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martedì, 16 Luglio 2019

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Come parlare di Dio oggi?

Il contributo illuminante di un filosofo convertito.

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Dire: “Io non ho l’ultima parola”, non significa soltanto: “non abbiamo che parole penultime”. Perché se dici: “non esistono che parole penultime, non c’è parola ultima”, in quel momento la tua parola penultima diventa la parola ultima. Perciò bisogna dire: “Io non ho l’ultima parola, ma ci dev’essere una parola ultima, riconosco che c’è una parola ultima”. L’ateismo, quando è sincero, vuol distruggere tutti gli idoli, ma una volta distrutti tutti gli idoli, deve distruggere l’idolo dell’ateismo, e in quel momento deve accettare, deve confessare una certa disponibilità, una certa apertura al mistero.

In fondo, si potrebbe dire che l’ateismo, quando è in buona fede, non può giungere al suo compimento senza accogliere la trascendenza del mistero. Qualcosa non prodotto da noi, ma che viene a noi. L’ateismo non giunge al suo compimento se non distrugge tutti gli idoli; ed è al termine della distruzione che può farsi presente il Dio vero, colui che noi non abbiamo scelto, ma che ha scelto noi.

II.4. La questione metafisica fondamentale

Vedete, dunque si tratta di uscire dal duplice problema di cui ho trattato, quello della banalizzazione fondamentalista e quello della rimozione umanistica. Parlare di Dio non è parlare di una cosa tra le altre, ma parlare dell’origine di tutte le cose. Ecco, senza dubbio, il punto più importante: parlare di Dio non è parlare di una cosa tra le altre, come se si trattasse di una super-creatura. Non è una cosa a fianco alle altre, non è una cosa in mezzo alle altre, ma la loro origine trascendente (e la trascendenza non è un dato esteriore). La parola di Dio non è quindi una parola esclusiva, come crede il fondamentalismo, ma una parola inclusiva. È una parola sempre attenta e amorosa, io infatti parlo davvero di Dio se mi meraviglio delle sue opere, se volgo lo sguardo verso le cose come verso le sue amate creature.

Sullo sfondo emerge una questione metafisica fondamentale, la questione della relazione tra il Creatore e la creatura. Spesso, in proposito, abbiamo una visione concorrenziale. Quando dico visione concorrenziale, mi riferisco all’idea che per far posto alla creatura bisognerebbe allontanare il Creatore e che, reciprocamente, per far posto al Creatore, bisognerebbe allontanare, cacciare la creatura. Altrimenti, terza possibilità per salvare capra e cavoli, se vogliamo salvare entrambi: lasciare una parte al Creatore e una parte alla creatura. Ora, queste tre opzioni sono false. La verità è che più vado verso la creatura, più vado verso il Creatore, perché è la sua origine. E più vado verso il Creatore, più mi volgo alle creature, perché sono opera sua.

Dico spesso che certi cristiani, e in questo consiste il problema del fondamentalismo in generale, assomigliano a quel tipo di ammiratori che rivolgendosi a Dante, per esempio, gli direbbero: “Signor Dante, lei è ammirevole, lei è il grande Dante!”; e Dante domanda loro: “Avete letto La Divina Commedia? Qual è il canto che vi ha colpito di più?” e gli ammiratori rispondono: “Veramente no, non l’abbiamo letta”. Allora il poeta chiede: “ma allora, perché quest’ammirazione per me?”, e gli ammiratori: “Noi sappiamo che lei e il grande Dante, abbiamo sentito parlare di lei, del suo genio, della fama che circonda la sua persona, ma della sua poesia, no, non ce ne siamo mai interessati”.

Vedete, spesso andiamo da Dio a dirgli: “Io ti amo, o Creatore”, ma non ci interessa la creatura. E questo è assurdo, o meglio, perverso. Ecco perché la posta metafisica fondamentale è comprendere che andare verso Dio non significa allontanarsi dalle creature, e che l’abbandono a Dio non implica alcuna alienazione, Dio non ci toglie nulla; volendo esprimerei in modo appropriato: Egli a noi non vuole che donare. E se dà l’impressione di volerci togliere qualcosa, si tratta di cose superficiali o di intralcio. Cose che in realtà ci trascinano verso il nulla, che non appartengono all’ordine dell’essere, della pienezza dell’essere.

 

Se vai da qualcuno a parlargli di Dio, finirai per dirgli: “Nel tuo cuore, tu desideri Dio, del resto tutti gli uomini desiderano vedere Dio”. E la persona sgrana gli occhi e ti risponde: “No, io non desidero vedere Dio. Desidero vedere una bella donna, per esempio, o desidero vedere Venezia, o un bel film d’azione”. Ma in fondo, che significa vedere qualcuno? Quando si ama qualcuno, ci si volge a lui e si percepisce chiaramente che c’è un mistero che ci sfugge. E vorremmo poterlo cogliere davvero, questo mistero, vorremmo poter abbracciare la persona che si ama nella sua essenza, ma è evidente che le nostre braccia non arrivano a tanto.

