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Chi non sa ascoltare trasforma la fede in ideologia

Il Papa a S. Marta

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di Debora Donnini

Non cadere nella stoltezza che consiste nell’incapacità di ascoltare la Parola di Dio e porta alla corruzione. Così il Papa stamani alla Messa a Casa Santa Marta. Gesù piange con nostalgia – ricorda  – quando il popolo amato si allontana per stoltezza, preferendo apparenze, idoli o ideologie. La riflessione di Francesco parte dalla parola “stolti”, che per due volte appare nella Liturgia di oggi. Gesù la dice ai farisei (Lc 11,37-41), mentre San Paolo si riferisce ai pagani (Rm 1,16-25). Ma anche ai Galati, cristiani, l’Apostolo delle Genti aveva detto “sciocchi” perché si sono lasciati ingannare dalle “nuove idee”. Questa parola “più che una condanna, è una segnalazione” – spiega il Papa – perché fa vedere la strada della stoltezza che conduce alla corruzione. E, nota il Papa, “questi tre gruppi di stolti sono dei corrotti”.

Ai dottori della Legge, Gesù aveva detto che somigliavano a sepolcri imbiancati: diventano corrotti perché si preoccupavano di rendere bello soltanto “l’esterno delle cose” ma non di ciò che è dentro dove c’è la corruzione. Erano, quindi, “corrotti dalla vanità, dall’apparire, dalla bellezza esteriore, dalla giustizia esteriore”. I pagani, invece, hanno la corruzione dell’idolatria: sono diventati corrotti perché hanno scambiato la gloria di Dio – che avrebbero potuto conoscere tramite la ragione – per gli idoli. E ci sono anche idolatrie di oggi, come il consumismo – nota il Papa – o cercare un dio comodo. Infine, quei cristiani che si sono lasciati corrompere dalle ideologie, cioè hanno smesso di essere cristiani per “diventare ideologi del cristianesimo”. Tutti e tre questi gruppi a causa di questa stoltezza, “finiscono nella corruzione”. Francesco, quindi, spiega in cosa consista questa stoltezza:

“La stoltezza è un non ascoltare, letteralmente si può dire un “nescio”, “non so”, non ascoltare. L’incapacità di ascoltare la Parola: quando la Parola non entra, non la lascio entrare perché non l’ascolto. Lo stolto non ascolta.Lui crede di ascoltare, ma non ascolta. Fa la sua, sempre. E per questo la Parola di Dio non può entrare nel cuore, e non c’è posto per l’amore. E se entra, entra distillata, trasformata dalla mia concezione della realtà. Gli stolti non sanno ascoltare. E questa sordità li porta a questa corruzione. Non entra la Parola di Dio, non c’è posto per l’amore e in fine non c’è posto per la libertà”.

E diventano schiavi perché scambiano “la verità di Dio con la menzogna” e adorano le creature anziché il Creatore:

“Non sono liberi e non ascoltare, questa sordità, non lascia posto all’amore e neppure alla libertà: ci porta sempre a una schiavitù. Ascolto, io, la Parola di Dio? Ma la lascio entrare? Questa Parola, della quale abbiamo sentito cantando l’Alleluia, la Parola di Dio è viva, è efficace, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Taglia, va dentro. Questa Parola, la lascio entrare o a questa parola sono sordo? E la trasformo in apparenza, la trasformo in idolatria, abitudini idolatriche, o la trasformo in ideologia? E non entra … Questa è la stoltezza dei cristiani”.

Il Papa esorta, in conclusione, a guardare le “icone degli stolti di oggi”: “ci sono cristiani stolti e anche pastori stolti”. “Sant’Agostino – ricorda – li bastona bene, con forza” perché “la stoltezza dei pastori fa male al gregge”. Il riferimento è alla “stoltezza del pastore corrotto”, alla “stoltezza del pastore soddisfatto di se stesso, pagano” e alla “stoltezza del pastore ideologo”. “Guardiamo l’icona dei cristiani stolti” – esorta il Papa – “e accanto a questa stoltezza guardiamo il Signore che sempre è alla porta”, bussa e aspetta. Il suo invito conclusivo è quindi di pensare alla nostalgia del Signore per noi: “del primo amore che ha avuto con noi”:

“E se noi cadiamo in questa stoltezza, ci allontaniamo da lui e lui prova questa nostalgia. Nostalgia di noi. E Gesù con questa nostalgia pianse, ha pianto su Gerusalemme: era proprio la nostalgia di un popolo che aveva scelto, aveva amato ma che si era allontanato per stoltezza, che aveva preferito le apparenze, gli idoli o le ideologie”.

