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Congo, l’allarme dei vescovi: serve un cambiamento reale o sarà crisi

La Chiesa lancia un appello con il “Messaggio al popolo di Dio”

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Sei mesi dopo le elezioni, il Paese fatica a intraprendere un percorso pienamente democratico. La Chiesa lancia un appello con il “Messaggio al popolo di Dio”

LUCA ATTANASIO
KINSHASA
Le elezioni dello scorso dicembre nella Repubblica Democratica del Congo sono passate agli atti come le più controverse della sua storia. Secondo gli osservatori – molti dei quali, circa 40mila, messi a disposizione dalla Chiesa cattolica – il vincitore indiscusso, con oltre il 62% dei voti, sarebbe dovuto essere l’esponente dell’opposizione Martin Fayulu. A grandissima distanza avrebbe dovuto figurare come secondo, con il 18% circa delle preferenze, Felix Tshisekedi (fino a poco tempo prima partner di Fayulu, si era distaccato alla fine, decidendo di correre da solo e dando adito a rumors di possibili accordi sottobanco con il presidente uscente Kabila).
Al termine di un periodo molto teso, con grande sorpresa di tutti, la commissione elettorale indipendente (Ceni), ribaltando pesantemente le stime, proclamava nuovo presidente del Congo proprio Tshisekedi che dal 18% era magicamente passato al 38%, mentre Fayulu – che ancora oggi gira il Paese sostenendo di essere il vero capo di Stato – era incredibilmente sceso al 37%: uno smottamento di preferenze tanto massiccio quanto improbabile.

Per quanto contestate e ambigue, però, le elezioni di dicembre, segnavano indubbiamente la fine dell’era Kabila e in alcuni suscitarono nuove speranze di cambiamento dopo decenni di monocolore dal sapore dittatoriale. Purtroppo, però, se si eccettuano pochi segnali positivi la situazione sembra in perfetta continuità con il passato. La Chiesa, da sempre molto coinvolta nella politica del Paese e in prima linea nelle richieste di giustizia e pace, è molto allarmata. All’instabilità cronica in cui versa il Congo da decenni, vanno aggiunti fronti aperti drammatici che non accennano a chiudersi: le crisi del Kivu, del Tanganica e dell’Ituri, e la diffusione ormai senza limiti del virus dell’Ebola.

I vescovi hanno deciso di redigere un lungo documento, dal titolo “Messaggio al popolo di Dio”, che sviscera i numerosi problemi del Paese e chiede al presidente di cominciare ad affrontarli. Così lo commenta per Vatican Insiderpadre Nshole, segretario della Conferenza Episcopale.

«La situazione è preoccupante, non abbiamo ancora un governo e quelle misure iniziali come il rilascio di alcuni prigionieri politici o il ritorno alla possibilità di manifestare liberamente, che avevano suscitato speranze di vero cambiamento nella popolazione, stanno svanendo del tutto. Le cose non procedono in alcun senso e si teme che la coalizione che dovrebbe formare l’esecutivo, che non concorda su molti punti, non riuscirà a concludere nulla, e lascerà il Paese nel caos. I vescovi hanno lanciato un allarme e richiesto attenzione sul piano politico ma anche denunciato la corruzione dilagante e le mosse sospette attorno alle prossime elezioni dei governatori. Ci sono politici che hanno chiaramente cercato di corrompere i candidati provinciali, lo sappiamo per certo per le denunce dei candidati stessi a cui sono state offerte somme di denaro. La credibilità di tutto il sistema politico è fortemente minata. C’è poi la questione delle elezioni di settembre, non se ne parla ancora, non sono state predisposte le misure per far votare milioni di persone e la popolazione, che aspetta impazientemente di esprimere il voto, non sa come né quando. Le opposizioni, inoltre, lamentano la limitazione nei movimenti sul territorio dei loro leader».

In vari passaggi i vescovi denunciano la drammatiche condizioni sociali in cui versa la maggioranza del Paese, quali sono i problemi principali?

«Ce ne sono davvero parecchi. Sul piano economico i vescovi hanno rilevato che le cose non sono affatto cambiate, c’è grande disoccupazione, l’accesso alla scuola e alle cure è molto limitato e si rischia che diventino generi di extra lusso. Almeno 13 milioni di persone vivono nella insicurezza alimentare e si allarga sempre di più la forbice tra una minoranza che sta esautorando le ricchezze e la maggioranza che vive in totale povertà. Non dimentichiamo che il virus Ebola sta continuando a mietere vittime e ciò nonostante l’ Oms stia facendo molti sforzi. Nelle zone di maggiore diffusione vi sono conflitti in atto e alcuni barbari stanno attaccando i centri sanitari rendendo così impossibili le cure. I morti sono migliaia e continua il contagio».