C’è un mistero in ogni abbraccio: più stringiamo la persona e più avvertiamo che ci sfugge, che le luminose profondità della sua essenza ci sfuggono. E quindi se voglio scrutare fino in fondo la mia sposa, se voglio scrutare fino in fondo il cardinal Rylko nel mistero del suo volto, non posso che vederlo in Dio, nella sua origine. Non c’è concorrenza: non mi volgo veramente a un volto che partendo da Dio. Per questa ragione bisogna trovare una modalità di discorso che non sia esclusivo, al modo dei fondamentalisti: “Ti assesto Dio dall’alto, per respingerti”, ma che sia inclusivo, come le braccia di una madre, in fin dei conti un discorso che cerchi di illuminare le profondità di ogni realtà. Quello che sto dicendo è che, in fondo, la nostra domanda è: come parlare nella verità?

III.1. Come parlare

Parlare di qualcosa in profondità conduce sempre a parlare del mistero divino. Come uscire dalle chiacchiere? Come superare lo stadio della comunicazione animale? Come accade che una parola è vera? C’è un requisito fondamentale per la verità di una parola, ed è che la verità della parola deve contenere la verità dell’esistenza. E che cos’è la verità dell’esistenza? È che io desidero la felicità e che io morirò. Una parola non è profonda, non è vera, se non contiene allo stesso tempo la coscienza della morte e il desiderio della gioia. La parola è vera solo se contiene questa estrema tensione, questa estrema lacerazione, questo profondo mistero dell’esistenza: “Voglio la gioia eppure sono votato alla morte”, e non solo alla morte fisica, ma anche alla morte morale, al fatto che il peccato m’impedisce di andare verso la gioia.

Per questa ragione tutte le parole vere contengono un grido, un grido d’invocazione, l’invocazione verso un Salvatore, l’invocazione di una salvezza, altrimenti non sarebbero che chiacchiera, passatempo.

III.2. La preghiera nascosta nella parola più comune

Prendiamo una parola qualsiasi: diciamo “ti amo” a qualcuno, e Dio sa che questo succede anche tra le persone che non sono credenti – che si considerano non credenti -; ora, come portare questa parola alle sue ultime conseguenze? Se è una parola vera, se non sto mentendo, se sto dicendo veramente “io ti amo”, che significa? Significa: “Io voglio il tuo bene”, significa: “Sono felice che tu esisti e quindi voglio che tu esista, per sempre”, significa: “Ho contemplato in te un mistero degno d’amore”. Tutto rimanda al mistero di colui che ci ha creati per amore.

La poesia rimanda chiaramente a questo mistero. Ma anche la scienza, perché una scienza che non si spinge fino alla meta della riflessione, al perché, alla ricerca delle cause, fino alla causa prima, è solo una scienza parziale, non può assolutamente pretendere di aspirare alla verità. In fondo, se una scienza evita la questione del senso dell’esistenza, se evita la questione della sapienza, diventa falsa, perché non impara se non per ignorare l’essenziale. Una parola pertanto non parla veramente se non accoglie il mistero dell’esistenza e cerca un senso – visto come questa esistenza si slancia verso la gioia e bussa alla felicità – cerca una salvezza. Nessuna parola parla veramente se non parla, almeno implicitamente, di Dio, se non porta, almeno implicitamente, l’istanza di Dio.

III.3. Annunciare colui che già è presente

Pertanto, tutto il lavoro è un lavoro di esplicitazione. Non si può parlare di Dio dall’esterno: «Ecco, ti fornisco una nozione che tu non conosci affatto, d’altronde tu sei una nullità, vivi nel peccato, non sai niente, io so tutto. Ecco, ti do la soluzione». No, noi riveliamo sempre colui che già è presente, in modo senza dubbio imperfetto, ma perché giunga a perfezione. Perfezione della grazia, perfezione della conoscenza, della coscienza del Mistero.

È precisamente quanto succede negli Atti degli Apostoli. Penso al primo discorso di Pietro, quando non dice ai Giudei: vi do qualcosa che non ha niente a che vedere con la vostra storia. Dice invece: vi annuncio il compimento della vostra storia, si tratta proprio della vostra storia (cfr. At 2,14-36). E quando Paolo si rivolge ai pagani, per esempio in Licaonia, fa la stessa cosa: « Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori» (At 14,16-17). Paolo dunque dichiara: colui che vi annuncio è già presso di voi. E fa lo stesso davanti all’Areopago: la divinità non è lontana da ciascuno di noi – dice – in essa abbiamo la vita, il movimento e l’essere (cfr. At 17,27-28).

Comprendere che non possiamo parlare dell’esteriorità, ci permette di liberarci dal pericolo di un implacabile moralismo. Significa che Dio non si riduce a una Legge e che giudicherà le persone a partire dalle sue norme, se si siano conformate alle norme oppure no. Dobbiamo sempre credere che, se è Dio, è il Creatore della persona che abbiamo di fronte, che quindi le è vicino e perciò è già presente nella sua vita, ed è a partire da qui, a partire da questa presenza di Dio nella persona, non a partire dalle sue mancanze, che potremo annunciare il Signore.

