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“Com’era bella la messa di una volta!” Ma è proprio così?

Il problema dei nostalgici del passato, che è solo nella loro fantasia perché non l’hanno vissuto, è piuttosto complesso.

- Advertisement -
di: Renato Borrelli

Il problema dei nostalgici del passato, che è solo nella loro fantasia perché non l’hanno vissuto, è piuttosto complesso.

Essi immaginano una messa in cui si viveva soggettivamente una grande partecipazione facilitata da un clima in cui si respirava il mistero in virtù del latino utilizzato nel rito, della preghiera silenziosa del celebrante e di un conteso di canti e suono d’organo che facilitavano l’incontro col Mistero.

In realtà, c’era anche questo aspetto positivo, che però era accompagnato, per la stragrande maggioranza, da altri atteggiamenti che si adottavano per sopperire alla difficoltà di comprendere e seguire il rito.

H.U. Von Balthasar descrive efficacemente ciò che avveniva: «Prima del Concilio essa era spesso il casuale stare insieme di singoli in uno stesso locale, dove ognuno era sprofondato nella propria devozione».

Se i nostalgici conoscessero la storia…

I nostalgici partono da pretese teologiche e atteggiamenti di varia intensità. Alcuni di essi pensano che il ritorno alla messa di san Pio V rappresenti l’approdo a qualcosa destinato a restare un punto fermo e intangibile. In realtà, le cose non sono andate così, né lo potevano.

Pio V aveva disposto che «a questo messale da noi pubblicato, non sia aggiunto nulla, nulla sia da esso tolto né in esso modificato». Questa premessa fu esibita da quelli che si opponevano alla riforma del messale di Paolo VI, dimenticando sia ciò che Sacrosanctum concilium aveva stabilito circa la revisione dei libri liturgici e la correzione e l’abolizione di norme non più conformi alla riforma liturgica (nn. 25 e 128), sia il fatto che al Missale Romanum del 1570 ci furono aggiunte, correzioni e integrazioni delle rubriche già nel 1604 sotto Clemente VIII e, in seguito, sotto il pontificato di Urbano VIII. Pio XII istituì nel 1948 una Commissione pontificia per la riforma della liturgia e anche del Messale.

Nel 1951, la prima riforma riguardò la Veglia Pasquale; nel 1955 la semplificazione delle rubriche del Messale; nel 1956 la riforma della Settimana Santa.

Giovanni XXIII provvide a sostituire le rubriche generali del Missale Romanum del 1570. Quel veto dunque non impedì l’inarrestabile avanzare del Movimento e della riforma liturgica, né che si ponesse mano per rimediare ai «limiti ecclesiologici, teologici e strutturali» (A. Grillo) che richiedevano revisione, emendamenti e migliorie, cosa che avvenne in maniera decisiva col il Messale di Paolo VI.

Altri ritengono che quel messale sia la quintessenza della cristallizzazione di chissà quale tradizione: ignorano però gli antefatti. Il Missale Romanum in realtà fece piazza pulita di tutta una congerie di liturgie locali, arbitrarie, confinanti con esagerazioni, credenze quasi superstiziose, moltiplicazione di preci, prefazi e messe di ogni tipo e per ogni gusto con effetti grotteschi nella prassi celebrativa, disciplinare e spirituale.

Il Messale di Pio V, lungi dall’essere espressione di tradizione immobile, fu invece innovativo: snellì il rito e, nello stesso tempo, segnò una rivoluzione ben ancorata nella Tradizione dei Padri e di una Tradizione liturgica conservatasi immune da arbitrii. È illusorio farne il vessillo di un cattolicesimo granitico e immobile.

La nostalgia di altri per la messa di Pio V suscita anche il sospetto che vi sia sotteso un atteggiamento chiuso e intransigente da difensori della fede. L’opposizione di molti strati di cristiani a papa Francesco, sospettato di eresia, fa venire in mente le obiezioni mosse alla riforma del Messale voluta da Paolo VI.

