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Dianich: Vi racconto Gesù

Il Vangelo non è un trattato, è un racconto

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di: Lorenzo Prezzi

Il Vangelo non è un trattato, è un racconto. La fede non è un sistema, è la vita cristiana. La teologia non è speculazione, ma riflessione nella Chiesa sull’Abbà di Gesù. Così succede che un teologo fra i maggiori del post-concilio italiano, don Severino Dianich, che ha alle sue spalle centinaia di pubblicazioni specialistiche, scriva un libricino di un centinaio di pagine per raccontare Gesù «a chi non ne sa nulla o ha dimenticato». Un racconto piano, senza una nota, senza un rimando, senza nessun “nodo” problematico: nient’altro che una storia dell’uomo di Nazareth. Come un nonno coi suoi nipoti o un parroco con i suoi bambini del catechismo.

Credo che questo riesca bene solo al teologo che ha la passione per la sua gente e la sua Chiesa. Solo chi ha attraversato molte stagioni, conosciuto molte ferite, condiviso molti entusiasmi, accompagnato il popolo credente ha il giusto disinteresse e libertà interiore per arrivare al nocciolo del Vangelo e alla semplificazione massima delle parole.

Tutto parte dall’incendio di Roma provocato (così si dice) da Nerone con l’accusa ai cristiani di esserne all’origine. Sospettati perché «stavano seminando nella popolazione dell’impero un’idea pericolosa per lo stato».

Dalla persecuzione si risale all’indietro, fino a Nazareth, uno sperduto villaggio di povera gente della Galilea, dove si avvia la vicenda di Gesù.

Ed eccolo battezzato nel Giordano e tentato nel deserto. «Lunghi giorni nel deserto a pregare e a pensare: come fare? Un tempo per decidere e il tormento del dubbio, dell’incertezza sulla strada da intraprendere. Fu allora che si insinuarono le tentazioni del diavolo». Il miracolo clamoroso, il potere politico, la forza incontenibile del divino «erano vaneggiamenti che gli passavano per la testa, nell’immensa solitudine del deserto? Ma poteva essere, davvero, l’ostentazione della sua potenza divina a cambiare il cuore degli uomini? Gli fu chiaro: era una tentazione diabolica».

La storia dei suoi miracoli e delle sue parole si snoda con un’evidenza sempre maggiore non solo del legame con la Legge del popolo d’Israele, ma anche che una consapevolezza e autorità non compatibile con un semplice maestro e rabbino. Guariva i malati, ma «i suoi miracoli dovevano essere il segno della compassione di Dio per la sofferenza umana e la testimonianza che Dio ama gli uomini». Così i confini si allargano ai popoli, così chiunque è chiamato a nascere una seconda volta, come ha chiesto a Nicodemo in un lungo dialogo notturno.

Storie affascinanti e incontri sorprendenti come con la samaritana al pozzo o dialoghi amicali come nella casa di Marta e Maria lievitano una dimensione spirituale che si apre alla preghiera e al mistero. Percorso pericoloso per tutti i poteri.

«Egli non aveva nessuna autorità, neppure era un sacerdote, non poteva permettersi di contestare le norme che regolavano la vita del tempio. “Un giorno il tempio – egli disse con incredibile audacia – potrebbe anche essere distrutto. Chi crede in me saprà sempre come e dove cercare Dio”. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Dopo pochi giorni sarà catturato, consegnato ai romani e crocifisso».

Ma poi è risorto. «Era questa la buona notizia che egli consegnava (ai discepoli) e voleva che essi diffondessero dovunque. Che l’amore vince l’odio e la morte: questa la speranza capace di cambiare il mondo. Li lasciò così, di colpo, senza che potessero dire come se n’era andato».

Agli apostoli e a noi è rimasto il gesto di quell’ultima cena. Le generazioni cristiane non se lo dimenticheranno mai. «È il più importante atto di culto, per il quale i cristiani si radunano ogni domenica e rendono gloria a Dio, ripetendo quel gesto di Gesù».