III.4. Fino al cuore del nemico

In fondo, non possiamo parlare di Dio a chicchessia se innanzitutto non siamo meravigliati della presenza di Dio che in qualche modo si realizza nel nostro interlocutore, della presenza in lui almeno come autore della sua natura, quand’anche fosse molto sporcata. Anche se questa persona si presentasse come un senza Dio, un mascalzone, un nemico. Se non mi meraviglio di lui in quanto creatura di Dio, se non mi stupisco per l’unicità del suo viso dove la gloria vuole risplendere, non posso parlargli davvero, perché in tal caso non sarebbe di Dio che gli parlerei, ma di qualcosa d’esteriore, di secondario oppure di una superiorità schiacciante. No, Dio è presente in lui, non foss’altro che per la sua presenza nella creazione, la sua immensa presenza, forse non la presenza della grazia, ma presenza che attualmente lo sta creando, Dio è interamente occupato a crearlo con amore. È questa meraviglia che ci dà il dono di dominare “fino al cuore del nemico”.

Sapete, è un versetto del Salmo 109: domina fino al cuore dei tuoi nemici (cfr. Sal 110 [109], 2). Non tentiamo di dominare con la violenza, non tentiamo di dominare dall’esterno, non tentiamo di costringere o blandire i corpi. Cos’è dunque questo dominio del cuore del nemico? Viene dalla consapevolezza che anche la persona che sembra più lontana, è possibile che in realtà sia più vicina a Dio di noi, e sembri lontana per una sua ignoranza invincibile. In ogni caso, Dio le è vicino, e noi siamo certi che il suo cuore è stato fatto da Dio e per Dio, quindi il suo cuore è nostro alleato. Anche se si presenta come ostile e nemica, il suo cuore è nostro alleato. Se innanzi tutto non siamo meravigliati di questo, allora non stiamo parlando di Dio, ma di faccende secondarie.

IV.1. Perché parlare di Dio? Il sogno di una super-bestialità

Arrivo ora a una questione ancor più fondamentale. In fin dei conti, perché parlare di Dio? L’ho già suggerito, non si può essere giusti senza una certa conoscenza del Dio della giustizia, di colui che è la giustizia, e che, essendo giustizia, ci mostra ciò che è la vera giustizia, la giustizia misericordiosa. Altrimenti ricadiamo nel lassismo di una falsa misericordia, oppure nel totalitarismo di una falsa giustizia. Dietro a questa costante, in realtà, c’è qualcosa di più profondo, una domanda semplicissima: perché Dio non ci parla direttamente? Perché tocca a noi parlare di lui? E perché non abbiamo un auricolare, delle cuffie? Potremmo così giovarci continuamente di locuzioni interiori. Alcuni desidererebbero una comunicazione così immediata. Ma se disponessimo di una tale immediatezza non saremmo più completamente uomini, ma piuttosto bestie superiori. Voglio dire che agiremmo per istinto.

Lo specifico dell’uomo è di domandarsi cosa deve fare. Un animale non si pone domande, agisce in modo assolutamente determinato. Essere uomo, significa dover sempre cercare un senso, interrogarsi sulla propria vita e formulare attivamente una risposta o un’invocazione.

IV.2. Il dono della missione

Malgrado tutto, la questione resta: perché Dio si nasconde? Perché è così silenzioso? In realtà, se è silenzioso, è perché noi non restiamo muti. Dio non è avaro, la sua generosità non si limita a elargirci i suoi doni in modo che restiamo passivi, senza più nulla da fare. La sua generosità non è avara perché consiste nel renderci noi stessi generosi, fecondi. La sua generosità consiste nel rendere la sua creatura partecipe delle sue bontà, cooperatrice della sua azione.

Per questo motivo Dio vuole parlare attraverso le sue creature. Se ci parlasse direttamente, la creazione smetterebbe di essere parola di Dio, le cose che ci circondano non sarebbero più segni di lui. Questa bottiglia sul tavolo, la luce che passa attraverso l’acqua … c’è qualcosa, un mistero che i poeti sanno contemplare, e spetta a noi ascoltare
questa parola di Dio nel silenzio della contemplazione.

Ma c’è più di una bottiglia d’acqua illuminata, c’è il volto di un altro uomo. Dio parla sempre attraverso testimoni perché vuole donarci di cooperare alla sua opera. Vuole che siamo noi la sua presenza gli uni per gli altri. Si può dire che l’apparente assenza di Dio è in realtà il dono della sua presenza attraverso la sua creazione, attraverso di noi. È il dono di una missione che ci coinvolge.

IV.3. Un’alleanza e non una teoria

Gesù stesso non parla imponendo le cose dall’alto. Come mai? Perché non è venuto a comunicarci una teoria, ma a concludere un’alleanza. Ecco un aspetto decisivo: quando Dio parla, è per fare alleanza. Allora comprendo che parlare di Dio non significa trasmettere semplicemente un messaggio, una teoria generale. Il mistero del cristianesimo sta nel fatto che il Messaggero è più importante del Messaggio, o, se preferite, che il Messaggero è il Messaggio.

Qui non mi sto riferendo semplicemente a Cristo, al mistero dell’Incarnazione: mi riferisco al mistero stesso della Trinità. Il mistero della Trinità ci rivela che Dio non è un oceano di luce anonimo e impersonale, ma è comunione di Persone. Per cui parlare di Dio non è tanto trasmettere un messaggio, ma vivere una comunione profonda a partire dal mistero trinitario. La Rivelazione in fondo ci mostra che i volti sono più importanti delle idee. E che se, a un certo punto, preoccupato di trasmettere un messaggio, mi metto a disprezzare il volto dell’altro, la presenza del mio interlocutore… beh, da quel momento ho travalicato i limiti della verità cristiana.

