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Home Rubriche Risponde il teologo Come può Dio compiacersi di aver creato l’uomo?

Come può Dio compiacersi di aver creato l’uomo?

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Una domanda sul Dio creatore. Se sapeva ciò che sarebbe avvenuto, perché ha creato ugualmente gli Esseri celesti e l’uomo, per sottoporli a grandi sofferenze, chiede un lettore. Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla facoltà teologica dell’Italia centrale.

Come può Dio, che si è compiaciuto per ogni cosa da Lui creata, compiacersi della creazione degli Angeli e dell’uomo, visto che sia i primi che il secondo in parte hanno manifestato (e l’uomo ancora manifesta) comportamenti profondamente errati? Dio, eterno presente, che sapeva ciò che sarebbe avvenuto, perché ha creato ugualmente gli Esseri celesti e l’uomo, per sottoporli a grandi sofferenze (vedi pene dell’Inferno e dolori immani di tante creature già in vita)? Può Dio, nella sua eterna gloria, essere «felice» per tutto ciò?

Gian Gabriele Benedetti

Se Dio sia felice o no rispetto alla sua creazione, sinceramente, non lo so e neppure tento di saperlo. Se si sta a quanto emerge costantemente dalla Bibbia non lo sembrerebbe, ma un conto è il dispiacere che si può avere rispetto ad altro, un conto è l’infelicità di Dio che sarebbe una specie di stato di disagio che Dio potrebbe avere in sé.

La domanda però tocca un tema interessante: che cosa vede Dio negli angeli e negli uomini di tanto importante da crearli nonostante il peccato, la morte e il dolore?

Nella liturgia del battesimo si legge: “Tu che hai dato alle madri cristiane la lieta speranza della vita eterna per i loro figli…”. I genitori che mettono al mondo un figlio sanno benissimo che costui avrà dolori, malattie, avversità e alla fine la morte. Ora se ci pensiamo bene che senso ha mettere al mondo un figlio che poi debba morire. Immagini il lettore che una madre dicesse: voglio mettere al mondo un figlio per poi a 12 anni ucciderlo! Sarebbe la pazzia più lucida che si possa dire, eppure il fatto che il figlio muoia di morte naturale a 90 più o meno è lo stesso ragionamento della madre di cui sopra.

Perché allora gli uomini si ostinano a fare figli? Che cosa ritengono che sia un figlio, al punto di essere più importante di tutte le disgrazie che gli possano accadere nella vita? Molto difficile rispondere. Ma una cosa sembra certa che la vita è enormemente più importante di quanto in essa possa accadervi. E questo inconscio e subconscio senso del valore della vita per fortuna ancora non lo abbiamo perso e si continua giustamente a sfornare figli. Addirittura la nostra fede ci dice qualcosa di più: il figlio, la vita nuova che viene generata, è per la vita eterna e non per 80-90 anni di stretta esistenza. È questa vita eterna che i genitori mettono al mondo e non semplicemente “un figlio”, e la vita eterna non ha paura della morte e della sofferenza.

Applichiamo questo concetto a Dio. Dio intorno a sé ha il nulla, far esistere qualcuno come l’angelo o l’uomo è un fatto di una portata inaudita e stupefacente, al punto che – si dice – sia il fenomeno che faccia nascere la filosofia. Se uno semplicemente si chiede: «perché esisto? perché ci sono anziché non esserci?», è perché comprende la forza e il senso della vita: come può una cosa che è essenzialmente niente esistere? Io che, essendo diverso da Dio, che per natura sono nulla, esisto e sono nella vita significa che Dio in me ci vede qualcosa di grande e di straordinario che io stesso non riesco a vederci. E che cosa Dio ci vede di così interessante? Dobbiamo tornare a un concetto basilare di Dio: Dio è amore e l’amore è «diffusivum sui»”, è per se stesso comunicante o creativo, perciò Dio ritiene che l’esistenza, che dà a chi vuole nella creazione, sia una partecipazione al suo amore che in quanto tale supera infinitamente tutti i mali che l’angelo e l’uomo possano fare sia contro di Lui, sia contro se stessi, sia contro chi a loro pare. Il fatto che Dio ami per esempio Nerone o Hitler ritiene che il suo amore sia infinitamente più importante di quanto questi suoi figli possano fare. È vero che per chi patisce e anche per chi semplicemente valuta queste cose, sembrano ragionamenti fasulli. Ma provate a dire a una mamma che sarebbe stato meglio non avesse messo al mondo il figliolo, per vedere come reagisce: il suo amore per la vita, che si concretizza nel figlio per quanto disgraziato, non è inficiata né vanificata, perché la vita è un dono e un bene così grande che il contrario è nulla, e il nulla non ha senso e non ha valore assoluto.

