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Comunione ai divorziati risposati: come capire se la scelta della nuova relazione è responsabile?

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Il canonista Giraudo: percorso lungo e faticoso, 3 “livelli” per comprendere se si è usciti dalla condizione di peccato

Divorziati risposati che si vogliono riavvicinare all’Eucaristia.Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco e il recente Sinodo dei Vescovi tendono le mani a queste persone che dopo il fallimento del matrimonio e il divorzio hanno deciso di rilanciare la propria vita attraverso una nuova relazione e un secondo matrimonio.

Papa Francesco utilizza la parola chiave del discernimento come criterio per il ri-accesso al sacramento. Ma in che modo si riesce a capire se la nuova relazione sia responsabile al punto da potersi riavvicinare alla Comunione? Quando un divorzio diventa una preclusione?

L’IMPORTANZA DEL SACERDOTE

«Non è facile – premette ad Aleteia don Alessandro Giraudo, docente di Diritto canonico alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – fare un quadro complessivo di questi casi. Amoris Laetitia chiede di non accostare un caso ad un altro. Creare delle categorie o fornire indicazioni può essere utile per stabilire dei criteri con cui affrontare le varie situazioni, ma i singoli casi dovranno essere valutati da un sacerdote che accompagna le persone nel percorso spirituale dl discernimento».

Inoltre, prosegue il canonista, «è troppo breve il tempo intercorso dall’esortazione ad oggi per avere già un numero di casi significativi».

Possiamo comunque offrire dei suggerimenti ai divorziati risposatispiegando concretamente come avviene il discernimento, sulla base di tre “livelli”. Nessun documento stabilisce tempi e modalità precise entro cui questo percorso deve compiersi.

1) RESPONSABILITA’

Il primo criterio di cui tener conto quando un sacerdote si confronta con una persona o una coppia che si vuole riavvicinare alla Comunione è quello della responsabilità.

La precedente unione

«La responsabilità è riferita anzitutto – evidenzia Giraudo – al fallimento della precedente unione e come esso è stato affrontato. Le responsabilità sono nei confronti del marito/moglie, eventuali figli, verso la comunità ecclesiale in cui la coppia era inserita. Bisogna capire se quel fallimento ha provocato una ferita, quanto lancinante.L’esame del precedente rapporto deve essere franco, chiaro, vero. Perché fa da apripista ad un secondo piano di responsabilità».

La nuova unione

«Questo piano di responsabilità – prosegue il canonista – è riferito alla nuova situazione. Cioè a quali impegni sono stati assunti col nuovo partner, con gli eventuali figli generati al momento della nuova unione, come ci si sta occupando della loro educazione anche dal punto di vista religioso. E anche in questo caso c’è da definire la responsabilità che la “nuova coppia” sta vivendo nei confronti della comunità ecclesiale: ad esempio, se mostra un atteggiamento di umiltà o di rivendicazione. Perché in questo modo si evince realmente se c’è, o meno, una vera “maturità” nell’affrontare la nuova relazione, se il divorzio e i suoi echi sono stati vissuti in modo responsabile, riconoscendo anche il limite della situazione in cui ci si trova».

2) LA GRADUALITA’

Questa fase del discernimento è fondamentale perché aiuta la persona o la coppia a comprendere realmente la propria responsabilità nel passato e nel presente. E fa da preludio al secondo criterio, «quello che Papa Francesco – sottolinea Giraudo – chiama il criterio della gradualità: cioè quanto ho compreso e sono capace di vivere della vita matrimoniale secondo l’insegnamento della Chiesa. Questa è una fase molto delicata del percorso di discernimento. Perché dopo aver valutato le proprie responsabilità, si riflette sul valore che assume il matrimonio cristiano. E’ una fase che aiuta a ri-specchiarsi in quell’ideale, ad essere consapevoli ancora maggiormente di cosa non ha funzionato».

3) L’INTEGRAZIONE

Il terzo “livello” del discernimento è identificato da Papa Francesco come scelta di integrazione, e non di emarginazione di queste coppie. «In questo momento del percorso – prosegue il canonista – il sacerdote ragiona insieme alla coppia o alla persona che vuole riavvicinarsi al sacramento, così che si possa individuare il miglior modo affinché essi siano accolti dalla comunità di riferimento, e in essa integrati».

La relazione con la comunità

Sotto quest’aspetto, secondo Giraudo, Amoris Laetitia si avvicina ad un’altra esortazione apostolica, la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II, in cui il pontefice invitava a realizzare un effettivo inserimento di queste nuove coppie formate da persone divorziate nella comunità ecclesiale, allontanando pensieri di scomunica. «Francesco accentua ancora di più l’attenzione affinché si propongano cammini di integrazione dentro la comunità.

