Come parlare di Dio oggi?

Il contributo illuminante di un filosofo convertito.


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La domanda di Dio oggi (Copertina flessibile)


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Tratto da Pontificium Consilium pro Laicis, La domanda di Dio oggi, LEV, Città del Vaticano, 2012, pp. 171-180.

Il cardinale Rylko mi ha confidato di contar molto sulla mia conferenza, il che suppone, evidentemente, che io domini perfettamente il mio soggetto, un soggetto che tutto sommato non è poi così vasto; Dio, d’altronde, lo conosco molto bene, e vi spiegherò come se ne può parlare oggi. Alla fine avrete a disposizione una ricetta favolosa, una sorta di tecnica cristiana di vendita o marketing apostolico. Diventerete agenti pubblicitari dell’invisibile e potrete carpire l’attenzione dei vostri ascoltatori meglio di una serie di telefilm americani. Certo, se mi riuscisse un’impresa del genere, se arrivassi al punto di far in modo che parlare di Dio risulti facile come promuovere un iPhone, sarebbe un disastro: non sarebbe il Dio di Giobbe, ma di Jobs

Ebbene no, Eminenza, devo confessarle, a mia vergogna: io non domino il mio soggetto, io neanche lo comprendo. San Gregorio Magno – il papa Gregorio – nel suo Commento morale a Giobbe diceva, precisamente: «incapaci di esprimerci con un linguaggio adeguato, parliamo di Dio secondo la nostra umana debolezza, balbettando in qualche modo, come bambini». Se san Gregorio Magno balbetta quando parla di Dio, che ne sarà di me? Posso solo riconoscere la mia impostura. Se ho un compito, in ogni caso, sarà quello di mettere tutti noi in imbarazzo, e non di farci sentire capaci. Il massimo che possiamo ottenere, con questa conferenza, è di imparare a balbettare, di accettare una condizione di prima infanzia, di parlare non per rivaleggiare con i grandi oratori, ma a modo di figli stupefatti davanti al mistero.

Ripenso alle prime parole del cardinale Rylko, quando ha introdotto la nostra Assemblea spiegando la scelta dell’immagine che troviamo sui nostri libri di preghiera e sui manifesti: Mosè che si toglie i sandali davanti al roveto ardente. Il cardinale ci ha chiesto di vivere in qualche modo lo stupore, la sorpresa di Mosè al momento della Rivelazione del Nome divino. È dunque innanzitutto questo stupore che dobbiamo ricevere, e non chissà quale tecnica di propaganda.

I.1. Perché “come”?

Ciò che subito mi sorprende, è la domanda che mi è stata posta, la sua stessa formulazione: “Come parlare di Dio oggi?”. Questa domanda implica molti presupposti discutibili.

Il primo presupposto è il fatto che si pone la questione “come”. “Come” e non “perché”, e nemmeno “cos’è parlare di Dio?”, ecco un punto interessante. Diamo per scontato che le due questioni “perché parlare di Dio?” e “cos’è parlare di Dio?” siano già risolte in partenza e che, in fin dei conti, parlando di Dio, sappiamo già esattamente ciò di cui si tratta: non dovremmo far altro che cercare il “come fare”. Sapete che la scienza moderna ha accantonato il “cosa” e il “perché” a vantaggio del “come”. La scienza moderna non cerca le cause, ma il “come” avviene un fenomeno, come funziona, per conseguire un controllo sulle forze della natura.

 

Il che è certamente molto utile, ma ovviamente molto limitato, in quanto riduce la nostra visione a una visione funzionale, utilitaristica delle cose; una visione che si può definire tecnicistica. Pertanto, anteporre il come al perché significa sottomettersi a questa visione tecnica.

Nella Chiesa spesso soccombiamo al dominio della tecnocrazia. Molti pensano che la nuova evangelizzazione consista nel migliorare le nostre tecniche di comunicazione o la nostra padronanza delle nuove tecnologie. Se questo fosse il punto, io preferirei la vecchia evangelizzazione. Oggi i mezzi si moltiplicano, ma avendo smarrito il “perché”, non sapendo più quale sia il fine, ci ubriachiamo di questi mezzi, moltiplicandoli per sé stessi perché non abbiamo più alcuno scopo, col solo fine di alienarci in un attivismo senza alcun senso.

