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Contro quelli che accusano il Papa di eresia

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di Giovanni Marcotullio

E sì che doveva essere la domenica “della Parola di Dio”. Invece ce la siamo trovata impestata da parole così troppo umane da suonare quasi diaboliche. Alcuni hanno attribuito ad Hans Urs von Balthasar la frase: «Il problema di quando Paolo VI ha deposto la tiara è che da quel giorno ogni cattolico se l’è messa in testa». L’abbia detta o non detta, una simile frase, mai la sua veridicità appare lampante come in questi giorni sciagurati in cui pare che alcuni considerino l’essenza del cattolicesimo il sedersi ogni giorno davanti ai discorsi del Santo Padre con la matita blu per vedere se passa l’esame di dottrina. In altre epoche – in cui gli uomini colti leggevano più di quanto scrivessero e gli incolti non ardivano di cimentarsi coi primi – l’ipotesi di un Papa eretico agitò per secoli gli studiosi. Oggi dai social network la frase “il Papa è eretico” si riversa al suolo con la leggerezza con cui si lasciano cadere i gusci delle noccioline durante una passeggiata1.

C’è di che rimpiangere i Dubia

In più occasioni, in privato e in pubblico, ho espresso un giudizio di sostanziale apprezzamento dei Dubia dei quattro (più due) cardinali su Amoris lætitia; contestualmente ho sempre espresso scetticismo circa l’opportunità del rendere pubblico quel testo, che non aveva ricevuto risposta dal Papa2. Il fatto che il Santo Padre non abbia dato risposta a quegli eminentissimi collaboratori è senz’altro un dato di cui tenere conto, quando ci si accinge all’analisi: lo abbiamo visto investire il suo prezioso tempo in attività apparentemente anche meno urgenti e importanti di questa; se non convoca perlomeno a colloquio informale quel pugno di porporati è perché evidentemente non vuole. Suoni ciò sgradevole quanto si vuole, i fatti sembrano questi: resta da comprendere la ragione di ciò. Io non ho conferito col Santo Padre, come pure non lo hanno fatto i sei cardinali né qualcuno di questi sessantadue scismatici in pectore: questi però (i “teologi”, non i cardinali) insistono col dire che il Papa è incappato nell’eresia – in sette distinte eresie (bontà loro!); io, nel mio piccolo, mi ostino a cercare qualunque spiegazione alternativa a questa.

Le ragioni che mi do

E una spiegazione me la do, in effetti, e da qualche parte l’ho già scritta (mi scuso dunque per la ripetizione): il Santo Padre sa bene che niente decide la vita di un atto magisteriale quanto la sua ricezione, e pure che i tempi fisiologici per la ricezione ecclesiale di un documento sono ben più lunghi del papato medio che un uomo delle sue età e condizione può ragionevolmente attendersi3. Insomma, è mia idea che Amoris lætitia sia un testo “teologicamente palindromo”, cioè composto in tale modo da poter essere letto in senso perfettamente ortodosso oppure eterodosso ed eversivo.

Tanta gesuitica sottigliezza, però, sarebbe stata impiegata a quale fine? Per il sadico piacere di confondere i fedeli? Evidentemente no, questa confusione anzi fa verosimilmente parte dei mali collaterali a cui Papa Francesco si mostrava consapevole di andare incontro quando diceva: «Preferisco una Chiesa incidentata a una Chiesa ammalata». Papa Francesco vuole una Chiesa “in uscita” a costo di esporla al rischio di incidenti. Fuor di metafora, gli “incidenti” altro non sono che la confusione – ma giustamente il Papa non si cura dei battages sui social… – e perfino il grave rischio che, seguendo insegnamenti erronei, delle persone si rovinino la vita e (Dio non voglia!) si dannino eternamente. E sì che la salus animarum – lo ricorda anche il Codice di Diritto Canonico – è la suprema lex Ecclesiæ: dunque il fine del Papa in queste ardite e rischiose scelte non può riguardare alcunché di inferiore.

Il tempo e lo spazio

Nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium, in effetti, il Santo Padre aveva indicato uno dei suoi principî-guida: la priorità del tempo sullo spazio. Con le sue parole:

Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci.

[…]

Questo criterio è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede di tener presente l’orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga. Il Signore stesso nella sua vita terrena fece intendere molte volte ai suoi discepoli che vi erano cose che non potevano ancora comprendere e che era necessario attendere lo Spirito Santo (cfr Gv 16,12-13). La parabola del grano e della zizzania (cfr Mt 13, 24-30) descrive un aspetto importante dell’evangelizzazione, che consiste nel mostrare come il nemico può occupare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo.

Evangelii Gaudium 223.225

Le ho sentite risuonare in un passaggio del libro-intervista con Dominique Wolton anticipato da Figaro Magazine (anticipazioni che ho tradotto per Aleteia):

È una cosa chiara e positiva [Amoris lætitiaN.d.R.], che alcuni dalle tendenze troppo tradizionaliste combattono dicendo che non è quella la vera dottrina. Quanto alle famiglie ferite, dico che nel capitolo VIII ci sono quattro criteri: accogliere, accompagnare, discernere le situazioni e integrare. E questo non è una norma fissa: apre una strada, un cammino di comunicazione. Mi hanno subito chiesto: «Ma si può dare la comunione ai divorziati?». Rispondo: «Parlate col divorziato, parlate con la divorziata, accogliete, accompagnate, integrate, discernete!». Ahimè, noi preti siamo abituati alle norme fisse. Alle regole di ferro. Ed è difficile, per noi, questo «accompagnare sul cammino, integrare, discernere, dire del bene». Ma la mia proposta è questa.

In effetti sintetizzare con l’espressione “caso per caso” risulta odioso nella sua estrema ambiguità: non può significare una cosa ingiusta come “a quelli sì e a questi no” (difatti a quanto leggiamo i sacerdoti, in parte comprensibilmente, richiedono delle norme chiare e da applicare ugualmente su tutti1): la questione però muta quando si considera che l’oggi è il momento in cui bisogna portare la buona notizia – la quale è sempre il Mistero, cioè il fatto che Dio prende l’iniziativa di venire a cercarci così come siamo, per puro e gratuito amore –, non necessariamente quello in cui si devono svelare tutte le esigenze comportate dal corrispondere alla redenzione. Soprattutto perché a nessun livello l’opera della salvezza può prescindere dalla libertà umana, e specialmente perché il primo soggetto della missione della Chiesa è Dio, che agisce ordinariamente mediante i suoi ministri ma anche (sempre) immediatamente nelle coscienze dei fedeli. Come diceva Giovanni Paolo II nel 1986:

Al culmine della missione messianica di Gesù, lo Spirito Santo diventa presente nel mistero pasquale in tutta la sua soggettività divina: come colui che deve ora continuare l’opera salvifica, radicata nel sacrificio della Croce. Senza dubbio quest’opera viene affidata da Gesù ad uomini: agli apostoli, alla Chiesa. Tuttavia, in questi uomini e per mezzo di essi, lo Spirito Santo rimane il trascendente soggetto protagonista della realizzazione di tale opera nello spirito dell’uomo e nella storia del mondo: l’invisibile e, al tempo stesso, onnipresente Paraclito! Lo Spirito che «soffia dove vuole».

Dominum et vivificantem 42

Voglio dire che ho visto più volte, anche in questi ultimi anni, “coppie irregolari” (divorziati risposati con figli a carico, magari da entrambe le unioni) in cui entrambi i membri o uno solo dei due venivano sedotti dal Maestro Interiore, il quale incessantemente attraeva a conversione. Per le confidenze che ho ricevuto da alcune di queste persone ho potuto vedere che davvero ci sono stati sacerdoti pazienti e fiduciosi che hanno anzitutto accolto, poi accompagnato quelle persone. «E poi che cosa è successo?», mi si chiederà: «Glie l’ha data la comunione o no?». No, per quanto ho potuto sapere e vedere: i sacerdoti le stanno ancora accompagnando. «E dove?», domanderà forse qualcuno. Nel solo posto dove occorre essere guidati: nel Regno di Dio, che è in mezzo a noi e ci chiama “da sé” (Mc 4,28) a conversione. Difatti quelle persone attraversano momenti di forte e dolce crisi, individuale e di coppia, perché mano a mano è il Signore a imporre alla coscienza che rettamente lo cerca le esigenze della sua sequela2. E ho visto alcune tra quelle persone che arrivavano a scegliere la continenza, come chiede la Familiaris Consortio, “da sé”, proprio come germoglia il seme nella terra nel racconto marciano della parabola del seminatore.

Immagino le obiezioni, riassumibili in due principali:

  1. E se non ci arrivano tutti?
  2. E se i preti danno loro la comunione senza tante storie per levarsi il pensiero e sentirsi “buoni” e “aperti”?

