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“Colombia lasciati riconciliare, non temere verità e giustizia”

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L’appello del Papa al «Grande Incontro per la Riconciliazione Nazionale». Presenti rappresentanti di vittime della violenza, militari e agenti di polizia, ex guerriglieri
 
DOMENICO AGASSO JR
VILLAVICENCIO

«Apri il tuo cuore di popolo di Dio» e lasciati «riconciliati». Papa Francesco si rivolge così alla Nazione colombiana: «Non temere la verità né la giustizia. Cari colombiani: non abbiate timore di chiedere e di offrire il perdono». Il Pontefice lancia questo appello al «Grande Incontro per la Riconciliazione Nazionale», nel secondo giorno della sua visita in Colombia.  

 

 

Al Parque Las Malocas di Villavicencio sono presenti rappresentanti di vittime della violenza, militari e agenti di polizia, ex guerriglieri. 

 

Dopo il saluto dell’arcivescovo di Villavicencio, monsignor Óscar Urbina Ortega, hanno luogo quattro testimonianze.  

 

La vedova Pastora Mira García, 61 anni, racconta al Papa la sua tragica vicenda: «Quando mia figlia aveva solo due mesi – racconta la donna – hanno ucciso il mio primo marito. Nel 2001 i paramilitari hanno fatto sparire mia figlia Sandra Paola, ho trovato il suo corpo solo dopo averlo pianto per sette anni. Tutta questa sofferenza mi ha reso più sensibile al dolore degli altri, e dal 2004 lavoro con le famiglie delle vittime delle sparizioni e con gli sfollati».  

Ma la tragedia familiare di Pastora non era ancora finita. «Nel 2005, i paramilitari del Bloque Héroes de Granada, hanno assassinato mio figlio minore Jorge Anibal. Tre giorni dopo averlo sepolto, ho aiutato un giovane ferito e l’ho messo a dormire nella camera che era di mio figlio. Al momento di andarsene ha visto le sue foto e mi ha detto di essere uno dei suoi assassiniRendo grazie a Dio, perché con l’aiuto della Madonna, mi ha dato la forza di assisterlo senza fargli del male, nonostante il mio indicibile dolore». Come «offerta di dolore», Pastora depone ai piedi della croce Bojayà la camicia che sua figlia Sandra Paola aveva regalato al fratello Jorge Anibal: «La conservavamo in famiglia come auspicio che tutto questo non accada mai più», conclude la donna. 

 

Parla Juan Carlos Murcia Perdomo, reclutato quando aveva 10 anni dalle Farc: «Mi hanno insegnato che l’unico vero Dio sono le armi e il denaro, ma avevo nostalgia del volto dei miei genitori… Ora ho fatto nascere una fondazione per aiutare i giovani a fare sport. Chiedo perdono!».  

 

Parla Luz Dary Landazury, ferita gravemente da una delle mine disseminate dalla guerriglia nel 2012, Tumaco, che ha riempito di schegge anche la figlia di sette mesi: «All’inizio sentivo rancore, ma ho capito che se mi limitavo a trasmettere questo odio, creavo ancora più violenza. Ho cominciato ad aiutare altre vittime». 

 

Poi parla Francesco: «Cari fratelli e sorelle! – esordisce – Fin dal primo giorno ho desiderato che venisse questo momento del nostro incontro».  

 

Ma il Pontefice è «qui non tanto per parlare», bensì «per stare vicino a voi e guardarvi negli occhi, per ascoltarvi e aprire il mio cuore alla vostra testimonianza di vita e di fede. E, se me lo permettete, vorrei anche abbracciarvi e piangere con voi, vorrei che pregassimo insieme e che ci perdoniamo – anch’io devo chiedere perdono – e che così, tutti insieme, possiamo guardare e andare avanti con fede e speranza». 

 

Rileva Papa Bergoglio: «Ci siamo riuniti ai piedi del Crocifisso di Bojayá, che il 2 maggio 2002 assistette e patì il massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa» e ora non ha né braccia né gambe; e «questa immagine ha un forte valore simbolico e spirituale. Guardandola contempliamo non solo ciò che accadde quel giorno, ma anche tanto dolore, tanta morte, tante vite spezzate e tanto sangue versato nella Colombia degli ultimi decenni». E vedere Cristo «così, mutilato e ferito, ci interpella. Non ha più braccia e il suo corpo non c’è più, ma conserva il suo volto e con esso ci guarda e ci ama. Cristo spezzato e amputato, per noi è ancora “più Cristo”, perché ci mostra ancora una volta che è venuto a soffrire per il suo popolo e con il suo popolo»; e pure a «insegnarci che l’odio non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte e della violenza. Ci insegna a trasformare il dolore in fonte di vita e risurrezione, affinché insieme a Lui e con Lui impariamo la forza del perdono, la grandezza dell’amore».  

 

Jorge Mario Bergoglio ringrazia «questi nostri fratelli che hanno voluto condividere la loro testimonianza, a nome di tanti altri. Sono commosso».  

