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D’Avenia: senza coscienza e responsabilità i nostri ragazzi sono infelici

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In attesa del suo nuovo romanzo “L’appello”, Alessandro D’Avenia ci vuole già presenti a una sfida essenziale: stiamo mostrando ai giovani cosa è bene e cosa male, per cosa vale la pena vivere?

Questa nuova settimana inizia per me, per moltissimi credo, con un forte senso di disorientamento. Ho visto le proteste in piazza a Napoli e Roma, ho ascoltato tutte le novità che riguardano la vita quotidiana alla luce del nuovo dpcm, sono in attesa di sapere se domani per mio figlio maggiore partirà la DAD. Tutto è sospeso, problematico, faticoso e, perciò, ho addosso quella paura smarrita che lascia prostrati.

Tra i mille titoli che nei quotidiani raccontano il quadro allarmante e molto incognito della nuova stretta del virus, ammetto di essermi limitata a leggere integralmente solo due contributi, quello di ieri di Susanna Tamaro – dal titolo chiaro Diteci poche cose ma giuste – e quello di oggi di Alessandro D’Avenia. Entrambi sul Corriere.

Quando Roma brucia – scrisse Chesterton – non serve a niente riempire un secchio d’acqua e rovesciarlo sulle fiamme, bisogna mettersi a studiare il sistema idraulico della città. La logica del rimedio svelto è fallace. Quando le cose si mettono male, è proprio il tempo di andare all’origine di tutto.

Non si può essere felici facendo finta di non avere la coscienza, possiamo farla tacere, ma anche questa è una scelta. (da Corriere)

Felicità e coscienza, sono due parole al centro dell’ottimo spunto di riflessione che D’Avenia ha messo sul tavolo. E sono proprio il centro e l’origine del mistero dell’uomo.

Rispondiamo all’appello

Tantissimi sono in attesa del suo nuovo romanzo L’appello che uscirà ai primi di novembre. Il titolo e la copertina, creata da sua sorella Marta D’Avenia, ci offrono già indizi precisi di cosa ci aspetta quando lo apriremo.

Entrare in classe e rivolgersi a un ragazzo chiedendogli di rispondere: “Presente!” è l’arma di speranza che ogni insegnante imbraccia ogni mattina – pure con la DAD. Ne parlava qualche mese fa con noi Andrea Monda, ricordando che “presente” significa anche “dono”. 

Ed è un dono enorme far riscoprire a noi stessi e ai più giovani quale tesoro ci sia nel verbo rispondere. Siamo abbagliati dal pregiudizio che la nostra persona e personalità si fondino su verbi «di puro protagonismo», invece l’essenza sublime dell’uomo è nella risposta. Anche il pianto del neonato è una risposta, un Sì all’avventura della Creazione iniziata da Dio. Come i fiori nella copertina, le anime sbocciano quando rispondono a una chiamata. Il tuffo coraggioso che D’Avenia ha proposto stamatiina dalle colonne del Corriere è quello di ricordarci che responsabilità non è una brutta parola, ma è l’inizio della strada per la felicità che può percorrere solo chi risponde.

Tribunali senza assoluzione

Torben, durante un litigio ha ucciso la moglie ma, nonostante la sua confessione spontanea, nessuno vuole riconoscerlo colpevole.

L’appello c’è anche in tribunale. Anche in tribunale si può essere chiamati a rispondere di un atto compiuto. E se non esistessero i tribunali? Se l’uomo diventasse così bravo da estirpare quella vetusta tara sul bene e male che ci portiamo addosso? E’ una scena del romanzo da cui D’Avenia prende le mosse per la sua riflessione, L’uomo che voleva essere colpevole. Di fronte a un delitto commesso, anziché essere portato in giudizio il protagonista viene confortato. In molti lo rassicurano che nel mondo in cui vive non esistono colpevoli.

Eppure il protagonista, benché giuridicamente sollevato dalla colpa, non è felice: non gli basta che un giudice o uno psicologo lo dicano innocente per sentirsi tale, perché non può eliminare quella voce interiore, detta coscienza, che distingue il bene e il male. Dal male si esce solo prendendone le distanze nei fatti, non auto-assolvendosi o fingendo che non esista. (Ibid)

Forse per pura associazione di idee ho ripensato al film Minority Report; in quel caso l’utopia assurda era quella di arrestare i colpevoli prima che commettessero le loro colpe. Ma si può arrestare un uomo prima che compia il male? Ed è una domanda molto vicina a quella che emerge dal brano citato: basta che qualcuno dica che non sono colpevole per cancellare la ferita del male che ho dentro?

