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Dietro ogni «no» della Chiesa c’è il suo «sì» a Cristo.

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All’indomani dell’uscita dell’intervista di padre Antonio Spadaro a Papa Francesco nella traduzione inglese proposta dalla rivista dei gesuiti America, in un bel commento pubblicato dalla National Review l’intellettuale cattolico statunitense George Weigel prova a spiegare in cosa consista davvero la “rivoluzione Bergoglio”. E perché questa “rivoluzione” non sarà mai compresa fino in fondo da «quelli che si immaginano la Chiesa cattolica essenzialmente come un’agenzia politica nella quale la “linea” può cambiare allo stesso modo in cui cambia in America quando un nuovo governatore entra a palazzo» (Weigel cita più volte come esempio in proposito il New York Times, ma come vedremo anche in Italia sono diversi i direttori di quotidiani a cui dovrebbero fischiare le orecchie).

LA VOCAZIONE DI MATTEO. Senior Fellow all’Ethics and Public Policy Center di Washington, autore di una importante biografia di Giovanni Paolo II, Weigel parte da quello che secondo lui è il «dettaglio più rivelatore» dell’intervista del Pontefice, ovvero il passaggio in cui racconta di sentirsi come il Matteo del Caravaggio esposto a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi: «Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo», ha detto il Pontefice. «Questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”». Bergoglio, scrive Weigel, «è proprio questo, un discepolo cristiano radicalmente convertito che ha sentito la misericordia di Dio nella propria vita». Ecco perché il Papa preferisce insistere sulla cura delle ferite degli uomini piuttosto che sulla morale. Non per un inspiegabile pulsione al “cambiamento”, ma per l’esperienza avvincente dell’incontro con Cristo che chiede la conversione.

LA RADICE DELLA MORALE. «La legge morale è importante, e non si dovrebbe dubitare che Francesco creda e professi tutto ciò che la Chiesa cattolica crede e professa come vero», spiega l’intellettuale americano. «Ma lui capisce anche che uomini e donne abbracceranno molto più facilmente quelle verità morali – sul diritto inalienabile alla vita dal concepimento alla morte naturale, sulla sessualità e su come essa dovrebbe essere vissuta – se prima hanno abbracciato Gesù Cristo come Signore». Del resto, lo stesso «Francesco sottolinea che su questioni come l’aborto, l’eutanasia, la natura del matrimonio e la castità “il parere della Chiesa lo si conosce”, e che lui è un “figlio della Chiesa” che accetta quegli insegnamenti come veri». Ma non è questo il punto. Il punto, continua Weigel, «è quello che dice il Papa quando spiega a Spadaro che “l’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, (…) ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. (…) La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali”». Ecco da dove viene, secondo Weigel, il particolare accento del Papa argentino: «Ogni volta che la Chiesa dice “no”, lo dice sulla base di un più alto e più avvincente “sì”: sì alla dignità e al valore di ogni vita umana, che la Chiesa afferma perché ha abbracciato Gesù come Signore e Lo proclama davanti a un mondo sempre più tentato di misurare gli esseri umani sulla base della loro utilità invece che della loro dignità».

LA GERARCHIA DELLE VERITÀ. Secondo Weigel è proprio questo «cristocentrismo radicale» di Papa Francesco (cioè questo suo «insistere che tutto nella Chiesa inizia con Gesù Cristo e deve condurre uomini e donne a Gesù Cristo») a «illuminare» anche una delle affermazioni più discusse dell’intervista di padre Spadaro, ovvero quella secondo cui «gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti». «Questo naturalmente non significa che alcuni di quegli insegnamenti non siano veri», osserva Weigel; «significa invece che alcune verità ci aiutano a cogliere il senso di altre verità». Infatti, senza l’incontro con Cristo e l’annuncio della salvezza in Lui, «non sarai molto interessato in ciò che la Chiesa cattolica ha da dire nel nome di Gesù riguardo a c0sa contribuisce alla felicità umana e a cosa al contrario contribuisce alla decadenza e all’infelicità».

L’IMMAGINE DISTORTA. «L’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa», ha detto il Santo Padre al direttore della Civiltà cattolica. «La Chiesa dice “sì” prima di dire “no”», ripete Weigel sulla National Review. «E non esiste alcun “no” che la Chiesa pronuncia che non sia ultimamente un riflesso del suo “sì” a Gesù Cristo, al Vangelo e a ciò che Cristo e il Vangelo affermano riguardo alla dignità umana». È ovvio, perciò che chi osserva e giudica la Chiesa e l’operato della sua guida secondo categorie politiche non potrà mai capire fino in fondo la rivoluzione-conversione di Bergoglio, anzi «continuerà a travisare Papa Francesco rappresentandolo come un fautore del cambiamento dottrinale e morale, di quelli che sarebbero approvati dal board editoriale del New York Times», sebbene questa secondo Weigel sia «un’assurdità».

L’OSSESSIONE È TUTTA VOSTRA. «Bergoglio è determinato a reindirizzare l’attenzione della Chiesa, e l’attenzione del mondo, verso Gesù Cristo», ribadisce il biografo di Wojtyla. «In questo, il suo papato sarà in continuità con quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI». Sarà dunque difficile che il mondo riesca ad accogliere questo papa “per intero” senza rimanere profondamente sconvolto. Ma coloro che vorranno provarci, conclude Weigel «invece di estrapolare 17 parole da un’intervista di 12 mila, troveranno il contesto in cui quelle 17 parole hanno un senso cattolico classico. “Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi”, ha detto il Papa al suo intervistatore. Perché? Perché è insistendo sulla conversione a Gesù Cristo, sull’approfondimento dell’amicizia con Lui, e sul magistero della Chiesa come strumento della misericordia divina che la Chiesa aiuterà gli altri a comprendere il senso del suo insegnamento su quegli argomenti – dai quali è il New York Times a essere ossessionato, non la Chiesa cattolica – e inizierà a trasformare una cultura profondamente ferita».