Rispondo così:

  • Ma arrivare dove? A barrare tutte le caselle? Di che? Di quale schema preconcetto? Ciascuno arriva dove può arrivare, e solo Dio sa quanto ci è stato dato e quanti interessi maturi in noi, nella nostra vita, la sua grazia: che noialtri si pretenda di standardizzare i “requisiti minimi di salvezza” è insieme ridicolo e blasfemo. L’essenziale è che tutti camminino, che nessuno si adagi.
  • Tali sacerdoti sono i cattivi pastori di cui Ezechiele e Agostino insieme in questi giorni duramente ci parlano:
  • Mi risuonano alla mente le parole dell’Apostolo che dice: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna» [2 Tm 4, 2]. Per chi “a tempo opportuno” e per chi “a tempo non opportuno”? Certamente a tempo opportuno, per chi vuole; a tempo inopportuno, per chi non vuole. Sono proprio importuno e oso dirtelo: Tu vuoi smarrirti, tu vuoi perderti, io invece non lo voglio.
    Alla fin fine non lo vuole colui che mi incute timore. Qualora io lo volessi, ecco che cosa mi direbbe, ecco quale rimprovero mi rivolgerebbe: «Non avete riportato le disperse, non siete andati in cerca delle smarrite». Devo forse avere più timore di te che di lui? «Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo» [2 Cor 5, 10].
    Riporterò quindi la pecora dispersa, andrò in cerca di quella smarrita; che tu voglia o no, lo farò. Anche se nella mia ricerca sarò lacerato dai rovi della selva, mi caccerò nei luoghi più stretti, cercherò per tutte le siepi, percorrerò ogni luogo, finché mi sosteranno quelle forze che il timore di Dio mi infonde. Riporterò la pecora dispersa, andrò in cerca di quella smarrita. Se non vuoi il fastidio di dovermi sopportare, non sperderti, non smarrirti: è troppo poco se io mi contento di affliggermi nel vederti smarrita o sperduta.
    Temo che, trascurando te, abbia ad uccidere anche chi è forte. Senti infatti che cosa viene dopo: «E le pecore grasse le avete ammazzate» [cf. Ez 34, 3]. Se trascurerò la pecora smarrita, la pecora che si perde, anche quella che è forte si sentirà trascinata ad andar vagando e a perdersi3.

  • È verità di fede rivelata che costoro dovranno rispondere di tutte le persone che avranno indotto in errore con le loro facilonerie piacione, anche nel (probabile) caso in cui le persone da loro mandate in rovina non fossero in stato di errore invincibile.

Ma soprattutto, chi mai si sognerebbe in effetti di fare il contrario? Immaginatevi di essere un sacerdote seduto in confessionale (è vero, per certi versi una rarità…) e di vedervi arrivare un uomo confuso e turbato che vi racconta di vivere questo dissidio. Chi mai risponderebbe: «Figliolo, per l’assoluzione e per la comunione ti posso aiutare, ma tu prima torna a casa a dividere i letti»? È tutto sbagliato: quell’uomo in quel frangente non ha bisogno né di assoluzione né di comunione, bensì di consolazione, di ammonimento e di incoraggiamento. Ha bisogno del padre e del maestro, non del giudice (poi sarà lui a chiedere del giudice): il prete che però rispondesse “ma certo, figliolo, adesso con Papa Francesco è cambiato tutto!” commetterebbe un errore pastorale (e dottrinale!) uguale e contrario a quello del prete che dicesse “finché non rompi il tuo oggettivo concubinato non ci muoviamo di un passo”. Perché è lo stesso? Perché entrambi tendono a conquistare lo spazio della vita del fedele invece di avviare il processo della sua conversione prestandosi a mediare un incontro di grazia che necessariamente richiederà il suo tempo4. Entrambi hanno fretta di “archiviare il caso”, mentre non a caso Agostino indugiava sui faticosi dettagli del recupero della pecora smarrita. E più era smarrita, più tempo ci vorrà, sembrerebbe.

Così insegnò anche Benedetto XVI

Sembra impossibile ricordarsene, ora che molti media ci convincono del fatto che mai, fino a papa Bergoglio, la Chiesa era versata in tanta ambiguità dottrinale; eppure neppure dieci anni fa, addirittura verso la fine della Novena del Natale 2010, la Congregazione per la Dottrina della Fede1 ritenne opportuno rilasciare una nota in cui si leggeva, tra l’altro:

Il pensiero del Papa non di rado è stato strumentalizzato per scopi e interessi estranei al senso delle sue parole, che risulta evidente qualora si leggano interamente i capitoli dove si accenna alla sessualità umana. L’interesse del Santo Padre appare chiaro: ritrovare la grandezza del progetto di Dio sulla sessualità, evitandone la banalizzazione oggi diffusa.

Alcune interpretazioni hanno presentato le parole del Papa come affermazioni in contraddizione con la tradizione morale della Chiesa, ipotesi che taluni hanno salutato come una positiva svolta e altri hanno appreso con preoccupazione […]

No, non si stava parlando di Papa Francesco (all’epoca il cardinale Bergoglio si stava battendo come un leone contro l’approvazione del “matrimonio” omosessuale in Argentina). Si parlava invece di Benedetto XVI, che a pagina 171 del libro-intervista Luce del mondo diceva, fra l’altro, rispondendo a una domanda di Peter Seewald su sessualità e contraccezione:

Vi possono essere singoli casi motivati, ad esempio quando uno che si prostituisce utilizza un profilattico, e questo può essere un primo passo verso una moralizzazione, un primo elemento di responsabilità per sviluppare di nuovo una consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può fare tutto ciò che si vuole. […]

E all’incalzare del giornalista tedesco tornava a spiegare:

In un caso o nell’altro, nell’intenzione di diminuire il pericolo di contagio, può rappresentare tuttavia un primo passo sulla strada che porta ad una sessualità diversamente vissuta, più umana.

Benedetto XVI, Luce del mondo 171

Mi è tornato in mente questo passaggio proprio a leggere la quinta delle sette2 “proposizioni eretiche” che Papa Francesco avrebbe propagato mediante Amoris lætitia e attraverso successivi e collaterali atti, discorsi, silenzî:

La coscienza può giudicare veramente e correttamente che talvolta gli atti sessuali tra persone che hanno contratto tra loro matrimonio civile, quantunque uno dei due o entrambi siano sacramentalmente sposati con un’altra persona, sono moralmente buoni, richiesti o comandati da Dio.

Lo si potrebbe infatti facilmente ricalcare:

La coscienza può giudicare veramente e correttamente che talvolta l’utilizzo di un mezzo contraccettivo “di barriera”, quale è il preservativo, in specie nel caso di un prostituto che intenda provvedere a proteggere sé e gli altri da un eventuale contagio venereo, possa ritenersi moralmente buono, richiesto o comandato da Dio.

E la risposta di Benedetto XVI, stando a quel passo di Luce del mondo, sembra essere affermativa «oltre ogni ragionevole dubbio». Ovviamente Benedetto non ha mai detto né scritto alcunché di simile; ma neppure Francesco ha detto né scritto una frase come quella riportata nella “propositio hæretica V” (o nelle altre): a leggerle di fila sembra di sfogliare il Denzinger alle pagine dei decreti di condanna dei Molinisti… salvo che lì si riportavano effettivamente i virgolettati dei quietisti, per quanto espunti dal contesto – qui invece si piega la lettera del magistero pontificio al più recente esercizio della riformulazione del Sant’Uffizio, finalizzata all’elaborazione per via di responso. Un sistema che fu il cardinal Ratzinger a smantellare perché, disse il porporato arrivando nel palazzo della Congregazione Regina, «siamo qui non solo per dire in che cosa crediamo, ma soprattutto perché»3. Caso ironico, ma neppure tanto, se ricordiamo appunto che all’epoca furono i medesimi personaggi che oggi si scagliano in modo virulento contro Papa Francesco ad arguire che in Luce del mondo Benedetto XVI avesse operato «una rottura con la dottrina sulla contraccezione e con l’atteggiamento ecclesiale nella lotta contro l’Aids» (parola di Levada4).

Tra Lutero e il Modernismo

Né si può dire che la riformulazione ad usum demolitivum sia l’unica traccia di un certo (invero recente) modo di intendere la custodia della Dottrina della Fede: nella terza parte del temerario documento (che con involontaria comicità un illustre firmatario ha definito “un atto di devozione”) gli estensori espongono le due radici della mala pianta di Amoris lætitia – il modernismo e la riforma luterana. Una sezione tanto ridondante quanto fuori luogo, visto che nulla rivela1 se non il parterre culturale dei suddetti estensori: si tratta infatti di anime affannate la cui coscienza ecclesiale è rimasta incastrata, per diversi motivi, tra la seconda metà del XVI secolo e i primi lustri del XX. Sono evidentemente persone incapaci di concepire che la Chiesa esista prima e dopo questo lasso temporale, che sussista misticamente, spiritualmente e culturalmente entro e oltre gli angusti confini dell’Europa centrale, i quali non arrivano che occasionalmente sotto i Pirenei e ancora meno spesso considerano i cristiani ad est del Danubio2: la cosa ha dell’incredibile, ma in alcuni scritti “maturati” in siffatta humus ho dovuto leggere perfino di strabilianti correnti carsiche che unirebbero invisibilmente la riforma luterana al nazismo.

