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Cola: La liturgia è nata con il canto

Un ruolo fondamentale nelle celebrazioni l’ha il presbitero che guida la comunità.

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di: Giordano Cavallari (a cura)

Mons. Tarcisio Cola, presidente dell’Associazione musicale nazionale santa Cecilia, traccia una panoramica del canto liturgico nelle nostre assemblee. In questa intervista, egli sottolinea la situazione non brillante del canto liturgico, ma anche la competenza e la costanza di chi continua a lavorare per la promozione di buoni canti liturgici.

– Mons. Cola, con quali finalità nasce l’Associazione musicale nazionale santa Cecilia da lei presieduta e quali sono le attività che la caratterizzano?

L’Associazione nacque in un particolare momento storico di fermento e di attenzione al canto liturgico, in sintonia con altre similari associazioni nazionali, quasi sempre intitolate a S. Cecilia o a S. Gregorio, sorte a seguito della Costituzione apostolica di Pio IX, Multum ad movendos animos (1870). Ufficialmente, in Italia, l’inizio fu a Milano, il 4 settembre 1880. Lo scopo è unico: la riforma della musica liturgica in conformità alle prescrizioni della Chiesa, togliendo ciò che di profano era entrato col tempo nella musica liturgica.

L’Associazione è antica, ma è sempre giovane e attuale: continua oggi il suo compito, sorretta dagli ideali che animarono gli inizi, nello studio del canto gregoriano, quale modello di preghiera cantata cristiana, quindi nella preparazione liturgica e artistica degli operatori musicali (direttori di coro, cantori, organisti), nella promozione delle scholae cantorum, nell’incremento della partecipazione al canto di tutta l’assemblea con canti genuinamente e nobilmente popolari, nella preferenza data all’organo a canne…

Attualmente le attività dell’Associazione sono suddivise in vari segretariati: compositori, seminari, scholae cantorum, organisti, organologia, istituti diocesani di musica sacra, religiosi, religiose, comunicazioni sociali, giovani. Sono numerosi gli appuntamenti durante l’anno, in corsi, convegni, congressi, incontri di settore.

L’Associazione edita un periodico mensile di 32 pagine che collega lettori, soci, semplici abbonati, persone interessate al canto sacro. Il Bollettino Ceciliano è diretto dal maestro don Valentino Donella, noto compositore, direttore di coro, musicologo, e abile relatore in diversi convegni su tematiche liturgico-musicali, un esperto conoscitore di quanto è successo nel campo musicale nella Chiesa prima e dopo il Concilio.

Unita alla rivista, vi è un’appendice musicale, l’allegato Cantet Vox Cantet Vita, preparato dal direttore del segretariato Compositori, il maestro Simone Baiocchi. Con programmazione quinquennale viene progettato un percorso musicale. Ultimamente si sono presentati nuovi canti ad una o più voci in latino e in italiano per la celebrazione dei sacramenti.

– Lei si occupa sia di musica sacra sia di musica e canto liturgico: può brevemente tracciarne i profili, la distinzione e, insieme, la loro comune “missione”? Quale il rapporto con la Parola e lo specifico di “bellezza” proprio della musica in chiesa?

Ci occupiamo principalmente di musica per la liturgia, quella composta per i riti. Ci interessiamo anche di musica sacra, come può essere una melodia “religiosa” pur dignitosa e bella, ma non rispondente ad un rito. Quest’ultima è utile in ambito diverso, per altre occasioni. Ambedue hanno scopo di evangelizzare. Anche il suono dell’organo o di altro strumento opportuno può aiutare a riflettere, meditare, pensare.

La musica per la liturgia ha una sua propria vocazione, intesse un rapporto diretto e speciale con la Parola, anzi canta la Parola o da essa trae parole umane, un testo. La musica che cantiamo o eseguiamo all’organo ha lo scopo di lodare insieme Dio. E a Lui diamo il meglio, non il brutto che non piace a nessuno, neanche all’uomo. Perché dovremmo portarlo nelle celebrazioni? La bellezza deve accompagnare la liturgia dall’inizio alla fine, essa esige il canto per lodare Dio e dare gioia e unione ai fedeli.

– Lei ha letto le interviste e i servizi comparsi in materia nella rivista online Settimananews. Proviamo a riprendere alcuni aspetti del confronto. Innanzi tutto: qual è lo stato della musica e del canto nelle liturgie delle nostre chiese, non solo nelle grandi circostanze, ma soprattutto nell’ordinario, nelle parrocchie e nelle celebrazioni domenicali?