Il cristianesimo afferma il primato della persona, perché Dio è comunione di Persone. E dico persone nella loro diversità, perché in Dio c’è questa diversità eterna che è garanzia della nostra differenziazione e della nostra diversità eterna. Se difendiamo i dogmi cattolici, non lo facciamo in quanto vogliamo difendere le idee, ma per salvaguardare la diversità dei volti. Perché i dogmi manifestano l’avvenimento che salva ogni volto nella sua unicità.

Ed è per questo, per annunciare la comunione delle Persone divine, che è necessario vivere la comunione. Parlare di Dio non è possibile se non a partire da una comunità, non si può mai a guisa di cavaliere solitario. I discepoli sono inviati due a due. È il minimo. D’altronde il cucciolo dell’uomo non fa la sua apparizione che per la comunione tra i due sessi. Succede la stessa cosa, per analogia, nell’ordine soprannaturale: è necessaria la comunione delle persone più diverse perché un uomo ascolti la parola di Dio e rinasca alla grazia.

V.1. Il bello di oggi

Per concludere, dobbiamo affrontare l’ultimo termine della nostra domanda: “Oggi”. Vi rendete conto che ciò che ho detto fin qui può valere per ogni epoca. Adesso si tratta di pensare ciò che è specifico dei tempi nostri. Ora, la prima cosa che occorre dire in proposito, è che non dobbiamo aver nostalgia di una cristianità ormai passata.

Il professor Sergio Belardinelli ieri ha affermato che tutte le epoche sarebbero contemporanee nei confronti dell’eternità e che dunque tutte sarebbero allo stesso modo altrettanto vicine e altrettanto lontane da Dio. È vero da un punto di vista metafisico, ma non è affatto vero dal punto di vista storico.

Dal punto di vista storico, bisogna riconoscere che la Storia ha la dinamica rivelata dalla parabola del grano e della zizzania. La parabola del grano e della zizzania ci dice che la storia consiste in una crescita parallela del male e del bene, simultaneamente. Vale a dire che le cose vanno sempre meglio e sempre peggio. Veniamo così a trovarci allo stesso tempo nella migliore e nella peggiore delle epoche, e domani sarà ancor migliore e ancor peggiore.

Per quanto riguarda il miglioramento, che grazia, ad esempio, vivere dopo la definizione del dogma dell’Assunzione! Gli altri cristiani non hanno avuto questa certezza, ma noi abbiamo questa chiarificazione meravigliosa, quindi la nostra epoca è migliore da questo punto di vista. Che grazia anche l’essere venuti fuori (ed era ora!) dall’antigiudaismo che a lungo ha corroso la Chiesa dall’interno: penso al Giubileo del 2000, durante il quale molto si è discusso della questione, e la Chiesa ha fatto penitenza per il disprezzo verso il mistero d’Israele nel quale erano incorsi i suoi figli. Che grazia anche poter vedere nel Santo Padre innanzi tutto il Vicario di Cristo e non un pericoloso sovrano temporale, com’era una volta. I francesi un tempo non guardavano al Papa ma al “Re Cristianissimo”, al Re di Francia: era lui il punto di riferimento del cristianesimo, non il Papa, e questo generava confusioni tremende, collusioni disastrose.

V.2. La possibilità della distruzione totale

Devo però parlare del peggio, osservando incidentalmente che il fatto di aver coscienza del peggio fa parte ancora dell’aspetto migliore della nostra epoca. Se si deve qualificare l’oggi, è appropriato sottolineare che per la prima volta con una tale evidenza e certezza abbiamo la coscienza della finitudine della specie umana, in quanto specie. Un tempo sapevamo che ogni uomo è individualmente finito, ovverosia che è destinato a morire; ma in questo caso abbiamo la coscienza che l’uomo, inteso come specie, può scomparire completamente

Viviamo nell’epoca della fine delle utopie politiche, della fine del progressismo. Le utopie politiche potevano farci credere a un “radioso avvenire”; oggi non crediamo più a un futuro felice, regna piuttosto un catastrofismo generalizzato. Arthur Koestler diceva nel 1979: «Se mi chiedessero qual è la data più importante della storia come della preistoria del genere umano, risponderei senza esitazione: 6 agosto 1945 [ … ]; dal giorno in cui la prima bomba atomica ha eclissato il sole di Hiroshima, l’umanità deve vivere nella prospettiva della sua totale scomparsa in quanto specie».[1]

Siamo la prima generazione ad aver smesso di credere di avere un domani. Siamo la prima generazione ad aver preso coscienza della possibilità di una scomparsa totale molto realistica e imminente. Per questa ragione, tutte le utopie politiche mondane, il marxismo, il liberalismo stesso … sono state condannate a sparire, perché non crediamo più in una posterità.

Perché i giovani si disperdono nel mondo virtuale? Precisamente perché non credono più nella consistenza del mondo. Siamo in un’epoca in cui sempre di più si impone l’interrogativo della legittimità dell’esistenza dell’uomo. Ormai un certo darwinismo arriva a dire che l’uomo è un incidente, un “fai da te”, è destinato a essere soppiantato da un’altra specie. Una tale idea è la dichiarazione di morte dell’umanesimo ateo.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Come parlare di Dio oggi?

