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Chiesa, oltre il virus dell’abitudine

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di: Francesco Cosentino

Ricevo da un caro amico, su WApp, una citazione del teologo, filosofo e umanista Erasmo da Rotterdam: «L’uomo non ama il cambiamento, perché cambiare significa guardare in fondo alla propria anima con sincerità, mettendo in contesa se stessi e la propria vita. Bisogna essere coraggiosi per farlo, avere grandi ideali. La maggior parte degli uomini preferisce crogiolarsi nella mediocrità, fare del tempo lo stagno della propria esistenza».

Ecco ciò che potrebbe esattamente essere individuato come il tarlo più dannoso non solo della vita umana, ma anche di quella spirituale e pastorale: essere resistenti al cambiamento, aggrappati con i denti ai propri schemi e alle proprie idee, accaniti difensori dell’abitudine e del «si è sempre fatto così», più impegnati nella conservazione del poco sicuro tra le nostre mani che coraggiosi avventurieri della novità.

A ben pensarci, è una delle più grandi battaglie di Gesù: il Regno di Dio, la novità assoluta di una vita abitata dall’amore di un Dio Padre è qui in mezzo a voi, mentre voi abbassate lo sguardo solo verso voi stessi, nuotando nel quieto mare delle vostre tradizioni religiose e specchiandovi nel narcisismo della vostra buona osservanza di norme, precetti e abluzioni. C’è qui un Regno che vuole trasformare l’acqua in vino e inaugurare spazi di vita per i poveri e gli ammalati, mentre voi vi preoccupate dell’osservanza del sabato e delle lunghe vesti con cui passeggiare nel cortile del Tempio.

Il nemico della vita spirituale

È qui che la potenza del Vangelo incontra la sua resistenza più grande: quando, invece che entusiasmarmi per una pesca miracolosa, preferisco rimanere a riva con le mie piccole reti. Quando, invece di cambiare e volare alto, preferisco una vita stagnante, una pastorale ripetitiva e una spiritualità che si crogiola nella propria mediocrità.

C’è una malattia dell’anima che paralizza più di ogni errore o peccato. Papa Francesco l’ha spesso denunciata, richiamando una lunga tradizione spirituale risalente ai Padri della Chiesa che la chiama accidia: un nemico invisibile, una nebbia dell’anima, uno stato di pessimismo interiore, uno stagno in cui nulla si muove, mentre ci si lamenta di tutto. Dice efficacemente papa Francesco: «è un peccato neutrale. Di chi cioè non sceglie e non è né bianco né nero, di chi non rischia, non si mette in discussione, non cambia, non lotta. Resta fermo, gioca al “quel che si può” senza esagerare mai: occorre guardarsi – afferma il papa – dal “pericolo di scivolare in questa accidia, in questo peccato “neutrale”: il peccato del neutro è questo, né bianco né nero, non si sa cosa sia. E questo è un peccato che il diavolo può usare per annientare la nostra vita spirituale e anche la nostra vita di persone» (Omelia a Casa Santa Marta, 24 marzo 2020).

Questo sottile nemico della vita e dell’anima può giungere lentamente, in modo silenzioso e nascosto, quando, semplicemente travolti dai ritmi della vita o impauriti dai cambiamenti possibili, scegliamo o ci adagiamo nella via di una comodità facile, accomodandoci tranquillamente sul divano delle nostre poche sicurezze e coltivando le nostre pacifiche abitudini: senza domande, senza entusiasmo, senza passione.

La tiepidezza e la pigrizia, allora, prendono il sopravento. Non ci allontaniamo dal fuoco del Vangelo, ma non ci avviciniamo neanche troppo per paura che esso ci coinvolga fino a battezzarci come apostoli del Regno. Affermava Henri de Lubac: «L’abitudine e la routine hanno un incredibile potere di distruggere».

Immaginare la novità

È arrivata anche una seconda ondata. Il coronavirus si aggira ancora tra di noi, come ospite inquietante che viene ad alimentare paure, angosce e distanze umane e sociali.

In questa fase, la ripartenza ecclesiale soffre ancora di un’endemica e strutturale resistenza al cambiamento. Contro i possibili sconvolgimenti, la questione coronavirus è stata frettolosamente archiviata come un incidente di percorso – o, per citare il vescovo Derio Olivero, come una parentesi – per poter tornare a una cosiddetta «normalità».

E, così, pur a fronte di un reale e previsto rischio di ritorno dei contagi, si è proceduto senza profittare del momento presente come tempo e luogo di discernimento per immaginare il futuro, ma, al contrario, limitandosi a organizzare in fretta e furia comunioni e cresime, col risultato che il giorno fissato per queste celebrazioni è spesso coinciso con un nuovo balzo di contagi e con nuove restrizioni da parte del governo.

Ci sono, grazie a Dio, anche alcuni esempi di come, proprio in questo tempo, in tante parrocchie italiane si è scelta un’altra via, magari rinviando una prassi sacramentale ormai anch’essa diventata solo cerimoniale e tradizionale, e innescando modalità nuove di confronto con i ragazzi; ma, per lo più, i preti soprattutto, siamo preoccupati di riempire le caselle e di ottemperare i passaggi obbligati perché, nonostante il virus, tutto sia apposto come sempre. Laddove il “come sempre” richiama quella difesa dell’abitudine e della routine di cui prima.