La situazione è varia. Il nostro tempo anzitutto è segnato dalla diminuzione dei fedeli alla liturgia, per varie cause, in primis la crisi di fede dell’uomo. Le comunità parrocchiali risentono anche della scarsità di presbiteri, religiosi/religiose.

Un ruolo fondamentale nelle celebrazioni l’ha il presbitero che guida la comunità.

Se a tutti sta a cuore la liturgia, se essa è il più bell’incontro settimanale della comunità, ci si preoccupa di non far mancare nulla perché quel momento segni la vita umana e spirituale di ognuno. Sicuramente, sul canto, molto dipende anche dalla presenza di un direttore di coro, di un organista, di un musicista preparato.

Da ciò discendono le scelte di un repertorio che rispetti la liturgia in ogni suo momento celebrativo, scegliendo canti opportuni e di buona fattura. Non serve a nulla cedere al pessimismo… il bene, il meglio, il bello, è ciò che tutti desideriamo anche nel culto. Anche nelle semplici liturgie quotidiane dei giorni feriali, si nota subito se culto e lode sono curati. Purtroppo c’è un calo del livello di qualità, del buon gusto, nelle celebrazioni non solo parrocchiali ma anche diocesane o nelle comunità religiose; ma non mancano liturgie ben celebrate, cantate e vissute.

– Perché ci si trova in una situazione non propriamente felice: che cosa si è lasciato perdere? Quali sono le condizioni di possibilità pastorale per risollevarsi?

Siamo tutti venuti meno ad un preciso impegno, clero, religiosi/e, fedeli. La liturgia non è preghiera improvvisata e privata, ma è culmine fonte (SC 10), centro di tutta la vita della Chiesa, è azione sacra per eccellenza e nessun’altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l’efficacia (SC 7). Ce ne siamo dimenticati, cedendo all’improvvisazione, al far tutto con semplicioneria (non nella semplicità e nella verità); lentamente si è stabilizzato – e consolidato – un lasciare andare le cose, un abbassare, l’accontentarsi… viviamo liturgie piatte, senza suono, senza canto, senza colore. Questo per vari motivi: non c’è l’organista disponibile, non ci si prepara, non c’è chi canta, non si sceglie il canto più pertinente. Il primo fedele volontario – pur lodevole – sale al microfono e intona un canto che a lui sembra il più opportuno.

– Padre Lorenzo Prezzi, direttore della nostra rivista, ha recentemente rilevato sfumature di indirizzo diverse da parte del magistero di Benedetto e di Francesco in fatto di musica per la liturgia. Quali sono, secondo lei, gli indirizzi fondamentali da seguire?

Fondamentale è conoscere bene la liturgia, l’anno liturgico, i riti. Di conseguenza viene il canto adeguato. Questo richiede formazione, studio, lettura, ascolto. Come Associazione italiana santa Cecilia, ogni convegno e ogni corso puntano, non tanto a far accademia e discorsi alti, quanto piuttosto sulla continua formazione e sullo studio della liturgia e della musica.

– Recentemente l’Associazione santa Cecilia ha promosso un incontro e un confronto tra musicisti compositori e maestri di cappella. È possibile dunque comporre nuova musica cantata per una liturgia effettiva e praticabile che, nello stesso tempo, recuperi le nostre grandi tradizioni?

Sì, il nuovo è possibile, senza privarci del bello del passato. Rimane valida l’espressione “nova et vetera” (Paolo VI, ai Membri dell’Associazione Italiana Santa Cecilia, 18 settembre 1968), quando si trovano compositori e direttori di coro che conoscono la liturgia e le sue celebrazioni, accompagnandole con una musica appropriata.

Tre sono i convegni nazionali recenti sulla composizione: a Levico Terme (Liturgia e composizione musicale, 1991), a Roma (La composizione di musica per la liturgia all’inizio del nuovo millennio, 2017), a Milano (La composizione per coro e per assemblea: tradizione, innovazione e problematiche connesse, 2019).

Su tale domanda potrebbe essere arricchente coinvolgere il segretariato compositori che ha organizzato gli ultimi incontri proprio sulla figura e sulla vocazione del compositore, un “mestiere” che nasce dalla creatività individuale artistica del singolo musicista.

