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Coccopalmerio: l’eucaristia al coniuge non cattolico è possibile

Una sfida di natura non solo legislativa.

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di: Andrea Tornielli (a cura)
 

Il presidente emerito del Pontificio consiglio per i testi giuridici, card. Francesco Coccopalmerio, interviene autorevolmente su Vatican Insider (1 agosto) relativamente alla questione assai discussa nell’episcopato tedesco circa la possibile intercomunione fra coniugi di differenti confessioni cristiane. Può il sacerdote cattolico amministrare lecitamente la comunione al coniuge non cattolico? La risposta è, secondo il diritto ecclesiale, positiva. Di grande interesse è l’ampia argomentazione che la motiva. Il documento Matrimoni interconfessionali e partecipazione comune all’eucaristia, è stato approvato da una maggioranza dei due terzi dei vescovi tedeschi il 22 febbraio 2018. I vescovo dissenzienti, dopo un ulteriore incontro il 23 aprile, hanno richiesto l’intervento di Roma, dove il 3 maggio, l’episcopato tedesco ha incontrato il papa e i responsabili dei dicasteri con l’esito di un invito a proseguire la comune ricerca. Un successivo intervento di mons. Ladaria, prefetto della Congregazione della dottrina della fede (4 giugno) ha, di fatto, propiziato la conclusione. Il testo definitivo è uscito il 27 giugno 2018. Non è un documento normativo. È affidato alla responsabilità dei singoli vescovi riconoscere la decisione responsabile degli sposi nei singoli casi (cf. Settimana News, L’eucaristia al coniuge non cattolico: ecco gli orientamenti). Ringraziamo Vatican Insider che ci ha permesso di riprendere l’intervista.

            – Il 20 febbraio 2018 la Conferenza episcopale tedesca ha pubblicato un documento sulla intercomunione eucaristica, nel quale  in modo particolare viene preso in considerazione il caso di una coppia di sposi, di cui uno cattolico e l’altro non cattolico, che prendono parte alla messa celebrata nella Chiesa cattolica. A tale riguardo si esamina la possibilità che il sacerdote cattolico amministri la santa comunione al coniuge non cattolico. Lei ha studiato ormai da qualche decennio (a partire dalla tesi dottorale nella Pontificia Università Gregoriana, pubblicata con il titolo: La partecipazione  degli acattolici al culto della Chiesa cattolica, 1968) il complesso problema della intercomunione. Cosa pensa del documento della Conferenza episcopale tedesca?

È un documento certamente importante e decisamente interessante, redatto con molta cura da competenti nel problema dell’intercomunione, specie di quella nei sacramenti. Non intendo, tuttavia, esprimere un mio giudizio sul merito di questo documento che è ancora all’esame delle competenti autorità ecclesiali. Credo, però, che questa intervista possa rappresentare una utile occasione per parlare del problema della intercomunione, specie di quella nei sacramenti, al fine di precisare qualche complesso aspetto di questo delicato argomento.

La normativa del Codice

            – Possiamo allora incominciare chiedendo: cosa prevede esattamente il Codice di diritto canonico?

Poiché mi si chiede una risposta esatta, mi sia consentita una risposta articolata. La do in quattro punti, facendo l’esegesi del can. 844, §§ 3-4.

  1. Il testo prende in considerazione due categorie di fedeli, cioè di cristiani non cattolici, e precisamente: i «membri delle Chiese orientali» (§ 3) e gli «altri cristiani», cioè i membri delle Confessioni cristiane occidentali nel senso di esistenti in occidente a partire dal tempo della Riforma (§ 4).
  2. Per entrambe le categorie di cristiani il testo codiciale afferma che «i ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, della Eucaristia e dell’unzione degli infermi» (§§ 3-4).
  3. Di entrambe le categorie di cristiani il medesimo canone afferma che «non hanno comunione piena con la Chiesa cattolica» (§§ 3-4). Il che significa – detto positivamente – che questi cristiani sono con la Chiesa cattolica in comunione vera anche se non piena (cf. soprattutto Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).
  4. Per amministrare lecitamente ai cristiani non cattolici i tre sacramenti appena sopra indicati, la Chiesa cattolica stabilisce alcune condizioni:

a) per i membri delle Chiese orientali, le condizioni sono due: richiedano spontaneamente i sacramenti e siano ben disposti, cioè siano pentiti per richiedere il sacramento della Penitenza e siano in grazia santificante per accedere a quello dell’Eucaristia;

b) per i cristiani appartenenti alle Confessioni occidentali le condizioni sono molteplici: richiedano spontaneamente i sacramenti; siano ben disposti; non possano accedere al ministro della propria Confessione; dimostrino di avere, nei sacramenti richiesti, la stessa fede della Chiesa cattolica; si trovino in pericolo di morte o in altra necessità grave e urgente, da giudicare come tale da parte del Vescovo diocesano oppure della Conferenza episcopale.

