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Da Lesbo il Papa scuote l’Europa: ponti, non recinti. I migranti sono fratelli

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A Lesbo c’è stato l’incontro con la «bancarotta» dell’umanità e della solidarietà. Quella che anche la civile Europa sta vivendo in questi ultimi anni davanti all’immane tragedia dei profughi. Incrociare i loro sguardi ed entrare nei drammi di queste persone non può più permettere di considerare le vite di bambini, donne e uomini come capi di bestiame “fuori recinto”, non può consentire di condannare alla pena turca del rimpatrio forzato decine di migliaia di famiglie in fuga dalla guerra e dalla miseria.

A Lesbo non c’è stato bisogno di dire tante parole. Sono bastati i gesti eloquenti e condivisi di tre capi di Chiese cristiane, il Papa e i «fratelli» Patriarchi ortodossi, per ricordarci chi siamo e invocare la responsabilità in un momento in cui altri leader (anche) cristiani, stavolta politici, alzano barriere in Europa.

La breve ma intensa giornata a Lesbo ha segnato con coraggio un punto di direzione nelle rotte smarrite della nostra civiltà che, rigettando la sua capacità di soccorso e di accoglienza nei confronti del povero perseguitato, dimostra di aver reciso e comunque ha rinnegato una delle sue fondamentali radici cristiane. Francesco e Bartolomeo, i due leader delle Chiese cristiane si sono uniti con l’arcivescovo di Atene e primate della Chiesa ortodossa di Grecia Ieronymos II, per compiere insieme un passaggio esemplare e dirimente di comune accordo, di effettiva e solidale collaborazione.

La testimonianza di questo agire insieme per l’umanità incalza positivamente la politica mentre segna, in chiave ecumenica, non solo un emblematico e decisivo passo avanti, ma apre plasticamente alla prospettiva dell’unità piena. Francesco, Bartolomeo e Ieronymos hanno parlato a una sola voce. Hanno firmato una dichiarazione congiunta. Hanno indicato soluzioni concrete. Insieme hanno sottolineato che la crisi dei rifugiati è un problema europeo e internazionale che richiede una risposta comprensiva che rispetti le leggi europee e della, comunità delle nazioni.

Insieme è stata sottolineata la necessità di proteggere le persone dal rischiare la vita attraversando il Mare Egeo e il Mediterraneo, combattendo le reti del traffico delle persone umane, escludendo le rotte pericolose e sviluppando procedure sicure e regolate di stanziamento inEuropa.

Tutte così riassunte da papa Francesco: «Per essere veramente solidali con chi è costretto a fuggire dalla propria terra, bisogna lavorare per rimuovere le cause di questa drammatica realtà: non basta limitarsi a inseguire l’emergenza del momento, ma occorre sviluppare politiche di ampio respiro, non unilaterali. Prima di tutto è necessario costruire la pace là dove la guerra ha portato distruzione e morte, e impedire che questo cancro si diffonda altrove. Per questo bisogna contrastare con fermezza la proliferazione e il traffico delle armi e le loro trame spesso occulte; vanno privati di ogni sostegno quanti perseguono progetti di odio e di violenza. Va invece promossa senza stancarsi la collaborazione tra i Paesi, le Organizzazioni internazionali e le istituzioni umanitarie, non isolando ma sostenendo chi fronteggia l’emergenza».

Nel corso dell’intervista concessa nel volo di ritorno a Roma, il Papa ha mostrato visibilmente commosso i disegni regalati dai bambini del campo profughi di Mòria e ha voluto ribadire che tutti devono essere aiutati e non bisogna fare distinzione tra quelli che fuggono per la guerra o per la miseria. «Io – ha detto – inviterei i trafficanti di armi a passare una giornata in quel campo».

Ma soprattutto il gesto finale è destinato a portare frutto. Non si era mai visto un seguito papale formato da tre famiglie di rifugiati musulmani scendere la scalette dell’aereo che lo riportava a Roma.

Questi sono i fatti che restano e che interpellano tutti. «La carità – aveva affermato il patriarca Bartolomeo nella sua lettera indirizzata al Papa per invitarlo a Lesbo – non può essere ridotta a un mero accordo politico, sia pur indispensabile, perché il denaro, benché necessario, non è sufficiente a rispondere a questa crisi umanitaria. Alle suppliche umane devono rispondere gesti altrettanto umani per ispirazione del cuore». Così è stato. Così sia.