È uno dei problemi attuali nell’insegnamento: abbiamo smesso di sviluppare la pedagogia. Non abbiamo smesso di sviluppare i metodi di insegnamento, ma non sappiamo più perché insegniamo; questo comporta una perdita di motivazioni tanto da parte degli allievi quanto da parte dei professori. E soprattutto c’è una perdita di autorità, dal momento che gli allievi continueranno sempre a domandare: «Ma perché ci insegnate queste cose?», oppure «Ma questo a che serve?», sempre con una visione utilitaristica delle cose. La verità, la bontà, la bellezza, a che servono? Non servono a niente, è vero, non esistono per servire, ma per essere servite. Tuttavia, con il metro dell’utilitarismo, per cui nulla vale se non possiamo servircene, la bellezza, la bontà, la verità non servono a niente, salvo nella contraffazione delle loro parodie: la seduzione, l’efficienza, l’apparente

I.2. A chi?

Seconda osservazione e seconda perplessità di fronte alla domanda. Vedete come è formulata: «Come parlare di Dio oggi?». Ora, parlare non implica solo parlare di qualcosa o di qualcuno, ma sempre anche parlare a qualcuno. La domanda non ci dice: a chi parlare (di Dio)? È una domanda senza interlocutore, senza destinatario; suppone che sia indifferente la persona a cui ci rivolgiamo. Ora è evidente che non si parla di Dio allo stesso modo a un marxista e a un salafita, a un bambino e a un esperto di mercati finanziari. Dovremo almeno usare modalità differenti. Dunque, cercare di sapere come parlare di Dio senza considerare a chi si parla, non è veramente un parlare, e per noi cristiani, quando si tratta di Dio, dovremmo chiederei se per caso non stiamo cercando di metterci la coscienza a posto: «Bisogna che io parli di Dio», «Mi hanno detto che bisogna evangelizzare … ». È un problema con sé stessi o con la propria comunità, e non l’apertura di una relazione con l’altro. E così avanziamo come un rullo compressore. Ecco perché, se vogliamo evitare l’effetto “rullo compressore”, è necessario che ci poniamo la questione del destinatario: a chi?

I.3. Ci fu un tempo in cui era facile?

Terzo presupposto. Nella domanda viene detto: come parlare di Dio oggi? il che suppone che oggi si incontri una particolare difficoltà. Questa particolare difficoltà, che richiama d’altronde a una nuova evangelizzazione, è quella di dover parlare di Dio, almeno per noi europei, a popoli scristianizzati. È molto più difficile parlare a chi è scristianizzato che a chi ignori completamente Cristo. Perché chi è scristianizzato crede di sapere già chi sia Gesù Cristo, ne ha già sentito parlare, e questa è l’ignoranza peggiore. L’ignoranza peggiore è ignorare di ignorare, credere di sapere quando invece non si sa. È vero che oggi in Europa esiste una speciale difficoltà. E potremmo dire che questa difficoltà si è estesa a tutto il mondo. Perché ormai di fatto tutti i popoli credono di sapere già ciò di cui si tratta quando si parla di Cristo.

Ma c’è stato mai un periodo storico in cui fosse più facile parlare di Dio? Spesso si vagheggia una cristianità d’altri tempi, una cristianità in cui tutto era facile, dove si parlava di Dio come si parlava del pranzo di oggi, della pioggia o del bel tempo. Ora, tutta questa facilità per sé stessa fa difficoltà. Ma di per sé, a prescindere dal tempo in cui ci si trova, è facile parlare di Dio? Sant’Agostino, nel primo libro delle Confessioni, dice: «Che dice mai chi parla di te? Eppure sventurati coloro che tacciono di te, poiché sono muti ciarlieri». Tutta la nostra riflessione si colloca all’interno di questa doppia affermazione: non possiamo parlare veramente, interamente, pienamente di Dio ineffabile e allo stesso tempo non possiamo tacere di lui.

II.1. La Parola “Dio”

Dopo queste premesse, comincio ad affrontare un primo aspetto della questione di parlare del Dio ineffabile, riprendendo il problema della facilità. Primo: la presenza della parola “Dio” nella nostra lingua. Devo confessarvi che, prima della mia conversione, era una parola che detestavo.

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