Unità della Chiesa e mezzi di grazia

            – Lei ha ricordato che il canone 844, § 4 esige per l’amministrazione dei sacramenti da parte della Chiesa cattolica ai cristiani non cattolici appartenenti alle Confessioni occidentali una necessità grave e urgente, possiamo. D’altra, parte, nell’enciclica Ut unum sint, al numero 46 si parla di “casi particolari”. E in Ecclesia de Eucharistia, al numero 45 si parla di «circostanze speciali». Tenendo anche conto di tali significative varianti, cosa significa esattamente necessità grave e urgente?

Il Codice di diritto canonico dipende in modo essenziale dal concilio Vaticano II. Perciò la risposta alla domanda che cosa esattamente significhi necessità grave e urgente deve essere ricercata nei testi del Concilio e nei documenti del periodo postconciliare, documenti che più da vicino ripropongono il Concilio stesso e si impegnano a tradurlo in normativa canonica. Purtroppo, nell’ambito di una intervista dobbiamo limitarci ad accenni. E allora voglio considerare quello che a mio parere è il testo più importante nel nostro argomento, e cioè Unitatis redintegratio, n. 8,4, che così si esprime: «La intercomunione (nei sacramenti) dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia». La manifestazione dell’unità per lo più vieta la intercomunione. La partecipazione della grazia (gratia procuranda) talvolta la raccomanda.

            – Un testo chiaro e allo stesso tempo complesso. Ci può illustrare i due principi e la loro importanza per capire meglio ciò di cui parliamo?

Il primo principio è la necessità di esprimere con fedeltà e per tale motivo di non contraddire la comunione ecclesiale. Cerchiamo di capirci bene. Se la Chiesa cattolica amministra i sacramenti ai cristiani non cattolici, cioè a coloro che sono con la Chiesa cattolica in comunione vera però non piena, finisce per trattare nella pratica i cristiani non cattolici allo stesso modo dei cattolici, cioè di coloro che sono in comunione piena. Di qui due pericoli: quello dell’indifferentismo ecclesiologico e quello dello scandalo conseguente. L’indifferentismo ecclesiologico è la affermazione erronea che non esiste differenza tra essere o non essere in comunione piena con la Chiesa cattolica. Lo scandalo conseguente è la convinzione erronea che si forma nella comunità, o anche fuori di essa, a motivo della predetta affermazione.

Indifferentismo e scandalo

            – È comprensibile che la necessità di non contraddire la comunione ecclesiale vieti per lo più la intercomunione nei sacramenti. E il secondo principio?

Il secondo principio è la necessità di conferire la grazia da parte della Chiesa cattolica non in un modo qualsiasi, bensì in modo specifico attraverso l’amministrazione dei sacramenti. E ciò vale non soltanto per i cristiani cattolici, bensì per tutti i battezzati, anche per i non cattolici. Questo il grande insegnamento affermato con chiarezza e convinzione dal grande testo del Vaticano II. Rendiamoci ben conto: i cristiani non cattolici hanno la necessità spirituale di ricevere il conferimento della grazia attraverso l’amministrazione dei sacramenti. Hanno quindi la necessità spirituale di ricevere i sacramenti. Possiamo anche dire che i cristiani non cattolici hanno il diritto di ricevere i sacramenti.  E la Chiesa cattolica ha il dovere di amministrare i sacramenti a questi cristiani. Tutto ciò possiamo ritenere come semplice determinazione del principio della gratia procuranda (dove si noti il gerundio come segno di necessità).

I diritti dei non cattolici

            – Quali conseguenze provengono, sul piano della normativa canonica, da questi due principi?

Sul piano della normativa canonica si presenta un delicato problema, quello di equilibrare in modo sapiente i due principi: il principio della necessità di conferire la grazia con l’amministrazione dei sacramenti deve sempre tener presente il principio della necessità di non contraddire la comunione ecclesiale. Altri testi del Vaticano II e di vari documenti postconciliari si incaricano di offrire preziose indicazioni di normativa canonica. Anche qui dobbiamo limitarci a semplici accenni. Al fine di garantire il principio della necessità di non contraddire la comunione ecclesiale con affermazioni di indifferentismo e motivi di scandalo, la normativa canonica ha previsto la limitazione dell’amministrazione dei sacramenti a quei soli casi che presentino carattere di eccezionalità, stabilendo anche la distinzione tra cristiani non cattolici membri delle Chiese orientali e quelli appartenenti alle Confessioni occidentali (tutto ciò a partire da Orientalium Ecclesiarum, nn. 26-27; Unitatis redintegratio, n. 15,3; Direttorio ecumenico Ad totam Ecclesiam, n. 55 fino al can. 844, §§ 3-4).

