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Come parlare di Dio oggi?

Il contributo illuminante di un filosofo convertito.

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Perché? Perché avevo l’impressione che quando qualcuno pronunciava “Dio”, mettesse fine a ogni conversazione, introducesse, barando, una sorta di jolly in una partita a carte. E quindi concepivo Dio come una soluzione magica, direi anzi una “soluzione finale”, con tutto quanto di terribile queste parole evocano: una soluzione finale dentro una discussione.

Ora è evidente che “Dio” non è una soluzione finale, ma piuttosto il riconoscimento di un abisso, di qualcosa che ci supera. La parola “Dio” non è tanto una risposta quanto un’invocazione, un’esigenza. È quello che spesso ricordo ai seminaristi – insegno al seminario di Tolone -; dico loro: “Quando siete in missione e qualcuno vi dice: io non credo in Dio, fate attenzione, non saltategli addosso dicendo: ma no, bisogna che tu creda in Dio! Perché in questo caso nemmeno voi credete al ‘Dio’ di cui quella persona parla! Domandategli innanzitutto cosa intende con questa parola“. Vedete come bisogna fare sempre attenzione ai termini che usiamo, intraprendendo una conversione del vocabolario. Una conversione nell’uso delle parole.

Un giorno, e questo è stato un momento decisivo per la mia conversione, ho capito che la parola “Dio” non era, come si suol dire, un tappabuchi, qualcosa per turare le crepe, ma, al contrario, qualcosa che spalancava un abisso, che preservava il mistero dell’esistenza, che ci lasciava in qualche modo aperti, pieni di meraviglia. La parola “Dio” è la parola che ci dice che non abbiamo l’ultima parola. Il Nome di Dio non è chiusura del dialogo, ma, al contrario, accoglienza del mistero. Il Nome di Dio non è il nome che rende autosuffìcienti e superbi, ma il nome che esige la nostra umiltà e il nostro amore per l’interlocutore, chiunque egli sia. È per questo che non dovremmo mai “assestarlo” come una mazzata.

II.2. Banalizzazione fondamentalista

Sempre a proposito della questione di parlare del Dio ineffabile, vorrei sottoporvi un duplice problema. Il problema della banalizzazione della parola “Dio”, una banalizzazione fondamentalista, e il problema opposto della rimozione umanistica del termine.

Nei discorsi del fondamentalista la parola “Dio” invade tutto, è una soluzione a tutto. Se fai una domanda sull’evoluzione delle specie, dice: consulta la Scrittura. Se fai una domanda scientifica o economica, consulta la Scrittura, la soluzione è pronta, senza riflettere. È già tutto pronto, hai l’impressione che basta dire “Dio” e tutto è risolto.

Dio diventa la risposta a tutto per il fondamentalista. Pertanto, il discorso su Dio escluderà ogni altra forma di discorso. Non ci saranno più discorsi sulle cose. È per questo che un tale discorso finisce per banalizzare “Dio” e soprattutto lo rende un termine invadente, intrusivo, espulsivo di ogni altra idea, e comporterà una reazione, la reazione dell’ateismo.

 

“Tu mi parli di Dio, ma perché mi parli di Dio mentre io sono davanti a te e tu davanti a me? Parlami di te, parlami di me, parliamo di noi e di queste cose visibili che ci circondano! Perché mi rimandi a un qualcosa che per me è incerto? Perché fuggi dalla realtà delle cose?”. L’ateo finirà per convincersi che la fede del fondamentalista, cristiano o musulmano che sia, altro non è che nichilismo.