Chi scrive di «una simpatia senza precedenti» di Papa Francesco per Lutero dimentica forse (o conta che gli altri dimentichino…) le allocuzioni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sull’agostiniano tedesco: soprattutto in quelle dell’immediato predecessore, che volentieri indugiò sul radicale bisogno di “un Dio misericordioso” del riformatore sassone, si trova il supporto teoretico alle esternazioni di Papa Francesco. E va pure annotato che tra gli ultimi tre papi Francesco è stato l’unico che, ospite in terra protestante, ha osato proferire le parole: «I veri riformatori della Chiesa sono i santi»3. Quanto alla “scandalosa” statua di Lutero, a dire il vero quel giorno pensai che doveva costituire un problema più per i luterani che per i cattolici…

Non stupisce che (a oggi) l’unico vescovo ad aver firmato questo documento sia Bernard Fellay, il Superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X (i lefebvriani): il presule svizzero è rientrato dalla scomunica in cui era incorso nel 1988 per un gesto di clemenza e di distensione voluto da Benedetto XVI, il quale tuttavia ricordava al vescovo la necessità di accogliere il deposito del Vaticano II per completare la reintegrazione. Francesco ha prorogato la sospensione dalla censura ecclesiastica malgrado la stolida inerzia della FSSPX di fronte ai documenti conciliari: addirittura Fellay ha raccontato durante una predica che mons. Pozzo avrebbe ormai sollevato con ufficiosa ufficialità i lefebvriani dall’obbligo di sottoscrivere il Vaticano II. Questa è gente strana che rapina con la sinistra dal piatto della clemenza, tanto vituperata, mentre al contempo lo allontana con la destra. Colpisce (e duole) che a simili nomi si accostino anche quelli di studiosi moderati e intelligenti, come mons. Antonio Livi. Ma tant’è: in questi giorni di veleni può capitare che si perda la bussola.

Una precisazione sull’Eucaristia

Si potrà obiettare che il parallelismo tra il caso ipotizzato da Francesco e quello indicato da Benedetto XVI non regge per un ulteriore motivo (oltre al fatto che quello è Magistero e questo no, perlomeno non in senso stretto): il Papa Emerito non accennò neanche lontanamente alla possibilità di dare la comunione al prostituto della sua ipotesi. Vero. A questo punto però urgono due osservazioni.

La Comunione ai divorziati

La proposizione 7 della “correctio filialis” è tre volte falsa:

Nostro Signore Gesù Cristo vuole che la Chiesa abbandoni la sua perenne disciplina di rifiutare l’Eucaristia ai divorziati risposati e di rifiutare l’assoluzione ai divorziati risposati che non manifestano la contrizione per il loro stato di vita e un fermo proposito di emendarsi.

  1. Essa è falsa anzitutto in quanto Nostro Signore non vuole che le sue perle siano date a peccatori impenitenti (vale anche per i temerarî correttori del Papa);
  2. Essa è falsa in seguito in quanto mai Papa Francesco ha formalizzato una simile sciocchezza;
  3. Essa è falsa infine in quanto la disciplina di cui si parla non è affatto “perenne” [“perantiqua”, dice il testo latino, cioè antichissima], né può esserlo, per la semplice ragione che il matrimonio civile è un istituto napoleonico.

E perché questo non sembri un sofisma lo esprimo con le parole di un tradizionalista sopra le righe come Ariel S. Levi di Gualdo, che nel suo divertissement “Cum magna tristitia”, fingendosi il futuro Clemente XV, scriveva appunto:

La prudente scelta di non concedere la Santissima Eucaristia ai divorziati risposati non è un elemento dogmatico della fede cattolica ma una disciplina normativa adottata dal Magistero della Chiesa in ossequio alla morale insegnata e trasmessa dalla Santa tradizione cattolica. Dunque, per il potere a Noi conferito da Cristo Signore, di Nostra autorità potremmo modificare questa disciplina normativa […].

Al di là delle logomachie su cosa possa significare “perantiquus” (il diritto canonico riconosce “immemorabili” le consuetudini già quando sono centenarie), bisogna ricordare che la ragione fondamentale, sul piano teologico, sulla quale si fonda la suddetta disciplina è semplicemente che il sacramento eucaristico è il fondamento mistico della sacramentalità del matrimonio, e non ne abbiamo maturato un altro con cui sostituirlo. Ciò significa che:

  • Poiché solo per l’analogia tra Cristo e la Chiesa – il cui vincolo è l’Eucaristia (cf. Eph5,25-32 nonché Ecclesia de Eucharistia) – un uomo e una donna possono effettivamente unirsi “in unam carnem”;
  • Resta tuttora teologicamente incomprensibile come si possa accedere al sacramento eucaristico una volta che in virtù del sacramento matrimoniale ci si è vincolati ad accedere alla mensa del Signore con e per il coniuge e nel coniugio;
  • E resta quindi formidabile l’ammonimento dell’Apostolo sul fatto che «chi mangia e beve indegnamente il corpo del Signore mangia e beve la propria condanna» (cf. 1Cor 11,23-29).

Quindi non è amministrando sacrilegamente i sacramenti a peccatori impenitenti che li si aiuterà in ordine al loro fine ultimo, che è la salvezza eterna (e non un mero segno di integrazione nella società ecclesiale).

Ricevere “degnamente” il “panis angelorum

A questo punto la seconda osservazione: chi è “degno” del corpo di Cristo? Poiché la materia è vastissima e spazia dal lassismo più sfrenato al giansenismo più rigido, mi pare utile (in luogo di produrmi in una comunque incompleta rassegna) riportare stralci di una bellissima pagina del giovane Joseph Ratzinger, che nel 1960 così parlò al convegno dell’Opera cattolica di formazione religiosa, a Leverkusen:

L’Eucaristia culmina nella Comunione, vuole essere ricevuta. Se riflettiamo, emerge un ulteriore elemento. Che cosa accade in realtà nella Santa Comunione? Tutti i comunicanti mangiano l’unico e medesimo pane, Cristo, il Signore. Mangiano all’unica mensa di Dio, nella quale non c’è alcuna differenza, nella quale l’imprenditore e il lavoratore, il tedesco e il francese, il dotto e l’incolto hanno tutti lo stesso rango. Se vogliono appartenere a Dio, appartengono all’unica mensa: l’Eucaristia li raccoglie tutti in un unico convivio. E, come detto, in comune non c’è solo la mensa, ma quello che essi mangiano; sul serio è assolutamente la stessa e medesima cosa: mangiano tutti Cristo, perché come uomini sono tutti uniti spiritualmente alla medesima realtà fondamentale di Cristo, tutti entrano per così dire in un unico spazio spirituale che è Cristo.

In un momento di rapimento spirituale Agostino credette di udire la voce del Signore che gli diceva: «Io sono il pane dei forti. Mangiami. Non sarai tu però a trasformare me in te, come accade per il cibo comune, ma io trasformerò te in me». Significa che, nella normale alimentazione, l’uomo è più forte del cibo. Egli lo mangia, nel processo digestivo esso viene scomposto e (in ciò che gli è utile) assimilato al corpo, trasformato in sostanze proprie dell’organismo, diviene un pezzo di noi stessi, trasformato nella sostanza del nostro corpo. Nell’Eucaristia, il nutrimento, vale a dire Cristo, è più forte ed è più di noi. Così che il senso di questo nutrimento è esattamente opposto: esso vuole trasformare noi, assimilarci a Cristo, così che possiamo uscire da noi stessi, giungere oltre noi e divenire come Cristo. Ma questo significa di conseguenza che tutti i comunicanti, con la Comunione, vengono tratti fuori da sé e assimilati all’unico cibo, vale a dire alla realtà spirituale di Cristo. Questo a sua volta vuol dire che essi vengono anche fusi tra loro. Vengono tutti tratti fuori da se stessi e condotti in un unico centro. I Padri dicono: essi diventano (o dovrebbero diventare) “corpo di Cristo”. Ed è questo l’autentico senso della Santa Comunione: che i comunicanti divengano tra loro una cosa sola per mezzo dell’uniformarsi all’unico Cristo. Il senso primario della Comunione non è l’incontro del singolo con il suo Dio – per questo ci sarebbero anche altre vie – ma proprio la fusione dei singoli tra loro per mezzo di Cristo. Per sua natura la Comunione è il sacramento della fraternità cristiana.

Questo mi sembra di straordinaria importanza per quel che riguarda la concreta ricezione della Comunione. Già nelle nostre preghiere dopo la Comunione dovremmo prendere sempre di nuovo coscienza che abbiamo ricevuto il sacramento della fraternità e dovremmo cercare di comprendere quale impegno ci impone. Dovremmo così ridivenire consapevoli molto più fortemente del fatto che il cattolicesimo non afferma solo un legame verticale del singolo con Cristo e con il Padre, e nemmeno solo un legame con il supremo vertice gerarchico, il Papa, ma che appartiene essenzialmente alla natura del cattolicesimo anche il legame orizzontale, il legame dei comunicanti e delle comunità eucaristiche fra loro.

