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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno C Commemorazione dei Fedeli Defunti - Anno C - 2 novembre 2016

Commemorazione dei Fedeli Defunti – Anno C – 2 novembre 2016

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Commemorazione dei Fedeli defunti

La morte non è la fine ma il compimento

(Giobbe 19,1.23-27;Romani 5,5-11;Matteo; 25,31-46)

Ascoltiamo il Vangelo:

 

“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna»”.


 

Come dopo la notte sorge l’alba ed inizia il giorno, così dopo la morte, di cui tutti siamo chiamati a fare esperienza, ci sarà nuovamente la vita. Il cristiano di fronte alla morte non si pone, cinicamente, come gli stoici che affermavano: “Se c’è lei non ci sono io, se ci sono io non c’è lei”. La morte è comune eredità degli uomini e fa parte della vita. Anzi si può affermare che un uomo quando nasce inizia già a morire. Con la nascita inizia la corsa della vita e la discesa della morte.

La vita è un dono e di essa noi siamo chiamati a farne un capolavoro. Non realizzando i nostri sogni e saziando il nostro famelico egoismo, ma rendendoci utili agli altri e servi degli altri. Certo questo è un progetto eroico ed impegnativo ma è ciò che resterà in vita dopo la nostra morte: il bene che ci siamo sforzati di fare. In occasione della morte c’è una sorta di “dogana” che dobbiamo passare, è molto dura ed esigente, non ci permette di sdoganare nessun bene materiale. E’ possibile portare con sé solo il bene fatto, possibilmente anche quello di cui ci siamo dimenticati e ci verrà ricordato da chi ci dirà: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo… ho avuto fame, sete, ero nudo, malato, forestiero, carcerato” e mi avete soccorso. Ecco il capolavoro di ogni uomo: impegnare la vita per donarla gratuitamente perché ogni volta che porremo in essere ogni minimo gesto caritativo, compassionevole, misericordioso, non resterà anonimo o estraneo al cuore di Dio. “… Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. E sarà donata la vera e definitiva vita: l’eternità beata con Dio. Dunque la morte non è la fine ma il compimento.

B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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Commemorazione dei Fedeli Defunti – Anno C – 2 novembre 2016

  

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La morte non è la fine ma il compimento

(Giobbe 19,1.23-27;Romani 5,5-11;Matteo; 25,31-46)

Ascoltiamo il Vangelo:

 

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“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna»”.


 

Come dopo la notte sorge l’alba ed inizia il giorno, così dopo la morte, di cui tutti siamo chiamati a fare esperienza, ci sarà nuovamente la vita. Il cristiano di fronte alla morte non si pone, cinicamente, come gli stoici che affermavano: “Se c’è lei non ci sono io, se ci sono io non c’è lei”. La morte è comune eredità degli uomini e fa parte della vita. Anzi si può affermare che un uomo quando nasce inizia già a morire. Con la nascita inizia la corsa della vita e la discesa della morte.

La vita è un dono e di essa noi siamo chiamati a farne un capolavoro. Non realizzando i nostri sogni e saziando il nostro famelico egoismo, ma rendendoci utili agli altri e servi degli altri. Certo questo è un progetto eroico ed impegnativo ma è ciò che resterà in vita dopo la nostra morte: il bene che ci siamo sforzati di fare. In occasione della morte c’è una sorta di “dogana” che dobbiamo passare, è molto dura ed esigente, non ci permette di sdoganare nessun bene materiale. E’ possibile portare con sé solo il bene fatto, possibilmente anche quello di cui ci siamo dimenticati e ci verrà ricordato da chi ci dirà: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo… ho avuto fame, sete, ero nudo, malato, forestiero, carcerato” e mi avete soccorso. Ecco il capolavoro di ogni uomo: impegnare la vita per donarla gratuitamente perché ogni volta che porremo in essere ogni minimo gesto caritativo, compassionevole, misericordioso, non resterà anonimo o estraneo al cuore di Dio. “… Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. E sarà donata la vera e definitiva vita: l’eternità beata con Dio. Dunque la morte non è la fine ma il compimento.

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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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