Lei ha fatto cenno ai conflitti in atto. Tra i vari, sembra esacerbarsi quello nell’Itiru, lo scorso 25 giugno l’Unhcr ha denunciato la recrudescenza degli scontri tra i gruppi Hema e Lendu che costringe gli abitanti a fuggire e sconfinare in Uganda a un ritmo di 311 al giorno, 300mila dall’inizio del mese, c’è il rischio di ulteriori allargamenti?

«Purtroppo le due tribù sono manipolate dai politici e la situazione sta peggiorando. Temiamo che dietro ci siano anche interessi esteri che puntino alla destabilizzazione del Paese».

Anche nelle alte situazioni di conflitto?

«Assolutamente sì, non le sembra strano che non si riesca neanche lontanamente a porre fine agli scontri nel nord e nel sud Kivu, o nel Tanganica, nonostante la presenza dell’Onu e le misure prese in collaborazione con l’esercito? E che molti di questi scontri siano condotti da forze straniere? In quelle zone gruppi esteri si presentano come ribelli contro i loro governi ma vengono da noi a fare gli addestramenti. Ci sono ruandesi, ugandesi, burundesi e i vescovi temono un piano di destabilizzazione e balcanizzazione del Congo ad opera di forze internazionali».

Cosa chiedete al presidente?

«Raccomandiamo di mettere l’esercito al più presto nelle condizioni di funzionare come garante della sicurezza del Paese. Chiediamo al presidente di assumere pienamente i poteri previsti perché temiamo che la coalizione non sia interamente in grado di farlo. Bisogna al più presto ristabilire uno stato di diritto capace di rendere il Paese forte, ridare fiducia al sistema giudiziario di cui ormai si fidano in pochi, riabilitare la Corte Costituzionale. Al Parlamento, poi, i vescovi chiedono che la maggioranza non abusi della superiorità dei seggi per favorire leggi che tutelano interessi solo di una parte e di non votare l’emendamento della costituzione che vorrebbe l’elezione del presidente da parte del parlamento e non del popolo».

Sebbene non più presidente, Kabila fa ancora sentire la sua presenza nel Paese?

«Beh certamente. Non dimentichi che il suo partito ha la maggioranza in parlamento e può esprimere il 65% dei ministri. Di recente ha ricevuto tutti i senatori della maggioranza e continua a svolgere un ruolo decisivo per le sorti del Congo. Raramente appare in pubblico, ma di certo sa come influenzare la politica»

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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LUCA ATTANASIO
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Le elezioni dello scorso dicembre nella Repubblica Democratica del Congo sono passate agli atti come le più controverse della sua storia. Secondo gli osservatori – molti dei quali, circa 40mila, messi a disposizione dalla Chiesa cattolica – il vincitore indiscusso, con oltre il 62% dei voti, sarebbe dovuto essere l’esponente dell’opposizione Martin Fayulu. A grandissima distanza avrebbe dovuto figurare come secondo, con il 18% circa delle preferenze, Felix Tshisekedi (fino a poco tempo prima partner di Fayulu, si era distaccato alla fine, decidendo di correre da solo e dando adito a rumors di possibili accordi sottobanco con il presidente uscente Kabila).
Al termine di un periodo molto teso, con grande sorpresa di tutti, la commissione elettorale indipendente (Ceni), ribaltando pesantemente le stime, proclamava nuovo presidente del Congo proprio Tshisekedi che dal 18% era magicamente passato al 38%, mentre Fayulu – che ancora oggi gira il Paese sostenendo di essere il vero capo di Stato – era incredibilmente sceso al 37%: uno smottamento di preferenze tanto massiccio quanto improbabile.

Per quanto contestate e ambigue, però, le elezioni di dicembre, segnavano indubbiamente la fine dell’era Kabila e in alcuni suscitarono nuove speranze di cambiamento dopo decenni di monocolore dal sapore dittatoriale. Purtroppo, però, se si eccettuano pochi segnali positivi la situazione sembra in perfetta continuità con il passato. La Chiesa, da sempre molto coinvolta nella politica del Paese e in prima linea nelle richieste di giustizia e pace, è molto allarmata. All’instabilità cronica in cui versa il Congo da decenni, vanno aggiunti fronti aperti drammatici che non accennano a chiudersi: le crisi del Kivu, del Tanganica e dell’Ituri, e la diffusione ormai senza limiti del virus dell’Ebola.