Tocca anche qui fare un citazione velocissima di Chesterton, il quale sosteneva che sempre più di frequente il mondo ritornerà ad accorgersi che togliendo la dottrina del peccato originale ogni discorso positivo e buono sull’uomo è impossibile. Ed è esattamente il punto. Quanti tentativi e sforzi affannosi fanno le ideologie contemporanee per tentare – invano – di strappare le radici del male con l’illusione di giustificarlo in mille modi? Qualunque sia il tentativo acrobatico, il risultato non cambia. L’uomo resta infelice, perché la coscienza continua a sussurrare la verità.

Demoralizzati

I ragazzi si demoralizzano quando non sono allenati a scegliere, perché non li abbiamo messi in condizione di farsi carico della realtà, di risponderle. Rispondere e responsabilità hanno la stessa radice: irresponsabile è infatti chi non sente la realtà e ciò accade se la cultura dominante la nasconde. (Ibid)

Rispondere è un verbo meraviglioso e liberante, perché implica il fatto che esiste qualcosa prima e al di fuori di me. Sui nostri figli pesa tantissimo questa ansia da originalità, creatività, visibilità. Sono abituati a pensare – perché questo è ciò che ci assedia ovunque – che solo affermare sia il verbo su cui costruire la propria persona. Rispondere sembra sempre da attori non protagonisti, comparse poco significative.

Nel libro citato prima c’è un uomo che vuole rispondere della sua colpa e non riuscendoci precipita nella più profonda infelicità. Anche senza aver commesso delitti o gesti gravi, se manca il vigore buono che arriva in dono con l’azione di rispondere la vita si spegne. Così D’Avenia lega in modo illuminante l’evidente malcontento apatico dei giovani e la grande assente dalla proposta che il mondo porta loro, la coscienza.

Non si può essere felici facendo finta di non avere la coscienza, possiamo farla tacere, ma anche questa è una scelta. Essere homo sapiens, ci piaccia o no, comporta essere liberi, cioè non solo sapere di esistere ma dovere/potere scegliere «come» esistere. Nessun animale si pente di aver ucciso, perché nessun animale, tranne l’uomo, distingue il bene e il male. (Ibid).

No agli eufemismi

La voce della coscienza c’è, ma può essere addormentata. Una delle capacità più vertiginose dell’uomo è la parola. Esprimendo in un certo modo i fatti, si può mascherare la realtà. Ringrazio con applausi sperticati il professor D’Avenia per aver puntato il dito contro l’imperante abbaglio degli eufemismi:

Pensiamo oggi a espressioni come «droghe leggere» che, a prescindere dagli effetti, fa passare l’idea che esistano droghe innocue, «gestazione per altri» per «affittare una donna», «baby squillo» per «prostituta minorenne», «lavoro flessibile» per «precariato»… (Ibid)

È nostro compito urgentissimo non addormentarci di fronte alla battaglia che si consuma a suon di parole. L’intorpidimento generale dipende anche dai sedativi che ci vengono propinati, abbiamo smesso di chiamare le cose con il loro nome. Anzi, vogliamo essere noi quelli che danno nomi nuovi alle cose per stare tranquilli, per glissare sulle ferite che non sappiamo medicare da soli o sulle colpe che non sappiamo perdonarci. Quale deriva estrema fosse implicata in questa presunzione lo intuì anche T. S. Eliot:

Essi cercano sempre di evadere

dal buio esteriore e interiore sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono. (da La Rocca)

Ma evadere non significa togliere. Mascherare da agnello il lupo, coprire il male con l’ovatta degli eufemismi ucciderà l’anima, perché le impedira di fare ciò su cui si misura la sua felicità: essere libera di scegliere l’alternativa al buio, essere libera di rispondere Sì alla chiamata del Bene. Siamo dunque pronti per la proposta-bomba, per l’invito a cui non si può dire di no? Ecco:

Torniamo a educare il carattere, cioè l’esercizio della libertà: le scelte. Quali responsabilità diamo ai ragazzi? Chi o cosa dipende da loro? Quali incarichi hanno a casa o fuori? Spesso sembrano apatici, ma semplicemente non abbiamo mostrato loro cosa è bene e cosa male, cosa è reale e cosa no, per cosa vale la pena vivere. (Ibid)

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In attesa del suo nuovo romanzo “L’appello”, Alessandro D’Avenia ci vuole già presenti a una sfida essenziale: stiamo mostrando ai giovani cosa è bene e cosa male, per cosa vale la pena vivere?

