie di Francesco. Accompagnato dal cappellano, don Sandro Spriano, il Papa ha infatti salutato, uno ad uno, i detenuti che si sporgevano dalle transenne.

“Ringrazio tutti voi dell’accoglienza, tanto calorosa e sentita, grazie tante!”, ha detto Franceso prima di entrare nella Chiesa “Padre Nostro” per celebrare la Messa “in Cena Domini”, durante la quale ha lavato i piedi ad alcuni detenuti e detenute della vicina Casa circondariale femminile.
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«Questo Giovedì Gesù era a tavola con i dodici, stava celebrando la festa di Pasqua, e il brano del Vangelo che abbiamo sentito dice una frase che è proprio il centro di quello che Gesù ha fatto per tutti noi: ‘Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine’».
Con queste parole il Papa ha iniziato l’omelia della Messa “in Coena Domini”, celebrata nel carcere di Rebibbia, dove subito dopo ha lavato i piedi di dodici detenuti e detenute.
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«Gesù cui amò, Gesù ci ama!», ha esclamato il Papa nell’omelia, durata circa cinque minuti e pronunciata interamente a braccio: «Ma senza limite – ha proseguito – sempre, fino alla fine. L’amore di Gesù per noi non ha limiti: sempre di più, sempre di più, non si stanca di amare, a nessuno: ama tutti noi, al punto di dare la vita per noi, per tutti noi. Dare la vita per ognuno di noi, e ognuno di noi può dire: dare la vita per me. Ha dato la vita per ognuno, con il suo nome e cognome: il suo amore è così, è personale».
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«L’amore di Gesù non delude mai – ha commentato il Papa – perché lui non si stanca di amare, come non si stanca di perdonarci, di abbracciarci. Gesù ci amò, a ognuno di noi, fino alla fine».
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“Un’attesa – ha detto – gioiosa tra tutti, in particolare naturalmente, tra quei 300 che potranno partecipare alla Messa, 150 uomini e 150 donne. Un’attesa coinvolgente perché è un ennesimo segnale di Papa Francesco di vicinanza con questa periferia che è il mondo del carcere. Un segnale di attenzione che cambia sensibilmente la vita delle persone”.
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“Ricordo – riprende la volontaria – quando Francesco incontrò i cappellani delle carceri e raccontò di queste sue telefonate con i detenuti e disse: “Quando metto giù il telefono mi chiedo perché loro sono lì e io no”. È un modo di dire: “Non siete diversi da noi, non siete il male, non siete le persone che dobbiamo allontanare. Siamo tutti uguali con destini diversi, con scelte diverse, con peccati forse anche diversi, ma il giudizio non serve”.
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“Certamente – conclude Daniela de Robert – la visita e la celebrazione di Francesco lascerà speranza, una solitudine meno profonda. Lascerà il senso di non esser proprio gli ultimi della Terra, lascerà forse la voglia di cambiare grazie a questo gesto, lascerà la sensazione di essere uomini e donne come gli altri e di avere diritti come gli altri, ma anche doveri come gli altri.
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