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Così la porta del carcere è diventata porta della Misericordia

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Edmondo e Patrizia si sono conosciuti in carcere, cinque anni fa. Lui detenuto, pochi mesi di pena da scontare, tanti anni di dipendenze e piccoli reati alle spalle. Lei a capo della cooperativa Homo Faber, che impiega una ventina di detenuti nel Centro Stampa interno al carcere Bassone di Como. Sono diventati amici e da allora le loro storie e quelle delle loro famiglie sono intrecciate. Alla vigilia del Giubileo dei carcerati, raccontano come è cambiata la loro vita da quando sono entrati tra quelle mura che tolgono l’aria. Patrizia è arrivata in carcere 13 anni fa nel pieno di un fallimento familiare. Non era spinta da intenzioni caritatevoli e non aveva mai pensato a quello come il luogo in cui poter insegnare italiano – la sua professione. Ma aveva cinque figli e aveva bisogno di un lavoro. Oggi dice: “Grazie a quel fallimento mi si è aperta questa porta”. Si potrebbe dire una porta santa della Misericordia ante litteram. E non solo questa. Lei stessa, nel tempo, ha aperto le porte della sua casa e quelle della sua famiglia ad alcuni ex detenuti che non sapevano dove andare una volta usciti. E ancora le ha aperte alla mamma malata e al suocero, rimasto vedovo.

“Il carcere è stata la possibilità riprendere in mano mia vita – dice Patrizia -. Ho cominciato a guardare in modo diverso mio marito e i miei figli, le cose che ho. Quel che accade ha iniziato ad avere senso”. In carcere, Patrizia trova persone a pezzi, come si sentiva lei. Persone che continuavano a chiederle: se ho bisogno, ci sei per me? “Questa domanda mi dilaniava. All’altro non interessa cosa puoi dargli, ma stare con te”. Per Patrizia comincia un nuovo modo di amare. Le richieste non tardano, fino a quella dell’ospitalità. Ne parla al marito e ai figli. Nessuno dice di no, nessuno fa i salti di gioia, insieme decidono di provarci: “Dico: forse, la nostra vocazione non è fermarci alla nostra fatica, ma se la fatica è condivisa può venir fuori qualcosa di buono”. Una suora le ha detto che dare la vita è voler bene “goccia a goccia, giorno dopo giorno”. Patrizia ha cominciato a ridire il suo sì giorno dopo giorno e “ogni giorno la mia vocazione è ridestata da un incontro”. Per questo ogni mattina inizia con la recita delle Lodi alle 5.30. Insieme a lei le dicono anche altri due amici, nella loro cella in carcere.

“Quando sono arrivato al Centro Stampa, l’unica condizione posta da Patrizia è stata: noi iniziamo il lavoro con l’Angelus. Con tutti i problemi che ho la tua preoccupazione è l’Angelus? Va bene, basta che me lo scrivi perché non lo so”. È stato questo il primo incontro di Edmondo con Patrizia. In realtà non gli interessava lavorare, ma voleva uscire da quella cella di 14 metri quadri, in cui era rinchiuso 20 ore al giorno con altre tre persone, lui che per anni aveva vissuto da sbandato in strada. Per questo aveva colto subito l’occasione. Mai avrebbe pensato che cinque anni dopo sarebbe stato sposato, con un lavoro e un bambino. E che quell’Angelus sarebbe diventato il ritornello di ogni mattina. Edmondo ci aveva provato più volte a smettere con la droga, ma dopo un paio d’anni ricadeva sempre. “Ero solo, e dopo un po’ non ce la facevo”. Dopo l’arresto anche la sua famiglia lo allontana, pensa anche di farla finita. Finché nella sua vita entra Patrizia e – insieme a lei – don Giussani: “Non mi ha mai guardato per il male che ho fatto, ma per l’uomo che ero”. Diventano amici.

Quando esce dal carcere, Edmondo non è un uomo migliore. Però quando scorre la lista degli amici, già pensando di tornare alla vita di prima, gli viene in mente Patrizia. La chiama. I genitori non vogliono riprenderlo a casa e dopo un periodo in affitto, Patrizia e Fabio gli aprono le porte. Dopo un po’ ricade: si ubriaca e finisce in ospedale. Ma questa volta c’è qualcuno vicino a lui. Fabio gli mette delle regole: innanzi tutto niente soldi, solo quelli dell’autobus per andare a lavorare. “È così che sono diventato libero” dice Edmondo. Patrizia e Fabio sono diventati una sorta di famiglia adottiva, i loro amici la sua nuova comunità. Si è riavvicinato ai suoi genitori, due anni si è sposato e un anno fa è nato Francesco. Come il Papa. Lo hanno salutato a una udienza e sua moglie gli aveva espresso il desiderio di avere un figlio. Il mattino seguente il test (che qualche giorno prima era negativo) diceva che era incinta. Edmondo ha incontrato di nuovo il Papa un anno fa, quando suo figlio era appena nato. Alla notizia, il Papa lo ha preso sotto braccio e l’ha tenuto con sé mezzora. “La Misericordia è uno sguardo che non avevo cercato ma che è arrivato. Occorre solamente un sì. Cosa posso fare se non raccontare la gloria di un Dio che ti prende totalmente se decidi di starci?!Io ho solo deciso di starci e di seguire, il resto è venuto da sé”.