– Quali sono le parti della Messa che andrebbero musicate e cantate sempre? Con quale grado di partecipazione dell’assemblea? Quale rapporto vede possibile tra musicisti professionisti e fedeli dotati di buona volontà?

La Musicam sacram, come pedagoga, ci conduce da un minimo a un di più di partecipazione nel canto, indicando «tre gradi di partecipazione, in modo che risulti più facile, secondo le possibilità di ogni assemblea liturgica, rendere più solenne con il canto la celebrazione della Messa» (MS n. 28).

Il primo grado di partecipazione è costituito dai dialoghi tra il celebrante e l’assemblea (n. 29, ministri e fedeli possono cantare i seguenti momenti rituali: saluto del celebrante e risposta dei fedeli, orazione o colletta, acclamazioni al vangelo, orazione sull’offerta, prefazio con dialogo iniziale e Sanctus, dossologia, Pater noster con precedente ammonizione, embolismo e acclamazione, Pax Domini, orazione dopo la comunione, formule di congedo). Già il primo grado non è poco; se attuato, assicurerebbe una notevole partecipazione.

Esso richiede due indispensabili condizioni: che i ministri cantino e che i fedeli siano coinvolti e educati al canto. Il celebrante è il primo cantore e trascinatore dell’assemblea. L’abbiamo scordato o messo all’ultimo posto. È un modo di pensare che non si è ancora realizzato in pieno. Già nella tradizione antica della Chiesa «il popolo rispondeva con semplici acclamazioni, ricorda s. Agostino: universus populus acclamava con fiat, fiat».[1]

La partecipazione del popolo al canto liturgico era già ben presente nella Chiesa, prima del concilio Vaticano II. È dunque proprio impossibile che, in un giorno di festa, una comunità riesca a cantare la sua fede con tre Amen dopo le collette e la preghiera che il Signore ci ha insegnato?

Le melodie/recitativi dei ministri e le risposte dei fedeli sono nel Messale del 1983in Appendice. È una musica cantabile senza difficoltà: una di eredità antica, una seconda di recente creazione. Invece abbiamo fatto il contrario, ossia siamo andati subito al terzo grado, a cantare l’inizio, l’offertorio e la comunione, tralasciando quelle semplici melodie che intessono una preghiera dialogata tra chi presiede e la comunità.

Tentare anzitutto il primo grado permette a tutti di partecipare col canto. Ci sarebbe il vantaggio di apprendere a memoria melodie che non cambiano nelle celebrazioni. Questo grado di partecipazione è facile da attuare: non servono testi, libretti, prove separate; siamo ad un livello che corrisponde alle possibilità musicali di tutti i fedeli.

Partecipando a liturgie di Chiese di altri riti, ci si accorge della grande perdita. Loro cantano molto più di noi, eseguono tutto il formulario e i fedeli, senza distinzione, rispondono.

Questo primo grado – mantenendo alcune parti fisse dell’ordinario in lingua latina – aiuterebbe la partecipazione, accrescerebbe l’unità e la comprensione della liturgia.

– Lei conosce diverse tradizioni musicali liturgiche, anche al di fuori della Chiesa cattolica. Mi riferisco alle Chiese evangeliche e alle Chiese ortodosse. Quali le differenze sostanziali? Ritiene possibile una comune ricerca?

Nelle celebrazioni della Chiesa ortodossa sia feriale che festiva, ma anche nel rito latino-bizantino della Chiesa greco cattolica e di altre Chiese, colpisce il canto dei presbiteri che è continuo, in tutta la liturgia. I fedeli ascoltano e vi prendono parte in rari momenti. La storia e i libri liturgici testimoniano l’innegabile vocazione canora dei ministri. In oriente mantengono vivo tale ruolo primario, magari a scapito di una partecipazione popolare.

Dobbiamo imparare a cantare la liturgia quando la si presiede; non possiamo desiderare e invocare la partecipazione dei fedeli al canto, se noi sacerdoti per primi, disdegniamo il canto o lo riteniamo “un di più”. La liturgia è nata col canto, per questo esso dà un contributo essenziale alla liturgia, non è ornamento marginale.

– Quale sarà il prossimo appuntamento promosso dall’Associazione?