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A Lesbo c’è stato l’incontro con la «bancarotta» dell’umanità e della solidarietà. Quella che anche la civile Europa sta vivendo in questi ultimi anni davanti all’immane tragedia dei profughi. Incrociare i loro sguardi ed entrare nei drammi di queste persone non può più permettere di considerare le vite di bambini, donne e uomini come capi di bestiame “fuori recinto”, non può consentire di condannare alla pena turca del rimpatrio forzato decine di migliaia di famiglie in fuga dalla guerra e dalla miseria.

A Lesbo non c’è stato bisogno di dire tante parole. Sono bastati i gesti eloquenti e condivisi di tre capi di Chiese cristiane, il Papa e i «fratelli» Patriarchi ortodossi, per ricordarci chi siamo e invocare la responsabilità in un momento in cui altri leader (anche) cristiani, stavolta politici, alzano barriere in Europa.

La breve ma intensa giornata a Lesbo ha segnato con coraggio un punto di direzione nelle rotte smarrite della nostra civiltà che, rigettando la sua capacità di soccorso e di accoglienza nei confronti del povero perseguitato, dimostra di aver reciso e comunque ha rinnegato una delle sue fondamentali radici cristiane. Francesco e Bartolomeo, i due leader delle Chiese cristiane si sono uniti con l’arcivescovo di Atene e primate della Chiesa ortodossa di Grecia Ieronymos II, per compiere insieme un passaggio esemplare e dirimente di comune accordo, di effettiva e solidale collaborazione.

La testimonianza di questo agire insieme per l’umanità incalza positivamente la politica mentre segna, in chiave ecumenica, non solo un emblematico e decisivo passo avanti, ma apre plasticamente alla prospettiva dell’unità piena. Francesco, Bartolomeo e Ieronymos hanno parlato a una sola voce. Hanno firmato una dichiarazione congiunta. Hanno indicato soluzioni concrete. Insieme hanno sottolineato che la crisi dei rifugiati è un problema europeo e internazionale che richiede una risposta comprensiva che rispetti le leggi europee e della, comunità delle nazioni.

Insieme è stata sottolineata la necessità di proteggere le persone dal rischiare la vita attraversando il Mare Egeo e il Mediterraneo, combattendo le reti del traffico delle persone umane, escludendo le rotte pericolose e sviluppando procedure sicure e regolate di stanziamento inEuropa.

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Tutte così riassunte da papa Francesco: «Per essere veramente solidali con chi è costretto a fuggire dalla propria terra, bisogna lavorare per rimuovere le cause di questa drammatica realtà: non basta limitarsi a inseguire l’emergenza del momento, ma occorre sviluppare politiche di ampio respiro, non unilaterali. Prima di tutto è necessario costruire la pace là dove la guerra ha portato distruzione e morte, e impedire che questo cancro si diffonda altrove. Per questo bisogna contrastare con fermezza la proliferazione e il traffico delle armi e le loro trame spesso occulte; vanno privati di ogni sostegno quanti perseguono progetti di odio e di violenza. Va invece promossa senza stancarsi la collaborazione tra i Paesi, le Organizzazioni internazionali e le istituzioni umanitarie, non isolando ma sostenendo chi fronteggia l’emergenza».

Nel corso dell’intervista concessa nel volo di ritorno a Roma, il Papa ha mostrato visibilmente commosso i disegni regalati dai bambini del campo profughi di Mòria e ha voluto ribadire che tutti devono essere aiutati e non bisogna fare distinzione tra quelli che fuggono per la guerra o per la miseria. «Io – ha detto – inviterei i trafficanti di armi a passare una giornata in quel campo».

Ma soprattutto il gesto finale è destinato a portare frutto. Non si era mai visto un seguito papale formato da tre famiglie di rifugiati musulmani scendere la scalette dell’aereo che lo riportava a Roma.

Questi sono i fatti che restano e che interpellano tutti. «La carità – aveva affermato il patriarca Bartolomeo nella sua lettera indirizzata al Papa per invitarlo a Lesbo – non può essere ridotta a un mero accordo politico, sia pur indispensabile, perché il denaro, benché necessario, non è sufficiente a rispondere a questa crisi umanitaria. Alle suppliche umane devono rispondere gesti altrettanto umani per ispirazione del cuore». Così è stato. Così sia.

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