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Home Rubriche Risponde il teologo Chi vota leggi a favore dell’aborto è soggetto a scomunica?

Chi vota leggi a favore dell’aborto è soggetto a scomunica?

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La domanda di questa settimana prende spunto da un’espressione usata da Papa Francesco in un suo discorso, a proposito dei camorristi. Risponde don Leonardo Salutati, docente di Teologia morale sociale alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale

Una domanda al teologo. Sono venuto a conoscenza che Papa Francesco ha scomunicato  camorristi e gli affiliati. Allora mi chiedo: chi fa leggi a favore dell’aborto non deve essere scomunicato? Se si pensa che nel mondo, secondo statistiche accreditate, sono 60 milioni i bambini non nati a causa dell’aborto. Questo vale per chi si dichiara cattolico e approva una legge così omicida. L’uomo per sua natura è libero e può decidere di sostenere l’aborto ma in questo caso non può far parte della comunità cattolica.

Roberto Lombardo

La domanda del lettore richiede alcune precisazioni. Prima di tutto occorre ricordare che la scomunica è una sanzione penale che riguarda il foro esterno che concerne i rapporti dei fedeli tra di loro e con l’autorità ecclesiastica, mentre il peccato riguarda il foro interno, l’ambito della coscienza, e concerne il rapporto del fedele con Dio, nei confronti del quale si può peccare gravemente ovvero mortalmente. In tale caso si perde la comunione con Dio mettendosi a rischio di dannazione eterna.

Al peccato si può rimediare con il Sacramento della Riconciliazione che riguarda il foro interno. La scomunica invece va considerata non tanto come punizione quanto come un tentativo estremo di riportare un fedele sulla retta via, ed evitare che, accompagnato a comunione sacrilega, il peccato diventi ancora più grave. Essa è decretata in 2 modi: ferendae sententiae quando è inflitta da un formale atto giudiziario o amministrativo dell’Autorità Ecclesiastica, oppure latae sententiae quando segue immediatamente la commissione di un delitto/peccato secondo le disposizioni del Diritto Canonico.

Come tale la scomunica è pubblica ed ha effetti esterni che riguardano la vita giuridico-sociale della Chiesa. Essa concerne atti talmente gravi che la Chiesa, nella sua volontà di educare i suoi figli infligge una sanzione penale pubblica. Pertanto la scomunica è una pena pubblica, la più grave, che soltanto il Papa o una persona da lui delegata, vescovo o sacerdote delegato, può assolvere; ha la funzione di monito per un possibile ravvedimento nell’ottica della misericordia ed è finalizzata alla guarigione interiore e alla riparazione.

Nel caso della mafia o della ‘ndrangheta o di qualsiasi altra associazione criminale, si tratta di persone che hanno commesso atti molto gravi, a volte anche omicidi e cose simili. Sono peccati mortali che di per sé pongono il soggetto al di fuori della comunione con Dio e in pericolo di dannazione che, tuttavia, non rientrano nel disposto dei Canoni del Diritto Canonico riguardanti la scomunica che prevede: apostasia, eresia, scisma, profanazione dell’Eucaristia, violenza fisica contro il Papa, assoluzione del complice nel peccato contro il VI comandamento, consacrazione episcopale senza il mandato pontificio, violazione diretta del segreto della confessione, aborto; o di eventuali altri provvedimenti disposti dall’autorità ecclesiastica in casi specifici.

In questo senso la frase di Papa Francesco durante l’omelia del 21 giugno 2014 a Sibari in Calabria che testualmente affermava: «Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!», non è da intendersi un atto formale di scomunica quanto piuttosto un forte richiamo pastorale alla conversione e alla riconciliazione cristiana. Diverso è il discorso di chi fa leggi a favore dell’aborto, che si mette in una condizione di cooperazione ad un delitto talmente grave da essere annoverato tra quei delitti previsti dal Codice di Diritto Canonico ai quali è automaticamente connessa la pena della scomunica latae sententiae.

Leonardo Salutati

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Una domanda al teologo. Sono venuto a conoscenza che Papa Francesco ha scomunicato  camorristi e gli affiliati. Allora mi chiedo: chi fa leggi a favore dell’aborto non deve essere scomunicato? Se si pensa che nel mondo, secondo statistiche accreditate, sono 60 milioni i bambini non nati a causa dell’aborto. Questo vale per chi si dichiara cattolico e approva una legge così omicida. L’uomo per sua natura è libero e può decidere di sostenere l’aborto ma in questo caso non può far parte della comunità cattolica.

Roberto Lombardo

La domanda del lettore richiede alcune precisazioni. Prima di tutto occorre ricordare che la scomunica è una sanzione penale che riguarda il foro esterno che concerne i rapporti dei fedeli tra di loro e con l’autorità ecclesiastica, mentre il peccato riguarda il foro interno, l’ambito della coscienza, e concerne il rapporto del fedele con Dio, nei confronti del quale si può peccare gravemente ovvero mortalmente. In tale caso si perde la comunione con Dio mettendosi a rischio di dannazione eterna.

Al peccato si può rimediare con il Sacramento della Riconciliazione che riguarda il foro interno. La scomunica invece va considerata non tanto come punizione quanto come un tentativo estremo di riportare un fedele sulla retta via, ed evitare che, accompagnato a comunione sacrilega, il peccato diventi ancora più grave. Essa è decretata in 2 modi: ferendae sententiae quando è inflitta da un formale atto giudiziario o amministrativo dell’Autorità Ecclesiastica, oppure latae sententiae quando segue immediatamente la commissione di un delitto/peccato secondo le disposizioni del Diritto Canonico.

Come tale la scomunica è pubblica ed ha effetti esterni che riguardano la vita giuridico-sociale della Chiesa. Essa concerne atti talmente gravi che la Chiesa, nella sua volontà di educare i suoi figli infligge una sanzione penale pubblica. Pertanto la scomunica è una pena pubblica, la più grave, che soltanto il Papa o una persona da lui delegata, vescovo o sacerdote delegato, può assolvere; ha la funzione di monito per un possibile ravvedimento nell’ottica della misericordia ed è finalizzata alla guarigione interiore e alla riparazione.

Nel caso della mafia o della ‘ndrangheta o di qualsiasi altra associazione criminale, si tratta di persone che hanno commesso atti molto gravi, a volte anche omicidi e cose simili. Sono peccati mortali che di per sé pongono il soggetto al di fuori della comunione con Dio e in pericolo di dannazione che, tuttavia, non rientrano nel disposto dei Canoni del Diritto Canonico riguardanti la scomunica che prevede: apostasia, eresia, scisma, profanazione dell’Eucaristia, violenza fisica contro il Papa, assoluzione del complice nel peccato contro il VI comandamento, consacrazione episcopale senza il mandato pontificio, violazione diretta del segreto della confessione, aborto; o di eventuali altri provvedimenti disposti dall’autorità ecclesiastica in casi specifici.

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In questo senso la frase di Papa Francesco durante l’omelia del 21 giugno 2014 a Sibari in Calabria che testualmente affermava: «Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!», non è da intendersi un atto formale di scomunica quanto piuttosto un forte richiamo pastorale alla conversione e alla riconciliazione cristiana. Diverso è il discorso di chi fa leggi a favore dell’aborto, che si mette in una condizione di cooperazione ad un delitto talmente grave da essere annoverato tra quei delitti previsti dal Codice di Diritto Canonico ai quali è automaticamente connessa la pena della scomunica latae sententiae.

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