Ad Assisi (9-12 marzo 2020) ci sarà il convegno nazionale Tre Giorni di Formazione Liturgico Musicale che di anno in anno propone una diversa tematica. Dopo l’udienza del S. Padre (settembre 2019), si desidera approfondire quanto papa Francesco ci ha comunicato. Rileggeremo il suo discorso da un punto di vista liturgico, storico, musicale.

“La missione della musica sacra secondo papa Francesco” è il tema che sarà approfondito da relatori esperti nel campo: il card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, il maestro don Valentino Donella, noto compositore, direttore di coro e musicologo, il maestro Cimagalli, docente al Conservatorio S. Cecilia di Roma e al Pims.

Sarà interessante quanto ci comunicherà un testimone diretto e speciale delle celebrazioni presiedute dal S. Padre, quale è mons. Marini, maestro per le celebrazioni pontificie. Seguiranno testimonianze e laboratori con i maestri Baiocchi, Liberto, Manganelli. Alla fine farà sintesi del convegno don Guido Bottega, un presbitero che nella pastorale sa coniugare evangelizzazione, pastorale giovanile e liturgia.

Le attività previste nel 2020 proseguiranno con altri appuntamenti: nel mese di luglio ci saranno tre corsi.

Il primo sarà Il canto della Liturgia quotidiana a Lonigo (Vicenza), per chi si occupa del canto dell’assemblea (relazioni, prova di canto del repertorio, liturgia delle ore ed eucaristica, proclamazione della Parola).

Il secondo sarà il Seminario per Direttori di coro – Cantori – Organisti a Roma, come “scuola” intensa a migliorare la tecnica della direzione di un coro e dell’impostazione della voce, mentre per gli organisti sarà un momento per affinare l’accompagnamento liturgico organistico.

Il terzo appuntamento sarà nelle Giornate di Cultura Organaria che ogni anno vengono organizzate in città diverse per aver modo di visitare e di suonare organi di varia fattura e pregio nell’arte dell’organologia.

Non mancherà, inoltre, il raduno di scholae cantorum per animare una celebrazione eucaristica assieme a migliaia di cantori.


[1] R. Casimiri, “Nova sint omnia”, Bollettino Ceciliano, 1941, n. 11, p. 163.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Cola: La liturgia è nata con il canto

Un ruolo fondamentale nelle celebrazioni l’ha il presbitero che guida la comunità.

  

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di: Giordano Cavallari (a cura)

Mons. Tarcisio Cola, presidente dell’Associazione musicale nazionale santa Cecilia, traccia una panoramica del canto liturgico nelle nostre assemblee. In questa intervista, egli sottolinea la situazione non brillante del canto liturgico, ma anche la competenza e la costanza di chi continua a lavorare per la promozione di buoni canti liturgici.

– Mons. Cola, con quali finalità nasce l’Associazione musicale nazionale santa Cecilia da lei presieduta e quali sono le attività che la caratterizzano?

L’Associazione nacque in un particolare momento storico di fermento e di attenzione al canto liturgico, in sintonia con altre similari associazioni nazionali, quasi sempre intitolate a S. Cecilia o a S. Gregorio, sorte a seguito della Costituzione apostolica di Pio IX, Multum ad movendos animos (1870). Ufficialmente, in Italia, l’inizio fu a Milano, il 4 settembre 1880. Lo scopo è unico: la riforma della musica liturgica in conformità alle prescrizioni della Chiesa, togliendo ciò che di profano era entrato col tempo nella musica liturgica.

L’Associazione è antica, ma è sempre giovane e attuale: continua oggi il suo compito, sorretta dagli ideali che animarono gli inizi, nello studio del canto gregoriano, quale modello di preghiera cantata cristiana, quindi nella preparazione liturgica e artistica degli operatori musicali (direttori di coro, cantori, organisti), nella promozione delle scholae cantorum, nell’incremento della partecipazione al canto di tutta l’assemblea con canti genuinamente e nobilmente popolari, nella preferenza data all’organo a canne…

Attualmente le attività dell’Associazione sono suddivise in vari segretariati: compositori, seminari, scholae cantorum, organisti, organologia, istituti diocesani di musica sacra, religiosi, religiose, comunicazioni sociali, giovani. Sono numerosi gli appuntamenti durante l’anno, in corsi, convegni, congressi, incontri di settore.