Il discernimento sotto la guida del sacerdote può illuminare la coppia sulla propria quotidianità, focalizzando anche gli aspetti che possono migliorare nella loro relazione con la comunità».

La condizione di peccato

E a quel punto che Papa Francesco identifica un possibile superamento dell’impedimento alla Comunione: «Lungo questo percorso, serio ed impegnativo, appurato che la responsabilità soggettiva fa sì che non ci si trovi in una condizione soggettiva di peccato mortale, il sacerdote puo’ valutare con serenità un riavvicinamento al sacramento».

IL CASO DI UN DIVORZIO NON VOLUTO

Cosa può “agevolare” il superamento della condizione di peccato? «Facciamo il caso di una persona divorziata risposata che non voleva il divorzio, ma è stata costretta a firmarlo poiché “spinto” dall’altro componente della coppia. Se questa stessa persona intraprende una relazione nuova perché sente dentro la necessità di un completamento di sé attraverso una persona che le sia accanto; se, ancora, in questa seconda unione ci sono anche figli che fanno parte di quel percorso di completamento, venuto meno con la prima unione, allora questo può essere un esempio di una persona in cui il percorso di discernimento potrebbe essere meno complesso».

IL CASO DI UNA SITUAZIONE TRAUMATICA

Ma tanti casi di divorzi sono traumatici. In Amoris Laetitia, c’è un passaggio in cui il Papa dice che non è escluso che anche le situazioni più lontane siano integrate. «Chi è lontano dall’ideale del matrimonio cristiano o ha avuto comportamenti lesivi rispetto a questo ideale nel suo precedente rapporto, non è detto che non possa arrivare a quell’integrazione vera nella nuova unione a cui conduce il percorso di discernimento. Non ci sono preclusioni – sentenzia Giraudo – purché ci si metta all’ascolto del cammino che propone la Chiesa. Sarà forse un cammino più faticoso, che chiede una conversione più profonda, ma non si può escludere a priori di poter giungere all’integrazione nella comunità ecclesiale»

CAMMINI GIA’ AVVIATI

Infine, conclude il canonista, «i cammini già avviati da una persona o una coppia divorziata risposata non vanno sprecati: non si ricomincia da zero dopo le indicazioni di Amoris Laetitia e del sinodo. Ma quei cammini si proseguono nel segno di quell’autentico discernimento che è alla base per l’avvicinamento al sacramento»·

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Il canonista Giraudo: percorso lungo e faticoso, 3 “livelli” per comprendere se si è usciti dalla condizione di peccato

Divorziati risposati che si vogliono riavvicinare all’Eucaristia.Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco e il recente Sinodo dei Vescovi tendono le mani a queste persone che dopo il fallimento del matrimonio e il divorzio hanno deciso di rilanciare la propria vita attraverso una nuova relazione e un secondo matrimonio.

Papa Francesco utilizza la parola chiave del discernimento come criterio per il ri-accesso al sacramento. Ma in che modo si riesce a capire se la nuova relazione sia responsabile al punto da potersi riavvicinare alla Comunione? Quando un divorzio diventa una preclusione?

L’IMPORTANZA DEL SACERDOTE

«Non è facile – premette ad Aleteia don Alessandro Giraudo, docente di Diritto canonico alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – fare un quadro complessivo di questi casi. Amoris Laetitia chiede di non accostare un caso ad un altro. Creare delle categorie o fornire indicazioni può essere utile per stabilire dei criteri con cui affrontare le varie situazioni, ma i singoli casi dovranno essere valutati da un sacerdote che accompagna le persone nel percorso spirituale dl discernimento».

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Inoltre, prosegue il canonista, «è troppo breve il tempo intercorso dall’esortazione ad oggi per avere già un numero di casi significativi».

Possiamo comunque offrire dei suggerimenti ai divorziati risposatispiegando concretamente come avviene il discernimento, sulla base di tre “livelli”. Nessun documento stabilisce tempi e modalità precise entro cui questo percorso deve compiersi.

1) RESPONSABILITA’

Il primo criterio di cui tener conto quando un sacerdote si confronta con una persona o una coppia che si vuole riavvicinare alla Comunione è quello della responsabilità.

La precedente unione

«La responsabilità è riferita anzitutto – evidenzia Giraudo – al fallimento della precedente unione e come esso è stato affrontato. Le responsabilità sono nei confronti del marito/moglie, eventuali figli, verso la comunità ecclesiale in cui la coppia era inserita. Bisogna capire se quel fallimento ha provocato una ferita, quanto lancinante.L’esame del precedente rapporto deve essere franco, chiaro, vero. Perché fa da apripista ad un secondo piano di responsabilità».