Le reazioni al nuovo “Messale”

Il card. Ottaviani, nel 1969, si fece portavoce di un gruppo di “scelti teologi” che avevano redatto il saggio polemico Breve esame critico del nuovo Ordo Missae. Egli muoveva precise contestazioni di legittimità dottrinale denunciando «un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica sulla santa messa» e appellandosi al Concilio di Trento che «aveva eretto una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del Magistero». Il nuovo rito suscitava «il dubbio che verità sempre credute dal popolo cristiano possano mutarsi o tacersi» non senza «infedeltà al sacro deposito dottrinale», ma anche che «i nuovi mutamenti nella liturgia non porterebbero se non al totale disorientamento dei fedeli».

A quelle obiezioni Paolo VI rispose subito inserendo un Proemio all’Ordo Missae, ribattendo punto per punto alle critiche rivolte al nuovo Messale di essere lontano dalla vera fede e slegato dalla Tradizione.

In realtà, il Messale nuovo, al pari di quello di Pio V, si rifaceva alla Tradizione e apportava nel contempo con il Lezionario e l’Evangeliario una ricchezza di Parola. La Preghiera Eucaristica II segue la Traditio Apostolica; la III riecheggia il Canone Romano e la nuova ecclesiologia cristocentrica del Vaticano II. Fu preparata da padre Cipriano Vagaggini che conosceva a fondo il senso teologico della liturgia. La Preghiera Eucaritica IV si ispira ad un’anafora orientale di origine antiochena.

I liturgisti incaricati della preparazione del nuovo Messale furono in grado di elaborare qualcosadi innovativo attingendo sempre dalla Tradizione, ma possedendo maggiori strumenti e possibilità di approfondimento delle fonti, al confronto dei compilatori di quattro secoli prima.

La prossima nuova edizione del Messale sarà una riedizione riveduta, aggiornata e corretta – come si suol dire –, tenendo presenti le osservazioni e le giuste esigenze di modifiche a quarant’anni dalla sua promulgazione.

Agli inizi degli anni 70 del secolo scorso fecero sentire la loro voce di dissenso anche alcune personalità di grande rilievo culturale tanto cattoliche quanto non cattoliche: erano a favore della messa in latino intesa come parte di una cultura universale. Sottoscrissero una petizione a Paolo VI in tal senso. Tra loro c’erano il violinista ebraico Yehudi Menuhin, scrittori come Graham Greene, Julien Greene e Agatha Christie; filosofi come Jacque Maritain e Gabriel Marcel. Non c’era in loro un’istanza teologica, bensì una sottile vena conservatrice, la stessa che avvertono i nostalgici di oggi, se scevri da pregiudizi teologici.

Curare l’“ars celebrandi”

C’è anche oggi, tra i fedeli e in certo clero, chi ricerca un’atmosfera d’antan, il gusto del vintage nei paramenti, nei drappeggi, a fronte di una modernità del rito che non accettano forse anche perché disgustati dagli abusi che si sono verificati e si verificano tuttora e dall’impressione di sciatteria e superficialità. Tuttavia «resta dubbio se una bella liturgia (che per essere bella certamente non ha bisogno del latino, per molti incomprensibile) è bella solo per determinate generazioni o se le seguenti non possono percepire più la sua bellezza. Anche il bello muore e la imbalsamazione non gli giova, ma in nessun caso deve essere sostituito dal brutto, dal volgare, dal triviale, o da qualcosa privo di valore; meglio allora dalla semplicità, che non è necessariamente inferiore in dignità al grandioso dal punto di vista mondano non più comprensibile».

In questo ultimo senso non si può dare tutto il torto a chi sente nostalgia del passato. «La difficoltà che molti provano e la conseguente delusione e la preferenza per il passato dipende spesso dal fatto che il clima di certe celebrazioni non favorisce il raccoglimento e il silenzio a causa del continuo parlare del celebrante e del canto della gente… l’uomo nello stress della vita quotidiana e nel rumore delle case alveare non può trovare ne il luogo ne il tempo per la preghiera personale». In realtà, sarebbe sufficiente un giusto dosaggio di silenzi e di canti ben selezionati per favorire il raccoglimento e l’esperienza dello Spirito che parla alla sua Chiesa.