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L’Associazione edita un periodico mensile di 32 pagine che collega lettori, soci, semplici abbonati, persone interessate al canto sacro. Il Bollettino Ceciliano è diretto dal maestro don Valentino Donella, noto compositore, direttore di coro, musicologo, e abile relatore in diversi convegni su tematiche liturgico-musicali, un esperto conoscitore di quanto è successo nel campo musicale nella Chiesa prima e dopo il Concilio.

Unita alla rivista, vi è un’appendice musicale, l’allegato Cantet Vox Cantet Vita, preparato dal direttore del segretariato Compositori, il maestro Simone Baiocchi. Con programmazione quinquennale viene progettato un percorso musicale. Ultimamente si sono presentati nuovi canti ad una o più voci in latino e in italiano per la celebrazione dei sacramenti.

– Lei si occupa sia di musica sacra sia di musica e canto liturgico: può brevemente tracciarne i profili, la distinzione e, insieme, la loro comune “missione”? Quale il rapporto con la Parola e lo specifico di “bellezza” proprio della musica in chiesa?

Ci occupiamo principalmente di musica per la liturgia, quella composta per i riti. Ci interessiamo anche di musica sacra, come può essere una melodia “religiosa” pur dignitosa e bella, ma non rispondente ad un rito. Quest’ultima è utile in ambito diverso, per altre occasioni. Ambedue hanno scopo di evangelizzare. Anche il suono dell’organo o di altro strumento opportuno può aiutare a riflettere, meditare, pensare.

La musica per la liturgia ha una sua propria vocazione, intesse un rapporto diretto e speciale con la Parola, anzi canta la Parola o da essa trae parole umane, un testo. La musica che cantiamo o eseguiamo all’organo ha lo scopo di lodare insieme Dio. E a Lui diamo il meglio, non il brutto che non piace a nessuno, neanche all’uomo. Perché dovremmo portarlo nelle celebrazioni? La bellezza deve accompagnare la liturgia dall’inizio alla fine, essa esige il canto per lodare Dio e dare gioia e unione ai fedeli.

– Lei ha letto le interviste e i servizi comparsi in materia nella rivista online Settimananews. Proviamo a riprendere alcuni aspetti del confronto. Innanzi tutto: qual è lo stato della musica e del canto nelle liturgie delle nostre chiese, non solo nelle grandi circostanze, ma soprattutto nell’ordinario, nelle parrocchie e nelle celebrazioni domenicali?

La situazione è varia. Il nostro tempo anzitutto è segnato dalla diminuzione dei fedeli alla liturgia, per varie cause, in primis la crisi di fede dell’uomo. Le comunità parrocchiali risentono anche della scarsità di presbiteri, religiosi/religiose.

Un ruolo fondamentale nelle celebrazioni l’ha il presbitero che guida la comunità.

Se a tutti sta a cuore la liturgia, se essa è il più bell’incontro settimanale della comunità, ci si preoccupa di non far mancare nulla perché quel momento segni la vita umana e spirituale di ognuno. Sicuramente, sul canto, molto dipende anche dalla presenza di un direttore di coro, di un organista, di un musicista preparato.

Da ciò discendono le scelte di un repertorio che rispetti la liturgia in ogni suo momento celebrativo, scegliendo canti opportuni e di buona fattura. Non serve a nulla cedere al pessimismo… il bene, il meglio, il bello, è ciò che tutti desideriamo anche nel culto. Anche nelle semplici liturgie quotidiane dei giorni feriali, si nota subito se culto e lode sono curati. Purtroppo c’è un calo del livello di qualità, del buon gusto, nelle celebrazioni non solo parrocchiali ma anche diocesane o nelle comunità religiose; ma non mancano liturgie ben celebrate, cantate e vissute.

– Perché ci si trova in una situazione non propriamente felice: che cosa si è lasciato perdere? Quali sono le condizioni di possibilità pastorale per risollevarsi?

Siamo tutti venuti meno ad un preciso impegno, clero, religiosi/e, fedeli. La liturgia non è preghiera improvvisata e privata, ma è culmine fonte (SC 10), centro di tutta la vita della Chiesa, è azione sacra per eccellenza e nessun’altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l’efficacia (SC 7). Ce ne siamo dimenticati, cedendo all’improvvisazione, al far tutto con semplicioneria (non nella semplicità e nella verità); lentamente si è stabilizzato – e consolidato – un lasciare andare le cose, un abbassare, l’accontentarsi… viviamo liturgie piatte, senza suono, senza canto, senza colore. Questo per vari motivi: non c’è l’organista disponibile, non ci si prepara, non c’è chi canta, non si sceglie il canto più pertinente. Il primo fedele volontario – pur lodevole – sale al microfono e intona un canto che a lui sembra il più opportuno.