Al fine di garantire e, al contempo, di meglio comprendere il principio della necessità di conferire la grazia con l’amministrazione dei sacramenti, i documenti ecclesiali intendono sottolineare alcuni aspetti del delicato problema. Ne indico due. Il primo aspetto è che i battezzati non possono rimanere per un lungo periodo di tempo senza ricevere i sacramenti e in modo del tutto speciale senza ricevere l’Eucaristia (vedi importanti affermazioni in un documento poco noto, però di grande valore e cioè nell’Istruzione dal titolo In quibus rerum circumstantiis del Segretariato per l’unità dei cristiani, in data 1° giugno 1972). L’altro aspetto è che i ministri della Chiesa cattolica devono dare viva attenzione pastorale ai cristiani non cattolici che hanno in certi momenti grave bisogno o forte desiderio di ricevere i sacramenti e quindi li chiedono con particolare intensità (vedi, ad esempio, Ut unum sint, n. 46: «Amministrare i sacramenti ad altri cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, ma che desiderano ardentemente riceverli»).

Notiamo facilmente che amministrare i sacramenti come risposta alla necessità spirituale di conferire la grazia attraverso i sacramenti specie nei casi di grave bisogno o di forte desiderio, esclude immediatamente di per sé il pericolo di indifferentismo e di scandalo. In questo caso, i due principi sono garantiti.

In ogni modo, il delicato bilanciamento tra i due principi è affidato, molto opportunamente, dalla normativa canonica alla sapiente valutazione dei vescovi diocesani o delle Conferenze episcopali (così, a partire da Unitatis redintegratio, n. 8,4 fino al can. 844, § 4).

L’eucaristia non separa

            – Parliamo ora del caso specifico, legato al documento dei vescovi tedeschi: due coniugi, uno dei quali cattolico e l’altro non cattolico, che partecipano insieme alla messa celebrata nella Chiesa cattolica e desiderano – come comprensibile – ricevere insieme l’eucaristia. Può il sacerdote cattolico amministrare lecitamente la comunione al coniuge non cattolico? E ciò tutte le volte che i due suddetti coniugi partecipano insieme alla messa?

Per rispondere a questa domanda, davvero molto intrigante, è necessario porne un’altra e darle una risposta non facile: l’ipotesi dei due coniugi, come sopra specificata, presenta un carattere di eccezionalità, è risposta a una necessità spirituale?

            – Qual è la sua proposta in proposito?

Possiamo onestamente rispondere che rappresenta un caso eccezionale. E la eccezionalità consiste nel fatto che questi poveri coniugi sono purtroppo costretti a fare una dolorosa scelta: o l’uno va a ricevere la santa Comunione mentre l’altro se ne astiene (ma questo dividerebbe una coppia unita nel matrimonio e nell’affetto) oppure entrambi si astengono (ma questo sarebbe di per sé in contrasto con il naturale comportamento di un fedele che partecipa alla messa e che essendo in grazia santificante completa la sua partecipazione accostandosi alla mensa eucaristica).

            – Dunque, secondo lei, l’eccezionalità di cui parliamo farebbe sì che l’ipotesi dei due coniugi configuri un caso nel quale non c’è pericolo di indifferentismo e di scandalo?

Credo di sì. E, in effetti, qualora il ministro cattolico amministrasse la santa Comunione al coniuge non cattolico, tutti potrebbero ragionevolmente ritenere che tale concessione è determinata dalla giusta necessità di non separare una coppia di coniugi, specie in un momento così speciale come la partecipazione al sacramento dell’Eucaristia. Tutto ciò può, comunque, essere sempre richiamato mediante una catechesi esplicativa data alla comunità dei fedeli anche in modo ricorrente.

            – Insisto: secondo lei la concessione della Eucaristia potrebbe avvenire ogni volta che i due coniugi partecipano insieme alla messa?

Dovrei rispondere di sì, perché il carattere di eccezionalità che abbiamo sopra rilevato si verifica ogni volta che i due coniugi partecipano insieme alla santa messa. L’eccezionalità del caso, ogni volta, determina logicamente l’eccezionalità della concessione, ogni volta. Tuttavia, se volessimo, con intento squisitamente pastorale, rendere più evidente e quindi più convincente che si tratta di un caso eccezionale e perciò di una concessione eccezionale, potrebbe essere opportuno limitare la suddetta concessione solo ad alcune occasioni. E i due coniugi potranno offrire questo sacrificio per ottenere dal Signore la grazia di affrettare il raggiungimento della comunione piena fra tutte le Chiese.