[…]

A partire da qui è andata sviluppandosi una nuova comprensione della questione relativa alla frequenza della Santa Comunione. La Comunione non è un premio per chi è particolarmente virtuoso (chi, in questo caso, potrebbe riceverla senza essere un fariseo?), ma è invece il pane del pellegrino che Dio ci porge in questo mondo, che ci porge dentro la nostra debolezza. Essa è il nostro “sì” alla Chiesa, alla comunità di quanti credono insieme a noi; è la modalità con la quale veramente e di fatto ci uniamo sempre di nuovo alla Chiesa; è quell’avvenimento che di continuo ci chiama fuori da tutte le relazioni puramente terrene e fa reale il Divino-Eterno nella nostra esistenza. Per questo è proprio l’uomo in pericolo ad avere di continuo bisogno di questo attuarsi della sua fede, per mezzo del quale egli vive la comunità di fede in modo veramente concreto. Lo sguardo alla Comunione domenicale deve essere di continuo per lui un’esortazione a essere “comunicante” nella sua vita quotidiana: vale a dire a vivere come cristiano; infatti, nella Chiesa antica, essere cristiano equivaleva a essere “comunicante”, a essere uno che partecipava alla comunità del corpo del Signore che è la Chiesa. Dal fatto che la Chiesa è comunità eucaristica – e che, di conseguenza, essere cristiano ed essere “comunicante” è la stessa cosa –, che essere cristiano consiste semplicemente nella partecipazione al Corpo del Signore (circostanza, questa, dalla quale tutto il resto deriva), da questo fatto risulta anche la norma per la frequenza della Comunione: per la persona che lavora – e che dunque difficilmente può comunicarsi giornalmente – la Comunione domenicale dovrebbe rappresentare la norma, mentre la Confessione, a seconda della disposizione, potrà essere sufficiente praticarla mensilmente o addirittura trimestralmente. Affermare che non sarebbe possibile per il normale cristiano vivere senza cadere in peccato mortale così a lungo è un’asserzione che significa, a un tempo, avere una considerazione troppo bassa del normale cristiano e una considerazione falsamente elevata del peccato mortale. Un cristiano che si sforza sinceramente di vivere come cristiano non vive in stato di peccato mortale, peccato questo che non accade incidentalmente e marginalmente: qualcosa che accade incidentalmente, proprio per questo non è peccato mortale. Credo che, qui dovremmo veramente mostrare più coraggio e più fede. L’intero nostro cristianesimo potrebbe un po’ cambiare volto se fosse di nuovo evidente che essere cristiano ed essere “comunicante” è la stessa e identica cosa.

Vadano a leggersi tutto il volume 7/I degli Scritti sul Concilio di Ratzinger, i 62 e i loro simpatizzanti, e si divertano a contare lì i “cedimenti al luteranesimo” del futuro Benedetto XVI. Noi cattolici invece ci nutriremo di questo e di altri insegnamenti volti a magnificare la costanza del Magistero. In realtà sbaglia chi dice che «l’Eucaristia non è “il pane dei forti”», perché sant’Agostino afferma il contrario e lo fa riecheggiando la Scrittura; l’Eucaristia è il “pane dei forti”, sì, e bisogna “crescere” un tantino per e prima di accostarvisi (così come a un lattante non si dà cibo solido – si ricorderà che l’analogia affonda le radici in san Paolo: cf. 1Cor 3,2). Essa però non è il cibo dei perfetti, benché sia chiamato tipologicamente “pane degli angeli”. La quadratura del cerchio l’ha prodotta san Tommaso d’Aquino, che nel comporre l’innologia e l’eucologia del Corpus Domini scrisse:

Ecce panis angelorum
factus cibus viatorum:
vere panis filiorum,
non mittendus canibus.
Ecco il pane degli angeli
divenuto cibo dei viandanti:
è veramente il pane dei figli,
non dev’essere dato ai cani.
 

L’Angelico ha detto tutto: per la grazia di Dio la fonte di ogni perfezione è stata disposta come sostentamento degli imperfetti; questo è tuttavia il cibo dei figli e non si può dare a chi vive schiavo del peccato. E viceversa.

La comunione, poi, non è una mera questione di idoneità individuale di fronte a Cristo (lo ha spiegato Ratzinger da par suo): essa è l’essenza del cristianesimo in quanto trasforma ogni cristiano e l’intera comunità nel corpo di Cristo, ma questo implica che ogni comunicante prenda l’impegno concreto a protendersi verso quello stato di unione. Quel medesimo che è strettamente analogato all’unione sponsale ed intima tra marito e moglie. Ecco perché i divorziati risposati pongono un problema alla comunità: ma questo significa appunto che se è ancora sincero desiderio di costoro il vivere una vita cristiana la comunità è in obbligo nei loro confronti. Quale obbligo? Ma Papa Francesco l’ha spiegato con chiarezza: accogliere, accompagnare, discernere, integrare. Senza fretta e senza legalismo. Parimenti senza credersi padroni dei sacramenti: da un sacrilegio non deriva grazia né per le coppie in difficoltà né per la comunità.

Cosa penso e cosa auspico io

Chiedo scusa se dopo questo florilegio di dottori della Chiesa parlo in prima persona. Lo faccio da semplice osservatore e commentatore delle cose di Chiesa, nelle quali ho forse maturato una qualche piccola competenza (comunque sarò brevissimo su questo punto, intendendo solo richiamare cose che ho già lungamente esposto qui sopra). Io penso che Amoris lætitia sia un testo volutamente palindromo, in materia di ecclesiologia e di sacramentaria. Papa Francesco l’ha volutamente e studiatamente lasciato in condizione di essere letto in modo perfettamente ortodosso (e anzi che approfondisce metodologie e finalità dell’agire pastorale) oppure travisato e distorto per fini eversivi e “novatores”. Penso che abbia operato questa scelta per osservare il protrarsi della dialettica ecclesiale (è la lettura che do di AL 3), riservandosi il ruolo di arbitro supremo che compete nativamente al ministero petrino della cattedra romana. La ragione per cui non è (ancora) intervenuto a sanzionare gli episcopati che sembrano entusiasti di poter dare una svolta à la page alla prassi pastorale (e quindi alla dottrina sacramentaria ed ecclesiologica) ammetto di non conoscerla – è una domanda che volentieri rivolgerei al Santo Padre, se ne avessi l’opportunità. Il motivo per cui invece non interviene a ripristinare casi che appaiono di evidente ingiustizia e di sopruso ideologico1 mi è altrettanto oscuro: vorrei chiedergli, a tale proposito, quali informazioni abbia in merito (potrebbe averne di più o di meno di noi, a seconda della trasparenza del suo “giglio magico”, e ciò potrebbe fare la differenza).

Ad ogni modo qualunque ipotesi è meno catastrofica di quella – fortunatamente mai verificatasi in pieno – del Papa eretico: i 62 hanno compilato un documento ipocrita che tira il sasso e nasconde la mano, poiché non vi compare l’accusa formale di eresia ma la si insinua (peraltro con la grave scorrettezza di contestarla sulla base di proposizioni artefatte e mai riscontrate nel Magistero del Santo Padre). In realtà, nutro il grave sospetto che siano altre le ragioni che hanno spinto gli estensori e i firmatarî a un atto tanto avventato e sgangherato: alcuni dei più noti tra loro, infatti, hanno conti in sospeso con Francesco e/o con la Santa Sede, e facilmente possono cercare pretesti mentre i sempre inestinti nostalgici del catarismo sfogano la loro orticaria per l’insegnamento evangelico del Romano Pontefice.

Io penso, in conclusione, che sia compito di tutti i teologi e degli studiosi, laici o chierici, l’approfondire il dettato dell’esortazione apostolica ricevendola anzitutto con il «devoto ossequio dell’intelletto e della volontà» (cosa che non sembra venga fatta sempre, da costoro…); dandone poi una lettura che sia veramente conforme ai contenuti del Magistero precedente e che quello stesso Magistero illumini e approfondisca nelle sue ragioni e nei suoi fini. Se le conferenze episcopali sbagliano, altri Vescovi hanno il diritto e il dovere sacrosanto di entrare in dialettica con loro, e se serve anche in polemica. Perfino noi laici abbiamo, in misura diversa e proporzionata, questo sacrosanto diritto/dovere. La prima sede, invece, non può essere giudicata da nessuno. E se esita a intervenire nella disputa, per motivi che forse ci sfuggono, quello che spetta a noi è pregare, convertirci, studiare, approfondire, partecipare come possiamo a questo importante dibattito. Salva sempre la comunione ecclesiale, fuori dalla quale non c’è verità, non c’è carità, non c’è salvezza.

