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Chiesa e gender, prove di compromesso

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Nell’aprile scorso il teologo Vito Mancuso ha dichiarato: «[…] un giorno la Chiesa arriverà ad accettare la sostanza di ciò che essa definisce “teoria del gender” e che oggi tanto combatte”.

Sembrava, allora, un azzardo da parte dell’editorialista di Repubblica; ma da qualche giorno, dopo aver letto sul quotidiano dei vescovi italiani una apertura in tal senso, le sue parole sembrano ora tutt’altro che avventate.

Mi riferisco all’articolo della professoressa Chiara Giaccardi intitolato «Riappropriamoci del genere» nel quale leggiamo: «Contro l’illusione idolatrica e tecnocratica di trovare il termine che esprime esattamente, senza resto, ogni sfumatura possibile della nostra identità sessuale, come i 56 profili di ‘gender’ proposti da Facebook, dovremmo riaprirci alla parola simbolica, capace di ospitare in sé un’apertura, una gamma inesauribile di possibilità espressive (quali la femminilità e la mascolinità, nella loro dualità), e soprattutto una relazionalità costitutiva: la mia identità di genere nasce dall’incontro delle differenze e si è costruita nella relazione con altri, concreti come me. In un movimento di apertura e scoperta che si chiama libertà: nella gratitudine per quanto ricevuto, nella relazionalità del legame, nella consapevolezza che non siamo mai liberi dai condizionamenti culturali eppure abbiamo la capacità di non esserne completamente succubi, se solo evitiamo di aderire ottusamente al dato di fatto» (clicca qui).

Si tratta, in sostanza, dell’invito ai cattolici a «riappropriarsi del genere» per non lasciarlo in mano ai costruttivisti radicali e valorizzare tutto il positivo che esso può portare («[…] denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza. […] gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale»).

Un’apertura sorprendente, considerato che il Magistero si è già espresso, e in modo chiaro e netto, sul tema (clicca qui); come del resto ha fatto anche papa Francesco (clicca qui e qui).

L’articolo si conclude con queste parole: «Credo che un’antropologia cristiana abbia, oggi, da portare un contributo positivo preziosissimo alla doverosa riflessione sul ‘gender’ ». Il punto è proprio questo: è l’antropologia cristiana ad impedire una «appropriazione» del gender da parte dei cattolici.

Innanzitutto l’antropologia cristiana è teleologica, cioè propone un fine al quale tendere. In termini religiosi si parla di «vocazione», cioè il piano che Dio ha preparato per ogni uomo, la propria piena realizzazione, la messa a frutto dei propri talenti. Per approfondire questa questa visione metafisica consiglio caldamente i lavori di Robert Spaemann, che recupera questo nodo fondamentale della filosofia aristotelica, la teleologia. Nel linguaggio aristotelico, il termine «natura» (traducibile in termini contemporanei con «progetto») indica il principio insito in ogni cosa che ne guida la realizzazione, il tendere verso il proprio fine. Secondo questa antropologia, il rapporto tra sesso e genere è chiaro: il genere (diventare uomini e donne) è la realizzazione di un progetto che, al momento del concepimento, ci è affidato con il sesso (maschi o femmine).

Qui giungiamo ad un secondo punto importante: secondo questa impostazione, «naturale» non coincide con «biologico», e viceversa. Basti pensare alla trisomia 21, la cosiddetta Sindrome di Down: è certamente un fenomeno biologico, ma nessuno considera naturale, per un bambino, avere certi sintomi. È naturale ciò che è secondo il progetto di una certa cosa, nel nostro caso dell’uomo, sia dal punto di vista biologico che psicologico, sociale, relazionale. Questo perché (ecco un altro concetto antropologico aristotelico/tomista) l’uomo è un «sinolo» – un insieme inscindibile di anima e corpo -, e non la semplice somma di anima e corpo, distinti tra loro come insegna l’antropologia cartesiana sposata dall’ideologia di genere.

Anche la vexata quaestio «natura o cultura» è risolta in modo semplice ed elegante dalla tradizione filosofica cattolica. La cultura (cioè l’influenza ambientale) è l’elemento che può permettere o ostacolare (financo impedire) lo sviluppo del progetto, cioè della natura. Esattamente come lo sono la luce, l’acqua, il concime e il lavoro dell’uomo per la pianta, che può fiorire e fruttare (cioè realizzare pienamente il suo progetto) solo se l’ambiente le fornisce il necessario per farlo.

In questo discorso si inserisce la «relazionalità costitutiva» di cui parla la professoressa Giaccardi: la relazione è costitutiva in senso lato, perché è l’elemento necessario per lo sviluppo del progetto dell’uomo (progetto che è insito in lui, non nella relazionalità).