Le obiezioni più resistenti

            – Grazie per le spiegazioni. Rimangono tuttavia, in chi  pensa diversamente, delle obiezioni di fondo o alcuni ostacoli di partenza, che sembrano vanificare quanto lei ha affermato. E che si spingono a criticare la stessa normativa canonica. La prima obiezione di fondo o il primo ostacolo di partenza: una delle condizioni richieste agli attuali cristiani non cattolici per poter ricevere i sacramenti è che essi abbiano, nei sacramenti da ricevere, la stessa fede della Chiesa cattolica. Ciò, in modo speciale, è richiesto per l’Eucaristia. Sembra, però, almeno ad alcuni, che la fede cattolica nell’Eucaristia non si verifichi facilmente in certi cristiani non cattolici.

È del tutto evidente che i cristiani non cattolici che richiedono di accedere all’Eucaristia devono avere in questo sacramento la stessa fede della Chiesa cattolica. Ma – ci chiediamo – che cosa è necessario e che cosa è sufficiente per avere la fede della Chiesa? E la risposta è semplice. È necessario e sufficiente credere che il pane e il vino consacrati nella santa messa sono quelle realtà che Gesù ha indicate nelle parole dell’ultima cena: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue». È, quindi, necessario e sufficiente credere che il pane e il vino sono nel sacramento dell’Eucaristia il corpo e il sangue di Gesù. Aderire a spiegazioni teologiche, anche di altissimo valore come la dottrina della transustanziazione, non è condizione necessaria. Ora, dobbiamo riconoscere che avere fede nell’Eucaristia come appena indicato dovrebbe verificarsi con facilità in chi si accosta alla mensa del Signore: che senso avrebbe chiedere la comunione eucaristica qualora non si credesse che quel pane è il corpo di Gesù e quel vino è il sangue di Gesù? Qualora ci si aspettasse di ricevere un pane e un vino qualsiasi e non invece il corpo e il sangue di Gesù?

            – La seconda obiezione o il secondo ostacolo al discorso che abbiamo condotto si ritrova nella posizione di qualcuno che afferma all’incirca così: la Chiesa cattolica amministra i sacramenti ai non cattolici. Questi, però, continuano intenzionalmente a rigettare l’integrità delle verità cattoliche e della comunione gerarchica. Cosa pensa di tale visione?

Con tutto il rispetto per chi professa tali convinzioni, devo però dichiarare che non sono d’accordo. Certo, nel caso in cui un cristiano non cattolico rifiutasse una verità di fede professata dalla Chiesa cattolica e fosse pienamente cosciente che si tratta di una verità di fede, non potrebbe ricevere i sacramenti. Però la Chiesa cattolica, specialmente a partire dal Vaticano II, ha la piena convinzione che gli attuali cristiani non cattolici, se non professano le stesse verità della Chiesa cattolica, lo fanno senza colpa, sono in buona fede e sono pertanto in grazia di Dio. Questa è – voglio ripeterlo – la ferma convinzione della Chiesa cattolica. E come potrebbe essere diversamente se solo pensiamo agli innumerevoli santi membri delle Chiese non cattoliche? Ma, a questo punto – potrà sembrare strano – ho anch’io una difficoltà, che vorrei candidamente presentare.

Una «contraddizione» e una sfida

– Ci dica qual è

Cerco di essere sintetico e spero di risultare chiaro. Da una parte, il fedele che riceve l’Eucaristia deve essere con la Chiesa cattolica in comunione piena o normale. Dall’altra  parte, gli attuali cristiani non cattolici sono con la Chiesa cattolica in comunione vera, però non piena. In tale situazione, la normativa della Chiesa, in modo particolare nel can. 844, §§ 3-4, stabilisce che tali cristiani possono essere ammessi dalla Chiesa cattolica a ricevere l’Eucaristia. I casi sono due: o la normativa della Chiesa cattolica contraddice l’ontologia della comunione ecclesiale e quella dei sacramenti (il che, ovviamente, è da escludersi) o dovremmo ipotizzare che i cristiani non cattolici sono in qualche modo in comunione piena con la Chiesa cattolica (ma ciò suonerebbe immediatamente incredibile, almeno per quanto generalmente si ritiene). Da qui la mia difficoltà o, forse meglio, una straordinaria sfida a condurre coraggiosamente una riflessione ulteriore. Chi volesse saperne di più potrebbe – credo utilmente – vedere un mio contributo su Periodica 107 (2018), pp. 1-35.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Coccopalmerio: l’eucaristia al coniuge non cattolico è possibile

Una sfida di natura non solo legislativa.