Dunque Dio sa benissimo quello che accadrà alle sue creature, ma innanzitutto la sua creazione è posta nel bene pieno e totale, e con la sua provvidenza e il suo amore l’avvolge costantemente, e poi le cause del male scaturiscono dal cuore degli uomini e degli angeli, perciò, per quanto male queste creature possano fare, Dio le può salvare e liberare quando e come vuole, e la liberazione che egli produce è talmente grande che giustifica qualche sofferenza e qualche male, come l’operazione di un cancro permette di ridare vita al paziente.

C’è – direbbe il lettore – l’inferno. Questo è un luogo discusso, perché l’inferno è la lucida e costante opposizione alla grazia di Dio. Ne è di esempio il diavolo: è un angelo che ha preso in odio Dio stesso, ora per rispetto alla sua creatura Dio non può mutare la volontà del diavolo che lo odia. L’odio a Dio è l’inferno, ma l’uomo con la morte si spera che lo scampi, perché la morte è un atto in cui l’uomo risetta se stesso da quanto ha fatto nella vita e può darsi che di fronte al volto diretto di Dio non sappia opporsi, come al contrario ha fatto il demonio. Dunque è vero che Dio – dato che ha mandato il Figlio per salvarci – non ci stia bene in tutto quello che gli uomini fanno, tuttavia sia l’amore del quale vuol farci partecipi colla creazione e sia la salvezza che ha operato per riportarci a sé, senz’altro li ritiene valori più importanti del male e delle pene che la nostra cattiveria producono, e come dice Tommaso: Dio è talmente grande che non ha paura del male perché sa cambiarlo in bene, come è evidente nella sofferenza salvifica della croce.

Atos Turchi

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Come può Dio compiacersi di aver creato l’uomo?

  

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Una domanda sul Dio creatore. Se sapeva ciò che sarebbe avvenuto, perché ha creato ugualmente gli Esseri celesti e l’uomo, per sottoporli a grandi sofferenze, chiede un lettore. Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla facoltà teologica dell’Italia centrale.

Come può Dio, che si è compiaciuto per ogni cosa da Lui creata, compiacersi della creazione degli Angeli e dell’uomo, visto che sia i primi che il secondo in parte hanno manifestato (e l’uomo ancora manifesta) comportamenti profondamente errati? Dio, eterno presente, che sapeva ciò che sarebbe avvenuto, perché ha creato ugualmente gli Esseri celesti e l’uomo, per sottoporli a grandi sofferenze (vedi pene dell’Inferno e dolori immani di tante creature già in vita)? Può Dio, nella sua eterna gloria, essere «felice» per tutto ciò?

Gian Gabriele Benedetti

Se Dio sia felice o no rispetto alla sua creazione, sinceramente, non lo so e neppure tento di saperlo. Se si sta a quanto emerge costantemente dalla Bibbia non lo sembrerebbe, ma un conto è il dispiacere che si può avere rispetto ad altro, un conto è l’infelicità di Dio che sarebbe una specie di stato di disagio che Dio potrebbe avere in sé.

La domanda però tocca un tema interessante: che cosa vede Dio negli angeli e negli uomini di tanto importante da crearli nonostante il peccato, la morte e il dolore?

Nella liturgia del battesimo si legge: “Tu che hai dato alle madri cristiane la lieta speranza della vita eterna per i loro figli…”. I genitori che mettono al mondo un figlio sanno benissimo che costui avrà dolori, malattie, avversità e alla fine la morte. Ora se ci pensiamo bene che senso ha mettere al mondo un figlio che poi debba morire. Immagini il lettore che una madre dicesse: voglio mettere al mondo un figlio per poi a 12 anni ucciderlo! Sarebbe la pazzia più lucida che si possa dire, eppure il fatto che il figlio muoia di morte naturale a 90 più o meno è lo stesso ragionamento della madre di cui sopra.