Vorrei rimarcare una cosa: Nietzsche (si è già parlato di Nietzsche in quest’Assemblea), non è nichilista; Nietzsche al contrario è il filosofo che ha tentato di uscire dal nichilismo. Il fatto è che ha ritenuto il cristianesimo un nichilismo. Perché? Perché il cristianesimo dice: l’essere, colui che è in pienezza, in verità, è Dio. E ha creduto che ciò volesse dire che il mondo in cui viviamo non esiste realmente. Voi credete in un aldilà, questo significa che voi disprezzate ciò che è di quaggiù, dunque siete nichilisti, negare il valore di questo mondo a vantaggio di un altro mondo ipotetico. Negate ciò che vedete a vantaggio di qualcosa di invisibile. Ecco cosa dice Nietzsche; e vuole uscire da questo nichilismo cristiano, da quello che crede un nichilismo. E perché? Perché il discorso che sente fare è un discorso fondamentalista, vale a dire un discorso dove la parola “Dio” esclude ogni altra forma di pensiero e si presenta come una soluzione finale e magica. L’ateismo di Nietzsche, nel suo aspetto migliore, ci chiede di tornare alle cose, o meglio alle semplici apparenze, e di non far più appello a un aldilà fittizio e negatore delle cose di quaggiù.

Vedete dunque che il fondamentalismo parla con facilità di Dio, cucina questo termine – come si suol dire – “in tutte le salse” e, conseguentemente, provoca automaticamente la reazione dell’ateismo. Sapete, così viene a crearsi una situazione curiosa: l’ateo, proprio come il fondamentalista, parla con facilità di Dio. Un ateo non smette mai di parlare di Dio. Il problema dell’ateismo è l’ossessione di Dio, il tentativo di rigettare questa parola ripetendola in continuazione. L’ateo pretende di parlare di Dio con enorme facilità. Ciò che accomuna il fondamentalismo e l’ateismo è questa facilità nell’uso del termine “Dio”, da un lato per una sorta di propaganda meccanica, dall’altro nel tentativo di farla scomparire: invano, certamente, perché l’ateo si rende conto benissimo che il termine è un po’ come l’idra, ogni volta che tenta di tagliare una testa, rispunta, e non sa più che fare.

In entrambi i casi, la parola “Dio” è un oggetto maneggiato a modo nostro, ridotto a misura nostra, di cui ci appropriamo, non più grande di noi. Sapete cosa sta scritto nel Vangelo di Matteo: «Molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”» (Mt 7,22-23). Nostro Signore si riferisce a chi parla continuamente di Dio, che tutto fa in nome suo, eppure non lo conosce; la ragione è questa sorta di banalizzazione, di appropriazione: “Ho ridotto l’Altissimo a un piccolo idolo domestico, l’ho strumentalizzato per accrescere il mio potere”. Succede la medesima cosa al fondamentalista e all’ateo, è questo il buffo: l’ateo, anche lui, denuncia, strumentalizza il Nome di Dio per accrescere il proprio potere. Pertanto, potremmo dire, sulla base delle parole evangeliche che abbiamo appena ascoltato: l’importante è non commettere iniquità, l’essenziale si trova sul versante della giustizia, bisogna realizzare la giustizia. Quindi amare il prossimo, amare gli uomini e, al limite, smettere di parlare di Dio.

II.3. Rimozione umanistica

Quest’ultima considerazione ci conduce al secondo problema: la rimozione umanistica, “la mistica del nascondimento”, come talvolta si sente dire. Smettiamola di parlare di Dio, viviamo piuttosto in modo giusto con tutti gli uomini. È meglio una carità silenziosa che una verità schiacciante.

Però, procedendo in questa direzione, finiremo per dire: se possiamo essere giusti senza parlare di Dio, possiamo essere giusti senza Dio. La rimozione umanistica che troviamo in alcuni cristiani provoca la reazione dell’agnosticismo. L’agnosticismo dichiara: ecco, è sufficiente essere giusti. Si può essere giusti senza credere in Dio, la conoscenza di Dio non cambia niente. Sapete quanto spesso sentiamo ripetere questo. Ed è così che cadiamo nell’agnosticismo. L’agnosticismo non è un ateismo, non sostiene: Dio non esiste. Dice semplicemente: la conoscenza di Dio non cambia nulla in un’esistenza umana, si può essere buoni e giusti senza fede e religione. Gli agnostici sostengono una morale, ma una morale senza Dio, perché la morale non suppone la conoscenza di Dio.