– Padre Lorenzo Prezzi, direttore della nostra rivista, ha recentemente rilevato sfumature di indirizzo diverse da parte del magistero di Benedetto e di Francesco in fatto di musica per la liturgia. Quali sono, secondo lei, gli indirizzi fondamentali da seguire?

Fondamentale è conoscere bene la liturgia, l’anno liturgico, i riti. Di conseguenza viene il canto adeguato. Questo richiede formazione, studio, lettura, ascolto. Come Associazione italiana santa Cecilia, ogni convegno e ogni corso puntano, non tanto a far accademia e discorsi alti, quanto piuttosto sulla continua formazione e sullo studio della liturgia e della musica.

– Recentemente l’Associazione santa Cecilia ha promosso un incontro e un confronto tra musicisti compositori e maestri di cappella. È possibile dunque comporre nuova musica cantata per una liturgia effettiva e praticabile che, nello stesso tempo, recuperi le nostre grandi tradizioni?

Sì, il nuovo è possibile, senza privarci del bello del passato. Rimane valida l’espressione “nova et vetera” (Paolo VI, ai Membri dell’Associazione Italiana Santa Cecilia, 18 settembre 1968), quando si trovano compositori e direttori di coro che conoscono la liturgia e le sue celebrazioni, accompagnandole con una musica appropriata.

Tre sono i convegni nazionali recenti sulla composizione: a Levico Terme (Liturgia e composizione musicale, 1991), a Roma (La composizione di musica per la liturgia all’inizio del nuovo millennio, 2017), a Milano (La composizione per coro e per assemblea: tradizione, innovazione e problematiche connesse, 2019).

Su tale domanda potrebbe essere arricchente coinvolgere il segretariato compositori che ha organizzato gli ultimi incontri proprio sulla figura e sulla vocazione del compositore, un “mestiere” che nasce dalla creatività individuale artistica del singolo musicista.

– Quali sono le parti della Messa che andrebbero musicate e cantate sempre? Con quale grado di partecipazione dell’assemblea? Quale rapporto vede possibile tra musicisti professionisti e fedeli dotati di buona volontà?

La Musicam sacram, come pedagoga, ci conduce da un minimo a un di più di partecipazione nel canto, indicando «tre gradi di partecipazione, in modo che risulti più facile, secondo le possibilità di ogni assemblea liturgica, rendere più solenne con il canto la celebrazione della Messa» (MS n. 28).

Il primo grado di partecipazione è costituito dai dialoghi tra il celebrante e l’assemblea (n. 29, ministri e fedeli possono cantare i seguenti momenti rituali: saluto del celebrante e risposta dei fedeli, orazione o colletta, acclamazioni al vangelo, orazione sull’offerta, prefazio con dialogo iniziale e Sanctus, dossologia, Pater noster con precedente ammonizione, embolismo e acclamazione, Pax Domini, orazione dopo la comunione, formule di congedo). Già il primo grado non è poco; se attuato, assicurerebbe una notevole partecipazione.

Esso richiede due indispensabili condizioni: che i ministri cantino e che i fedeli siano coinvolti e educati al canto. Il celebrante è il primo cantore e trascinatore dell’assemblea. L’abbiamo scordato o messo all’ultimo posto. È un modo di pensare che non si è ancora realizzato in pieno. Già nella tradizione antica della Chiesa «il popolo rispondeva con semplici acclamazioni, ricorda s. Agostino: universus populus acclamava con fiat, fiat».[1]

La partecipazione del popolo al canto liturgico era già ben presente nella Chiesa, prima del concilio Vaticano II. È dunque proprio impossibile che, in un giorno di festa, una comunità riesca a cantare la sua fede con tre Amen dopo le collette e la preghiera che il Signore ci ha insegnato?

Le melodie/recitativi dei ministri e le risposte dei fedeli sono nel Messale del 1983in Appendice. È una musica cantabile senza difficoltà: una di eredità antica, una seconda di recente creazione. Invece abbiamo fatto il contrario, ossia siamo andati subito al terzo grado, a cantare l’inizio, l’offertorio e la comunione, tralasciando quelle semplici melodie che intessono una preghiera dialogata tra chi presiede e la comunità.