  

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di: Andrea Tornielli (a cura)
 

Il presidente emerito del Pontificio consiglio per i testi giuridici, card. Francesco Coccopalmerio, interviene autorevolmente su Vatican Insider (1 agosto) relativamente alla questione assai discussa nell’episcopato tedesco circa la possibile intercomunione fra coniugi di differenti confessioni cristiane. Può il sacerdote cattolico amministrare lecitamente la comunione al coniuge non cattolico? La risposta è, secondo il diritto ecclesiale, positiva. Di grande interesse è l’ampia argomentazione che la motiva. Il documento Matrimoni interconfessionali e partecipazione comune all’eucaristia, è stato approvato da una maggioranza dei due terzi dei vescovi tedeschi il 22 febbraio 2018. I vescovo dissenzienti, dopo un ulteriore incontro il 23 aprile, hanno richiesto l’intervento di Roma, dove il 3 maggio, l’episcopato tedesco ha incontrato il papa e i responsabili dei dicasteri con l’esito di un invito a proseguire la comune ricerca. Un successivo intervento di mons. Ladaria, prefetto della Congregazione della dottrina della fede (4 giugno) ha, di fatto, propiziato la conclusione. Il testo definitivo è uscito il 27 giugno 2018. Non è un documento normativo. È affidato alla responsabilità dei singoli vescovi riconoscere la decisione responsabile degli sposi nei singoli casi (cf. Settimana News, L’eucaristia al coniuge non cattolico: ecco gli orientamenti). Ringraziamo Vatican Insider che ci ha permesso di riprendere l’intervista.

            – Il 20 febbraio 2018 la Conferenza episcopale tedesca ha pubblicato un documento sulla intercomunione eucaristica, nel quale  in modo particolare viene preso in considerazione il caso di una coppia di sposi, di cui uno cattolico e l’altro non cattolico, che prendono parte alla messa celebrata nella Chiesa cattolica. A tale riguardo si esamina la possibilità che il sacerdote cattolico amministri la santa comunione al coniuge non cattolico. Lei ha studiato ormai da qualche decennio (a partire dalla tesi dottorale nella Pontificia Università Gregoriana, pubblicata con il titolo: La partecipazione  degli acattolici al culto della Chiesa cattolica, 1968) il complesso problema della intercomunione. Cosa pensa del documento della Conferenza episcopale tedesca?

È un documento certamente importante e decisamente interessante, redatto con molta cura da competenti nel problema dell’intercomunione, specie di quella nei sacramenti. Non intendo, tuttavia, esprimere un mio giudizio sul merito di questo documento che è ancora all’esame delle competenti autorità ecclesiali. Credo, però, che questa intervista possa rappresentare una utile occasione per parlare del problema della intercomunione, specie di quella nei sacramenti, al fine di precisare qualche complesso aspetto di questo delicato argomento.

La normativa del Codice

            – Possiamo allora incominciare chiedendo: cosa prevede esattamente il Codice di diritto canonico?

Poiché mi si chiede una risposta esatta, mi sia consentita una risposta articolata. La do in quattro punti, facendo l’esegesi del can. 844, §§ 3-4.

  1. Il testo prende in considerazione due categorie di fedeli, cioè di cristiani non cattolici, e precisamente: i «membri delle Chiese orientali» (§ 3) e gli «altri cristiani», cioè i membri delle Confessioni cristiane occidentali nel senso di esistenti in occidente a partire dal tempo della Riforma (§ 4).
  2. Per entrambe le categorie di cristiani il testo codiciale afferma che «i ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, della Eucaristia e dell’unzione degli infermi» (§§ 3-4).
  3. Di entrambe le categorie di cristiani il medesimo canone afferma che «non hanno comunione piena con la Chiesa cattolica» (§§ 3-4). Il che significa – detto positivamente – che questi cristiani sono con la Chiesa cattolica in comunione vera anche se non piena (cf. soprattutto Lumen gentium, n. 15; Unitatis redintegratio, nn. 3,1; 22,2).
  4. Per amministrare lecitamente ai cristiani non cattolici i tre sacramenti appena sopra indicati, la Chiesa cattolica stabilisce alcune condizioni:
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a) per i membri delle Chiese orientali, le condizioni sono due: richiedano spontaneamente i sacramenti e siano ben disposti, cioè siano pentiti per richiedere il sacramento della Penitenza e siano in grazia santificante per accedere a quello dell’Eucaristia;

b) per i cristiani appartenenti alle Confessioni occidentali le condizioni sono molteplici: richiedano spontaneamente i sacramenti; siano ben disposti; non possano accedere al ministro della propria Confessione; dimostrino di avere, nei sacramenti richiesti, la stessa fede della Chiesa cattolica; si trovino in pericolo di morte o in altra necessità grave e urgente, da giudicare come tale da parte del Vescovo diocesano oppure della Conferenza episcopale.