La nuova unione

«Questo piano di responsabilità – prosegue il canonista – è riferito alla nuova situazione. Cioè a quali impegni sono stati assunti col nuovo partner, con gli eventuali figli generati al momento della nuova unione, come ci si sta occupando della loro educazione anche dal punto di vista religioso. E anche in questo caso c’è da definire la responsabilità che la “nuova coppia” sta vivendo nei confronti della comunità ecclesiale: ad esempio, se mostra un atteggiamento di umiltà o di rivendicazione. Perché in questo modo si evince realmente se c’è, o meno, una vera “maturità” nell’affrontare la nuova relazione, se il divorzio e i suoi echi sono stati vissuti in modo responsabile, riconoscendo anche il limite della situazione in cui ci si trova».

2) LA GRADUALITA’

Questa fase del discernimento è fondamentale perché aiuta la persona o la coppia a comprendere realmente la propria responsabilità nel passato e nel presente. E fa da preludio al secondo criterio, «quello che Papa Francesco – sottolinea Giraudo – chiama il criterio della gradualità: cioè quanto ho compreso e sono capace di vivere della vita matrimoniale secondo l’insegnamento della Chiesa. Questa è una fase molto delicata del percorso di discernimento. Perché dopo aver valutato le proprie responsabilità, si riflette sul valore che assume il matrimonio cristiano. E’ una fase che aiuta a ri-specchiarsi in quell’ideale, ad essere consapevoli ancora maggiormente di cosa non ha funzionato».

3) L’INTEGRAZIONE

Il terzo “livello” del discernimento è identificato da Papa Francesco come scelta di integrazione, e non di emarginazione di queste coppie. «In questo momento del percorso – prosegue il canonista – il sacerdote ragiona insieme alla coppia o alla persona che vuole riavvicinarsi al sacramento, così che si possa individuare il miglior modo affinché essi siano accolti dalla comunità di riferimento, e in essa integrati».

La relazione con la comunità

Sotto quest’aspetto, secondo Giraudo, Amoris Laetitia si avvicina ad un’altra esortazione apostolica, la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II, in cui il pontefice invitava a realizzare un effettivo inserimento di queste nuove coppie formate da persone divorziate nella comunità ecclesiale, allontanando pensieri di scomunica. «Francesco accentua ancora di più l’attenzione affinché si propongano cammini di integrazione dentro la comunità.

Il discernimento sotto la guida del sacerdote può illuminare la coppia sulla propria quotidianità, focalizzando anche gli aspetti che possono migliorare nella loro relazione con la comunità».

La condizione di peccato

E a quel punto che Papa Francesco identifica un possibile superamento dell’impedimento alla Comunione: «Lungo questo percorso, serio ed impegnativo, appurato che la responsabilità soggettiva fa sì che non ci si trovi in una condizione soggettiva di peccato mortale, il sacerdote puo’ valutare con serenità un riavvicinamento al sacramento».

IL CASO DI UN DIVORZIO NON VOLUTO

Cosa può “agevolare” il superamento della condizione di peccato? «Facciamo il caso di una persona divorziata risposata che non voleva il divorzio, ma è stata costretta a firmarlo poiché “spinto” dall’altro componente della coppia. Se questa stessa persona intraprende una relazione nuova perché sente dentro la necessità di un completamento di sé attraverso una persona che le sia accanto; se, ancora, in questa seconda unione ci sono anche figli che fanno parte di quel percorso di completamento, venuto meno con la prima unione, allora questo può essere un esempio di una persona in cui il percorso di discernimento potrebbe essere meno complesso».

IL CASO DI UNA SITUAZIONE TRAUMATICA

Ma tanti casi di divorzi sono traumatici. In Amoris Laetitia, c’è un passaggio in cui il Papa dice che non è escluso che anche le situazioni più lontane siano integrate. «Chi è lontano dall’ideale del matrimonio cristiano o ha avuto comportamenti lesivi rispetto a questo ideale nel suo precedente rapporto, non è detto che non possa arrivare a quell’integrazione vera nella nuova unione a cui conduce il percorso di discernimento. Non ci sono preclusioni – sentenzia Giraudo – purché ci si metta all’ascolto del cammino che propone la Chiesa. Sarà forse un cammino più faticoso, che chiede una conversione più profonda, ma non si può escludere a priori di poter giungere all’integrazione nella comunità ecclesiale»

CAMMINI GIA’ AVVIATI

Infine, conclude il canonista, «i cammini già avviati da una persona o una coppia divorziata risposata non vanno sprecati: non si ricomincia da zero dopo le indicazioni di Amoris Laetitia e del sinodo. Ma quei cammini si proseguono nel segno di quell’autentico discernimento che è alla base per l’avvicinamento al sacramento»·

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