Se manca nel celebrante, e di riflesso nell’assemblea, l’ars celebrandi, la liturgia tende a scadere di livello e a produrre interpolazioni e aggiunte all’insegna dell’arbitrio, dell’improvvisazione e del cattivo gusto, come giustamente rileva L.M. Chauvet: «Si rischia allora di ingenerare malessere, o addirittura angoscia, tra i partecipanti (“Cosa si inventeranno ancora?”) e, in ogni caso, di non lasciare più spazio di respirazione personale sufficiente. Ognuno è costretto ad adeguarsi all’ideologia, spesso predicatoria che ormai si impone al rito… Una buona improvvisazione richiede la lunga maturazione di una tradizione sufficientemente digerita da poter essere resa in modo personale. Non si maltratta impunemente il rito».

Gli fa eco Von Balthasar: «A partire dal Concilio (interpretato in maniera errata) si è insinuato nella liturgia il cattivo gusto della giovialità, della goffa confidenza del celebrante con la comunità. Questa è venuta a pregare e non per un amichevole scambio di convenienze… I contatti personali prima e dopo il servizio liturgico sono assolutamente desiderabili, ma durante la celebrazione tutti devono guardare all’unico Signore».

Riforma liturgicaJ. Gelineau, uno fra i promotori della riforma liturgica, dichiarò: «Bisogna dirlo senza mezze misure: il rito romano così come lo abbiamo conosciuto, non esiste più.

È distrutto. Alcuni muri del primitivo edificio sono caduti, mentre altri hanno cambiato aspetto, tanto che esso ci appare attualmente come una rovina, oppure come una parziale sottostruttura di un altro edificio».

Quello che l’illustre liturgista diceva a proposito della struttura del nuovo messale, dai nostalgici viene recepito unilateralmente nella sua sfumata notazione pessimistica: una rovina.

In realtà non siamo di fronte a delle rovine: era giunto il tempo opportuno per abbattere i bastioni e porre mano ad una necessaria riforma in linea con il cambio epocale del Vaticano II voluto dallo Spirito Santo. Più che rovine, si possono notare delle crepe. Nel canto liturgico, per esempio. Ma ciò merita un discorso a parte.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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“Com’era bella la messa di una volta!” Ma è proprio così?

Il problema dei nostalgici del passato, che è solo nella loro fantasia perché non l’hanno vissuto, è piuttosto complesso.

  

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Il problema dei nostalgici del passato, che è solo nella loro fantasia perché non l’hanno vissuto, è piuttosto complesso.

Essi immaginano una messa in cui si viveva soggettivamente una grande partecipazione facilitata da un clima in cui si respirava il mistero in virtù del latino utilizzato nel rito, della preghiera silenziosa del celebrante e di un conteso di canti e suono d’organo che facilitavano l’incontro col Mistero.

In realtà, c’era anche questo aspetto positivo, che però era accompagnato, per la stragrande maggioranza, da altri atteggiamenti che si adottavano per sopperire alla difficoltà di comprendere e seguire il rito.

H.U. Von Balthasar descrive efficacemente ciò che avveniva: «Prima del Concilio essa era spesso il casuale stare insieme di singoli in uno stesso locale, dove ognuno era sprofondato nella propria devozione».

Se i nostalgici conoscessero la storia…
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I nostalgici partono da pretese teologiche e atteggiamenti di varia intensità. Alcuni di essi pensano che il ritorno alla messa di san Pio V rappresenti l’approdo a qualcosa destinato a restare un punto fermo e intangibile. In realtà, le cose non sono andate così, né lo potevano.

Pio V aveva disposto che «a questo messale da noi pubblicato, non sia aggiunto nulla, nulla sia da esso tolto né in esso modificato». Questa premessa fu esibita da quelli che si opponevano alla riforma del messale di Paolo VI, dimenticando sia ciò che Sacrosanctum concilium aveva stabilito circa la revisione dei libri liturgici e la correzione e l’abolizione di norme non più conformi alla riforma liturgica (nn. 25 e 128), sia il fatto che al Missale Romanum del 1570 ci furono aggiunte, correzioni e integrazioni delle rubriche già nel 1604 sotto Clemente VIII e, in seguito, sotto il pontificato di Urbano VIII. Pio XII istituì nel 1948 una Commissione pontificia per la riforma della liturgia e anche del Messale.