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Edmondo e Patrizia si sono conosciuti in carcere, cinque anni fa. Lui detenuto, pochi mesi di pena da scontare, tanti anni di dipendenze e piccoli reati alle spalle. Lei a capo della cooperativa Homo Faber, che impiega una ventina di detenuti nel Centro Stampa interno al carcere Bassone di Como. Sono diventati amici e da allora le loro storie e quelle delle loro famiglie sono intrecciate. Alla vigilia del Giubileo dei carcerati, raccontano come è cambiata la loro vita da quando sono entrati tra quelle mura che tolgono l’aria. Patrizia è arrivata in carcere 13 anni fa nel pieno di un fallimento familiare. Non era spinta da intenzioni caritatevoli e non aveva mai pensato a quello come il luogo in cui poter insegnare italiano – la sua professione. Ma aveva cinque figli e aveva bisogno di un lavoro. Oggi dice: “Grazie a quel fallimento mi si è aperta questa porta”. Si potrebbe dire una porta santa della Misericordia ante litteram. E non solo questa. Lei stessa, nel tempo, ha aperto le porte della sua casa e quelle della sua famiglia ad alcuni ex detenuti che non sapevano dove andare una volta usciti. E ancora le ha aperte alla mamma malata e al suocero, rimasto vedovo.

“Il carcere è stata la possibilità riprendere in mano mia vita – dice Patrizia -. Ho cominciato a guardare in modo diverso mio marito e i miei figli, le cose che ho. Quel che accade ha iniziato ad avere senso”. In carcere, Patrizia trova persone a pezzi, come si sentiva lei. Persone che continuavano a chiederle: se ho bisogno, ci sei per me? “Questa domanda mi dilaniava. All’altro non interessa cosa puoi dargli, ma stare con te”. Per Patrizia comincia un nuovo modo di amare. Le richieste non tardano, fino a quella dell’ospitalità. Ne parla al marito e ai figli. Nessuno dice di no, nessuno fa i salti di gioia, insieme decidono di provarci: “Dico: forse, la nostra vocazione non è fermarci alla nostra fatica, ma se la fatica è condivisa può venir fuori qualcosa di buono”. Una suora le ha detto che dare la vita è voler bene “goccia a goccia, giorno dopo giorno”. Patrizia ha cominciato a ridire il suo sì giorno dopo giorno e “ogni giorno la mia vocazione è ridestata da un incontro”. Per questo ogni mattina inizia con la recita delle Lodi alle 5.30. Insieme a lei le dicono anche altri due amici, nella loro cella in carcere.

“Quando sono arrivato al Centro Stampa, l’unica condizione posta da Patrizia è stata: noi iniziamo il lavoro con l’Angelus. Con tutti i problemi che ho la tua preoccupazione è l’Angelus? Va bene, basta che me lo scrivi perché non lo so”. È stato questo il primo incontro di Edmondo con Patrizia. In realtà non gli interessava lavorare, ma voleva uscire da quella cella di 14 metri quadri, in cui era rinchiuso 20 ore al giorno con altre tre persone, lui che per anni aveva vissuto da sbandato in strada. Per questo aveva colto subito l’occasione. Mai avrebbe pensato che cinque anni dopo sarebbe stato sposato, con un lavoro e un bambino. E che quell’Angelus sarebbe diventato il ritornello di ogni mattina. Edmondo ci aveva provato più volte a smettere con la droga, ma dopo un paio d’anni ricadeva sempre. “Ero solo, e dopo un po’ non ce la facevo”. Dopo l’arresto anche la sua famiglia lo allontana, pensa anche di farla finita. Finché nella sua vita entra Patrizia e – insieme a lei – don Giussani: “Non mi ha mai guardato per il male che ho fatto, ma per l’uomo che ero”. Diventano amici.

Quando esce dal carcere, Edmondo non è un uomo migliore. Però quando scorre la lista degli amici, già pensando di tornare alla vita di prima, gli viene in mente Patrizia. La chiama. I genitori non vogliono riprenderlo a casa e dopo un periodo in affitto, Patrizia e Fabio gli aprono le porte. Dopo un po’ ricade: si ubriaca e finisce in ospedale. Ma questa volta c’è qualcuno vicino a lui. Fabio gli mette delle regole: innanzi tutto niente soldi, solo quelli dell’autobus per andare a lavorare. “È così che sono diventato libero” dice Edmondo. Patrizia e Fabio sono diventati una sorta di famiglia adottiva, i loro amici la sua nuova comunità. Si è riavvicinato ai suoi genitori, due anni si è sposato e un anno fa è nato Francesco. Come il Papa. Lo hanno salutato a una udienza e sua moglie gli aveva espresso il desiderio di avere un figlio. Il mattino seguente il test (che qualche giorno prima era negativo) diceva che era incinta. Edmondo ha incontrato di nuovo il Papa un anno fa, quando suo figlio era appena nato. Alla notizia, il Papa lo ha preso sotto braccio e l’ha tenuto con sé mezzora. “La Misericordia è uno sguardo che non avevo cercato ma che è arrivato. Occorre solamente un sì. Cosa posso fare se non raccontare la gloria di un Dio che ti prende totalmente se decidi di starci?!Io ho solo deciso di starci e di seguire, il resto è venuto da sé”.

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