Perché allora gli uomini si ostinano a fare figli? Che cosa ritengono che sia un figlio, al punto di essere più importante di tutte le disgrazie che gli possano accadere nella vita? Molto difficile rispondere. Ma una cosa sembra certa che la vita è enormemente più importante di quanto in essa possa accadervi. E questo inconscio e subconscio senso del valore della vita per fortuna ancora non lo abbiamo perso e si continua giustamente a sfornare figli. Addirittura la nostra fede ci dice qualcosa di più: il figlio, la vita nuova che viene generata, è per la vita eterna e non per 80-90 anni di stretta esistenza. È questa vita eterna che i genitori mettono al mondo e non semplicemente “un figlio”, e la vita eterna non ha paura della morte e della sofferenza.

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Applichiamo questo concetto a Dio. Dio intorno a sé ha il nulla, far esistere qualcuno come l’angelo o l’uomo è un fatto di una portata inaudita e stupefacente, al punto che – si dice – sia il fenomeno che faccia nascere la filosofia. Se uno semplicemente si chiede: «perché esisto? perché ci sono anziché non esserci?», è perché comprende la forza e il senso della vita: come può una cosa che è essenzialmente niente esistere? Io che, essendo diverso da Dio, che per natura sono nulla, esisto e sono nella vita significa che Dio in me ci vede qualcosa di grande e di straordinario che io stesso non riesco a vederci. E che cosa Dio ci vede di così interessante? Dobbiamo tornare a un concetto basilare di Dio: Dio è amore e l’amore è «diffusivum sui»”, è per se stesso comunicante o creativo, perciò Dio ritiene che l’esistenza, che dà a chi vuole nella creazione, sia una partecipazione al suo amore che in quanto tale supera infinitamente tutti i mali che l’angelo e l’uomo possano fare sia contro di Lui, sia contro se stessi, sia contro chi a loro pare. Il fatto che Dio ami per esempio Nerone o Hitler ritiene che il suo amore sia infinitamente più importante di quanto questi suoi figli possano fare. È vero che per chi patisce e anche per chi semplicemente valuta queste cose, sembrano ragionamenti fasulli. Ma provate a dire a una mamma che sarebbe stato meglio non avesse messo al mondo il figliolo, per vedere come reagisce: il suo amore per la vita, che si concretizza nel figlio per quanto disgraziato, non è inficiata né vanificata, perché la vita è un dono e un bene così grande che il contrario è nulla, e il nulla non ha senso e non ha valore assoluto.

Dunque Dio sa benissimo quello che accadrà alle sue creature, ma innanzitutto la sua creazione è posta nel bene pieno e totale, e con la sua provvidenza e il suo amore l’avvolge costantemente, e poi le cause del male scaturiscono dal cuore degli uomini e degli angeli, perciò, per quanto male queste creature possano fare, Dio le può salvare e liberare quando e come vuole, e la liberazione che egli produce è talmente grande che giustifica qualche sofferenza e qualche male, come l’operazione di un cancro permette di ridare vita al paziente.

C’è – direbbe il lettore – l’inferno. Questo è un luogo discusso, perché l’inferno è la lucida e costante opposizione alla grazia di Dio. Ne è di esempio il diavolo: è un angelo che ha preso in odio Dio stesso, ora per rispetto alla sua creatura Dio non può mutare la volontà del diavolo che lo odia. L’odio a Dio è l’inferno, ma l’uomo con la morte si spera che lo scampi, perché la morte è un atto in cui l’uomo risetta se stesso da quanto ha fatto nella vita e può darsi che di fronte al volto diretto di Dio non sappia opporsi, come al contrario ha fatto il demonio. Dunque è vero che Dio – dato che ha mandato il Figlio per salvarci – non ci stia bene in tutto quello che gli uomini fanno, tuttavia sia l’amore del quale vuol farci partecipi colla creazione e sia la salvezza che ha operato per riportarci a sé, senz’altro li ritiene valori più importanti del male e delle pene che la nostra cattiveria producono, e come dice Tommaso: Dio è talmente grande che non ha paura del male perché sa cambiarlo in bene, come è evidente nella sofferenza salvifica della croce.

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