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Cosa intende San Paolo quando parla di chi si fa «battezzare per i morti»?

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale.

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La domanda al teologo di questa settimana riguarda l’interpretazione di un passo, che appare oscuro a prima vista, della prima Lettera ai Corinzi. Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Nella Lettera ai Corinzi, parlando della Resurrezione, San Paolo parla di «quelli che si fanno battezzare per i morti». A cosa si riferisce? È possibile chiedere il Battesimo per qualcuno che in vita non l’ha avuto?

Gianni Pettinelli

«L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però, quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.  Altrimenti, che cosa faranno quelli che si fanno battezzare per i morti? Se davvero i morti non risorgono, perché si fanno battezzare per loro?» (1 Cor 15,26-30).

Così l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Ma cosa intende esattamente dire con l’espressione «farsi battezzare per i morti»?

Intanto, con il versetto 15,29 egli passa improvvisamente ad un argomento tutto nuovo del suo vangelo sulla risurrezione, affrontato in 1 Corinti 15, fondato su un basilare principio: «se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1 Cor 15,14). 

Paolo aveva così esordito: «a voi … ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito, apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre, apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli.  Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto» (1 Cor 15,3-11).

E così prosegue: «ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo mentre di fatto non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi» (1 Cor 15,12-25).

Con uno scarto sensibile rispetto all’argomento precedente, l’apostolo fa notare l’incoerenza della pratica di cui è venuto a conoscenza, che può essere definita «battesimo vicario» o «battesimo per procura»: peraltro non ne abbiamo altre testimonianze. Possiamo immaginare quante interpretazioni siano state date, chiamando in causa culti antichi di passaggio dalla vita alla morte nel mondo greco e romano antico. Tertulliano e il Crisostomo parlano di simili pratiche in ambito di frange di eretici.

La prassi richiamata da Paolo sarebbe sorta nella comunità di Corinto, per lo più con questa modalità: dopo aver ricevuto il battesimo, alcuni si facevano battezzare anche a nome di un parente o di un amico defunto per permettergli di accedere alla salvezza. Probabilmente si trattava di un catecumeno morto senza aver ricevuto il sacramento. Non sappiamo neppure se chi aveva già ricevuto il battesimo ripetesse l’intero rito oppure ne celebrasse solo qualche momento. Paolo vi accenna senza neanche soffermarsi sul valore di questa pratica. L’apostolo sembra presupporne l’efficacia salvifica, ma notando che essa sarebbe stata del tutto inutile nel caso in cui si suppone l’impossibilità di risorgere dei morti. Se i morti non risorgono perché alcuni dovrebbero farsi battezzare per loro?

E quindi Paolo aggiunge, coinvolgendo tutti coloro che vivono nella speranza della risurrezione, e successivamente anche sé stesso: «perché noi ci esponiamo continuamente al pericolo? Ogni giorno io vado incontro alla morte, come è vero che voi, fratelli, siete il mio vanto in Cristo Gesù, nostro Signore!» (1 Cor 15,30-31). Riferendosi quindi alla sua esperienza efesina, cioè della città da cui scrive la lettera (1 Cor 16,8: «mi fermerò a Èfeso fino a Pentecoste»), così aggiunge, prima di proseguire il suo vangelo della risurrezione: «se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Èfeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo» (1 Cor 15,32).

Stefano Tarocchi

Originale: Toscana Oggi
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Cosa intende San Paolo quando parla di chi si fa «battezzare per i morti»?

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale.

  

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La domanda al teologo di questa settimana riguarda l’interpretazione di un passo, che appare oscuro a prima vista, della prima Lettera ai Corinzi. Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Nella Lettera ai Corinzi, parlando della Resurrezione, San Paolo parla di «quelli che si fanno battezzare per i morti». A cosa si riferisce? È possibile chiedere il Battesimo per qualcuno che in vita non l’ha avuto?

Gianni Pettinelli

«L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però, quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.  Altrimenti, che cosa faranno quelli che si fanno battezzare per i morti? Se davvero i morti non risorgono, perché si fanno battezzare per loro?» (1 Cor 15,26-30).

Così l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Ma cosa intende esattamente dire con l’espressione «farsi battezzare per i morti»?

Intanto, con il versetto 15,29 egli passa improvvisamente ad un argomento tutto nuovo del suo vangelo sulla risurrezione, affrontato in 1 Corinti 15, fondato su un basilare principio: «se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1 Cor 15,14). 

Paolo aveva così esordito: «a voi … ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito, apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre, apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli.  Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto» (1 Cor 15,3-11).

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E così prosegue: «ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo mentre di fatto non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi» (1 Cor 15,12-25).

Con uno scarto sensibile rispetto all’argomento precedente, l’apostolo fa notare l’incoerenza della pratica di cui è venuto a conoscenza, che può essere definita «battesimo vicario» o «battesimo per procura»: peraltro non ne abbiamo altre testimonianze. Possiamo immaginare quante interpretazioni siano state date, chiamando in causa culti antichi di passaggio dalla vita alla morte nel mondo greco e romano antico. Tertulliano e il Crisostomo parlano di simili pratiche in ambito di frange di eretici.

La prassi richiamata da Paolo sarebbe sorta nella comunità di Corinto, per lo più con questa modalità: dopo aver ricevuto il battesimo, alcuni si facevano battezzare anche a nome di un parente o di un amico defunto per permettergli di accedere alla salvezza. Probabilmente si trattava di un catecumeno morto senza aver ricevuto il sacramento. Non sappiamo neppure se chi aveva già ricevuto il battesimo ripetesse l’intero rito oppure ne celebrasse solo qualche momento. Paolo vi accenna senza neanche soffermarsi sul valore di questa pratica. L’apostolo sembra presupporne l’efficacia salvifica, ma notando che essa sarebbe stata del tutto inutile nel caso in cui si suppone l’impossibilità di risorgere dei morti. Se i morti non risorgono perché alcuni dovrebbero farsi battezzare per loro?

E quindi Paolo aggiunge, coinvolgendo tutti coloro che vivono nella speranza della risurrezione, e successivamente anche sé stesso: «perché noi ci esponiamo continuamente al pericolo? Ogni giorno io vado incontro alla morte, come è vero che voi, fratelli, siete il mio vanto in Cristo Gesù, nostro Signore!» (1 Cor 15,30-31). Riferendosi quindi alla sua esperienza efesina, cioè della città da cui scrive la lettera (1 Cor 16,8: «mi fermerò a Èfeso fino a Pentecoste»), così aggiunge, prima di proseguire il suo vangelo della risurrezione: «se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Èfeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo» (1 Cor 15,32).

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