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Contro quelli che accusano il Papa di eresia

  

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di Giovanni Marcotullio

E sì che doveva essere la domenica “della Parola di Dio”. Invece ce la siamo trovata impestata da parole così troppo umane da suonare quasi diaboliche. Alcuni hanno attribuito ad Hans Urs von Balthasar la frase: «Il problema di quando Paolo VI ha deposto la tiara è che da quel giorno ogni cattolico se l’è messa in testa». L’abbia detta o non detta, una simile frase, mai la sua veridicità appare lampante come in questi giorni sciagurati in cui pare che alcuni considerino l’essenza del cattolicesimo il sedersi ogni giorno davanti ai discorsi del Santo Padre con la matita blu per vedere se passa l’esame di dottrina. In altre epoche – in cui gli uomini colti leggevano più di quanto scrivessero e gli incolti non ardivano di cimentarsi coi primi – l’ipotesi di un Papa eretico agitò per secoli gli studiosi. Oggi dai social network la frase “il Papa è eretico” si riversa al suolo con la leggerezza con cui si lasciano cadere i gusci delle noccioline durante una passeggiata1.

C’è di che rimpiangere i Dubia

In più occasioni, in privato e in pubblico, ho espresso un giudizio di sostanziale apprezzamento dei Dubia dei quattro (più due) cardinali su Amoris lætitia; contestualmente ho sempre espresso scetticismo circa l’opportunità del rendere pubblico quel testo, che non aveva ricevuto risposta dal Papa2. Il fatto che il Santo Padre non abbia dato risposta a quegli eminentissimi collaboratori è senz’altro un dato di cui tenere conto, quando ci si accinge all’analisi: lo abbiamo visto investire il suo prezioso tempo in attività apparentemente anche meno urgenti e importanti di questa; se non convoca perlomeno a colloquio informale quel pugno di porporati è perché evidentemente non vuole. Suoni ciò sgradevole quanto si vuole, i fatti sembrano questi: resta da comprendere la ragione di ciò. Io non ho conferito col Santo Padre, come pure non lo hanno fatto i sei cardinali né qualcuno di questi sessantadue scismatici in pectore: questi però (i “teologi”, non i cardinali) insistono col dire che il Papa è incappato nell’eresia – in sette distinte eresie (bontà loro!); io, nel mio piccolo, mi ostino a cercare qualunque spiegazione alternativa a questa.

Le ragioni che mi do

E una spiegazione me la do, in effetti, e da qualche parte l’ho già scritta (mi scuso dunque per la ripetizione): il Santo Padre sa bene che niente decide la vita di un atto magisteriale quanto la sua ricezione, e pure che i tempi fisiologici per la ricezione ecclesiale di un documento sono ben più lunghi del papato medio che un uomo delle sue età e condizione può ragionevolmente attendersi3. Insomma, è mia idea che Amoris lætitia sia un testo “teologicamente palindromo”, cioè composto in tale modo da poter essere letto in senso perfettamente ortodosso oppure eterodosso ed eversivo.

Tanta gesuitica sottigliezza, però, sarebbe stata impiegata a quale fine? Per il sadico piacere di confondere i fedeli? Evidentemente no, questa confusione anzi fa verosimilmente parte dei mali collaterali a cui Papa Francesco si mostrava consapevole di andare incontro quando diceva: «Preferisco una Chiesa incidentata a una Chiesa ammalata». Papa Francesco vuole una Chiesa “in uscita” a costo di esporla al rischio di incidenti. Fuor di metafora, gli “incidenti” altro non sono che la confusione – ma giustamente il Papa non si cura dei battages sui social… – e perfino il grave rischio che, seguendo insegnamenti erronei, delle persone si rovinino la vita e (Dio non voglia!) si dannino eternamente. E sì che la salus animarum – lo ricorda anche il Codice di Diritto Canonico – è la suprema lex Ecclesiæ: dunque il fine del Papa in queste ardite e rischiose scelte non può riguardare alcunché di inferiore.

Il tempo e lo spazio

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Nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium, in effetti, il Santo Padre aveva indicato uno dei suoi principî-guida: la priorità del tempo sullo spazio. Con le sue parole:

Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci.

[…]

Questo criterio è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede di tener presente l’orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga. Il Signore stesso nella sua vita terrena fece intendere molte volte ai suoi discepoli che vi erano cose che non potevano ancora comprendere e che era necessario attendere lo Spirito Santo (cfr Gv 16,12-13). La parabola del grano e della zizzania (cfr Mt 13, 24-30) descrive un aspetto importante dell’evangelizzazione, che consiste nel mostrare come il nemico può occupare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo.

Evangelii Gaudium 223.225

Le ho sentite risuonare in un passaggio del libro-intervista con Dominique Wolton anticipato da Figaro Magazine (anticipazioni che ho tradotto per Aleteia):

È una cosa chiara e positiva [Amoris lætitiaN.d.R.], che alcuni dalle tendenze troppo tradizionaliste combattono dicendo che non è quella la vera dottrina. Quanto alle famiglie ferite, dico che nel capitolo VIII ci sono quattro criteri: accogliere, accompagnare, discernere le situazioni e integrare. E questo non è una norma fissa: apre una strada, un cammino di comunicazione. Mi hanno subito chiesto: «Ma si può dare la comunione ai divorziati?». Rispondo: «Parlate col divorziato, parlate con la divorziata, accogliete, accompagnate, integrate, discernete!». Ahimè, noi preti siamo abituati alle norme fisse. Alle regole di ferro. Ed è difficile, per noi, questo «accompagnare sul cammino, integrare, discernere, dire del bene». Ma la mia proposta è questa.

In effetti sintetizzare con l’espressione “caso per caso” risulta odioso nella sua estrema ambiguità: non può significare una cosa ingiusta come “a quelli sì e a questi no” (difatti a quanto leggiamo i sacerdoti, in parte comprensibilmente, richiedono delle norme chiare e da applicare ugualmente su tutti1): la questione però muta quando si considera che l’oggi è il momento in cui bisogna portare la buona notizia – la quale è sempre il Mistero, cioè il fatto che Dio prende l’iniziativa di venire a cercarci così come siamo, per puro e gratuito amore –, non necessariamente quello in cui si devono svelare tutte le esigenze comportate dal corrispondere alla redenzione. Soprattutto perché a nessun livello l’opera della salvezza può prescindere dalla libertà umana, e specialmente perché il primo soggetto della missione della Chiesa è Dio, che agisce ordinariamente mediante i suoi ministri ma anche (sempre) immediatamente nelle coscienze dei fedeli. Come diceva Giovanni Paolo II nel 1986:

Al culmine della missione messianica di Gesù, lo Spirito Santo diventa presente nel mistero pasquale in tutta la sua soggettività divina: come colui che deve ora continuare l’opera salvifica, radicata nel sacrificio della Croce. Senza dubbio quest’opera viene affidata da Gesù ad uomini: agli apostoli, alla Chiesa. Tuttavia, in questi uomini e per mezzo di essi, lo Spirito Santo rimane il trascendente soggetto protagonista della realizzazione di tale opera nello spirito dell’uomo e nella storia del mondo: l’invisibile e, al tempo stesso, onnipresente Paraclito! Lo Spirito che «soffia dove vuole».

Dominum et vivificantem 42

Voglio dire che ho visto più volte, anche in questi ultimi anni, “coppie irregolari” (divorziati risposati con figli a carico, magari da entrambe le unioni) in cui entrambi i membri o uno solo dei due venivano sedotti dal Maestro Interiore, il quale incessantemente attraeva a conversione. Per le confidenze che ho ricevuto da alcune di queste persone ho potuto vedere che davvero ci sono stati sacerdoti pazienti e fiduciosi che hanno anzitutto accolto, poi accompagnato quelle persone. «E poi che cosa è successo?», mi si chiederà: «Glie l’ha data la comunione o no?». No, per quanto ho potuto sapere e vedere: i sacerdoti le stanno ancora accompagnando. «E dove?», domanderà forse qualcuno. Nel solo posto dove occorre essere guidati: nel Regno di Dio, che è in mezzo a noi e ci chiama “da sé” (Mc 4,28) a conversione. Difatti quelle persone attraversano momenti di forte e dolce crisi, individuale e di coppia, perché mano a mano è il Signore a imporre alla coscienza che rettamente lo cerca le esigenze della sua sequela2. E ho visto alcune tra quelle persone che arrivavano a scegliere la continenza, come chiede la Familiaris Consortio, “da sé”, proprio come germoglia il seme nella terra nel racconto marciano della parabola del seminatore.

Immagino le obiezioni, riassumibili in due principali:

  1. E se non ci arrivano tutti?
  2. E se i preti danno loro la comunione senza tante storie per levarsi il pensiero e sentirsi “buoni” e “aperti”?

