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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno A Commemorazione dei fedeli defunti - Anno A - 2 novembre 2017

Commemorazione dei fedeli defunti – Anno A – 2 novembre 2017

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IL VANGELO STRABICO     

Commemorazione dei fedeli defunti – A

A  cura di Benito Giorgetta

(Isaia 25,6a.7-9; Romani 8,14-23; Matteo 25,31-46)

“La vita non è tolta ma trasformata”

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna»”.

Come la vita di un fiume, quando si riversa nel mare, non finisce, ma si trasforma; così è dell’esistenza di ogni uomo. Nel momento della morte, la vita non è tolta ma trasformata. Non è la fine ma il compimento, il raggiungimento del fine, il coronamento dell’esistenza. Certo, la morte porta con sé la lacerazione degli affetti, la scomparsa fisica delle persone care, la mancanza, il dispiacere, il pianto; ma una visione cristiana della vita ci porta, con la serenità di cui ciascuno è capace, ad addomesticare la paura e la morte stessa. Lei non è l’ultima parola della nostra esistenza, ma la penultima. Dopo di lei c’è nuovamente la vita. Si chiude il sipario ma per riaprirlo ad una platea più vasta, più competente.

Tornando all’esempio del fiume egli nasce da una piccola sorgente e iniziando a disegnare il suo percorso si arricchisce di piccoli e grandi affluenti rendendo il suo percorsoricco d’incontri, d’intersecazioni e di diversità che ne arricchiscono la portata rendendolo più maestoso e imponente. Similmente è la vita dell’uomo. Il percorso della sua esistenza è un intreccio di relazioni, un intensificarsi di sentimenti, un arricchimento e un dilatamento per accogliere, incontrare e condividere. Alla fine tutto sembra cessare perché termina il cammino, invece tutto si trasforma perché riversato nella grandezza e nella santità di Dio, dove tutto trova accoglienza sazietà e unità.

“La vita è un dono da accettare, condividere e restituire” recita un testo di Renato Zero. E’ vero! Ma è possibile iniziare a restituire già da ora prestando attenzione al vangelo che ci stimola ad amare, soccorrere, visitare, dare, vestire, accogliere. Verbi questi di un vocabolario dimenticato o di cui alcune pagine sono state strappate. E’ necessario ripristinarle e imparare a coniugare questi verbi al tempo presente e al modo indicativo. Qui ed ora. Allora la nostra vita sarà già trasformata ma non consumata. Come in occasione della morte. E pur si muore.

B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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Commemorazione dei fedeli defunti – Anno A – 2 novembre 2017

  

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Commemorazione dei fedeli defunti – A

A  cura di Benito Giorgetta

(Isaia 25,6a.7-9; Romani 8,14-23; Matteo 25,31-46)

“La vita non è tolta ma trasformata”

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Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna»”.

Come la vita di un fiume, quando si riversa nel mare, non finisce, ma si trasforma; così è dell’esistenza di ogni uomo. Nel momento della morte, la vita non è tolta ma trasformata. Non è la fine ma il compimento, il raggiungimento del fine, il coronamento dell’esistenza. Certo, la morte porta con sé la lacerazione degli affetti, la scomparsa fisica delle persone care, la mancanza, il dispiacere, il pianto; ma una visione cristiana della vita ci porta, con la serenità di cui ciascuno è capace, ad addomesticare la paura e la morte stessa. Lei non è l’ultima parola della nostra esistenza, ma la penultima. Dopo di lei c’è nuovamente la vita. Si chiude il sipario ma per riaprirlo ad una platea più vasta, più competente.

Tornando all’esempio del fiume egli nasce da una piccola sorgente e iniziando a disegnare il suo percorso si arricchisce di piccoli e grandi affluenti rendendo il suo percorsoricco d’incontri, d’intersecazioni e di diversità che ne arricchiscono la portata rendendolo più maestoso e imponente. Similmente è la vita dell’uomo. Il percorso della sua esistenza è un intreccio di relazioni, un intensificarsi di sentimenti, un arricchimento e un dilatamento per accogliere, incontrare e condividere. Alla fine tutto sembra cessare perché termina il cammino, invece tutto si trasforma perché riversato nella grandezza e nella santità di Dio, dove tutto trova accoglienza sazietà e unità.

“La vita è un dono da accettare, condividere e restituire” recita un testo di Renato Zero. E’ vero! Ma è possibile iniziare a restituire già da ora prestando attenzione al vangelo che ci stimola ad amare, soccorrere, visitare, dare, vestire, accogliere. Verbi questi di un vocabolario dimenticato o di cui alcune pagine sono state strappate. E’ necessario ripristinarle e imparare a coniugare questi verbi al tempo presente e al modo indicativo. Qui ed ora. Allora la nostra vita sarà già trasformata ma non consumata. Come in occasione della morte. E pur si muore.

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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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