Ora, questo è del tutto falso. Il cardinale Rylko ha ricordato nel suo primo intervento che con Dio tutto cambia, da cui discende l’importanza di conoscerlo. Perché? Perché non si può essere giusti senza avere una conoscenza di Dio, almeno implicita. In realtà, la questione andrebbe posta così: Chi ci mostrerà la giustizia? Se suppongo di poter essere giusto senza Dio, significa che io cercherò il fondamento della giustizia in qualcos’altro che non sia Dio, dunque penserò che l’uomo è la misura del giusto e dell’ingiusto. Ma se l’uomo è la misura del giusto e dell’ingiusto, rendetevi conto, non c’è più nulla di trascendente, non ci sono più leggi trascendenti, dunque tutto diventa manipolabile. E ci troveremo necessariamente o nel lassismo, dove tutto è permesso, o in non so quale norma di giustizia da imporre a tutti, finendo nel totalitarismo. Non è vero che possiamo essere perfettamente giusti senza una conoscenza almeno implicita di Dio. Perché altrimenti presenteremmo noi stessi come maestri di giustizia, il che è assolutamente falso.

Seconda osservazione: non si può essere perfettamente atei. È una questione molto importante. Io ho cercato di essere ateo, ho fatto questo tentativo per voi, ve ne posso dire qualcosa. È molto difficile essere atei, addirittura quasi impossibile. Vedete, la domanda che bisogna porre alle persone non è: “Credi in Dio?”, ma: “Quale principio divinizzi nella tua vita?”. Rendetevi conto della difficoltà. Vi dico questo perché essere atei richiede di non divinizzare nulla, e soprattutto di non divinizzare l’ateismo. Perché se faccio dell’ateismo una sorta di nuova religione, sono in contraddizione. Non devo divinizzare il mio ateismo, non devo nemmeno divinizzare il mio giudizio, non devo divinizzare me stesso, né il denaro, né il piacere, né la letteratura… se sono ateo per davvero, devo accettare di non disporre dell’ultima parola, di non avere l’ultima parola.

Capite la contraddizione che c’è in seno all’ateismo, che non può essere sincero senza questa dinamica. Se io affermo drasticamente: “Ecco, la questione è chiusa, è risolta”, allora c’è qualcosa di falso nel mio ateismo.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Perché? Perché avevo l’impressione che quando qualcuno pronunciava “Dio”, mettesse fine a ogni conversazione, introducesse, barando, una sorta di jolly in una partita a carte. E quindi concepivo Dio come una soluzione magica, direi anzi una “soluzione finale”, con tutto quanto di terribile queste parole evocano: una soluzione finale dentro una discussione.

Ora è evidente che “Dio” non è una soluzione finale, ma piuttosto il riconoscimento di un abisso, di qualcosa che ci supera. La parola “Dio” non è tanto una risposta quanto un’invocazione, un’esigenza. È quello che spesso ricordo ai seminaristi – insegno al seminario di Tolone -; dico loro: “Quando siete in missione e qualcuno vi dice: io non credo in Dio, fate attenzione, non saltategli addosso dicendo: ma no, bisogna che tu creda in Dio! Perché in questo caso nemmeno voi credete al ‘Dio’ di cui quella persona parla! Domandategli innanzitutto cosa intende con questa parola“. Vedete come bisogna fare sempre attenzione ai termini che usiamo, intraprendendo una conversione del vocabolario. Una conversione nell’uso delle parole.

Un giorno, e questo è stato un momento decisivo per la mia conversione, ho capito che la parola “Dio” non era, come si suol dire, un tappabuchi, qualcosa per turare le crepe, ma, al contrario, qualcosa che spalancava un abisso, che preservava il mistero dell’esistenza, che ci lasciava in qualche modo aperti, pieni di meraviglia. La parola “Dio” è la parola che ci dice che non abbiamo l’ultima parola. Il Nome di Dio non è chiusura del dialogo, ma, al contrario, accoglienza del mistero. Il Nome di Dio non è il nome che rende autosuffìcienti e superbi, ma il nome che esige la nostra umiltà e il nostro amore per l’interlocutore, chiunque egli sia. È per questo che non dovremmo mai “assestarlo” come una mazzata.