Rispondo così:

  • Ma arrivare dove? A barrare tutte le caselle? Di che? Di quale schema preconcetto? Ciascuno arriva dove può arrivare, e solo Dio sa quanto ci è stato dato e quanti interessi maturi in noi, nella nostra vita, la sua grazia: che noialtri si pretenda di standardizzare i “requisiti minimi di salvezza” è insieme ridicolo e blasfemo. L’essenziale è che tutti camminino, che nessuno si adagi.
  • Tali sacerdoti sono i cattivi pastori di cui Ezechiele e Agostino insieme in questi giorni duramente ci parlano:
  • Mi risuonano alla mente le parole dell’Apostolo che dice: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna» [2 Tm 4, 2]. Per chi “a tempo opportuno” e per chi “a tempo non opportuno”? Certamente a tempo opportuno, per chi vuole; a tempo inopportuno, per chi non vuole. Sono proprio importuno e oso dirtelo: Tu vuoi smarrirti, tu vuoi perderti, io invece non lo voglio.
    Alla fin fine non lo vuole colui che mi incute timore. Qualora io lo volessi, ecco che cosa mi direbbe, ecco quale rimprovero mi rivolgerebbe: «Non avete riportato le disperse, non siete andati in cerca delle smarrite». Devo forse avere più timore di te che di lui? «Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo» [2 Cor 5, 10].
    Riporterò quindi la pecora dispersa, andrò in cerca di quella smarrita; che tu voglia o no, lo farò. Anche se nella mia ricerca sarò lacerato dai rovi della selva, mi caccerò nei luoghi più stretti, cercherò per tutte le siepi, percorrerò ogni luogo, finché mi sosteranno quelle forze che il timore di Dio mi infonde. Riporterò la pecora dispersa, andrò in cerca di quella smarrita. Se non vuoi il fastidio di dovermi sopportare, non sperderti, non smarrirti: è troppo poco se io mi contento di affliggermi nel vederti smarrita o sperduta.
    Temo che, trascurando te, abbia ad uccidere anche chi è forte. Senti infatti che cosa viene dopo: «E le pecore grasse le avete ammazzate» [cf. Ez 34, 3]. Se trascurerò la pecora smarrita, la pecora che si perde, anche quella che è forte si sentirà trascinata ad andar vagando e a perdersi3.

  • È verità di fede rivelata che costoro dovranno rispondere di tutte le persone che avranno indotto in errore con le loro facilonerie piacione, anche nel (probabile) caso in cui le persone da loro mandate in rovina non fossero in stato di errore invincibile.

Ma soprattutto, chi mai si sognerebbe in effetti di fare il contrario? Immaginatevi di essere un sacerdote seduto in confessionale (è vero, per certi versi una rarità…) e di vedervi arrivare un uomo confuso e turbato che vi racconta di vivere questo dissidio. Chi mai risponderebbe: «Figliolo, per l’assoluzione e per la comunione ti posso aiutare, ma tu prima torna a casa a dividere i letti»? È tutto sbagliato: quell’uomo in quel frangente non ha bisogno né di assoluzione né di comunione, bensì di consolazione, di ammonimento e di incoraggiamento. Ha bisogno del padre e del maestro, non del giudice (poi sarà lui a chiedere del giudice): il prete che però rispondesse “ma certo, figliolo, adesso con Papa Francesco è cambiato tutto!” commetterebbe un errore pastorale (e dottrinale!) uguale e contrario a quello del prete che dicesse “finché non rompi il tuo oggettivo concubinato non ci muoviamo di un passo”. Perché è lo stesso? Perché entrambi tendono a conquistare lo spazio della vita del fedele invece di avviare il processo della sua conversione prestandosi a mediare un incontro di grazia che necessariamente richiederà il suo tempo4. Entrambi hanno fretta di “archiviare il caso”, mentre non a caso Agostino indugiava sui faticosi dettagli del recupero della pecora smarrita. E più era smarrita, più tempo ci vorrà, sembrerebbe.

Così insegnò anche Benedetto XVI

Sembra impossibile ricordarsene, ora che molti media ci convincono del fatto che mai, fino a papa Bergoglio, la Chiesa era versata in tanta ambiguità dottrinale; eppure neppure dieci anni fa, addirittura verso la fine della Novena del Natale 2010, la Congregazione per la Dottrina della Fede1 ritenne opportuno rilasciare una nota in cui si leggeva, tra l’altro:

Il pensiero del Papa non di rado è stato strumentalizzato per scopi e interessi estranei al senso delle sue parole, che risulta evidente qualora si leggano interamente i capitoli dove si accenna alla sessualità umana. L’interesse del Santo Padre appare chiaro: ritrovare la grandezza del progetto di Dio sulla sessualità, evitandone la banalizzazione oggi diffusa.

Alcune interpretazioni hanno presentato le parole del Papa come affermazioni in contraddizione con la tradizione morale della Chiesa, ipotesi che taluni hanno salutato come una positiva svolta e altri hanno appreso con preoccupazione […]

No, non si stava parlando di Papa Francesco (all’epoca il cardinale Bergoglio si stava battendo come un leone contro l’approvazione del “matrimonio” omosessuale in Argentina). Si parlava invece di Benedetto XVI, che a pagina 171 del libro-intervista Luce del mondo diceva, fra l’altro, rispondendo a una domanda di Peter Seewald su sessualità e contraccezione:

Vi possono essere singoli casi motivati, ad esempio quando uno che si prostituisce utilizza un profilattico, e questo può essere un primo passo verso una moralizzazione, un primo elemento di responsabilità per sviluppare di nuovo una consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può fare tutto ciò che si vuole. […]

E all’incalzare del giornalista tedesco tornava a spiegare:

In un caso o nell’altro, nell’intenzione di diminuire il pericolo di contagio, può rappresentare tuttavia un primo passo sulla strada che porta ad una sessualità diversamente vissuta, più umana.

Benedetto XVI, Luce del mondo 171

Mi è tornato in mente questo passaggio proprio a leggere la quinta delle sette2 “proposizioni eretiche” che Papa Francesco avrebbe propagato mediante Amoris lætitia e attraverso successivi e collaterali atti, discorsi, silenzî:

La coscienza può giudicare veramente e correttamente che talvolta gli atti sessuali tra persone che hanno contratto tra loro matrimonio civile, quantunque uno dei due o entrambi siano sacramentalmente sposati con un’altra persona, sono moralmente buoni, richiesti o comandati da Dio.

Lo si potrebbe infatti facilmente ricalcare:

La coscienza può giudicare veramente e correttamente che talvolta l’utilizzo di un mezzo contraccettivo “di barriera”, quale è il preservativo, in specie nel caso di un prostituto che intenda provvedere a proteggere sé e gli altri da un eventuale contagio venereo, possa ritenersi moralmente buono, richiesto o comandato da Dio.

E la risposta di Benedetto XVI, stando a quel passo di Luce del mondo, sembra essere affermativa «oltre ogni ragionevole dubbio». Ovviamente Benedetto non ha mai detto né scritto alcunché di simile; ma neppure Francesco ha detto né scritto una frase come quella riportata nella “propositio hæretica V” (o nelle altre): a leggerle di fila sembra di sfogliare il Denzinger alle pagine dei decreti di condanna dei Molinisti… salvo che lì si riportavano effettivamente i virgolettati dei quietisti, per quanto espunti dal contesto – qui invece si piega la lettera del magistero pontificio al più recente esercizio della riformulazione del Sant’Uffizio, finalizzata all’elaborazione per via di responso. Un sistema che fu il cardinal Ratzinger a smantellare perché, disse il porporato arrivando nel palazzo della Congregazione Regina, «siamo qui non solo per dire in che cosa crediamo, ma soprattutto perché»3. Caso ironico, ma neppure tanto, se ricordiamo appunto che all’epoca furono i medesimi personaggi che oggi si scagliano in modo virulento contro Papa Francesco ad arguire che in Luce del mondo Benedetto XVI avesse operato «una rottura con la dottrina sulla contraccezione e con l’atteggiamento ecclesiale nella lotta contro l’Aids» (parola di Levada4).

Tra Lutero e il Modernismo

Né si può dire che la riformulazione ad usum demolitivum sia l’unica traccia di un certo (invero recente) modo di intendere la custodia della Dottrina della Fede: nella terza parte del temerario documento (che con involontaria comicità un illustre firmatario ha definito “un atto di devozione”) gli estensori espongono le due radici della mala pianta di Amoris lætitia – il modernismo e la riforma luterana. Una sezione tanto ridondante quanto fuori luogo, visto che nulla rivela1 se non il parterre culturale dei suddetti estensori: si tratta infatti di anime affannate la cui coscienza ecclesiale è rimasta incastrata, per diversi motivi, tra la seconda metà del XVI secolo e i primi lustri del XX. Sono evidentemente persone incapaci di concepire che la Chiesa esista prima e dopo questo lasso temporale, che sussista misticamente, spiritualmente e culturalmente entro e oltre gli angusti confini dell’Europa centrale, i quali non arrivano che occasionalmente sotto i Pirenei e ancora meno spesso considerano i cristiani ad est del Danubio2: la cosa ha dell’incredibile, ma in alcuni scritti “maturati” in siffatta humus ho dovuto leggere perfino di strabilianti correnti carsiche che unirebbero invisibilmente la riforma luterana al nazismo.