Unità della Chiesa e mezzi di grazia

            – Lei ha ricordato che il canone 844, § 4 esige per l’amministrazione dei sacramenti da parte della Chiesa cattolica ai cristiani non cattolici appartenenti alle Confessioni occidentali una necessità grave e urgente, possiamo. D’altra, parte, nell’enciclica Ut unum sint, al numero 46 si parla di “casi particolari”. E in Ecclesia de Eucharistia, al numero 45 si parla di «circostanze speciali». Tenendo anche conto di tali significative varianti, cosa significa esattamente necessità grave e urgente?

Il Codice di diritto canonico dipende in modo essenziale dal concilio Vaticano II. Perciò la risposta alla domanda che cosa esattamente significhi necessità grave e urgente deve essere ricercata nei testi del Concilio e nei documenti del periodo postconciliare, documenti che più da vicino ripropongono il Concilio stesso e si impegnano a tradurlo in normativa canonica. Purtroppo, nell’ambito di una intervista dobbiamo limitarci ad accenni. E allora voglio considerare quello che a mio parere è il testo più importante nel nostro argomento, e cioè Unitatis redintegratio, n. 8,4, che così si esprime: «La intercomunione (nei sacramenti) dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia». La manifestazione dell’unità per lo più vieta la intercomunione. La partecipazione della grazia (gratia procuranda) talvolta la raccomanda.

            – Un testo chiaro e allo stesso tempo complesso. Ci può illustrare i due principi e la loro importanza per capire meglio ciò di cui parliamo?

Il primo principio è la necessità di esprimere con fedeltà e per tale motivo di non contraddire la comunione ecclesiale. Cerchiamo di capirci bene. Se la Chiesa cattolica amministra i sacramenti ai cristiani non cattolici, cioè a coloro che sono con la Chiesa cattolica in comunione vera però non piena, finisce per trattare nella pratica i cristiani non cattolici allo stesso modo dei cattolici, cioè di coloro che sono in comunione piena. Di qui due pericoli: quello dell’indifferentismo ecclesiologico e quello dello scandalo conseguente. L’indifferentismo ecclesiologico è la affermazione erronea che non esiste differenza tra essere o non essere in comunione piena con la Chiesa cattolica. Lo scandalo conseguente è la convinzione erronea che si forma nella comunità, o anche fuori di essa, a motivo della predetta affermazione.

Indifferentismo e scandalo

            – È comprensibile che la necessità di non contraddire la comunione ecclesiale vieti per lo più la intercomunione nei sacramenti. E il secondo principio?

Il secondo principio è la necessità di conferire la grazia da parte della Chiesa cattolica non in un modo qualsiasi, bensì in modo specifico attraverso l’amministrazione dei sacramenti. E ciò vale non soltanto per i cristiani cattolici, bensì per tutti i battezzati, anche per i non cattolici. Questo il grande insegnamento affermato con chiarezza e convinzione dal grande testo del Vaticano II. Rendiamoci ben conto: i cristiani non cattolici hanno la necessità spirituale di ricevere il conferimento della grazia attraverso l’amministrazione dei sacramenti. Hanno quindi la necessità spirituale di ricevere i sacramenti. Possiamo anche dire che i cristiani non cattolici hanno il diritto di ricevere i sacramenti.  E la Chiesa cattolica ha il dovere di amministrare i sacramenti a questi cristiani. Tutto ciò possiamo ritenere come semplice determinazione del principio della gratia procuranda (dove si noti il gerundio come segno di necessità).

I diritti dei non cattolici

            – Quali conseguenze provengono, sul piano della normativa canonica, da questi due principi?

Sul piano della normativa canonica si presenta un delicato problema, quello di equilibrare in modo sapiente i due principi: il principio della necessità di conferire la grazia con l’amministrazione dei sacramenti deve sempre tener presente il principio della necessità di non contraddire la comunione ecclesiale. Altri testi del Vaticano II e di vari documenti postconciliari si incaricano di offrire preziose indicazioni di normativa canonica. Anche qui dobbiamo limitarci a semplici accenni. Al fine di garantire il principio della necessità di non contraddire la comunione ecclesiale con affermazioni di indifferentismo e motivi di scandalo, la normativa canonica ha previsto la limitazione dell’amministrazione dei sacramenti a quei soli casi che presentino carattere di eccezionalità, stabilendo anche la distinzione tra cristiani non cattolici membri delle Chiese orientali e quelli appartenenti alle Confessioni occidentali (tutto ciò a partire da Orientalium Ecclesiarum, nn. 26-27; Unitatis redintegratio, n. 15,3; Direttorio ecumenico Ad totam Ecclesiam, n. 55 fino al can. 844, §§ 3-4).