Il contributo illuminante di un filosofo convertito.

  

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Dire: “Io non ho l’ultima parola”, non significa soltanto: “non abbiamo che parole penultime”. Perché se dici: “non esistono che parole penultime, non c’è parola ultima”, in quel momento la tua parola penultima diventa la parola ultima. Perciò bisogna dire: “Io non ho l’ultima parola, ma ci dev’essere una parola ultima, riconosco che c’è una parola ultima”. L’ateismo, quando è sincero, vuol distruggere tutti gli idoli, ma una volta distrutti tutti gli idoli, deve distruggere l’idolo dell’ateismo, e in quel momento deve accettare, deve confessare una certa disponibilità, una certa apertura al mistero.

In fondo, si potrebbe dire che l’ateismo, quando è in buona fede, non può giungere al suo compimento senza accogliere la trascendenza del mistero. Qualcosa non prodotto da noi, ma che viene a noi. L’ateismo non giunge al suo compimento se non distrugge tutti gli idoli; ed è al termine della distruzione che può farsi presente il Dio vero, colui che noi non abbiamo scelto, ma che ha scelto noi.

II.4. La questione metafisica fondamentale

Vedete, dunque si tratta di uscire dal duplice problema di cui ho trattato, quello della banalizzazione fondamentalista e quello della rimozione umanistica. Parlare di Dio non è parlare di una cosa tra le altre, ma parlare dell’origine di tutte le cose. Ecco, senza dubbio, il punto più importante: parlare di Dio non è parlare di una cosa tra le altre, come se si trattasse di una super-creatura. Non è una cosa a fianco alle altre, non è una cosa in mezzo alle altre, ma la loro origine trascendente (e la trascendenza non è un dato esteriore). La parola di Dio non è quindi una parola esclusiva, come crede il fondamentalismo, ma una parola inclusiva. È una parola sempre attenta e amorosa, io infatti parlo davvero di Dio se mi meraviglio delle sue opere, se volgo lo sguardo verso le cose come verso le sue amate creature.

Sullo sfondo emerge una questione metafisica fondamentale, la questione della relazione tra il Creatore e la creatura. Spesso, in proposito, abbiamo una visione concorrenziale. Quando dico visione concorrenziale, mi riferisco all’idea che per far posto alla creatura bisognerebbe allontanare il Creatore e che, reciprocamente, per far posto al Creatore, bisognerebbe allontanare, cacciare la creatura. Altrimenti, terza possibilità per salvare capra e cavoli, se vogliamo salvare entrambi: lasciare una parte al Creatore e una parte alla creatura. Ora, queste tre opzioni sono false. La verità è che più vado verso la creatura, più vado verso il Creatore, perché è la sua origine. E più vado verso il Creatore, più mi volgo alle creature, perché sono opera sua.

Dico spesso che certi cristiani, e in questo consiste il problema del fondamentalismo in generale, assomigliano a quel tipo di ammiratori che rivolgendosi a Dante, per esempio, gli direbbero: “Signor Dante, lei è ammirevole, lei è il grande Dante!”; e Dante domanda loro: “Avete letto La Divina Commedia? Qual è il canto che vi ha colpito di più?” e gli ammiratori rispondono: “Veramente no, non l’abbiamo letta”. Allora il poeta chiede: “ma allora, perché quest’ammirazione per me?”, e gli ammiratori: “Noi sappiamo che lei e il grande Dante, abbiamo sentito parlare di lei, del suo genio, della fama che circonda la sua persona, ma della sua poesia, no, non ce ne siamo mai interessati”.

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Vedete, spesso andiamo da Dio a dirgli: “Io ti amo, o Creatore”, ma non ci interessa la creatura. E questo è assurdo, o meglio, perverso. Ecco perché la posta metafisica fondamentale è comprendere che andare verso Dio non significa allontanarsi dalle creature, e che l’abbandono a Dio non implica alcuna alienazione, Dio non ci toglie nulla; volendo esprimerei in modo appropriato: Egli a noi non vuole che donare. E se dà l’impressione di volerci togliere qualcosa, si tratta di cose superficiali o di intralcio. Cose che in realtà ci trascinano verso il nulla, che non appartengono all’ordine dell’essere, della pienezza dell’essere.

 

Se vai da qualcuno a parlargli di Dio, finirai per dirgli: “Nel tuo cuore, tu desideri Dio, del resto tutti gli uomini desiderano vedere Dio”. E la persona sgrana gli occhi e ti risponde: “No, io non desidero vedere Dio. Desidero vedere una bella donna, per esempio, o desidero vedere Venezia, o un bel film d’azione”. Ma in fondo, che significa vedere qualcuno? Quando si ama qualcuno, ci si volge a lui e si percepisce chiaramente che c’è un mistero che ci sfugge. E vorremmo poterlo cogliere davvero, questo mistero, vorremmo poter abbracciare la persona che si ama nella sua essenza, ma è evidente che le nostre braccia non arrivano a tanto.