Chi scrive di «una simpatia senza precedenti» di Papa Francesco per Lutero dimentica forse (o conta che gli altri dimentichino…) le allocuzioni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sull’agostiniano tedesco: soprattutto in quelle dell’immediato predecessore, che volentieri indugiò sul radicale bisogno di “un Dio misericordioso” del riformatore sassone, si trova il supporto teoretico alle esternazioni di Papa Francesco. E va pure annotato che tra gli ultimi tre papi Francesco è stato l’unico che, ospite in terra protestante, ha osato proferire le parole: «I veri riformatori della Chiesa sono i santi»3. Quanto alla “scandalosa” statua di Lutero, a dire il vero quel giorno pensai che doveva costituire un problema più per i luterani che per i cattolici…

Non stupisce che (a oggi) l’unico vescovo ad aver firmato questo documento sia Bernard Fellay, il Superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X (i lefebvriani): il presule svizzero è rientrato dalla scomunica in cui era incorso nel 1988 per un gesto di clemenza e di distensione voluto da Benedetto XVI, il quale tuttavia ricordava al vescovo la necessità di accogliere il deposito del Vaticano II per completare la reintegrazione. Francesco ha prorogato la sospensione dalla censura ecclesiastica malgrado la stolida inerzia della FSSPX di fronte ai documenti conciliari: addirittura Fellay ha raccontato durante una predica che mons. Pozzo avrebbe ormai sollevato con ufficiosa ufficialità i lefebvriani dall’obbligo di sottoscrivere il Vaticano II. Questa è gente strana che rapina con la sinistra dal piatto della clemenza, tanto vituperata, mentre al contempo lo allontana con la destra. Colpisce (e duole) che a simili nomi si accostino anche quelli di studiosi moderati e intelligenti, come mons. Antonio Livi. Ma tant’è: in questi giorni di veleni può capitare che si perda la bussola.

Una precisazione sull’Eucaristia

Si potrà obiettare che il parallelismo tra il caso ipotizzato da Francesco e quello indicato da Benedetto XVI non regge per un ulteriore motivo (oltre al fatto che quello è Magistero e questo no, perlomeno non in senso stretto): il Papa Emerito non accennò neanche lontanamente alla possibilità di dare la comunione al prostituto della sua ipotesi. Vero. A questo punto però urgono due osservazioni.

La Comunione ai divorziati

La proposizione 7 della “correctio filialis” è tre volte falsa:

Nostro Signore Gesù Cristo vuole che la Chiesa abbandoni la sua perenne disciplina di rifiutare l’Eucaristia ai divorziati risposati e di rifiutare l’assoluzione ai divorziati risposati che non manifestano la contrizione per il loro stato di vita e un fermo proposito di emendarsi.

  1. Essa è falsa anzitutto in quanto Nostro Signore non vuole che le sue perle siano date a peccatori impenitenti (vale anche per i temerarî correttori del Papa);
  2. Essa è falsa in seguito in quanto mai Papa Francesco ha formalizzato una simile sciocchezza;
  3. Essa è falsa infine in quanto la disciplina di cui si parla non è affatto “perenne” [“perantiqua”, dice il testo latino, cioè antichissima], né può esserlo, per la semplice ragione che il matrimonio civile è un istituto napoleonico.

E perché questo non sembri un sofisma lo esprimo con le parole di un tradizionalista sopra le righe come Ariel S. Levi di Gualdo, che nel suo divertissement “Cum magna tristitia”, fingendosi il futuro Clemente XV, scriveva appunto:

La prudente scelta di non concedere la Santissima Eucaristia ai divorziati risposati non è un elemento dogmatico della fede cattolica ma una disciplina normativa adottata dal Magistero della Chiesa in ossequio alla morale insegnata e trasmessa dalla Santa tradizione cattolica. Dunque, per il potere a Noi conferito da Cristo Signore, di Nostra autorità potremmo modificare questa disciplina normativa […].

Al di là delle logomachie su cosa possa significare “perantiquus” (il diritto canonico riconosce “immemorabili” le consuetudini già quando sono centenarie), bisogna ricordare che la ragione fondamentale, sul piano teologico, sulla quale si fonda la suddetta disciplina è semplicemente che il sacramento eucaristico è il fondamento mistico della sacramentalità del matrimonio, e non ne abbiamo maturato un altro con cui sostituirlo. Ciò significa che:

  • Poiché solo per l’analogia tra Cristo e la Chiesa – il cui vincolo è l’Eucaristia (cf. Eph5,25-32 nonché Ecclesia de Eucharistia) – un uomo e una donna possono effettivamente unirsi “in unam carnem”;
  • Resta tuttora teologicamente incomprensibile come si possa accedere al sacramento eucaristico una volta che in virtù del sacramento matrimoniale ci si è vincolati ad accedere alla mensa del Signore con e per il coniuge e nel coniugio;
  • E resta quindi formidabile l’ammonimento dell’Apostolo sul fatto che «chi mangia e beve indegnamente il corpo del Signore mangia e beve la propria condanna» (cf. 1Cor 11,23-29).

Quindi non è amministrando sacrilegamente i sacramenti a peccatori impenitenti che li si aiuterà in ordine al loro fine ultimo, che è la salvezza eterna (e non un mero segno di integrazione nella società ecclesiale).

Ricevere “degnamente” il “panis angelorum

A questo punto la seconda osservazione: chi è “degno” del corpo di Cristo? Poiché la materia è vastissima e spazia dal lassismo più sfrenato al giansenismo più rigido, mi pare utile (in luogo di produrmi in una comunque incompleta rassegna) riportare stralci di una bellissima pagina del giovane Joseph Ratzinger, che nel 1960 così parlò al convegno dell’Opera cattolica di formazione religiosa, a Leverkusen:

L’Eucaristia culmina nella Comunione, vuole essere ricevuta. Se riflettiamo, emerge un ulteriore elemento. Che cosa accade in realtà nella Santa Comunione? Tutti i comunicanti mangiano l’unico e medesimo pane, Cristo, il Signore. Mangiano all’unica mensa di Dio, nella quale non c’è alcuna differenza, nella quale l’imprenditore e il lavoratore, il tedesco e il francese, il dotto e l’incolto hanno tutti lo stesso rango. Se vogliono appartenere a Dio, appartengono all’unica mensa: l’Eucaristia li raccoglie tutti in un unico convivio. E, come detto, in comune non c’è solo la mensa, ma quello che essi mangiano; sul serio è assolutamente la stessa e medesima cosa: mangiano tutti Cristo, perché come uomini sono tutti uniti spiritualmente alla medesima realtà fondamentale di Cristo, tutti entrano per così dire in un unico spazio spirituale che è Cristo.

In un momento di rapimento spirituale Agostino credette di udire la voce del Signore che gli diceva: «Io sono il pane dei forti. Mangiami. Non sarai tu però a trasformare me in te, come accade per il cibo comune, ma io trasformerò te in me». Significa che, nella normale alimentazione, l’uomo è più forte del cibo. Egli lo mangia, nel processo digestivo esso viene scomposto e (in ciò che gli è utile) assimilato al corpo, trasformato in sostanze proprie dell’organismo, diviene un pezzo di noi stessi, trasformato nella sostanza del nostro corpo. Nell’Eucaristia, il nutrimento, vale a dire Cristo, è più forte ed è più di noi. Così che il senso di questo nutrimento è esattamente opposto: esso vuole trasformare noi, assimilarci a Cristo, così che possiamo uscire da noi stessi, giungere oltre noi e divenire come Cristo. Ma questo significa di conseguenza che tutti i comunicanti, con la Comunione, vengono tratti fuori da sé e assimilati all’unico cibo, vale a dire alla realtà spirituale di Cristo. Questo a sua volta vuol dire che essi vengono anche fusi tra loro. Vengono tutti tratti fuori da se stessi e condotti in un unico centro. I Padri dicono: essi diventano (o dovrebbero diventare) “corpo di Cristo”. Ed è questo l’autentico senso della Santa Comunione: che i comunicanti divengano tra loro una cosa sola per mezzo dell’uniformarsi all’unico Cristo. Il senso primario della Comunione non è l’incontro del singolo con il suo Dio – per questo ci sarebbero anche altre vie – ma proprio la fusione dei singoli tra loro per mezzo di Cristo. Per sua natura la Comunione è il sacramento della fraternità cristiana.

Questo mi sembra di straordinaria importanza per quel che riguarda la concreta ricezione della Comunione. Già nelle nostre preghiere dopo la Comunione dovremmo prendere sempre di nuovo coscienza che abbiamo ricevuto il sacramento della fraternità e dovremmo cercare di comprendere quale impegno ci impone. Dovremmo così ridivenire consapevoli molto più fortemente del fatto che il cattolicesimo non afferma solo un legame verticale del singolo con Cristo e con il Padre, e nemmeno solo un legame con il supremo vertice gerarchico, il Papa, ma che appartiene essenzialmente alla natura del cattolicesimo anche il legame orizzontale, il legame dei comunicanti e delle comunità eucaristiche fra loro.