I vescovi hanno deciso di redigere un lungo documento, dal titolo “Messaggio al popolo di Dio”, che sviscera i numerosi problemi del Paese e chiede al presidente di cominciare ad affrontarli. Così lo commenta per Vatican Insiderpadre Nshole, segretario della Conferenza Episcopale.

«La situazione è preoccupante, non abbiamo ancora un governo e quelle misure iniziali come il rilascio di alcuni prigionieri politici o il ritorno alla possibilità di manifestare liberamente, che avevano suscitato speranze di vero cambiamento nella popolazione, stanno svanendo del tutto. Le cose non procedono in alcun senso e si teme che la coalizione che dovrebbe formare l’esecutivo, che non concorda su molti punti, non riuscirà a concludere nulla, e lascerà il Paese nel caos. I vescovi hanno lanciato un allarme e richiesto attenzione sul piano politico ma anche denunciato la corruzione dilagante e le mosse sospette attorno alle prossime elezioni dei governatori. Ci sono politici che hanno chiaramente cercato di corrompere i candidati provinciali, lo sappiamo per certo per le denunce dei candidati stessi a cui sono state offerte somme di denaro. La credibilità di tutto il sistema politico è fortemente minata. C’è poi la questione delle elezioni di settembre, non se ne parla ancora, non sono state predisposte le misure per far votare milioni di persone e la popolazione, che aspetta impazientemente di esprimere il voto, non sa come né quando. Le opposizioni, inoltre, lamentano la limitazione nei movimenti sul territorio dei loro leader».

In vari passaggi i vescovi denunciano la drammatiche condizioni sociali in cui versa la maggioranza del Paese, quali sono i problemi principali?

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Lei ha fatto cenno ai conflitti in atto. Tra i vari, sembra esacerbarsi quello nell’Itiru, lo scorso 25 giugno l’Unhcr ha denunciato la recrudescenza degli scontri tra i gruppi Hema e Lendu che costringe gli abitanti a fuggire e sconfinare in Uganda a un ritmo di 311 al giorno, 300mila dall’inizio del mese, c’è il rischio di ulteriori allargamenti?

«Purtroppo le due tribù sono manipolate dai politici e la situazione sta peggiorando. Temiamo che dietro ci siano anche interessi esteri che puntino alla destabilizzazione del Paese».

Anche nelle alte situazioni di conflitto?

«Assolutamente sì, non le sembra strano che non si riesca neanche lontanamente a porre fine agli scontri nel nord e nel sud Kivu, o nel Tanganica, nonostante la presenza dell’Onu e le misure prese in collaborazione con l’esercito? E che molti di questi scontri siano condotti da forze straniere? In quelle zone gruppi esteri si presentano come ribelli contro i loro governi ma vengono da noi a fare gli addestramenti. Ci sono ruandesi, ugandesi, burundesi e i vescovi temono un piano di destabilizzazione e balcanizzazione del Congo ad opera di forze internazionali».

Cosa chiedete al presidente?

«Raccomandiamo di mettere l’esercito al più presto nelle condizioni di funzionare come garante della sicurezza del Paese. Chiediamo al presidente di assumere pienamente i poteri previsti perché temiamo che la coalizione non sia interamente in grado di farlo. Bisogna al più presto ristabilire uno stato di diritto capace di rendere il Paese forte, ridare fiducia al sistema giudiziario di cui ormai si fidano in pochi, riabilitare la Corte Costituzionale. Al Parlamento, poi, i vescovi chiedono che la maggioranza non abusi della superiorità dei seggi per favorire leggi che tutelano interessi solo di una parte e di non votare l’emendamento della costituzione che vorrebbe l’elezione del presidente da parte del parlamento e non del popolo».

Sebbene non più presidente, Kabila fa ancora sentire la sua presenza nel Paese?

«Beh certamente. Non dimentichi che il suo partito ha la maggioranza in parlamento e può esprimere il 65% dei ministri. Di recente ha ricevuto tutti i senatori della maggioranza e continua a svolgere un ruolo decisivo per le sorti del Congo. Raramente appare in pubblico, ma di certo sa come influenzare la politica»

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