 

Francesco riconosce che è «difficile accettare il cambiamento di quanti si sono appellati alla violenza crudele per promuovere i loro fini, per proteggere traffici illeciti e arricchirsi o per credere, illusoriamente, di stare difendendo la vita dei propri fratelli». È una sfida «per ciascuno di noi avere fiducia che possano fare un passo avanti coloro che hanno procurato sofferenza a intere comunità e a tutto un paese. È chiaro che in questo grande campo che è la Colombia c’è ancora spazio per la zizzania…», dunque occorre fare «attenzione ai frutti: abbiate cura del grano e non perdete la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni allarmistiche. Trova il modo per fari sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché in apparenza siano imperfetti e incompleti». 

 

E anche quando «perdurano conflitti, violenza, o sentimenti di vendetta – esorta il Papa – non impediamo che la giustizia e la misericordia si incontrino in un abbraccio che assuma la storia di dolore della Colombia. Risaniamo quel dolore e accogliamo ogni essere umano che ha commesso delitti, li riconosce, si pente e si impegna a riparare, contribuendo alla costruzione dell’ordine nuovo in cui risplendano la giustizia e la pace».  

 

In tutto questo processo, «lungo, difficile, ma ricco di speranza di riconciliazione, risulta anche indispensabile accettare la verità. È una sfida grande ma necessaria. La verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Unite, sono essenziali per costruire la pace e, d’altra parte, ciascuna di esse impedisce che le altre siano alterate e si trasformino in strumenti di vendetta contro chi è più debole».  

 

Ma la verità non deve, «di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono». Poi Francesco precisa: «Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi». 

 

Infine, l’appello del Papa: «Vorrei, come fratello e come padre, dire: Colombia, apri il tuo cuore di popolo di Dio e lasciati riconciliare. Non temere la verità né la giustizia. Cari colombiani: non abbiate timore di chiedere e di offrire il perdono. Non fate resistenza alla riconciliazione che vi fa avvicinare, ritrovare come fratelli e superare le inimicizie». È il momento di «sanare ferite, di gettare ponti, di limare differenze. È l’ora di spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di un’autentica cultura dell’incontro fraterno». L’auspicio è «che possiamo abitare in armonia e fraternità, come vuole il Signore!». Dunque «chiediamo di essere costruttori di pace; che là dove c’è odio e risentimento – il Papa cita la preghiera attribuita a san Francesco d’Assisi – possiamo mettere amore e misericordia».  

 

Queste intenzioni Francesco le pone «davanti all’immagine del Crocifisso, al Cristo nero di Bojará».  

 

Al termine, dopo le parole di ringraziamento di due bambini, il Vescovo di Roma si trasferisce in auto al Parque de los Fundadores dove si trova la «Croce della Riconciliazione» (Crucifijo de Bojayá). 

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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“Colombia lasciati riconciliare, non temere verità e giustizia”

  

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«Apri il tuo cuore di popolo di Dio» e lasciati «riconciliati». Papa Francesco si rivolge così alla Nazione colombiana: «Non temere la verità né la giustizia. Cari colombiani: non abbiate timore di chiedere e di offrire il perdono». Il Pontefice lancia questo appello al «Grande Incontro per la Riconciliazione Nazionale», nel secondo giorno della sua visita in Colombia.  

 

 

Al Parque Las Malocas di Villavicencio sono presenti rappresentanti di vittime della violenza, militari e agenti di polizia, ex guerriglieri. 

 

Dopo il saluto dell’arcivescovo di Villavicencio, monsignor Óscar Urbina Ortega, hanno luogo quattro testimonianze.  

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La vedova Pastora Mira García, 61 anni, racconta al Papa la sua tragica vicenda: «Quando mia figlia aveva solo due mesi – racconta la donna – hanno ucciso il mio primo marito. Nel 2001 i paramilitari hanno fatto sparire mia figlia Sandra Paola, ho trovato il suo corpo solo dopo averlo pianto per sette anni. Tutta questa sofferenza mi ha reso più sensibile al dolore degli altri, e dal 2004 lavoro con le famiglie delle vittime delle sparizioni e con gli sfollati».  

Ma la tragedia familiare di Pastora non era ancora finita. «Nel 2005, i paramilitari del Bloque Héroes de Granada, hanno assassinato mio figlio minore Jorge Anibal. Tre giorni dopo averlo sepolto, ho aiutato un giovane ferito e l’ho messo a dormire nella camera che era di mio figlio. Al momento di andarsene ha visto le sue foto e mi ha detto di essere uno dei suoi assassiniRendo grazie a Dio, perché con l’aiuto della Madonna, mi ha dato la forza di assisterlo senza fargli del male, nonostante il mio indicibile dolore». Come «offerta di dolore», Pastora depone ai piedi della croce Bojayà la camicia che sua figlia Sandra Paola aveva regalato al fratello Jorge Anibal: «La conservavamo in famiglia come auspicio che tutto questo non accada mai più», conclude la donna. 