[…]

A partire da qui è andata sviluppandosi una nuova comprensione della questione relativa alla frequenza della Santa Comunione. La Comunione non è un premio per chi è particolarmente virtuoso (chi, in questo caso, potrebbe riceverla senza essere un fariseo?), ma è invece il pane del pellegrino che Dio ci porge in questo mondo, che ci porge dentro la nostra debolezza. Essa è il nostro “sì” alla Chiesa, alla comunità di quanti credono insieme a noi; è la modalità con la quale veramente e di fatto ci uniamo sempre di nuovo alla Chiesa; è quell’avvenimento che di continuo ci chiama fuori da tutte le relazioni puramente terrene e fa reale il Divino-Eterno nella nostra esistenza. Per questo è proprio l’uomo in pericolo ad avere di continuo bisogno di questo attuarsi della sua fede, per mezzo del quale egli vive la comunità di fede in modo veramente concreto. Lo sguardo alla Comunione domenicale deve essere di continuo per lui un’esortazione a essere “comunicante” nella sua vita quotidiana: vale a dire a vivere come cristiano; infatti, nella Chiesa antica, essere cristiano equivaleva a essere “comunicante”, a essere uno che partecipava alla comunità del corpo del Signore che è la Chiesa. Dal fatto che la Chiesa è comunità eucaristica – e che, di conseguenza, essere cristiano ed essere “comunicante” è la stessa cosa –, che essere cristiano consiste semplicemente nella partecipazione al Corpo del Signore (circostanza, questa, dalla quale tutto il resto deriva), da questo fatto risulta anche la norma per la frequenza della Comunione: per la persona che lavora – e che dunque difficilmente può comunicarsi giornalmente – la Comunione domenicale dovrebbe rappresentare la norma, mentre la Confessione, a seconda della disposizione, potrà essere sufficiente praticarla mensilmente o addirittura trimestralmente. Affermare che non sarebbe possibile per il normale cristiano vivere senza cadere in peccato mortale così a lungo è un’asserzione che significa, a un tempo, avere una considerazione troppo bassa del normale cristiano e una considerazione falsamente elevata del peccato mortale. Un cristiano che si sforza sinceramente di vivere come cristiano non vive in stato di peccato mortale, peccato questo che non accade incidentalmente e marginalmente: qualcosa che accade incidentalmente, proprio per questo non è peccato mortale. Credo che, qui dovremmo veramente mostrare più coraggio e più fede. L’intero nostro cristianesimo potrebbe un po’ cambiare volto se fosse di nuovo evidente che essere cristiano ed essere “comunicante” è la stessa e identica cosa.

Vadano a leggersi tutto il volume 7/I degli Scritti sul Concilio di Ratzinger, i 62 e i loro simpatizzanti, e si divertano a contare lì i “cedimenti al luteranesimo” del futuro Benedetto XVI. Noi cattolici invece ci nutriremo di questo e di altri insegnamenti volti a magnificare la costanza del Magistero. In realtà sbaglia chi dice che «l’Eucaristia non è “il pane dei forti”», perché sant’Agostino afferma il contrario e lo fa riecheggiando la Scrittura; l’Eucaristia è il “pane dei forti”, sì, e bisogna “crescere” un tantino per e prima di accostarvisi (così come a un lattante non si dà cibo solido – si ricorderà che l’analogia affonda le radici in san Paolo: cf. 1Cor 3,2). Essa però non è il cibo dei perfetti, benché sia chiamato tipologicamente “pane degli angeli”. La quadratura del cerchio l’ha prodotta san Tommaso d’Aquino, che nel comporre l’innologia e l’eucologia del Corpus Domini scrisse:

Ecce panis angelorum
factus cibus viatorum:
vere panis filiorum,
non mittendus canibus.
Ecco il pane degli angeli
divenuto cibo dei viandanti:
è veramente il pane dei figli,
non dev’essere dato ai cani.
 

L’Angelico ha detto tutto: per la grazia di Dio la fonte di ogni perfezione è stata disposta come sostentamento degli imperfetti; questo è tuttavia il cibo dei figli e non si può dare a chi vive schiavo del peccato. E viceversa.

La comunione, poi, non è una mera questione di idoneità individuale di fronte a Cristo (lo ha spiegato Ratzinger da par suo): essa è l’essenza del cristianesimo in quanto trasforma ogni cristiano e l’intera comunità nel corpo di Cristo, ma questo implica che ogni comunicante prenda l’impegno concreto a protendersi verso quello stato di unione. Quel medesimo che è strettamente analogato all’unione sponsale ed intima tra marito e moglie. Ecco perché i divorziati risposati pongono un problema alla comunità: ma questo significa appunto che se è ancora sincero desiderio di costoro il vivere una vita cristiana la comunità è in obbligo nei loro confronti. Quale obbligo? Ma Papa Francesco l’ha spiegato con chiarezza: accogliere, accompagnare, discernere, integrare. Senza fretta e senza legalismo. Parimenti senza credersi padroni dei sacramenti: da un sacrilegio non deriva grazia né per le coppie in difficoltà né per la comunità.

Cosa penso e cosa auspico io

Chiedo scusa se dopo questo florilegio di dottori della Chiesa parlo in prima persona. Lo faccio da semplice osservatore e commentatore delle cose di Chiesa, nelle quali ho forse maturato una qualche piccola competenza (comunque sarò brevissimo su questo punto, intendendo solo richiamare cose che ho già lungamente esposto qui sopra). Io penso che Amoris lætitia sia un testo volutamente palindromo, in materia di ecclesiologia e di sacramentaria. Papa Francesco l’ha volutamente e studiatamente lasciato in condizione di essere letto in modo perfettamente ortodosso (e anzi che approfondisce metodologie e finalità dell’agire pastorale) oppure travisato e distorto per fini eversivi e “novatores”. Penso che abbia operato questa scelta per osservare il protrarsi della dialettica ecclesiale (è la lettura che do di AL 3), riservandosi il ruolo di arbitro supremo che compete nativamente al ministero petrino della cattedra romana. La ragione per cui non è (ancora) intervenuto a sanzionare gli episcopati che sembrano entusiasti di poter dare una svolta à la page alla prassi pastorale (e quindi alla dottrina sacramentaria ed ecclesiologica) ammetto di non conoscerla – è una domanda che volentieri rivolgerei al Santo Padre, se ne avessi l’opportunità. Il motivo per cui invece non interviene a ripristinare casi che appaiono di evidente ingiustizia e di sopruso ideologico1 mi è altrettanto oscuro: vorrei chiedergli, a tale proposito, quali informazioni abbia in merito (potrebbe averne di più o di meno di noi, a seconda della trasparenza del suo “giglio magico”, e ciò potrebbe fare la differenza).

Ad ogni modo qualunque ipotesi è meno catastrofica di quella – fortunatamente mai verificatasi in pieno – del Papa eretico: i 62 hanno compilato un documento ipocrita che tira il sasso e nasconde la mano, poiché non vi compare l’accusa formale di eresia ma la si insinua (peraltro con la grave scorrettezza di contestarla sulla base di proposizioni artefatte e mai riscontrate nel Magistero del Santo Padre). In realtà, nutro il grave sospetto che siano altre le ragioni che hanno spinto gli estensori e i firmatarî a un atto tanto avventato e sgangherato: alcuni dei più noti tra loro, infatti, hanno conti in sospeso con Francesco e/o con la Santa Sede, e facilmente possono cercare pretesti mentre i sempre inestinti nostalgici del catarismo sfogano la loro orticaria per l’insegnamento evangelico del Romano Pontefice.

Io penso, in conclusione, che sia compito di tutti i teologi e degli studiosi, laici o chierici, l’approfondire il dettato dell’esortazione apostolica ricevendola anzitutto con il «devoto ossequio dell’intelletto e della volontà» (cosa che non sembra venga fatta sempre, da costoro…); dandone poi una lettura che sia veramente conforme ai contenuti del Magistero precedente e che quello stesso Magistero illumini e approfondisca nelle sue ragioni e nei suoi fini. Se le conferenze episcopali sbagliano, altri Vescovi hanno il diritto e il dovere sacrosanto di entrare in dialettica con loro, e se serve anche in polemica. Perfino noi laici abbiamo, in misura diversa e proporzionata, questo sacrosanto diritto/dovere. La prima sede, invece, non può essere giudicata da nessuno. E se esita a intervenire nella disputa, per motivi che forse ci sfuggono, quello che spetta a noi è pregare, convertirci, studiare, approfondire, partecipare come possiamo a questo importante dibattito. Salva sempre la comunione ecclesiale, fuori dalla quale non c’è verità, non c’è carità, non c’è salvezza.

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