L’ideologia di genere denuncia «il preteso universalismo delle culture e delle regole sociali» che sono «in realtà un’astrazione»? C’erano arrivati prima Aristotele e san Tommaso, distinguendo tra «sostanza» (l’essenza della cosa, che non cambia) e «accidente» (qualcosa di aggiunto all’essenza, che può cambiare). Gli stivali, tipica calzatura femminile, fino alla metà del secolo scorso erano la tipica calzatura (da lavoro) maschile; il lavoro a maglia, nel nord Europa, fino al secolo scorso, era il tipico passatempo maschile. Eppure nessuno si è mai sognato di sostenere che gli uomini erano diventati donne e viceversa: la distinzione tra sostanza e accidente è ben radicata nella nostra cultura, e l’ipostatizzazione dei ruoli di genere nella nostra società esiste solo nei discorsi della gender theory.

L’ideologia di genere non è nata, come sostiene la professoressa Giaccardi, per «denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza» (a questo, da più di duemila anni, ci pensa il cristianesimo); l’ideologia di genere è nata per giustificare il senso di inadeguatezza rispetto ai ruoli sessuali di alcune intellettuali lesbiche (De Beauviour, Fireston, Wittig, Butler sono solo alcuni esempi, ma l’elenco potrebbe continuare). Essa ha trovato terreno fertile all’interno dello strutturalismo francese, filosofia critica nei confronti della cultura (e della morale, soprattutto) occidentale greco-cristiana, e con essa si è diffusa negli Stati Uniti. Non sfuggirà che il concetto chiave della Butler, quello di «performatività», è ripreso (in modo semplicistico e grezzo, potremmo dire distorto) da Derrida. L’ideologia di genere ha poi trovato il suo massimo veicolo di diffusione negli organismi internazionali (ONU e UE in primis) che l’hanno trovato particolarmente funzionale ai loro obiettivi neo-malthusiani e, quindi, imposto in moltissimi paesi.

Questi sono alcuni dei contributi che l’antropologia cristiana può portare all’ideologia di genere (trascurando la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II e il suo Magistero sulla reciprocità sessuale, ad esempio laLettera alle donne del 1995), ma è evidente che non è possibile alcuna incorporazione della seconda da parte della prima. Anzi, possiamo affermare che proprio la mancata trasmissione dell’antropologia cristiana ha permesso la diffusione di questa ideologia che – lo ricordiamo – è in contrasto con ogni evidenza biologica, zoologica, storica, culturale (eccetera) e non ha dalla sua parte nemmeno uno straccio di prova (indizio?) scientifico.

La mancanza dell’antropologia cristiana unita certamente ad una buona dose di conformismo. Lo stesso conformismo che ha portato la quasi totalità degli intellettuali occidentali a schierarsi con un’altra ideologia assurda e disumana, il comunismo, per buona parte della seconda metà del secolo scorso. Anche in quel caso non sono mancati cattolici che auspicavano una «riappropriazione» del comunismo nel cristianesimo. Sappiamo com’è andata a finire.

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Chiesa e gender, prove di compromesso

  

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Sembrava, allora, un azzardo da parte dell’editorialista di Repubblica; ma da qualche giorno, dopo aver letto sul quotidiano dei vescovi italiani una apertura in tal senso, le sue parole sembrano ora tutt’altro che avventate.

Mi riferisco all’articolo della professoressa Chiara Giaccardi intitolato «Riappropriamoci del genere» nel quale leggiamo: «Contro l’illusione idolatrica e tecnocratica di trovare il termine che esprime esattamente, senza resto, ogni sfumatura possibile della nostra identità sessuale, come i 56 profili di ‘gender’ proposti da Facebook, dovremmo riaprirci alla parola simbolica, capace di ospitare in sé un’apertura, una gamma inesauribile di possibilità espressive (quali la femminilità e la mascolinità, nella loro dualità), e soprattutto una relazionalità costitutiva: la mia identità di genere nasce dall’incontro delle differenze e si è costruita nella relazione con altri, concreti come me. In un movimento di apertura e scoperta che si chiama libertà: nella gratitudine per quanto ricevuto, nella relazionalità del legame, nella consapevolezza che non siamo mai liberi dai condizionamenti culturali eppure abbiamo la capacità di non esserne completamente succubi, se solo evitiamo di aderire ottusamente al dato di fatto» (clicca qui).

Si tratta, in sostanza, dell’invito ai cattolici a «riappropriarsi del genere» per non lasciarlo in mano ai costruttivisti radicali e valorizzare tutto il positivo che esso può portare («[…] denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza. […] gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale»).

Un’apertura sorprendente, considerato che il Magistero si è già espresso, e in modo chiaro e netto, sul tema (clicca qui); come del resto ha fatto anche papa Francesco (clicca qui e qui).

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L’articolo si conclude con queste parole: «Credo che un’antropologia cristiana abbia, oggi, da portare un contributo positivo preziosissimo alla doverosa riflessione sul ‘gender’ ». Il punto è proprio questo: è l’antropologia cristiana ad impedire una «appropriazione» del gender da parte dei cattolici.