Al fine di garantire e, al contempo, di meglio comprendere il principio della necessità di conferire la grazia con l’amministrazione dei sacramenti, i documenti ecclesiali intendono sottolineare alcuni aspetti del delicato problema. Ne indico due. Il primo aspetto è che i battezzati non possono rimanere per un lungo periodo di tempo senza ricevere i sacramenti e in modo del tutto speciale senza ricevere l’Eucaristia (vedi importanti affermazioni in un documento poco noto, però di grande valore e cioè nell’Istruzione dal titolo In quibus rerum circumstantiis del Segretariato per l’unità dei cristiani, in data 1° giugno 1972). L’altro aspetto è che i ministri della Chiesa cattolica devono dare viva attenzione pastorale ai cristiani non cattolici che hanno in certi momenti grave bisogno o forte desiderio di ricevere i sacramenti e quindi li chiedono con particolare intensità (vedi, ad esempio, Ut unum sint, n. 46: «Amministrare i sacramenti ad altri cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, ma che desiderano ardentemente riceverli»).

Notiamo facilmente che amministrare i sacramenti come risposta alla necessità spirituale di conferire la grazia attraverso i sacramenti specie nei casi di grave bisogno o di forte desiderio, esclude immediatamente di per sé il pericolo di indifferentismo e di scandalo. In questo caso, i due principi sono garantiti.

In ogni modo, il delicato bilanciamento tra i due principi è affidato, molto opportunamente, dalla normativa canonica alla sapiente valutazione dei vescovi diocesani o delle Conferenze episcopali (così, a partire da Unitatis redintegratio, n. 8,4 fino al can. 844, § 4).

L’eucaristia non separa

            – Parliamo ora del caso specifico, legato al documento dei vescovi tedeschi: due coniugi, uno dei quali cattolico e l’altro non cattolico, che partecipano insieme alla messa celebrata nella Chiesa cattolica e desiderano – come comprensibile – ricevere insieme l’eucaristia. Può il sacerdote cattolico amministrare lecitamente la comunione al coniuge non cattolico? E ciò tutte le volte che i due suddetti coniugi partecipano insieme alla messa?

Per rispondere a questa domanda, davvero molto intrigante, è necessario porne un’altra e darle una risposta non facile: l’ipotesi dei due coniugi, come sopra specificata, presenta un carattere di eccezionalità, è risposta a una necessità spirituale?

            – Qual è la sua proposta in proposito?

Possiamo onestamente rispondere che rappresenta un caso eccezionale. E la eccezionalità consiste nel fatto che questi poveri coniugi sono purtroppo costretti a fare una dolorosa scelta: o l’uno va a ricevere la santa Comunione mentre l’altro se ne astiene (ma questo dividerebbe una coppia unita nel matrimonio e nell’affetto) oppure entrambi si astengono (ma questo sarebbe di per sé in contrasto con il naturale comportamento di un fedele che partecipa alla messa e che essendo in grazia santificante completa la sua partecipazione accostandosi alla mensa eucaristica).

            – Dunque, secondo lei, l’eccezionalità di cui parliamo farebbe sì che l’ipotesi dei due coniugi configuri un caso nel quale non c’è pericolo di indifferentismo e di scandalo?

Credo di sì. E, in effetti, qualora il ministro cattolico amministrasse la santa Comunione al coniuge non cattolico, tutti potrebbero ragionevolmente ritenere che tale concessione è determinata dalla giusta necessità di non separare una coppia di coniugi, specie in un momento così speciale come la partecipazione al sacramento dell’Eucaristia. Tutto ciò può, comunque, essere sempre richiamato mediante una catechesi esplicativa data alla comunità dei fedeli anche in modo ricorrente.

            – Insisto: secondo lei la concessione della Eucaristia potrebbe avvenire ogni volta che i due coniugi partecipano insieme alla messa?

Dovrei rispondere di sì, perché il carattere di eccezionalità che abbiamo sopra rilevato si verifica ogni volta che i due coniugi partecipano insieme alla santa messa. L’eccezionalità del caso, ogni volta, determina logicamente l’eccezionalità della concessione, ogni volta. Tuttavia, se volessimo, con intento squisitamente pastorale, rendere più evidente e quindi più convincente che si tratta di un caso eccezionale e perciò di una concessione eccezionale, potrebbe essere opportuno limitare la suddetta concessione solo ad alcune occasioni. E i due coniugi potranno offrire questo sacrificio per ottenere dal Signore la grazia di affrettare il raggiungimento della comunione piena fra tutte le Chiese.