Per chi conosce l’imponente opera teologica di don Severino Dianich, la sua attività di animatore dell’Associazione teologica italiana, la sua coraggiosa partecipazione ai dibattiti ecclesiali di questi decenni può avvertire la connessione di un racconto elementare con una complessiva visione di Chiesa, alimentata dal concilio Vaticano II.

Anche nelle tensioni più difficili dei decenni scorsi, ampiamente pagate, per don Severino la dimensione della fede e della sua trasmissione ha avuto sempre la meglio sugli interessi di Chiesa. Ma anche per chi non conosce tutto questo, il racconto della vita di Gesù di Nazareth placa i desideri più profondi e dispone ad un consenso felice.

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Il Vangelo non è un trattato, è un racconto. La fede non è un sistema, è la vita cristiana. La teologia non è speculazione, ma riflessione nella Chiesa sull’Abbà di Gesù. Così succede che un teologo fra i maggiori del post-concilio italiano, don Severino Dianich, che ha alle sue spalle centinaia di pubblicazioni specialistiche, scriva un libricino di un centinaio di pagine per raccontare Gesù «a chi non ne sa nulla o ha dimenticato». Un racconto piano, senza una nota, senza un rimando, senza nessun “nodo” problematico: nient’altro che una storia dell’uomo di Nazareth. Come un nonno coi suoi nipoti o un parroco con i suoi bambini del catechismo.

Credo che questo riesca bene solo al teologo che ha la passione per la sua gente e la sua Chiesa. Solo chi ha attraversato molte stagioni, conosciuto molte ferite, condiviso molti entusiasmi, accompagnato il popolo credente ha il giusto disinteresse e libertà interiore per arrivare al nocciolo del Vangelo e alla semplificazione massima delle parole.

Tutto parte dall’incendio di Roma provocato (così si dice) da Nerone con l’accusa ai cristiani di esserne all’origine. Sospettati perché «stavano seminando nella popolazione dell’impero un’idea pericolosa per lo stato».

Dalla persecuzione si risale all’indietro, fino a Nazareth, uno sperduto villaggio di povera gente della Galilea, dove si avvia la vicenda di Gesù.

Ed eccolo battezzato nel Giordano e tentato nel deserto. «Lunghi giorni nel deserto a pregare e a pensare: come fare? Un tempo per decidere e il tormento del dubbio, dell’incertezza sulla strada da intraprendere. Fu allora che si insinuarono le tentazioni del diavolo». Il miracolo clamoroso, il potere politico, la forza incontenibile del divino «erano vaneggiamenti che gli passavano per la testa, nell’immensa solitudine del deserto? Ma poteva essere, davvero, l’ostentazione della sua potenza divina a cambiare il cuore degli uomini? Gli fu chiaro: era una tentazione diabolica».

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Storie affascinanti e incontri sorprendenti come con la samaritana al pozzo o dialoghi amicali come nella casa di Marta e Maria lievitano una dimensione spirituale che si apre alla preghiera e al mistero. Percorso pericoloso per tutti i poteri.

«Egli non aveva nessuna autorità, neppure era un sacerdote, non poteva permettersi di contestare le norme che regolavano la vita del tempio. “Un giorno il tempio – egli disse con incredibile audacia – potrebbe anche essere distrutto. Chi crede in me saprà sempre come e dove cercare Dio”. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Dopo pochi giorni sarà catturato, consegnato ai romani e crocifisso».

Ma poi è risorto. «Era questa la buona notizia che egli consegnava (ai discepoli) e voleva che essi diffondessero dovunque. Che l’amore vince l’odio e la morte: questa la speranza capace di cambiare il mondo. Li lasciò così, di colpo, senza che potessero dire come se n’era andato».

Agli apostoli e a noi è rimasto il gesto di quell’ultima cena. Le generazioni cristiane non se lo dimenticheranno mai. «È il più importante atto di culto, per il quale i cristiani si radunano ogni domenica e rendono gloria a Dio, ripetendo quel gesto di Gesù».

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Tratto da: Settimana News

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