II.2. Banalizzazione fondamentalista

Sempre a proposito della questione di parlare del Dio ineffabile, vorrei sottoporvi un duplice problema. Il problema della banalizzazione della parola “Dio”, una banalizzazione fondamentalista, e il problema opposto della rimozione umanistica del termine.

Nei discorsi del fondamentalista la parola “Dio” invade tutto, è una soluzione a tutto. Se fai una domanda sull’evoluzione delle specie, dice: consulta la Scrittura. Se fai una domanda scientifica o economica, consulta la Scrittura, la soluzione è pronta, senza riflettere. È già tutto pronto, hai l’impressione che basta dire “Dio” e tutto è risolto.

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Dio diventa la risposta a tutto per il fondamentalista. Pertanto, il discorso su Dio escluderà ogni altra forma di discorso. Non ci saranno più discorsi sulle cose. È per questo che un tale discorso finisce per banalizzare “Dio” e soprattutto lo rende un termine invadente, intrusivo, espulsivo di ogni altra idea, e comporterà una reazione, la reazione dell’ateismo.

 

“Tu mi parli di Dio, ma perché mi parli di Dio mentre io sono davanti a te e tu davanti a me? Parlami di te, parlami di me, parliamo di noi e di queste cose visibili che ci circondano! Perché mi rimandi a un qualcosa che per me è incerto? Perché fuggi dalla realtà delle cose?”. L’ateo finirà per convincersi che la fede del fondamentalista, cristiano o musulmano che sia, altro non è che nichilismo.

Vorrei rimarcare una cosa: Nietzsche (si è già parlato di Nietzsche in quest’Assemblea), non è nichilista; Nietzsche al contrario è il filosofo che ha tentato di uscire dal nichilismo. Il fatto è che ha ritenuto il cristianesimo un nichilismo. Perché? Perché il cristianesimo dice: l’essere, colui che è in pienezza, in verità, è Dio. E ha creduto che ciò volesse dire che il mondo in cui viviamo non esiste realmente. Voi credete in un aldilà, questo significa che voi disprezzate ciò che è di quaggiù, dunque siete nichilisti, negare il valore di questo mondo a vantaggio di un altro mondo ipotetico. Negate ciò che vedete a vantaggio di qualcosa di invisibile. Ecco cosa dice Nietzsche; e vuole uscire da questo nichilismo cristiano, da quello che crede un nichilismo. E perché? Perché il discorso che sente fare è un discorso fondamentalista, vale a dire un discorso dove la parola “Dio” esclude ogni altra forma di pensiero e si presenta come una soluzione finale e magica. L’ateismo di Nietzsche, nel suo aspetto migliore, ci chiede di tornare alle cose, o meglio alle semplici apparenze, e di non far più appello a un aldilà fittizio e negatore delle cose di quaggiù.

Vedete dunque che il fondamentalismo parla con facilità di Dio, cucina questo termine – come si suol dire – “in tutte le salse” e, conseguentemente, provoca automaticamente la reazione dell’ateismo. Sapete, così viene a crearsi una situazione curiosa: l’ateo, proprio come il fondamentalista, parla con facilità di Dio. Un ateo non smette mai di parlare di Dio. Il problema dell’ateismo è l’ossessione di Dio, il tentativo di rigettare questa parola ripetendola in continuazione. L’ateo pretende di parlare di Dio con enorme facilità. Ciò che accomuna il fondamentalismo e l’ateismo è questa facilità nell’uso del termine “Dio”, da un lato per una sorta di propaganda meccanica, dall’altro nel tentativo di farla scomparire: invano, certamente, perché l’ateo si rende conto benissimo che il termine è un po’ come l’idra, ogni volta che tenta di tagliare una testa, rispunta, e non sa più che fare.