C’è un mistero in ogni abbraccio: più stringiamo la persona e più avvertiamo che ci sfugge, che le luminose profondità della sua essenza ci sfuggono. E quindi se voglio scrutare fino in fondo la mia sposa, se voglio scrutare fino in fondo il cardinal Rylko nel mistero del suo volto, non posso che vederlo in Dio, nella sua origine. Non c’è concorrenza: non mi volgo veramente a un volto che partendo da Dio. Per questa ragione bisogna trovare una modalità di discorso che non sia esclusivo, al modo dei fondamentalisti: “Ti assesto Dio dall’alto, per respingerti”, ma che sia inclusivo, come le braccia di una madre, in fin dei conti un discorso che cerchi di illuminare le profondità di ogni realtà. Quello che sto dicendo è che, in fondo, la nostra domanda è: come parlare nella verità?

III.1. Come parlare

Parlare di qualcosa in profondità conduce sempre a parlare del mistero divino. Come uscire dalle chiacchiere? Come superare lo stadio della comunicazione animale? Come accade che una parola è vera? C’è un requisito fondamentale per la verità di una parola, ed è che la verità della parola deve contenere la verità dell’esistenza. E che cos’è la verità dell’esistenza? È che io desidero la felicità e che io morirò. Una parola non è profonda, non è vera, se non contiene allo stesso tempo la coscienza della morte e il desiderio della gioia. La parola è vera solo se contiene questa estrema tensione, questa estrema lacerazione, questo profondo mistero dell’esistenza: “Voglio la gioia eppure sono votato alla morte”, e non solo alla morte fisica, ma anche alla morte morale, al fatto che il peccato m’impedisce di andare verso la gioia.

Per questa ragione tutte le parole vere contengono un grido, un grido d’invocazione, l’invocazione verso un Salvatore, l’invocazione di una salvezza, altrimenti non sarebbero che chiacchiera, passatempo.

III.2. La preghiera nascosta nella parola più comune

Prendiamo una parola qualsiasi: diciamo “ti amo” a qualcuno, e Dio sa che questo succede anche tra le persone che non sono credenti – che si considerano non credenti -; ora, come portare questa parola alle sue ultime conseguenze? Se è una parola vera, se non sto mentendo, se sto dicendo veramente “io ti amo”, che significa? Significa: “Io voglio il tuo bene”, significa: “Sono felice che tu esisti e quindi voglio che tu esista, per sempre”, significa: “Ho contemplato in te un mistero degno d’amore”. Tutto rimanda al mistero di colui che ci ha creati per amore.

La poesia rimanda chiaramente a questo mistero. Ma anche la scienza, perché una scienza che non si spinge fino alla meta della riflessione, al perché, alla ricerca delle cause, fino alla causa prima, è solo una scienza parziale, non può assolutamente pretendere di aspirare alla verità. In fondo, se una scienza evita la questione del senso dell’esistenza, se evita la questione della sapienza, diventa falsa, perché non impara se non per ignorare l’essenziale. Una parola pertanto non parla veramente se non accoglie il mistero dell’esistenza e cerca un senso – visto come questa esistenza si slancia verso la gioia e bussa alla felicità – cerca una salvezza. Nessuna parola parla veramente se non parla, almeno implicitamente, di Dio, se non porta, almeno implicitamente, l’istanza di Dio.

III.3. Annunciare colui che già è presente

Pertanto, tutto il lavoro è un lavoro di esplicitazione. Non si può parlare di Dio dall’esterno: «Ecco, ti fornisco una nozione che tu non conosci affatto, d’altronde tu sei una nullità, vivi nel peccato, non sai niente, io so tutto. Ecco, ti do la soluzione». No, noi riveliamo sempre colui che già è presente, in modo senza dubbio imperfetto, ma perché giunga a perfezione. Perfezione della grazia, perfezione della conoscenza, della coscienza del Mistero.

È precisamente quanto succede negli Atti degli Apostoli. Penso al primo discorso di Pietro, quando non dice ai Giudei: vi do qualcosa che non ha niente a che vedere con la vostra storia. Dice invece: vi annuncio il compimento della vostra storia, si tratta proprio della vostra storia (cfr. At 2,14-36). E quando Paolo si rivolge ai pagani, per esempio in Licaonia, fa la stessa cosa: « Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori» (At 14,16-17). Paolo dunque dichiara: colui che vi annuncio è già presso di voi. E fa lo stesso davanti all’Areopago: la divinità non è lontana da ciascuno di noi – dice – in essa abbiamo la vita, il movimento e l’essere (cfr. At 17,27-28).

Comprendere che non possiamo parlare dell’esteriorità, ci permette di liberarci dal pericolo di un implacabile moralismo. Significa che Dio non si riduce a una Legge e che giudicherà le persone a partire dalle sue norme, se si siano conformate alle norme oppure no. Dobbiamo sempre credere che, se è Dio, è il Creatore della persona che abbiamo di fronte, che quindi le è vicino e perciò è già presente nella sua vita, ed è a partire da qui, a partire da questa presenza di Dio nella persona, non a partire dalle sue mancanze, che potremo annunciare il Signore.