Le obiezioni più resistenti

            – Grazie per le spiegazioni. Rimangono tuttavia, in chi  pensa diversamente, delle obiezioni di fondo o alcuni ostacoli di partenza, che sembrano vanificare quanto lei ha affermato. E che si spingono a criticare la stessa normativa canonica. La prima obiezione di fondo o il primo ostacolo di partenza: una delle condizioni richieste agli attuali cristiani non cattolici per poter ricevere i sacramenti è che essi abbiano, nei sacramenti da ricevere, la stessa fede della Chiesa cattolica. Ciò, in modo speciale, è richiesto per l’Eucaristia. Sembra, però, almeno ad alcuni, che la fede cattolica nell’Eucaristia non si verifichi facilmente in certi cristiani non cattolici.

È del tutto evidente che i cristiani non cattolici che richiedono di accedere all’Eucaristia devono avere in questo sacramento la stessa fede della Chiesa cattolica. Ma – ci chiediamo – che cosa è necessario e che cosa è sufficiente per avere la fede della Chiesa? E la risposta è semplice. È necessario e sufficiente credere che il pane e il vino consacrati nella santa messa sono quelle realtà che Gesù ha indicate nelle parole dell’ultima cena: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue». È, quindi, necessario e sufficiente credere che il pane e il vino sono nel sacramento dell’Eucaristia il corpo e il sangue di Gesù. Aderire a spiegazioni teologiche, anche di altissimo valore come la dottrina della transustanziazione, non è condizione necessaria. Ora, dobbiamo riconoscere che avere fede nell’Eucaristia come appena indicato dovrebbe verificarsi con facilità in chi si accosta alla mensa del Signore: che senso avrebbe chiedere la comunione eucaristica qualora non si credesse che quel pane è il corpo di Gesù e quel vino è il sangue di Gesù? Qualora ci si aspettasse di ricevere un pane e un vino qualsiasi e non invece il corpo e il sangue di Gesù?

            – La seconda obiezione o il secondo ostacolo al discorso che abbiamo condotto si ritrova nella posizione di qualcuno che afferma all’incirca così: la Chiesa cattolica amministra i sacramenti ai non cattolici. Questi, però, continuano intenzionalmente a rigettare l’integrità delle verità cattoliche e della comunione gerarchica. Cosa pensa di tale visione?

Con tutto il rispetto per chi professa tali convinzioni, devo però dichiarare che non sono d’accordo. Certo, nel caso in cui un cristiano non cattolico rifiutasse una verità di fede professata dalla Chiesa cattolica e fosse pienamente cosciente che si tratta di una verità di fede, non potrebbe ricevere i sacramenti. Però la Chiesa cattolica, specialmente a partire dal Vaticano II, ha la piena convinzione che gli attuali cristiani non cattolici, se non professano le stesse verità della Chiesa cattolica, lo fanno senza colpa, sono in buona fede e sono pertanto in grazia di Dio. Questa è – voglio ripeterlo – la ferma convinzione della Chiesa cattolica. E come potrebbe essere diversamente se solo pensiamo agli innumerevoli santi membri delle Chiese non cattoliche? Ma, a questo punto – potrà sembrare strano – ho anch’io una difficoltà, che vorrei candidamente presentare.

Una «contraddizione» e una sfida

– Ci dica qual è

Cerco di essere sintetico e spero di risultare chiaro. Da una parte, il fedele che riceve l’Eucaristia deve essere con la Chiesa cattolica in comunione piena o normale. Dall’altra  parte, gli attuali cristiani non cattolici sono con la Chiesa cattolica in comunione vera, però non piena. In tale situazione, la normativa della Chiesa, in modo particolare nel can. 844, §§ 3-4, stabilisce che tali cristiani possono essere ammessi dalla Chiesa cattolica a ricevere l’Eucaristia. I casi sono due: o la normativa della Chiesa cattolica contraddice l’ontologia della comunione ecclesiale e quella dei sacramenti (il che, ovviamente, è da escludersi) o dovremmo ipotizzare che i cristiani non cattolici sono in qualche modo in comunione piena con la Chiesa cattolica (ma ciò suonerebbe immediatamente incredibile, almeno per quanto generalmente si ritiene). Da qui la mia difficoltà o, forse meglio, una straordinaria sfida a condurre coraggiosamente una riflessione ulteriore. Chi volesse saperne di più potrebbe – credo utilmente – vedere un mio contributo su Periodica 107 (2018), pp. 1-35.

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Originale: Settimana News

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