In entrambi i casi, la parola “Dio” è un oggetto maneggiato a modo nostro, ridotto a misura nostra, di cui ci appropriamo, non più grande di noi. Sapete cosa sta scritto nel Vangelo di Matteo: «Molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”» (Mt 7,22-23). Nostro Signore si riferisce a chi parla continuamente di Dio, che tutto fa in nome suo, eppure non lo conosce; la ragione è questa sorta di banalizzazione, di appropriazione: “Ho ridotto l’Altissimo a un piccolo idolo domestico, l’ho strumentalizzato per accrescere il mio potere”. Succede la medesima cosa al fondamentalista e all’ateo, è questo il buffo: l’ateo, anche lui, denuncia, strumentalizza il Nome di Dio per accrescere il proprio potere. Pertanto, potremmo dire, sulla base delle parole evangeliche che abbiamo appena ascoltato: l’importante è non commettere iniquità, l’essenziale si trova sul versante della giustizia, bisogna realizzare la giustizia. Quindi amare il prossimo, amare gli uomini e, al limite, smettere di parlare di Dio.

II.3. Rimozione umanistica

Quest’ultima considerazione ci conduce al secondo problema: la rimozione umanistica, “la mistica del nascondimento”, come talvolta si sente dire. Smettiamola di parlare di Dio, viviamo piuttosto in modo giusto con tutti gli uomini. È meglio una carità silenziosa che una verità schiacciante.

Però, procedendo in questa direzione, finiremo per dire: se possiamo essere giusti senza parlare di Dio, possiamo essere giusti senza Dio. La rimozione umanistica che troviamo in alcuni cristiani provoca la reazione dell’agnosticismo. L’agnosticismo dichiara: ecco, è sufficiente essere giusti. Si può essere giusti senza credere in Dio, la conoscenza di Dio non cambia niente. Sapete quanto spesso sentiamo ripetere questo. Ed è così che cadiamo nell’agnosticismo. L’agnosticismo non è un ateismo, non sostiene: Dio non esiste. Dice semplicemente: la conoscenza di Dio non cambia nulla in un’esistenza umana, si può essere buoni e giusti senza fede e religione. Gli agnostici sostengono una morale, ma una morale senza Dio, perché la morale non suppone la conoscenza di Dio.

Ora, questo è del tutto falso. Il cardinale Rylko ha ricordato nel suo primo intervento che con Dio tutto cambia, da cui discende l’importanza di conoscerlo. Perché? Perché non si può essere giusti senza avere una conoscenza di Dio, almeno implicita. In realtà, la questione andrebbe posta così: Chi ci mostrerà la giustizia? Se suppongo di poter essere giusto senza Dio, significa che io cercherò il fondamento della giustizia in qualcos’altro che non sia Dio, dunque penserò che l’uomo è la misura del giusto e dell’ingiusto. Ma se l’uomo è la misura del giusto e dell’ingiusto, rendetevi conto, non c’è più nulla di trascendente, non ci sono più leggi trascendenti, dunque tutto diventa manipolabile. E ci troveremo necessariamente o nel lassismo, dove tutto è permesso, o in non so quale norma di giustizia da imporre a tutti, finendo nel totalitarismo. Non è vero che possiamo essere perfettamente giusti senza una conoscenza almeno implicita di Dio. Perché altrimenti presenteremmo noi stessi come maestri di giustizia, il che è assolutamente falso.

Seconda osservazione: non si può essere perfettamente atei. È una questione molto importante. Io ho cercato di essere ateo, ho fatto questo tentativo per voi, ve ne posso dire qualcosa. È molto difficile essere atei, addirittura quasi impossibile. Vedete, la domanda che bisogna porre alle persone non è: “Credi in Dio?”, ma: “Quale principio divinizzi nella tua vita?”. Rendetevi conto della difficoltà. Vi dico questo perché essere atei richiede di non divinizzare nulla, e soprattutto di non divinizzare l’ateismo. Perché se faccio dell’ateismo una sorta di nuova religione, sono in contraddizione. Non devo divinizzare il mio ateismo, non devo nemmeno divinizzare il mio giudizio, non devo divinizzare me stesso, né il denaro, né il piacere, né la letteratura… se sono ateo per davvero, devo accettare di non disporre dell’ultima parola, di non avere l’ultima parola.

Capite la contraddizione che c’è in seno all’ateismo, che non può essere sincero senza questa dinamica. Se io affermo drasticamente: “Ecco, la questione è chiusa, è risolta”, allora c’è qualcosa di falso nel mio ateismo.

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