III.4. Fino al cuore del nemico

In fondo, non possiamo parlare di Dio a chicchessia se innanzitutto non siamo meravigliati della presenza di Dio che in qualche modo si realizza nel nostro interlocutore, della presenza in lui almeno come autore della sua natura, quand’anche fosse molto sporcata. Anche se questa persona si presentasse come un senza Dio, un mascalzone, un nemico. Se non mi meraviglio di lui in quanto creatura di Dio, se non mi stupisco per l’unicità del suo viso dove la gloria vuole risplendere, non posso parlargli davvero, perché in tal caso non sarebbe di Dio che gli parlerei, ma di qualcosa d’esteriore, di secondario oppure di una superiorità schiacciante. No, Dio è presente in lui, non foss’altro che per la sua presenza nella creazione, la sua immensa presenza, forse non la presenza della grazia, ma presenza che attualmente lo sta creando, Dio è interamente occupato a crearlo con amore. È questa meraviglia che ci dà il dono di dominare “fino al cuore del nemico”.

Sapete, è un versetto del Salmo 109: domina fino al cuore dei tuoi nemici (cfr. Sal 110 [109], 2). Non tentiamo di dominare con la violenza, non tentiamo di dominare dall’esterno, non tentiamo di costringere o blandire i corpi. Cos’è dunque questo dominio del cuore del nemico? Viene dalla consapevolezza che anche la persona che sembra più lontana, è possibile che in realtà sia più vicina a Dio di noi, e sembri lontana per una sua ignoranza invincibile. In ogni caso, Dio le è vicino, e noi siamo certi che il suo cuore è stato fatto da Dio e per Dio, quindi il suo cuore è nostro alleato. Anche se si presenta come ostile e nemica, il suo cuore è nostro alleato. Se innanzi tutto non siamo meravigliati di questo, allora non stiamo parlando di Dio, ma di faccende secondarie.

IV.1. Perché parlare di Dio? Il sogno di una super-bestialità

Arrivo ora a una questione ancor più fondamentale. In fin dei conti, perché parlare di Dio? L’ho già suggerito, non si può essere giusti senza una certa conoscenza del Dio della giustizia, di colui che è la giustizia, e che, essendo giustizia, ci mostra ciò che è la vera giustizia, la giustizia misericordiosa. Altrimenti ricadiamo nel lassismo di una falsa misericordia, oppure nel totalitarismo di una falsa giustizia. Dietro a questa costante, in realtà, c’è qualcosa di più profondo, una domanda semplicissima: perché Dio non ci parla direttamente? Perché tocca a noi parlare di lui? E perché non abbiamo un auricolare, delle cuffie? Potremmo così giovarci continuamente di locuzioni interiori. Alcuni desidererebbero una comunicazione così immediata. Ma se disponessimo di una tale immediatezza non saremmo più completamente uomini, ma piuttosto bestie superiori. Voglio dire che agiremmo per istinto.

Lo specifico dell’uomo è di domandarsi cosa deve fare. Un animale non si pone domande, agisce in modo assolutamente determinato. Essere uomo, significa dover sempre cercare un senso, interrogarsi sulla propria vita e formulare attivamente una risposta o un’invocazione.

IV.2. Il dono della missione

Malgrado tutto, la questione resta: perché Dio si nasconde? Perché è così silenzioso? In realtà, se è silenzioso, è perché noi non restiamo muti. Dio non è avaro, la sua generosità non si limita a elargirci i suoi doni in modo che restiamo passivi, senza più nulla da fare. La sua generosità non è avara perché consiste nel renderci noi stessi generosi, fecondi. La sua generosità consiste nel rendere la sua creatura partecipe delle sue bontà, cooperatrice della sua azione.

Per questo motivo Dio vuole parlare attraverso le sue creature. Se ci parlasse direttamente, la creazione smetterebbe di essere parola di Dio, le cose che ci circondano non sarebbero più segni di lui. Questa bottiglia sul tavolo, la luce che passa attraverso l’acqua … c’è qualcosa, un mistero che i poeti sanno contemplare, e spetta a noi ascoltare
questa parola di Dio nel silenzio della contemplazione.

Ma c’è più di una bottiglia d’acqua illuminata, c’è il volto di un altro uomo. Dio parla sempre attraverso testimoni perché vuole donarci di cooperare alla sua opera. Vuole che siamo noi la sua presenza gli uni per gli altri. Si può dire che l’apparente assenza di Dio è in realtà il dono della sua presenza attraverso la sua creazione, attraverso di noi. È il dono di una missione che ci coinvolge.

IV.3. Un’alleanza e non una teoria

Gesù stesso non parla imponendo le cose dall’alto. Come mai? Perché non è venuto a comunicarci una teoria, ma a concludere un’alleanza. Ecco un aspetto decisivo: quando Dio parla, è per fare alleanza. Allora comprendo che parlare di Dio non significa trasmettere semplicemente un messaggio, una teoria generale. Il mistero del cristianesimo sta nel fatto che il Messaggero è più importante del Messaggio, o, se preferite, che il Messaggero è il Messaggio.

Qui non mi sto riferendo semplicemente a Cristo, al mistero dell’Incarnazione: mi riferisco al mistero stesso della Trinità. Il mistero della Trinità ci rivela che Dio non è un oceano di luce anonimo e impersonale, ma è comunione di Persone. Per cui parlare di Dio non è tanto trasmettere un messaggio, ma vivere una comunione profonda a partire dal mistero trinitario. La Rivelazione in fondo ci mostra che i volti sono più importanti delle idee. E che se, a un certo punto, preoccupato di trasmettere un messaggio, mi metto a disprezzare il volto dell’altro, la presenza del mio interlocutore… beh, da quel momento ho travalicato i limiti della verità cristiana.