Originale: Radio Vaticana
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Non cadere nella stoltezza che consiste nell’incapacità di ascoltare la Parola di Dio e porta alla corruzione. Così il Papa stamani alla Messa a Casa Santa Marta. Gesù piange con nostalgia – ricorda  – quando il popolo amato si allontana per stoltezza, preferendo apparenze, idoli o ideologie. La riflessione di Francesco parte dalla parola “stolti”, che per due volte appare nella Liturgia di oggi. Gesù la dice ai farisei (Lc 11,37-41), mentre San Paolo si riferisce ai pagani (Rm 1,16-25). Ma anche ai Galati, cristiani, l’Apostolo delle Genti aveva detto “sciocchi” perché si sono lasciati ingannare dalle “nuove idee”. Questa parola “più che una condanna, è una segnalazione” – spiega il Papa – perché fa vedere la strada della stoltezza che conduce alla corruzione. E, nota il Papa, “questi tre gruppi di stolti sono dei corrotti”.

Ai dottori della Legge, Gesù aveva detto che somigliavano a sepolcri imbiancati: diventano corrotti perché si preoccupavano di rendere bello soltanto “l’esterno delle cose” ma non di ciò che è dentro dove c’è la corruzione. Erano, quindi, “corrotti dalla vanità, dall’apparire, dalla bellezza esteriore, dalla giustizia esteriore”. I pagani, invece, hanno la corruzione dell’idolatria: sono diventati corrotti perché hanno scambiato la gloria di Dio – che avrebbero potuto conoscere tramite la ragione – per gli idoli. E ci sono anche idolatrie di oggi, come il consumismo – nota il Papa – o cercare un dio comodo. Infine, quei cristiani che si sono lasciati corrompere dalle ideologie, cioè hanno smesso di essere cristiani per “diventare ideologi del cristianesimo”. Tutti e tre questi gruppi a causa di questa stoltezza, “finiscono nella corruzione”. Francesco, quindi, spiega in cosa consista questa stoltezza:

“La stoltezza è un non ascoltare, letteralmente si può dire un “nescio”, “non so”, non ascoltare. L’incapacità di ascoltare la Parola: quando la Parola non entra, non la lascio entrare perché non l’ascolto. Lo stolto non ascolta.Lui crede di ascoltare, ma non ascolta. Fa la sua, sempre. E per questo la Parola di Dio non può entrare nel cuore, e non c’è posto per l’amore. E se entra, entra distillata, trasformata dalla mia concezione della realtà. Gli stolti non sanno ascoltare. E questa sordità li porta a questa corruzione. Non entra la Parola di Dio, non c’è posto per l’amore e in fine non c’è posto per la libertà”.

E diventano schiavi perché scambiano “la verità di Dio con la menzogna” e adorano le creature anziché il Creatore:

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“Non sono liberi e non ascoltare, questa sordità, non lascia posto all’amore e neppure alla libertà: ci porta sempre a una schiavitù. Ascolto, io, la Parola di Dio? Ma la lascio entrare? Questa Parola, della quale abbiamo sentito cantando l’Alleluia, la Parola di Dio è viva, è efficace, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Taglia, va dentro. Questa Parola, la lascio entrare o a questa parola sono sordo? E la trasformo in apparenza, la trasformo in idolatria, abitudini idolatriche, o la trasformo in ideologia? E non entra … Questa è la stoltezza dei cristiani”.

Il Papa esorta, in conclusione, a guardare le “icone degli stolti di oggi”: “ci sono cristiani stolti e anche pastori stolti”. “Sant’Agostino – ricorda – li bastona bene, con forza” perché “la stoltezza dei pastori fa male al gregge”. Il riferimento è alla “stoltezza del pastore corrotto”, alla “stoltezza del pastore soddisfatto di se stesso, pagano” e alla “stoltezza del pastore ideologo”. “Guardiamo l’icona dei cristiani stolti” – esorta il Papa – “e accanto a questa stoltezza guardiamo il Signore che sempre è alla porta”, bussa e aspetta. Il suo invito conclusivo è quindi di pensare alla nostalgia del Signore per noi: “del primo amore che ha avuto con noi”:

“E se noi cadiamo in questa stoltezza, ci allontaniamo da lui e lui prova questa nostalgia. Nostalgia di noi. E Gesù con questa nostalgia pianse, ha pianto su Gerusalemme: era proprio la nostalgia di un popolo che aveva scelto, aveva amato ma che si era allontanato per stoltezza, che aveva preferito le apparenze, gli idoli o le ideologie”.

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