Innanzitutto l’antropologia cristiana è teleologica, cioè propone un fine al quale tendere. In termini religiosi si parla di «vocazione», cioè il piano che Dio ha preparato per ogni uomo, la propria piena realizzazione, la messa a frutto dei propri talenti. Per approfondire questa questa visione metafisica consiglio caldamente i lavori di Robert Spaemann, che recupera questo nodo fondamentale della filosofia aristotelica, la teleologia. Nel linguaggio aristotelico, il termine «natura» (traducibile in termini contemporanei con «progetto») indica il principio insito in ogni cosa che ne guida la realizzazione, il tendere verso il proprio fine. Secondo questa antropologia, il rapporto tra sesso e genere è chiaro: il genere (diventare uomini e donne) è la realizzazione di un progetto che, al momento del concepimento, ci è affidato con il sesso (maschi o femmine).

Qui giungiamo ad un secondo punto importante: secondo questa impostazione, «naturale» non coincide con «biologico», e viceversa. Basti pensare alla trisomia 21, la cosiddetta Sindrome di Down: è certamente un fenomeno biologico, ma nessuno considera naturale, per un bambino, avere certi sintomi. È naturale ciò che è secondo il progetto di una certa cosa, nel nostro caso dell’uomo, sia dal punto di vista biologico che psicologico, sociale, relazionale. Questo perché (ecco un altro concetto antropologico aristotelico/tomista) l’uomo è un «sinolo» – un insieme inscindibile di anima e corpo -, e non la semplice somma di anima e corpo, distinti tra loro come insegna l’antropologia cartesiana sposata dall’ideologia di genere.

Anche la vexata quaestio «natura o cultura» è risolta in modo semplice ed elegante dalla tradizione filosofica cattolica. La cultura (cioè l’influenza ambientale) è l’elemento che può permettere o ostacolare (financo impedire) lo sviluppo del progetto, cioè della natura. Esattamente come lo sono la luce, l’acqua, il concime e il lavoro dell’uomo per la pianta, che può fiorire e fruttare (cioè realizzare pienamente il suo progetto) solo se l’ambiente le fornisce il necessario per farlo.

In questo discorso si inserisce la «relazionalità costitutiva» di cui parla la professoressa Giaccardi: la relazione è costitutiva in senso lato, perché è l’elemento necessario per lo sviluppo del progetto dell’uomo (progetto che è insito in lui, non nella relazionalità).

L’ideologia di genere denuncia «il preteso universalismo delle culture e delle regole sociali» che sono «in realtà un’astrazione»? C’erano arrivati prima Aristotele e san Tommaso, distinguendo tra «sostanza» (l’essenza della cosa, che non cambia) e «accidente» (qualcosa di aggiunto all’essenza, che può cambiare). Gli stivali, tipica calzatura femminile, fino alla metà del secolo scorso erano la tipica calzatura (da lavoro) maschile; il lavoro a maglia, nel nord Europa, fino al secolo scorso, era il tipico passatempo maschile. Eppure nessuno si è mai sognato di sostenere che gli uomini erano diventati donne e viceversa: la distinzione tra sostanza e accidente è ben radicata nella nostra cultura, e l’ipostatizzazione dei ruoli di genere nella nostra società esiste solo nei discorsi della gender theory.

L’ideologia di genere non è nata, come sostiene la professoressa Giaccardi, per «denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza» (a questo, da più di duemila anni, ci pensa il cristianesimo); l’ideologia di genere è nata per giustificare il senso di inadeguatezza rispetto ai ruoli sessuali di alcune intellettuali lesbiche (De Beauviour, Fireston, Wittig, Butler sono solo alcuni esempi, ma l’elenco potrebbe continuare). Essa ha trovato terreno fertile all’interno dello strutturalismo francese, filosofia critica nei confronti della cultura (e della morale, soprattutto) occidentale greco-cristiana, e con essa si è diffusa negli Stati Uniti. Non sfuggirà che il concetto chiave della Butler, quello di «performatività», è ripreso (in modo semplicistico e grezzo, potremmo dire distorto) da Derrida. L’ideologia di genere ha poi trovato il suo massimo veicolo di diffusione negli organismi internazionali (ONU e UE in primis) che l’hanno trovato particolarmente funzionale ai loro obiettivi neo-malthusiani e, quindi, imposto in moltissimi paesi.

Questi sono alcuni dei contributi che l’antropologia cristiana può portare all’ideologia di genere (trascurando la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II e il suo Magistero sulla reciprocità sessuale, ad esempio laLettera alle donne del 1995), ma è evidente che non è possibile alcuna incorporazione della seconda da parte della prima. Anzi, possiamo affermare che proprio la mancata trasmissione dell’antropologia cristiana ha permesso la diffusione di questa ideologia che – lo ricordiamo – è in contrasto con ogni evidenza biologica, zoologica, storica, culturale (eccetera) e non ha dalla sua parte nemmeno uno straccio di prova (indizio?) scientifico.

La mancanza dell’antropologia cristiana unita certamente ad una buona dose di conformismo. Lo stesso conformismo che ha portato la quasi totalità degli intellettuali occidentali a schierarsi con un’altra ideologia assurda e disumana, il comunismo, per buona parte della seconda metà del secolo scorso. Anche in quel caso non sono mancati cattolici che auspicavano una «riappropriazione» del comunismo nel cristianesimo. Sappiamo com’è andata a finire.

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