Questa nuova settimana inizia per me, per moltissimi credo, con un forte senso di disorientamento. Ho visto le proteste in piazza a Napoli e Roma, ho ascoltato tutte le novità che riguardano la vita quotidiana alla luce del nuovo dpcm, sono in attesa di sapere se domani per mio figlio maggiore partirà la DAD. Tutto è sospeso, problematico, faticoso e, perciò, ho addosso quella paura smarrita che lascia prostrati.

Tra i mille titoli che nei quotidiani raccontano il quadro allarmante e molto incognito della nuova stretta del virus, ammetto di essermi limitata a leggere integralmente solo due contributi, quello di ieri di Susanna Tamaro – dal titolo chiaro Diteci poche cose ma giuste – e quello di oggi di Alessandro D’Avenia. Entrambi sul Corriere.

Quando Roma brucia – scrisse Chesterton – non serve a niente riempire un secchio d’acqua e rovesciarlo sulle fiamme, bisogna mettersi a studiare il sistema idraulico della città. La logica del rimedio svelto è fallace. Quando le cose si mettono male, è proprio il tempo di andare all’origine di tutto.

Non si può essere felici facendo finta di non avere la coscienza, possiamo farla tacere, ma anche questa è una scelta. (da Corriere)

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Felicità e coscienza, sono due parole al centro dell’ottimo spunto di riflessione che D’Avenia ha messo sul tavolo. E sono proprio il centro e l’origine del mistero dell’uomo.

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Tantissimi sono in attesa del suo nuovo romanzo L’appello che uscirà ai primi di novembre. Il titolo e la copertina, creata da sua sorella Marta D’Avenia, ci offrono già indizi precisi di cosa ci aspetta quando lo apriremo.

Entrare in classe e rivolgersi a un ragazzo chiedendogli di rispondere: “Presente!” è l’arma di speranza che ogni insegnante imbraccia ogni mattina – pure con la DAD. Ne parlava qualche mese fa con noi Andrea Monda, ricordando che “presente” significa anche “dono”. 

Ed è un dono enorme far riscoprire a noi stessi e ai più giovani quale tesoro ci sia nel verbo rispondere. Siamo abbagliati dal pregiudizio che la nostra persona e personalità si fondino su verbi «di puro protagonismo», invece l’essenza sublime dell’uomo è nella risposta. Anche il pianto del neonato è una risposta, un Sì all’avventura della Creazione iniziata da Dio. Come i fiori nella copertina, le anime sbocciano quando rispondono a una chiamata. Il tuffo coraggioso che D’Avenia ha proposto stamatiina dalle colonne del Corriere è quello di ricordarci che responsabilità non è una brutta parola, ma è l’inizio della strada per la felicità che può percorrere solo chi risponde.

Tribunali senza assoluzione

Torben, durante un litigio ha ucciso la moglie ma, nonostante la sua confessione spontanea, nessuno vuole riconoscerlo colpevole.

L’appello c’è anche in tribunale. Anche in tribunale si può essere chiamati a rispondere di un atto compiuto. E se non esistessero i tribunali? Se l’uomo diventasse così bravo da estirpare quella vetusta tara sul bene e male che ci portiamo addosso? E’ una scena del romanzo da cui D’Avenia prende le mosse per la sua riflessione, L’uomo che voleva essere colpevole. Di fronte a un delitto commesso, anziché essere portato in giudizio il protagonista viene confortato. In molti lo rassicurano che nel mondo in cui vive non esistono colpevoli.

Eppure il protagonista, benché giuridicamente sollevato dalla colpa, non è felice: non gli basta che un giudice o uno psicologo lo dicano innocente per sentirsi tale, perché non può eliminare quella voce interiore, detta coscienza, che distingue il bene e il male. Dal male si esce solo prendendone le distanze nei fatti, non auto-assolvendosi o fingendo che non esista. (Ibid)

Forse per pura associazione di idee ho ripensato al film Minority Report; in quel caso l’utopia assurda era quella di arrestare i colpevoli prima che commettessero le loro colpe. Ma si può arrestare un uomo prima che compia il male? Ed è una domanda molto vicina a quella che emerge dal brano citato: basta che qualcuno dica che non sono colpevole per cancellare la ferita del male che ho dentro?