Il cristianesimo afferma il primato della persona, perché Dio è comunione di Persone. E dico persone nella loro diversità, perché in Dio c’è questa diversità eterna che è garanzia della nostra differenziazione e della nostra diversità eterna. Se difendiamo i dogmi cattolici, non lo facciamo in quanto vogliamo difendere le idee, ma per salvaguardare la diversità dei volti. Perché i dogmi manifestano l’avvenimento che salva ogni volto nella sua unicità.

Ed è per questo, per annunciare la comunione delle Persone divine, che è necessario vivere la comunione. Parlare di Dio non è possibile se non a partire da una comunità, non si può mai a guisa di cavaliere solitario. I discepoli sono inviati due a due. È il minimo. D’altronde il cucciolo dell’uomo non fa la sua apparizione che per la comunione tra i due sessi. Succede la stessa cosa, per analogia, nell’ordine soprannaturale: è necessaria la comunione delle persone più diverse perché un uomo ascolti la parola di Dio e rinasca alla grazia.

V.1. Il bello di oggi

Per concludere, dobbiamo affrontare l’ultimo termine della nostra domanda: “Oggi”. Vi rendete conto che ciò che ho detto fin qui può valere per ogni epoca. Adesso si tratta di pensare ciò che è specifico dei tempi nostri. Ora, la prima cosa che occorre dire in proposito, è che non dobbiamo aver nostalgia di una cristianità ormai passata.

Il professor Sergio Belardinelli ieri ha affermato che tutte le epoche sarebbero contemporanee nei confronti dell’eternità e che dunque tutte sarebbero allo stesso modo altrettanto vicine e altrettanto lontane da Dio. È vero da un punto di vista metafisico, ma non è affatto vero dal punto di vista storico.

Dal punto di vista storico, bisogna riconoscere che la Storia ha la dinamica rivelata dalla parabola del grano e della zizzania. La parabola del grano e della zizzania ci dice che la storia consiste in una crescita parallela del male e del bene, simultaneamente. Vale a dire che le cose vanno sempre meglio e sempre peggio. Veniamo così a trovarci allo stesso tempo nella migliore e nella peggiore delle epoche, e domani sarà ancor migliore e ancor peggiore.

Per quanto riguarda il miglioramento, che grazia, ad esempio, vivere dopo la definizione del dogma dell’Assunzione! Gli altri cristiani non hanno avuto questa certezza, ma noi abbiamo questa chiarificazione meravigliosa, quindi la nostra epoca è migliore da questo punto di vista. Che grazia anche l’essere venuti fuori (ed era ora!) dall’antigiudaismo che a lungo ha corroso la Chiesa dall’interno: penso al Giubileo del 2000, durante il quale molto si è discusso della questione, e la Chiesa ha fatto penitenza per il disprezzo verso il mistero d’Israele nel quale erano incorsi i suoi figli. Che grazia anche poter vedere nel Santo Padre innanzi tutto il Vicario di Cristo e non un pericoloso sovrano temporale, com’era una volta. I francesi un tempo non guardavano al Papa ma al “Re Cristianissimo”, al Re di Francia: era lui il punto di riferimento del cristianesimo, non il Papa, e questo generava confusioni tremende, collusioni disastrose.

V.2. La possibilità della distruzione totale

Devo però parlare del peggio, osservando incidentalmente che il fatto di aver coscienza del peggio fa parte ancora dell’aspetto migliore della nostra epoca. Se si deve qualificare l’oggi, è appropriato sottolineare che per la prima volta con una tale evidenza e certezza abbiamo la coscienza della finitudine della specie umana, in quanto specie. Un tempo sapevamo che ogni uomo è individualmente finito, ovverosia che è destinato a morire; ma in questo caso abbiamo la coscienza che l’uomo, inteso come specie, può scomparire completamente

Viviamo nell’epoca della fine delle utopie politiche, della fine del progressismo. Le utopie politiche potevano farci credere a un “radioso avvenire”; oggi non crediamo più a un futuro felice, regna piuttosto un catastrofismo generalizzato. Arthur Koestler diceva nel 1979: «Se mi chiedessero qual è la data più importante della storia come della preistoria del genere umano, risponderei senza esitazione: 6 agosto 1945 [ … ]; dal giorno in cui la prima bomba atomica ha eclissato il sole di Hiroshima, l’umanità deve vivere nella prospettiva della sua totale scomparsa in quanto specie».[1]

Siamo la prima generazione ad aver smesso di credere di avere un domani. Siamo la prima generazione ad aver preso coscienza della possibilità di una scomparsa totale molto realistica e imminente. Per questa ragione, tutte le utopie politiche mondane, il marxismo, il liberalismo stesso … sono state condannate a sparire, perché non crediamo più in una posterità.

Perché i giovani si disperdono nel mondo virtuale? Precisamente perché non credono più nella consistenza del mondo. Siamo in un’epoca in cui sempre di più si impone l’interrogativo della legittimità dell’esistenza dell’uomo. Ormai un certo darwinismo arriva a dire che l’uomo è un incidente, un “fai da te”, è destinato a essere soppiantato da un’altra specie. Una tale idea è la dichiarazione di morte dell’umanesimo ateo.

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Originale: Aleteia.org

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