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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LA VOCAZIONE DI MATTEO. Senior Fellow all’Ethics and Public Policy Center di Washington, autore di una importante biografia di Giovanni Paolo II, Weigel parte da quello che secondo lui è il «dettaglio più rivelatore» dell’intervista del Pontefice, ovvero il passaggio in cui racconta di sentirsi come il Matteo del Caravaggio esposto a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi: «Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo», ha detto il Pontefice. «Questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”». Bergoglio, scrive Weigel, «è proprio questo, un discepolo cristiano radicalmente convertito che ha sentito la misericordia di Dio nella propria vita». Ecco perché il Papa preferisce insistere sulla cura delle ferite degli uomini piuttosto che sulla morale. Non per un inspiegabile pulsione al “cambiamento”, ma per l’esperienza avvincente dell’incontro con Cristo che chiede la conversione.

LA RADICE DELLA MORALE. «La legge morale è importante, e non si dovrebbe dubitare che Francesco creda e professi tutto ciò che la Chiesa cattolica crede e professa come vero», spiega l’intellettuale americano. «Ma lui capisce anche che uomini e donne abbracceranno molto più facilmente quelle verità morali – sul diritto inalienabile alla vita dal concepimento alla morte naturale, sulla sessualità e su come essa dovrebbe essere vissuta – se prima hanno abbracciato Gesù Cristo come Signore». Del resto, lo stesso «Francesco sottolinea che su questioni come l’aborto, l’eutanasia, la natura del matrimonio e la castità “il parere della Chiesa lo si conosce”, e che lui è un “figlio della Chiesa” che accetta quegli insegnamenti come veri». Ma non è questo il punto. Il punto, continua Weigel, «è quello che dice il Papa quando spiega a Spadaro che “l’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, (…) ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. (…) La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali”». Ecco da dove viene, secondo Weigel, il particolare accento del Papa argentino: «Ogni volta che la Chiesa dice “no”, lo dice sulla base di un più alto e più avvincente “sì”: sì alla dignità e al valore di ogni vita umana, che la Chiesa afferma perché ha abbracciato Gesù come Signore e Lo proclama davanti a un mondo sempre più tentato di misurare gli esseri umani sulla base della loro utilità invece che della loro dignità».

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LA GERARCHIA DELLE VERITÀ. Secondo Weigel è proprio questo «cristocentrismo radicale» di Papa Francesco (cioè questo suo «insistere che tutto nella Chiesa inizia con Gesù Cristo e deve condurre uomini e donne a Gesù Cristo») a «illuminare» anche una delle affermazioni più discusse dell’intervista di padre Spadaro, ovvero quella secondo cui «gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti». «Questo naturalmente non significa che alcuni di quegli insegnamenti non siano veri», osserva Weigel; «significa invece che alcune verità ci aiutano a cogliere il senso di altre verità». Infatti, senza l’incontro con Cristo e l’annuncio della salvezza in Lui, «non sarai molto interessato in ciò che la Chiesa cattolica ha da dire nel nome di Gesù riguardo a c0sa contribuisce alla felicità umana e a cosa al contrario contribuisce alla decadenza e all’infelicità».

L’IMMAGINE DISTORTA. «L’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa», ha detto il Santo Padre al direttore della Civiltà cattolica. «La Chiesa dice “sì” prima di dire “no”», ripete Weigel sulla National Review. «E non esiste alcun “no” che la Chiesa pronuncia che non sia ultimamente un riflesso del suo “sì” a Gesù Cristo, al Vangelo e a ciò che Cristo e il Vangelo affermano riguardo alla dignità umana». È ovvio, perciò che chi osserva e giudica la Chiesa e l’operato della sua guida secondo categorie politiche non potrà mai capire fino in fondo la rivoluzione-conversione di Bergoglio, anzi «continuerà a travisare Papa Francesco rappresentandolo come un fautore del cambiamento dottrinale e morale, di quelli che sarebbero approvati dal board editoriale del New York Times», sebbene questa secondo Weigel sia «un’assurdità».

L’OSSESSIONE È TUTTA VOSTRA. «Bergoglio è determinato a reindirizzare l’attenzione della Chiesa, e l’attenzione del mondo, verso Gesù Cristo», ribadisce il biografo di Wojtyla. «In questo, il suo papato sarà in continuità con quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI». Sarà dunque difficile che il mondo riesca ad accogliere questo papa “per intero” senza rimanere profondamente sconvolto. Ma coloro che vorranno provarci, conclude Weigel «invece di estrapolare 17 parole da un’intervista di 12 mila, troveranno il contesto in cui quelle 17 parole hanno un senso cattolico classico. “Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi”, ha detto il Papa al suo intervistatore. Perché? Perché è insistendo sulla conversione a Gesù Cristo, sull’approfondimento dell’amicizia con Lui, e sul magistero della Chiesa come strumento della misericordia divina che la Chiesa aiuterà gli altri a comprendere il senso del suo insegnamento su quegli argomenti – dai quali è il New York Times a essere ossessionato, non la Chiesa cattolica – e inizierà a trasformare una cultura profondamente ferita».

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