Tocca anche qui fare un citazione velocissima di Chesterton, il quale sosteneva che sempre più di frequente il mondo ritornerà ad accorgersi che togliendo la dottrina del peccato originale ogni discorso positivo e buono sull’uomo è impossibile. Ed è esattamente il punto. Quanti tentativi e sforzi affannosi fanno le ideologie contemporanee per tentare – invano – di strappare le radici del male con l’illusione di giustificarlo in mille modi? Qualunque sia il tentativo acrobatico, il risultato non cambia. L’uomo resta infelice, perché la coscienza continua a sussurrare la verità.

Demoralizzati

I ragazzi si demoralizzano quando non sono allenati a scegliere, perché non li abbiamo messi in condizione di farsi carico della realtà, di risponderle. Rispondere e responsabilità hanno la stessa radice: irresponsabile è infatti chi non sente la realtà e ciò accade se la cultura dominante la nasconde. (Ibid)

Rispondere è un verbo meraviglioso e liberante, perché implica il fatto che esiste qualcosa prima e al di fuori di me. Sui nostri figli pesa tantissimo questa ansia da originalità, creatività, visibilità. Sono abituati a pensare – perché questo è ciò che ci assedia ovunque – che solo affermare sia il verbo su cui costruire la propria persona. Rispondere sembra sempre da attori non protagonisti, comparse poco significative.

Nel libro citato prima c’è un uomo che vuole rispondere della sua colpa e non riuscendoci precipita nella più profonda infelicità. Anche senza aver commesso delitti o gesti gravi, se manca il vigore buono che arriva in dono con l’azione di rispondere la vita si spegne. Così D’Avenia lega in modo illuminante l’evidente malcontento apatico dei giovani e la grande assente dalla proposta che il mondo porta loro, la coscienza.

Non si può essere felici facendo finta di non avere la coscienza, possiamo farla tacere, ma anche questa è una scelta. Essere homo sapiens, ci piaccia o no, comporta essere liberi, cioè non solo sapere di esistere ma dovere/potere scegliere «come» esistere. Nessun animale si pente di aver ucciso, perché nessun animale, tranne l’uomo, distingue il bene e il male. (Ibid).

No agli eufemismi

La voce della coscienza c’è, ma può essere addormentata. Una delle capacità più vertiginose dell’uomo è la parola. Esprimendo in un certo modo i fatti, si può mascherare la realtà. Ringrazio con applausi sperticati il professor D’Avenia per aver puntato il dito contro l’imperante abbaglio degli eufemismi:

Pensiamo oggi a espressioni come «droghe leggere» che, a prescindere dagli effetti, fa passare l’idea che esistano droghe innocue, «gestazione per altri» per «affittare una donna», «baby squillo» per «prostituta minorenne», «lavoro flessibile» per «precariato»… (Ibid)

È nostro compito urgentissimo non addormentarci di fronte alla battaglia che si consuma a suon di parole. L’intorpidimento generale dipende anche dai sedativi che ci vengono propinati, abbiamo smesso di chiamare le cose con il loro nome. Anzi, vogliamo essere noi quelli che danno nomi nuovi alle cose per stare tranquilli, per glissare sulle ferite che non sappiamo medicare da soli o sulle colpe che non sappiamo perdonarci. Quale deriva estrema fosse implicata in questa presunzione lo intuì anche T. S. Eliot:

Essi cercano sempre di evadere

dal buio esteriore e interiore sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono. (da La Rocca)

Ma evadere non significa togliere. Mascherare da agnello il lupo, coprire il male con l’ovatta degli eufemismi ucciderà l’anima, perché le impedira di fare ciò su cui si misura la sua felicità: essere libera di scegliere l’alternativa al buio, essere libera di rispondere Sì alla chiamata del Bene. Siamo dunque pronti per la proposta-bomba, per l’invito a cui non si può dire di no? Ecco:

Torniamo a educare il carattere, cioè l’esercizio della libertà: le scelte. Quali responsabilità diamo ai ragazzi? Chi o cosa dipende da loro? Quali incarichi hanno a casa o fuori? Spesso sembrano apatici, ma semplicemente non abbiamo mostrato loro cosa è bene e cosa male, cosa è reale e cosa no, per cosa vale la pena vivere. (Ibid)

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