Come è giunta la Chiesa ad affermare che la pena di morte è inammissibile?

Risponde il Teologo


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Una richiesta di chiarimento a proposito della decisione di Papa Francesco di apportare un’ulteriore modifica al paragrafo del Catechismo della Chiesa cattolica, riguardante la pena di morte. Risponde don Leonardo Salutati, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Ho sentito dire che il Papa ha fatto togliere ogni riferimento alla pena di morte dal Catechismo, definendola inammissibile. Volevo chiedere come si è arrivati a questa decisione, e come è cambiata l’opinione della Chiesa su questo tema

Sandro Monticelli

Per precisione non è corretto dire che riguardo alla pena di morte è «cambiata l’opinione della Chiesa» ma piuttosto bisogna affermare che la coscienza cristiana, insieme a quella umana, ha maturato ragioni in forza delle quali oggi, con tutta chiarezza, si deve affermare che «la pena di morte è inammissibile», richiedendo per questo ogni impegno alla Chiesa per «la sua abolizione in tutto il mondo» (nuovo n. 2267 del CCC).

La Lettera ai Vescovi circa la nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica della Congregazione per la Dottrina della Fede spiega esaurientemente come si è giunti a questa maturazione. Al riguardo hanno avuto un ruolo determinante i due precedenti pontefici, S. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il primo con l’enciclica Evangelium vitae poneva adeguatamente la questione non tanto sulla legittimità e liceità della pena di morte, che non viene messa in discussione, quanto sulla sua opportunità.

Egli infatti prendeva atto dell’evoluzione della mentalità contemporanea, convinta che l’uomo non perde la sua dignità, neppure quando sbaglia – «Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante» (EV 9) – e che, pertanto, la giustizia, pur compiendo il suo corso col dovuto rigore, non può usare strumenti che offendono la dignità della persona. In Evangelium vitae si vedeva dunque con favore «la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come strumento di “legittima difesa” sociale, in considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi» (EV 27). Per cui: «Se i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere le vite umane dall’aggressore e per proteggere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana» (EV 56 del 1995 che cita il CCC 2267 del 1992).

Queste considerazioni, di fatto, contestano la possibilità di applicare la pena di morte, tanto che a due anni di distanza, nel 1997, la Santa Sede ne comunicò il recepimento nell’edizione ufficiale del Catechismo della Chiesa Cattolica, di fatto correggendo i non così espliciti nn. 2265-2267 del Catechismo, che furono successivamente riprodotti, nel 2005, anche nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato sotto il pontificato di Benedetto XVI. In sostanza si prendeva atto che l’applicazione della pena di morte da parte di uno stato non era più sostenibile, in forza di un radicale mutamento delle condizioni per la sua applicabilità, poiché oggi: «a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo “sono ormai molto rari, se non addirittura inesistenti”» (n. 2267).

A questo si aggiunga la riconsiderazione, maturata nel tempo, delle tre «ragioni» classiche a sostegno della pena di morte alla luce del mutato contesto. Infatti la legittima difesa del corpo sociale può essere oggi assicurata con altri mezzi, efficaci e più consoni alla dignità della persona che mantiene la sua dignità anche quando fa il male. Riguardo alla dissuasione del delinquente, è stato ormai ampiamente assodato che la pena di morte non è un deterrente ed anche se lo fosse la vita umana ha valore di fine e non può mai essere usata come strumento, neppure in vista di un fine buono quale il contenimento della criminalità. Per quanto concerne, infine, il ripristino dell’ordine violato è evidente che la pena di morte, anche quando applicata nei casi più gravi di omicidio, non restituisce la vita all’innocente, ma la toglie pure all’assassino. Sopprimere il reo può servire a fare vendetta, non giustizia. La «compensazione» può avvenire solo nella vita, non nella morte; nel bene, non nel male. L’ordine leso si ristabilisce piuttosto quando il reo si pente e torna sulla buona strada facendo il bene, non aggiungendo morte a violazioni, anche mortali, dell’ordine sociale.

In forza di tutto questo la Chiesa ha costantemente operato in ogni ambiente per una moratoria mondiale della pena di morte, ponendosi come il soggetto internazionale più autorevole e impegnato in questa impresa. Il recente intervento di Papa Francesco, che ha prodotto una seconda correzione del n. 2267 del Catechismo, ribadisce in modo ancora più esplicito, se ce ne fosse stato bisogno, la posizione ormai ventennale della Chiesa riguardo alla pena di morte, dando ulteriore impulso all’azione a favore di una moratoria.

Tra l’altro, si può notare che quanto maturato nella Chiesa su questo complesso argomento, trova conferma nel comportamento del Signore Gesù nei confronti dell’Adultera, rispetto alla quale Egli ha considerato lecito applicare la pena – «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7) – ma non opportuno – «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).

Leonardo Salutati

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