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Come ci si deve preparare a ricevere l’Eucaristia?

Risponde il Teologo

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Un lettore ci chiede una piccola guida alla preparazione che il fedele deve fare prima di accostarsi a ricevere l’Eucarestia.

Sono alla ricerca di una informazione spirituale. Come bisogna prepararsi prima di ricevere la Santa comunione eucaristica? E nei due o tre minuti che seguono, con il Corpo e Sangue di Cristo in noi, che cosa meditare… che cosa pensare interiormente in noi? Si può chiedere a Gesù anche qualche grazia spirituale o materiale?

Stefano Di Luzio

Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia alla facoltà teologica dell’Italia centrale.

Gentile lettore, la sua richiesta mi ha lasciato perplesso e mi ha confermato ancora una volta che la celebrazione eucaristica resta un’esperienza di tipo devozionale, sia pure legata ad un obbligo canonico domenicale.

Innanzi tutto bisogna porre in risalto il senso della celebrazione, così come la descrive la costituzione conciliare sulla Liturgia: «culmine e fonte» della vita della Chiesa (nn. 9-10). Questo oltre a essere vero per i sacramenti dell’Iniziazione cristiana che nell’Eucaristia culminano, vale per la stessa celebrazione eucaristica, che è vertice di un’esperienza di vita quotidiana, che esprime la relazione d’amore con Dio e i fratelli, e fonte per la medesima esperienza.

La liturgia eucaristica non è un atto di devozione personale, ma l’incontro della comunità cristiana convocata da Padre per celebrare il mistero della salvezza, culminante nella Croce, Risurrezione e Ascensione al Cielo,  e tende a realizzare una comunità/comunione che diviene concreta nella partecipazione ai Santi Segni del Pane e della Coppa consacrati.

Il rendimento di grazie,  sempre solenne e pubblico, che inizia con la preghiera dopo la Comunione continua nella vita fino alla nuova celebrazione. Rendere grazie è realizzare quella carità che abbiamo attinto partecipando alla celebrazione «consapevolmente» vissuta.

Secondo questa prospettiva, pertanto, la cosiddetta preparazione alla Comunione altro non è che l’ascolto della Parola del Signore, il silenzio adorante che da questa Parola scaturisce, il canto gioioso che sgorga dal cuore per il dono del Signore. È un’intera comunità celebrante che si prepara o meglio tende nella gioia e nella speranza a raggiungere nei Santi Segni l’unità con Cristo e in Cristo: tale è l’esplicita teologia del Canone Romano.

Se entriamo sapientemente in questa prospettiva la partecipazione alla Tavola eucaristica non ci lega  a qualche momento da vivere intimamente col Cristo, ma ogni volta ci trasforma in Cristo, come già Sant’Agostino insegnava al suo popolo. Il cibo eucaristico, infatti, non si digerisce, ma ci trasforma, rendendoci tutti l’unico Corpo del Signore.

Non si tratta allora di dire un grazie e salutare fino alla prossima celebrazione quando farò di nuovo la comunione, non si tratta neppure di chiedere grazie, se non l’unica grazia che è il dono dello Spirito Santo per un momento di intimità con Gesù, ma piuttosto conformare la propria vita al Signore Risorto, come singoli e come comunità, perché l’Eucaristia ci rende membra gli uni degli altri.

La dimensione della preghiera personale – diversa dal rendimento di grazie liturgico (l’Eucaristia) – accompagna giorno dopo giorno la vita del singolo prima di tutto come ascolto della Parola, poi come luogo di riflessione e silenzio e dialogo ed anche come domanda di particolari doni.

So di non aver ottemperato alla sua richiesta, ma spero almeno di essere stato chiaro nel riproporre il senso della celebrazione eucaristica quale culmine e fonte della vita della Chiesa.

Lamberto Crociani

 
Originale: Toscana Oggi
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Sono alla ricerca di una informazione spirituale. Come bisogna prepararsi prima di ricevere la Santa comunione eucaristica? E nei due o tre minuti che seguono, con il Corpo e Sangue di Cristo in noi, che cosa meditare… che cosa pensare interiormente in noi? Si può chiedere a Gesù anche qualche grazia spirituale o materiale?

Stefano Di Luzio

Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia alla facoltà teologica dell’Italia centrale.

Gentile lettore, la sua richiesta mi ha lasciato perplesso e mi ha confermato ancora una volta che la celebrazione eucaristica resta un’esperienza di tipo devozionale, sia pure legata ad un obbligo canonico domenicale.

Innanzi tutto bisogna porre in risalto il senso della celebrazione, così come la descrive la costituzione conciliare sulla Liturgia: «culmine e fonte» della vita della Chiesa (nn. 9-10). Questo oltre a essere vero per i sacramenti dell’Iniziazione cristiana che nell’Eucaristia culminano, vale per la stessa celebrazione eucaristica, che è vertice di un’esperienza di vita quotidiana, che esprime la relazione d’amore con Dio e i fratelli, e fonte per la medesima esperienza.

La liturgia eucaristica non è un atto di devozione personale, ma l’incontro della comunità cristiana convocata da Padre per celebrare il mistero della salvezza, culminante nella Croce, Risurrezione e Ascensione al Cielo,  e tende a realizzare una comunità/comunione che diviene concreta nella partecipazione ai Santi Segni del Pane e della Coppa consacrati.

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Il rendimento di grazie,  sempre solenne e pubblico, che inizia con la preghiera dopo la Comunione continua nella vita fino alla nuova celebrazione. Rendere grazie è realizzare quella carità che abbiamo attinto partecipando alla celebrazione «consapevolmente» vissuta.

Secondo questa prospettiva, pertanto, la cosiddetta preparazione alla Comunione altro non è che l’ascolto della Parola del Signore, il silenzio adorante che da questa Parola scaturisce, il canto gioioso che sgorga dal cuore per il dono del Signore. È un’intera comunità celebrante che si prepara o meglio tende nella gioia e nella speranza a raggiungere nei Santi Segni l’unità con Cristo e in Cristo: tale è l’esplicita teologia del Canone Romano.

Se entriamo sapientemente in questa prospettiva la partecipazione alla Tavola eucaristica non ci lega  a qualche momento da vivere intimamente col Cristo, ma ogni volta ci trasforma in Cristo, come già Sant’Agostino insegnava al suo popolo. Il cibo eucaristico, infatti, non si digerisce, ma ci trasforma, rendendoci tutti l’unico Corpo del Signore.

Non si tratta allora di dire un grazie e salutare fino alla prossima celebrazione quando farò di nuovo la comunione, non si tratta neppure di chiedere grazie, se non l’unica grazia che è il dono dello Spirito Santo per un momento di intimità con Gesù, ma piuttosto conformare la propria vita al Signore Risorto, come singoli e come comunità, perché l’Eucaristia ci rende membra gli uni degli altri.

La dimensione della preghiera personale – diversa dal rendimento di grazie liturgico (l’Eucaristia) – accompagna giorno dopo giorno la vita del singolo prima di tutto come ascolto della Parola, poi come luogo di riflessione e silenzio e dialogo ed anche come domanda di particolari doni.

So di non aver ottemperato alla sua richiesta, ma spero almeno di essere stato chiaro nel riproporre il senso della celebrazione eucaristica quale culmine e fonte della vita della Chiesa.

Lamberto Crociani

 
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