Tentare anzitutto il primo grado permette a tutti di partecipare col canto. Ci sarebbe il vantaggio di apprendere a memoria melodie che non cambiano nelle celebrazioni. Questo grado di partecipazione è facile da attuare: non servono testi, libretti, prove separate; siamo ad un livello che corrisponde alle possibilità musicali di tutti i fedeli.

Partecipando a liturgie di Chiese di altri riti, ci si accorge della grande perdita. Loro cantano molto più di noi, eseguono tutto il formulario e i fedeli, senza distinzione, rispondono.

Questo primo grado – mantenendo alcune parti fisse dell’ordinario in lingua latina – aiuterebbe la partecipazione, accrescerebbe l’unità e la comprensione della liturgia.

– Lei conosce diverse tradizioni musicali liturgiche, anche al di fuori della Chiesa cattolica. Mi riferisco alle Chiese evangeliche e alle Chiese ortodosse. Quali le differenze sostanziali? Ritiene possibile una comune ricerca?

Nelle celebrazioni della Chiesa ortodossa sia feriale che festiva, ma anche nel rito latino-bizantino della Chiesa greco cattolica e di altre Chiese, colpisce il canto dei presbiteri che è continuo, in tutta la liturgia. I fedeli ascoltano e vi prendono parte in rari momenti. La storia e i libri liturgici testimoniano l’innegabile vocazione canora dei ministri. In oriente mantengono vivo tale ruolo primario, magari a scapito di una partecipazione popolare.

Dobbiamo imparare a cantare la liturgia quando la si presiede; non possiamo desiderare e invocare la partecipazione dei fedeli al canto, se noi sacerdoti per primi, disdegniamo il canto o lo riteniamo “un di più”. La liturgia è nata col canto, per questo esso dà un contributo essenziale alla liturgia, non è ornamento marginale.

– Quale sarà il prossimo appuntamento promosso dall’Associazione?

Ad Assisi (9-12 marzo 2020) ci sarà il convegno nazionale Tre Giorni di Formazione Liturgico Musicale che di anno in anno propone una diversa tematica. Dopo l’udienza del S. Padre (settembre 2019), si desidera approfondire quanto papa Francesco ci ha comunicato. Rileggeremo il suo discorso da un punto di vista liturgico, storico, musicale.

“La missione della musica sacra secondo papa Francesco” è il tema che sarà approfondito da relatori esperti nel campo: il card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, il maestro don Valentino Donella, noto compositore, direttore di coro e musicologo, il maestro Cimagalli, docente al Conservatorio S. Cecilia di Roma e al Pims.

Sarà interessante quanto ci comunicherà un testimone diretto e speciale delle celebrazioni presiedute dal S. Padre, quale è mons. Marini, maestro per le celebrazioni pontificie. Seguiranno testimonianze e laboratori con i maestri Baiocchi, Liberto, Manganelli. Alla fine farà sintesi del convegno don Guido Bottega, un presbitero che nella pastorale sa coniugare evangelizzazione, pastorale giovanile e liturgia.

Le attività previste nel 2020 proseguiranno con altri appuntamenti: nel mese di luglio ci saranno tre corsi.

Il primo sarà Il canto della Liturgia quotidiana a Lonigo (Vicenza), per chi si occupa del canto dell’assemblea (relazioni, prova di canto del repertorio, liturgia delle ore ed eucaristica, proclamazione della Parola).

Il secondo sarà il Seminario per Direttori di coro – Cantori – Organisti a Roma, come “scuola” intensa a migliorare la tecnica della direzione di un coro e dell’impostazione della voce, mentre per gli organisti sarà un momento per affinare l’accompagnamento liturgico organistico.

Il terzo appuntamento sarà nelle Giornate di Cultura Organaria che ogni anno vengono organizzate in città diverse per aver modo di visitare e di suonare organi di varia fattura e pregio nell’arte dell’organologia.

Non mancherà, inoltre, il raduno di scholae cantorum per animare una celebrazione eucaristica assieme a migliaia di cantori.


[1] R. Casimiri, “Nova sint omnia”, Bollettino Ceciliano, 1941, n. 11, p. 163.

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