Nel 1951, la prima riforma riguardò la Veglia Pasquale; nel 1955 la semplificazione delle rubriche del Messale; nel 1956 la riforma della Settimana Santa.

Giovanni XXIII provvide a sostituire le rubriche generali del Missale Romanum del 1570. Quel veto dunque non impedì l’inarrestabile avanzare del Movimento e della riforma liturgica, né che si ponesse mano per rimediare ai «limiti ecclesiologici, teologici e strutturali» (A. Grillo) che richiedevano revisione, emendamenti e migliorie, cosa che avvenne in maniera decisiva col il Messale di Paolo VI.

Altri ritengono che quel messale sia la quintessenza della cristallizzazione di chissà quale tradizione: ignorano però gli antefatti. Il Missale Romanum in realtà fece piazza pulita di tutta una congerie di liturgie locali, arbitrarie, confinanti con esagerazioni, credenze quasi superstiziose, moltiplicazione di preci, prefazi e messe di ogni tipo e per ogni gusto con effetti grotteschi nella prassi celebrativa, disciplinare e spirituale.

Il Messale di Pio V, lungi dall’essere espressione di tradizione immobile, fu invece innovativo: snellì il rito e, nello stesso tempo, segnò una rivoluzione ben ancorata nella Tradizione dei Padri e di una Tradizione liturgica conservatasi immune da arbitrii. È illusorio farne il vessillo di un cattolicesimo granitico e immobile.

La nostalgia di altri per la messa di Pio V suscita anche il sospetto che vi sia sotteso un atteggiamento chiuso e intransigente da difensori della fede. L’opposizione di molti strati di cristiani a papa Francesco, sospettato di eresia, fa venire in mente le obiezioni mosse alla riforma del Messale voluta da Paolo VI.

Le reazioni al nuovo “Messale”

Il card. Ottaviani, nel 1969, si fece portavoce di un gruppo di “scelti teologi” che avevano redatto il saggio polemico Breve esame critico del nuovo Ordo Missae. Egli muoveva precise contestazioni di legittimità dottrinale denunciando «un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica sulla santa messa» e appellandosi al Concilio di Trento che «aveva eretto una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del Magistero». Il nuovo rito suscitava «il dubbio che verità sempre credute dal popolo cristiano possano mutarsi o tacersi» non senza «infedeltà al sacro deposito dottrinale», ma anche che «i nuovi mutamenti nella liturgia non porterebbero se non al totale disorientamento dei fedeli».

A quelle obiezioni Paolo VI rispose subito inserendo un Proemio all’Ordo Missae, ribattendo punto per punto alle critiche rivolte al nuovo Messale di essere lontano dalla vera fede e slegato dalla Tradizione.

In realtà, il Messale nuovo, al pari di quello di Pio V, si rifaceva alla Tradizione e apportava nel contempo con il Lezionario e l’Evangeliario una ricchezza di Parola. La Preghiera Eucaristica II segue la Traditio Apostolica; la III riecheggia il Canone Romano e la nuova ecclesiologia cristocentrica del Vaticano II. Fu preparata da padre Cipriano Vagaggini che conosceva a fondo il senso teologico della liturgia. La Preghiera Eucaritica IV si ispira ad un’anafora orientale di origine antiochena.

I liturgisti incaricati della preparazione del nuovo Messale furono in grado di elaborare qualcosadi innovativo attingendo sempre dalla Tradizione, ma possedendo maggiori strumenti e possibilità di approfondimento delle fonti, al confronto dei compilatori di quattro secoli prima.

La prossima nuova edizione del Messale sarà una riedizione riveduta, aggiornata e corretta – come si suol dire –, tenendo presenti le osservazioni e le giuste esigenze di modifiche a quarant’anni dalla sua promulgazione.

