“Dare il meglio di séˮ, il Vaticano rilancia lo sguardo cristiano sullo sport

Chiesa e Sport


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Documento del Dicastero per i laici con la denuncia delle quatto malattie che affliggono le attività sportive: svilimento del corpo, doping (praticato anche dagli Stati), corruzione e tifo incontrollato

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«Dare il meglio di sé stessi è un aspetto fondamentale nello sport, per qualsiasi atleta» e quando «si dà il meglio di sé stessi, si sperimenta la soddisfazione e la gioia della realizzazione personale. Accade nella vita così come accade nel vivere la fede cristiana». È la proposta di uno sguardo cristiano allo sport quella contenuta nel documento del Dicastero per i laici e la famiglia intitolato “Dare il meglio di séˮ e pubblicato venerdì 1° giugno 2018, insieme a una lettera di accompagnamento di Papa Francesco. «La Chiesa – di legge – è vicina al mondo dello sport perché desidera contribuire alla costruzione e allo sviluppo di uno sport autentico e orientato alla promozione umana». 

Dopo aver ripercorso la storia della riscoperta dell’idea olimpica da parte di Pierre de Coubertin alla fine dell’Ottocento, il documento ricorda che la sua finalità «era far nascere un programma pedagogico globale per educare le giovani generazioni di tutto il mondo». Ma per lui «l’Olimpismo era decisamente una religione laica». E dunque «sebbene nella maggior parte dei casi lo sport non ambisca più a essere una religione, resta ancora vivo il rischio che possa essere strumentalizzato per proposte ideologiche». 
  
Il Dicastero vaticano osserva che «lo sport – e in particolare quello di alto livello, è spesso strumentalizzato per finalità politiche, commerciali o ideologiche». Esso «può essere piegato a finalità ideologiche quando il campo di gioco si presta a una propaganda a favore dei paesi occidentali e ricchi, e quando più semplicemente lo sport si presta per rafforzare le strutture di potere esistenti o promuovere la visione culturale di una élite». A proposito di Olimpiadi, si afferma che «se più nazioni non occidentali fossero maggiormente valorizzate nella scelta delle sedi dei Giochi o nel riconoscimento delle discipline olimpiche e avessero maggior peso all’interno del Comitato Olimpico Internazionale, i Giochi Olimpici stessi evidenzierebbero con ancora più efficacia la loro missione a essere veramente globali e a far incontrare il meglio di ciascun Paese». 
  
Il documento non manca di notare che «lo sport moderno, in particolare quello professionistico, sia piegato a finalità esterne come, per esempio, portare lustro alla nazione, mostrare la supremazia di un sistema politico o più semplicemente guadagnare denaro». La necessità di fondi per finanziare le attività sportive «porta a “vendere” lo sport come una proposta capace di adattarsi di volta in volta ai vari interessi dei potenziali benefattori. È così che lo sport si trasforma in un prodotto che promette di soddisfare gli interessi di variegati soggetti, gruppi o istituzioni. Questo è il motivo per cui il sistema sportivo è così facilmente e prontamente disponibile a piegarsi a finalità ideologiche, politiche o economiche». 
  
Il documento ricorda inoltre l’importanza di un presupposto iniziale e fondativo per le attività sportive: «la collaborazione e l’accordo sulle regole costitutive». In questo senso, «lo sport è l’opposto della guerra, che si scatena quando le persone credono che la cooperazione non sia più possibile e quando viene a mancare l’accordo sulle regole fondamentali. Nello sport, l’avversario è un partecipante al contesto codificato dalle regole e non un nemico da annientare». E in un contesto individualista come quello attuale, «lo sport è una scuola di spirito di squadra che aiuta ciascuno a superare l’egoismo». 
  
Dopo aver spiegato il senso della parola «sacrificio», il documento vaticano spiega che «quando lo sport è praticato per “vincere a tutti i costi”, lo stesso sport è seriamente minacciato». Rispetto al rapporto con la corporeità, «il desiderio di migliorare sempre più le prestazioni e a qualsiasi costo influenza i comportamenti e porta a serie conseguenze». La dignità e i diritti della persona, si legge nel testo, «non possono essere mai arbitrariamente assoggettati ad altri interessi. Non è accettabile che gli atleti siano considerati come merce». 
  
Viene quindi chiesto che siano garantiti nello sport «diritti generali di vivere in dignità e libertà» in particolare «ai poveri e ai deboli, specialmente ai bambini che hanno diritto a essere protetti nella propria integrità fisica. Situazioni di abusi di bambini, siano essi fisici, sessuali o emotivi, da parte di allenatori, preparatori o altri adulti, sono un affronto alle giovani creature, fatte a immagine e somiglianza di Dio, e perciò un affronto direttamente a Dio. Le istituzioni che finanziano programmi di sport per i giovani, inclusi quelli di alto livello, dovrebbero sviluppare linee programmatiche con l’aiuto di esperti che garantiscano la sicurezza dei bambini». 
  
Si ricorda che «purtroppo l’attività sportiva non lascia intatti» gli ambienti naturali dove viene svolta e «ha un impatto ambientale che spesso è a lungo termine. Per questo gli atleti e i finanziatori degli eventi sportivi hanno come ulteriore responsabilità quella del massimo rispetto del creato». Va inoltre posta attenzione per assicurarsi che il trattamento degli animali coinvolti «sia moralmente appropriato e che non siano considerati come semplici oggetti». 
  