Lasciarsi trasformare

Riproporre la forma e le modalità pastorali di prima, le cose a cui siamo sempre stati abituati, può essere per qualcuno – lo si comprende – una risposta per placare l’ansia dinanzi a una situazione nuova che potrebbe aprire scenari inediti; tuttavia, affermava Jorge Mario Bergoglio quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires, questo atteggiamento rivela che «il cuore non vuole problemi. Esiste il timore che Dio ci imbarchi in viaggi che non possiamo controllare… In questo modo si matura una disposizione fatalista: gli orizzonti si rimpiccioliscono a misura della propria desolazione o del proprio quietismo». E qui, continuava, «c’è già un sottile processo di corruzione: si arriva alla mediocrità e alla tiepidezza… L’anima allora arriva ad accontentarsi dei prodotti che le offre il supermercato del consumismo religioso… La mondanità spirituale come paganesimo in vesti ecclesiastiche» (J.M. Bergoglio, Guarire dalla corruzione, EMI, Bologna 2013, 38-40).

Non è facile e non ci sono facili soluzioni. Ma c’è una grande lezione del Vangelo che la Chiesa oggi deve ritornare ad ascoltare: al centro dell’esperienza cristiana e della sequela di Gesù c’è l’invito alla conversione, cioè al cambiamento. Si tratta della scoperta di un nuovo modo di vedere, di un nuovo mondo di significati, di una nuova modalità di vivere la vita e la fede.

Lo scopo della predicazione di Gesù, infatti, non è far sentire gli uomini in colpa davanti a Dio e indicare loro come essere buoni e perfetti, ma è quello di suscitare un nuovo modo di vivere la propria esistenza. Egli racconta storie e compie guarigioni per indicare a ciascuno di noi come la nostra vita potrebbe essere diversa, nuova, trasformata e risvegliata. E dice a Nicodemo e a ciascuno di noi, che il cambiamento è la cosa più difficile per l’uomo, ma se ti lasci trasformare tu rinasci di nuovo e ricevi occhi nuovi.

Abbiamo possibilità di sperimentare nuove modalità di accesso a Dio e al Vangelo? Possiamo fermare l’abitudine meccanica di riti, attività, devozioni che fino ad ora hanno popolato la nostra pastorale, per pensare insieme, preti e laici, nuove iniziative di annuncio e di esperienza della fede? Possiamo almeno fermarci per chiederci come ripartire, invece di sopprimere le domande e procedere come se nulla fosse accaduto?

Proprio in questo tempo le nostre Chiese hanno bisogno di ripensarsi e di ricominciare, con un sussulto evangelico: abbandonare la nostalgia delle abitudini e correre il rischio di cambiare.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Ricevo da un caro amico, su WApp, una citazione del teologo, filosofo e umanista Erasmo da Rotterdam: «L’uomo non ama il cambiamento, perché cambiare significa guardare in fondo alla propria anima con sincerità, mettendo in contesa se stessi e la propria vita. Bisogna essere coraggiosi per farlo, avere grandi ideali. La maggior parte degli uomini preferisce crogiolarsi nella mediocrità, fare del tempo lo stagno della propria esistenza».

Ecco ciò che potrebbe esattamente essere individuato come il tarlo più dannoso non solo della vita umana, ma anche di quella spirituale e pastorale: essere resistenti al cambiamento, aggrappati con i denti ai propri schemi e alle proprie idee, accaniti difensori dell’abitudine e del «si è sempre fatto così», più impegnati nella conservazione del poco sicuro tra le nostre mani che coraggiosi avventurieri della novità.

A ben pensarci, è una delle più grandi battaglie di Gesù: il Regno di Dio, la novità assoluta di una vita abitata dall’amore di un Dio Padre è qui in mezzo a voi, mentre voi abbassate lo sguardo solo verso voi stessi, nuotando nel quieto mare delle vostre tradizioni religiose e specchiandovi nel narcisismo della vostra buona osservanza di norme, precetti e abluzioni. C’è qui un Regno che vuole trasformare l’acqua in vino e inaugurare spazi di vita per i poveri e gli ammalati, mentre voi vi preoccupate dell’osservanza del sabato e delle lunghe vesti con cui passeggiare nel cortile del Tempio.

Il nemico della vita spirituale

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È qui che la potenza del Vangelo incontra la sua resistenza più grande: quando, invece che entusiasmarmi per una pesca miracolosa, preferisco rimanere a riva con le mie piccole reti. Quando, invece di cambiare e volare alto, preferisco una vita stagnante, una pastorale ripetitiva e una spiritualità che si crogiola nella propria mediocrità.