Agli inizi degli anni 70 del secolo scorso fecero sentire la loro voce di dissenso anche alcune personalità di grande rilievo culturale tanto cattoliche quanto non cattoliche: erano a favore della messa in latino intesa come parte di una cultura universale. Sottoscrissero una petizione a Paolo VI in tal senso. Tra loro c’erano il violinista ebraico Yehudi Menuhin, scrittori come Graham Greene, Julien Greene e Agatha Christie; filosofi come Jacque Maritain e Gabriel Marcel. Non c’era in loro un’istanza teologica, bensì una sottile vena conservatrice, la stessa che avvertono i nostalgici di oggi, se scevri da pregiudizi teologici.

Curare l’“ars celebrandi”

C’è anche oggi, tra i fedeli e in certo clero, chi ricerca un’atmosfera d’antan, il gusto del vintage nei paramenti, nei drappeggi, a fronte di una modernità del rito che non accettano forse anche perché disgustati dagli abusi che si sono verificati e si verificano tuttora e dall’impressione di sciatteria e superficialità. Tuttavia «resta dubbio se una bella liturgia (che per essere bella certamente non ha bisogno del latino, per molti incomprensibile) è bella solo per determinate generazioni o se le seguenti non possono percepire più la sua bellezza. Anche il bello muore e la imbalsamazione non gli giova, ma in nessun caso deve essere sostituito dal brutto, dal volgare, dal triviale, o da qualcosa privo di valore; meglio allora dalla semplicità, che non è necessariamente inferiore in dignità al grandioso dal punto di vista mondano non più comprensibile».

In questo ultimo senso non si può dare tutto il torto a chi sente nostalgia del passato. «La difficoltà che molti provano e la conseguente delusione e la preferenza per il passato dipende spesso dal fatto che il clima di certe celebrazioni non favorisce il raccoglimento e il silenzio a causa del continuo parlare del celebrante e del canto della gente… l’uomo nello stress della vita quotidiana e nel rumore delle case alveare non può trovare ne il luogo ne il tempo per la preghiera personale». In realtà, sarebbe sufficiente un giusto dosaggio di silenzi e di canti ben selezionati per favorire il raccoglimento e l’esperienza dello Spirito che parla alla sua Chiesa.

Se manca nel celebrante, e di riflesso nell’assemblea, l’ars celebrandi, la liturgia tende a scadere di livello e a produrre interpolazioni e aggiunte all’insegna dell’arbitrio, dell’improvvisazione e del cattivo gusto, come giustamente rileva L.M. Chauvet: «Si rischia allora di ingenerare malessere, o addirittura angoscia, tra i partecipanti (“Cosa si inventeranno ancora?”) e, in ogni caso, di non lasciare più spazio di respirazione personale sufficiente. Ognuno è costretto ad adeguarsi all’ideologia, spesso predicatoria che ormai si impone al rito… Una buona improvvisazione richiede la lunga maturazione di una tradizione sufficientemente digerita da poter essere resa in modo personale. Non si maltratta impunemente il rito».

Gli fa eco Von Balthasar: «A partire dal Concilio (interpretato in maniera errata) si è insinuato nella liturgia il cattivo gusto della giovialità, della goffa confidenza del celebrante con la comunità. Questa è venuta a pregare e non per un amichevole scambio di convenienze… I contatti personali prima e dopo il servizio liturgico sono assolutamente desiderabili, ma durante la celebrazione tutti devono guardare all’unico Signore».

Riforma liturgicaJ. Gelineau, uno fra i promotori della riforma liturgica, dichiarò: «Bisogna dirlo senza mezze misure: il rito romano così come lo abbiamo conosciuto, non esiste più.

È distrutto. Alcuni muri del primitivo edificio sono caduti, mentre altri hanno cambiato aspetto, tanto che esso ci appare attualmente come una rovina, oppure come una parziale sottostruttura di un altro edificio».

Quello che l’illustre liturgista diceva a proposito della struttura del nuovo messale, dai nostalgici viene recepito unilateralmente nella sua sfumata notazione pessimistica: una rovina.

In realtà non siamo di fronte a delle rovine: era giunto il tempo opportuno per abbattere i bastioni e porre mano ad una necessaria riforma in linea con il cambio epocale del Vaticano II voluto dallo Spirito Santo. Più che rovine, si possono notare delle crepe. Nel canto liturgico, per esempio. Ma ciò merita un discorso a parte.

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