 

Parla Juan Carlos Murcia Perdomo, reclutato quando aveva 10 anni dalle Farc: «Mi hanno insegnato che l’unico vero Dio sono le armi e il denaro, ma avevo nostalgia del volto dei miei genitori… Ora ho fatto nascere una fondazione per aiutare i giovani a fare sport. Chiedo perdono!».  

 

Parla Luz Dary Landazury, ferita gravemente da una delle mine disseminate dalla guerriglia nel 2012, Tumaco, che ha riempito di schegge anche la figlia di sette mesi: «All’inizio sentivo rancore, ma ho capito che se mi limitavo a trasmettere questo odio, creavo ancora più violenza. Ho cominciato ad aiutare altre vittime». 

 

Poi parla Francesco: «Cari fratelli e sorelle! – esordisce – Fin dal primo giorno ho desiderato che venisse questo momento del nostro incontro».  

 

Ma il Pontefice è «qui non tanto per parlare», bensì «per stare vicino a voi e guardarvi negli occhi, per ascoltarvi e aprire il mio cuore alla vostra testimonianza di vita e di fede. E, se me lo permettete, vorrei anche abbracciarvi e piangere con voi, vorrei che pregassimo insieme e che ci perdoniamo – anch’io devo chiedere perdono – e che così, tutti insieme, possiamo guardare e andare avanti con fede e speranza». 

 

Rileva Papa Bergoglio: «Ci siamo riuniti ai piedi del Crocifisso di Bojayá, che il 2 maggio 2002 assistette e patì il massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa» e ora non ha né braccia né gambe; e «questa immagine ha un forte valore simbolico e spirituale. Guardandola contempliamo non solo ciò che accadde quel giorno, ma anche tanto dolore, tanta morte, tante vite spezzate e tanto sangue versato nella Colombia degli ultimi decenni». E vedere Cristo «così, mutilato e ferito, ci interpella. Non ha più braccia e il suo corpo non c’è più, ma conserva il suo volto e con esso ci guarda e ci ama. Cristo spezzato e amputato, per noi è ancora “più Cristo”, perché ci mostra ancora una volta che è venuto a soffrire per il suo popolo e con il suo popolo»; e pure a «insegnarci che l’odio non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte e della violenza. Ci insegna a trasformare il dolore in fonte di vita e risurrezione, affinché insieme a Lui e con Lui impariamo la forza del perdono, la grandezza dell’amore».  

 

Jorge Mario Bergoglio ringrazia «questi nostri fratelli che hanno voluto condividere la loro testimonianza, a nome di tanti altri. Sono commosso».  

 

Francesco riconosce che è «difficile accettare il cambiamento di quanti si sono appellati alla violenza crudele per promuovere i loro fini, per proteggere traffici illeciti e arricchirsi o per credere, illusoriamente, di stare difendendo la vita dei propri fratelli». È una sfida «per ciascuno di noi avere fiducia che possano fare un passo avanti coloro che hanno procurato sofferenza a intere comunità e a tutto un paese. È chiaro che in questo grande campo che è la Colombia c’è ancora spazio per la zizzania…», dunque occorre fare «attenzione ai frutti: abbiate cura del grano e non perdete la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni allarmistiche. Trova il modo per fari sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché in apparenza siano imperfetti e incompleti». 

 

E anche quando «perdurano conflitti, violenza, o sentimenti di vendetta – esorta il Papa – non impediamo che la giustizia e la misericordia si incontrino in un abbraccio che assuma la storia di dolore della Colombia. Risaniamo quel dolore e accogliamo ogni essere umano che ha commesso delitti, li riconosce, si pente e si impegna a riparare, contribuendo alla costruzione dell’ordine nuovo in cui risplendano la giustizia e la pace».  

 

In tutto questo processo, «lungo, difficile, ma ricco di speranza di riconciliazione, risulta anche indispensabile accettare la verità. È una sfida grande ma necessaria. La verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Unite, sono essenziali per costruire la pace e, d’altra parte, ciascuna di esse impedisce che le altre siano alterate e si trasformino in strumenti di vendetta contro chi è più debole».  

 

Ma la verità non deve, «di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono». Poi Francesco precisa: «Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi». 

 

Infine, l’appello del Papa: «Vorrei, come fratello e come padre, dire: Colombia, apri il tuo cuore di popolo di Dio e lasciati riconciliare. Non temere la verità né la giustizia. Cari colombiani: non abbiate timore di chiedere e di offrire il perdono. Non fate resistenza alla riconciliazione che vi fa avvicinare, ritrovare come fratelli e superare le inimicizie». È il momento di «sanare ferite, di gettare ponti, di limare differenze. È l’ora di spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di un’autentica cultura dell’incontro fraterno». L’auspicio è «che possiamo abitare in armonia e fraternità, come vuole il Signore!». Dunque «chiediamo di essere costruttori di pace; che là dove c’è odio e risentimento – il Papa cita la preghiera attribuita a san Francesco d’Assisi – possiamo mettere amore e misericordia».  

 

Queste intenzioni Francesco le pone «davanti all’immagine del Crocifisso, al Cristo nero di Bojará».  

 

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