C’è una malattia dell’anima che paralizza più di ogni errore o peccato. Papa Francesco l’ha spesso denunciata, richiamando una lunga tradizione spirituale risalente ai Padri della Chiesa che la chiama accidia: un nemico invisibile, una nebbia dell’anima, uno stato di pessimismo interiore, uno stagno in cui nulla si muove, mentre ci si lamenta di tutto. Dice efficacemente papa Francesco: «è un peccato neutrale. Di chi cioè non sceglie e non è né bianco né nero, di chi non rischia, non si mette in discussione, non cambia, non lotta. Resta fermo, gioca al “quel che si può” senza esagerare mai: occorre guardarsi – afferma il papa – dal “pericolo di scivolare in questa accidia, in questo peccato “neutrale”: il peccato del neutro è questo, né bianco né nero, non si sa cosa sia. E questo è un peccato che il diavolo può usare per annientare la nostra vita spirituale e anche la nostra vita di persone» (Omelia a Casa Santa Marta, 24 marzo 2020).

Questo sottile nemico della vita e dell’anima può giungere lentamente, in modo silenzioso e nascosto, quando, semplicemente travolti dai ritmi della vita o impauriti dai cambiamenti possibili, scegliamo o ci adagiamo nella via di una comodità facile, accomodandoci tranquillamente sul divano delle nostre poche sicurezze e coltivando le nostre pacifiche abitudini: senza domande, senza entusiasmo, senza passione.

La tiepidezza e la pigrizia, allora, prendono il sopravento. Non ci allontaniamo dal fuoco del Vangelo, ma non ci avviciniamo neanche troppo per paura che esso ci coinvolga fino a battezzarci come apostoli del Regno. Affermava Henri de Lubac: «L’abitudine e la routine hanno un incredibile potere di distruggere».

Immaginare la novità

È arrivata anche una seconda ondata. Il coronavirus si aggira ancora tra di noi, come ospite inquietante che viene ad alimentare paure, angosce e distanze umane e sociali.

In questa fase, la ripartenza ecclesiale soffre ancora di un’endemica e strutturale resistenza al cambiamento. Contro i possibili sconvolgimenti, la questione coronavirus è stata frettolosamente archiviata come un incidente di percorso – o, per citare il vescovo Derio Olivero, come una parentesi – per poter tornare a una cosiddetta «normalità».

E, così, pur a fronte di un reale e previsto rischio di ritorno dei contagi, si è proceduto senza profittare del momento presente come tempo e luogo di discernimento per immaginare il futuro, ma, al contrario, limitandosi a organizzare in fretta e furia comunioni e cresime, col risultato che il giorno fissato per queste celebrazioni è spesso coinciso con un nuovo balzo di contagi e con nuove restrizioni da parte del governo.

Ci sono, grazie a Dio, anche alcuni esempi di come, proprio in questo tempo, in tante parrocchie italiane si è scelta un’altra via, magari rinviando una prassi sacramentale ormai anch’essa diventata solo cerimoniale e tradizionale, e innescando modalità nuove di confronto con i ragazzi; ma, per lo più, i preti soprattutto, siamo preoccupati di riempire le caselle e di ottemperare i passaggi obbligati perché, nonostante il virus, tutto sia apposto come sempre. Laddove il “come sempre” richiama quella difesa dell’abitudine e della routine di cui prima.

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Riproporre la forma e le modalità pastorali di prima, le cose a cui siamo sempre stati abituati, può essere per qualcuno – lo si comprende – una risposta per placare l’ansia dinanzi a una situazione nuova che potrebbe aprire scenari inediti; tuttavia, affermava Jorge Mario Bergoglio quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires, questo atteggiamento rivela che «il cuore non vuole problemi. Esiste il timore che Dio ci imbarchi in viaggi che non possiamo controllare… In questo modo si matura una disposizione fatalista: gli orizzonti si rimpiccioliscono a misura della propria desolazione o del proprio quietismo». E qui, continuava, «c’è già un sottile processo di corruzione: si arriva alla mediocrità e alla tiepidezza… L’anima allora arriva ad accontentarsi dei prodotti che le offre il supermercato del consumismo religioso… La mondanità spirituale come paganesimo in vesti ecclesiastiche» (J.M. Bergoglio, Guarire dalla corruzione, EMI, Bologna 2013, 38-40).

Non è facile e non ci sono facili soluzioni. Ma c’è una grande lezione del Vangelo che la Chiesa oggi deve ritornare ad ascoltare: al centro dell’esperienza cristiana e della sequela di Gesù c’è l’invito alla conversione, cioè al cambiamento. Si tratta della scoperta di un nuovo modo di vedere, di un nuovo mondo di significati, di una nuova modalità di vivere la vita e la fede.

Lo scopo della predicazione di Gesù, infatti, non è far sentire gli uomini in colpa davanti a Dio e indicare loro come essere buoni e perfetti, ma è quello di suscitare un nuovo modo di vivere la propria esistenza. Egli racconta storie e compie guarigioni per indicare a ciascuno di noi come la nostra vita potrebbe essere diversa, nuova, trasformata e risvegliata. E dice a Nicodemo e a ciascuno di noi, che il cambiamento è la cosa più difficile per l’uomo, ma se ti lasci trasformare tu rinasci di nuovo e ricevi occhi nuovi.

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