Vengono quindi elencate quattro sfide con le quali si confronta oggi lo sport. La prima è lo svilimento del corpo: «Se da un lato lo sport può essere un’esperienza positiva per vivere la propria corporeità, può essere anche un contesto nel quale il corpo umano viene ridotto allo stato di oggetto o vissuto solo materialmente». Capita infatti speso che i genitori, gli allenatori e le società sportive siano coinvolti «in questo processo di “automatizzazione” degli atleti, perché interessati ad assicurarsi il successo e a soddisfare le speranze di medaglie, record, borse di studio scolastiche, contratti di sponsorizzazione e ricchezza. Aberrazioni di questo tipo si possono trovare nelle competizioni di alto livello degli sport giovanili». 
  
Una seconda sfida è rappresentata dal doping, che «nuoce alla comprensione fondamentale dello sport. Sfortunatamente oggi, è praticato sia da singoli atleti, che da squadre e anche dagli Stati. Il doping amplifica una serie di complicate problematiche morali poiché non corrisponde ai valori di salute e di gioco leale». Per combattere il fenomeno «non basta appellarsi alla morale individuale degli atleti. Il problema del doping non può essere imputato soltanto al singolo sportivo, per quanto sia da biasimare. È un problema più complesso. È responsabilità delle organizzazioni sportive creare regole certe e condizioni organizzative di base per sostenere e motivare gli sportivi nella loro responsabilità e ridurre qualsiasi tentazione di ricorre al doping. In un mondo globalizzato come lo sport, servono sforzi internazionali concreti e coordinati». 
  
La terza sfida è la corruzione, che «può portare lo sport alla rovina. Essa sfrutta il senso di competizione dei giocatori e degli spettatori, che vengono deliberatamente truffati e ingannati. La corruzione non riguarda soltanto un singolo evento sportivo, ma è una piaga che può diffondersi anche alle politiche sportive. Le scelte riguardanti il mondo sportivo sono ormai decise da attori esterni ad esso per interessi di carattere finanziario o politico. Ugualmente riprovevole è qualsiasi tipo di corruzione che riguarda le scommesse sportive». 
  
Infine, la quarta sfida, relativa a tifosi e spettatori. «Il pubblico durante le attività sportive e le gare guarda e tifa tutto insieme, come fosse un corpo unico. Questo sentimento condiviso, trasversale alle generazioni, al sesso, alle razze, alla fede religiosa, è una fonte fantastica di gioia e bellezza». Tuttavia, «in alcuni casi, gli spettatori insultano i giocatori avversari, i loro tifosi e gli arbitri. Questo comportamento può degenerare nella violenza, sia verbale (con cori carichi di odio) che fisica. Gli scontri tra tifoserie rompono il fair play che dovrebbe regnare durante qualsiasi manifestazione sportiva». E «qualche volta un tifoso può anche utilizzare lo sport per aizzare al razzismo o a ideologie estremiste». Serve fair play anche nei confronti degli spettatori che supportano la squadra avversaria, ogni forma di denigrazione o violenza deve essere condannata e i responsabili sportivi devono fare di tutto per individuare i responsabili. 
  
  
La Chiesa vuole accompagnare le attività sportive e presentare lo sport come un’esperienza educativa: «L’essere umano non esiste in funzione dello sport, ma al contrario lo sport deve essere al servizio della persona per il suo sviluppo integrale». Si ricorda che «lo sport è anche il modo di avvicinare i giovani alle virtù cardinali della fortezza, temperanza, prudenza e giustizia e di accompagnarli nel perseguirle». Si presenta lo sport «come generatore di una cultura dell’incontro e della pace», «è una delle poche realtà capaci di superare i confini tra religioni e culture». 
  
Lo sport inoltre «può essere anche una grande occasione per farsi prossimi a persone che vivono condizioni di marginalità o disagio», coinvolgendo «giovani e ragazzi che vivono in ambienti a rischio, con violenza e bullismo, consumo di droga e spaccio». «Molte comunità cristiane in tutto il mondo sono già impegnate in progetti e iniziative che promuovono la pratica sportiva, allenamenti e eventi, proprio come leve per salvare i giovani dalla droga e dalla violenza». Lo sport, se corre il rischio di dividere una famiglia o «diminuire la santità della domenica come giorno del Signore», può anche «aiutare una famiglia a vivere con altre famiglie la celebrazione domenicale, non soltanto nella liturgia ma anche nella vita di comunità». Le attività sportive parrocchiali devono essere impostate «in modo coerente con gli obiettivi della parrocchia» ed essere saldamente ancorate «a un progetto educativo e pastorale». Devono inoltre «garantire l’integrazione delle persone con disabilità». 
  
Infine, lo sport può andare controcorrente rispetto all’abuso delle nuove tecnologie da parte dei più giovani che vivono perennemente attaccati a uno schermo «in quanto fa sì che i giovani si possano incontrare faccia a faccia tra di loro, anche a volte provenienti da differenti condizioni di vita. Mentre giocano in squadra, imparano come affrontare concretamente le dinamiche di conflitto tra di loro. Hanno anche la possibilità di scontrarsi sportivamente con persone di altri gruppi della loro comunità, del loro paese o del mondo, allargando così il loro orizzonte di conoscenze personali».  
  
Nella lettera di accompagnamento del documento, inviata dal Papa al cardinale Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, Francesco ricorda che lo sport «è anche un veicolo di formazione» e «mezzo di missione e santificazione». 

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