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Chi deve vivere la povertà a cui ci richiama il Vangelo?

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Una lettera a proposito di povertà, come scelta di vita o come voto del cristiano, tema di cui questa rubrica si è già occupata. Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Ho letto con interesse sia la domanda che la risposta sul voto di povertà nel numero 30 del nostro settimanale. So bene che non c’è sempre spazio o tempo per parlare di tutto, ma la domanda (e la risposta) mi hanno fatto riflettere su chi deve vivere la povertà. Se per povertà si dovesse intendere semplicemente il non possedere beni materiali, sicuramente chi la deve vivere è il religioso. Ma non penso che un cristiano possa essere alla sequela di Cristo se almeno non si sforza di vivere questa virtù. Perché per il fedele comune (non uso il termine laico, dato che anche i religiosi non ordinati mi risulta lo siano) la povertà la potremo chiamare distacco e sobrietà, virtù queste che consentono il possesso giuridico ma che fanno vivere e rispettare i beni materiali come strumenti e non come fini. La Chiesa ha sempre difeso la proprietà privata come mezzo di progresso e strumento di libertà, ma ha sempre condannato il suo uso a fini egoistici e contro il bene comune.  Essere ben vestito se si ricopre un incarico di un qualche rilievo, per esempio, non vuol dire essere vanitoso e sprecare soldi, ma vivere in maniera prima di tutto rispettosa degli interlocutori e del proprio ufficio: Gesù stesso aveva una tunica pregiata, che fu tirata a sorte, e portava vestiti con le frange, segno di distinzione.

Marco Roggi

La risposta più eloquente la proporrei nella persona del Papa Francesco. Non mi pare che sia vestito male o viva sotto i ponti, ma è visibilissimo che è «povero» e vive da povero. La povertà è uno stato che si vive in molteplici modi, perché dipende non dalla mancanza materiale di possessi, ma dal distacco e dalla libertà da ogni possesso. Un cuore povero sa vivere e adeguare la sua povertà allo stato di vita in cui si trova. Luca riporta che Gesù nel discorso delle beatitudini disse: «beati i poveri» (Lc 6,20-26), mentre Matteo vi aggiunge: «beati i poveri in spirito» (Mt, 5). Di fatto dicono la stessa cosa perché la vita povera sgorga da un cuore povero.

Tuttavia se guardiamo al povero come «nostro prossimo», che secondo il comando di Gesù è da amare come se stessi, allora il vero povero è colui che non possiede niente, colui che è indigente e Gesù si identifica con queste persone prima di tutti gli altri. I poveri sono coloro che vivono nell’indigenza e non hanno possessi materiali da potersi difendere da agenti naturali e da persone, fossero anche interiormente strafottenti o orgogliosi o peccatori o qualsiasi altra cosa, il povero è colui che non possiede niente. Tutti i cristiani devono vivere così? Penso che Gesù non intendesse questo.

Guardando al «povero in spirito» si entra in tutte le distinzioni che suggerisce il lettore. È evidente che il babbo di famiglia non può vivere la povertà come un francescano, e un imprenditore non può vivere povero come un eremita, e neppure un capo di stato può vestirsi come un mendicante. La povertà per ogni cristiano consiste nel vero distacco dal denaro e dalle proprietà che maneggia, e dall’attenzione e l’impegno verso gli altri per farne partecipi lealmente e onestamente. Chi attua quella che la teologia della liberazione chiamava: «opzione per i poveri» è la garanzia che il cristiano in qualunque condizione di vita si trovi è un povero, come è accaduto per santi re e regine che pur vivendo nel benessere tuttavia avevano grande attenzione per i bisognosi promulgando leggi e opere in loro favore.

Dunque quando si parla di persona povera è necessario fare le dovute distinzioni. Circa invece gli stati di vita clericali, sacerdotali e religiosi le cose sono un po’ differenti perché tutti questi che ritengono la loro vita a servizio del Regno dei cieli, come dice Gesù, fanno una scelta particolare e radicale: sono coloro che hanno abbandonato persone, case, possedimenti per il vangelo e vivono della retribuzione divina. Teoricamente entrano in uno stato di povertà, castità e obbedienza simile a quello di Gesù dove non è questione di vestito più bello o più brutto, ma del «ruolo» di povero che il soggetto deve avere ed esprimere per rendere più appetibile il Vangelo, che va testimoniato prima ancora che predicato. Il vescovo, il prete, il religioso, la monaca, la suora, l’eremita ecc. prima di tutto hanno rinunciato alle proprietà più comuni materiali, affettive, personali per mettere se stessi a disposizione dell’azione divina, quella che Gesù chiamava la volontà del Padre. Per intendersi un vescovo non può vivere come il cappuccino, ma lo spirito deve essere il medesimo, lo spirito di povertà deve essere uguale nel Papa e nel prete che vive nella baraccopoli anche se si esprime in forma diversa. Per questo non fa scandalo la veste elegante di Gesù, ma l’arroganza di un prete che colla tonaca rattoppata spremesse le tasche dei suoi parrocchiani per tirchieria.

Inoltre è da comprendere che la povertà non è una mancanza o uno stato di privazione, ma è una ricchezza. Un cuore povero è un bene preziosissimo e lo si può capire andando in mezzo ai poveri e scoprendo un senso di umanità e di spiritualità che non si trova nei quartieri bene e neppure nelle chiese. Un genitore che educasse alla povertà il proprio figlio farebbe un’opera oserei dire divina, è come educare ad amare e a vivere. Nella vita non si vince niente, abbiamo solo da perdere se non si vive nell’amore, e la povertà è un carattere essenziale dell’amore, perché colui che ama non è proprietario dell’altro ma solo responsabile del suo bene.

Certamente come dice il lettore non si può fare di ogni erba un fascio e se usiamo parole differenti significa che intendiamo cose differenti, tuttavia a chi vive nella povertà difficilmente mancheranno anche le altre virtù perché la povertà è per così dire il terreno basilare sul quale si costruisce la statura di un cristiano che vuol essere tale. Infatti il battesimo ci fa prima di tutto figli di Dio, ossia poveri di tutto perché Dio è ricco solo della sua stessa vita che ci trasmette nel Cristo, perciò coloro che fondano se stessi nella vita di Dio sono essenzialmente poveri, ed è questa la ragione per cui hanno occhi puri e vedono Gesù in tutti i poveri che sono tali a causa della indigenza di qualsiasi tipo, come ben ha esemplificato Madre Teresa di Calcutta.

Athos Turchi

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Chi deve vivere la povertà a cui ci richiama il Vangelo?

  

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Una lettera a proposito di povertà, come scelta di vita o come voto del cristiano, tema di cui questa rubrica si è già occupata. Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Ho letto con interesse sia la domanda che la risposta sul voto di povertà nel numero 30 del nostro settimanale. So bene che non c’è sempre spazio o tempo per parlare di tutto, ma la domanda (e la risposta) mi hanno fatto riflettere su chi deve vivere la povertà. Se per povertà si dovesse intendere semplicemente il non possedere beni materiali, sicuramente chi la deve vivere è il religioso. Ma non penso che un cristiano possa essere alla sequela di Cristo se almeno non si sforza di vivere questa virtù. Perché per il fedele comune (non uso il termine laico, dato che anche i religiosi non ordinati mi risulta lo siano) la povertà la potremo chiamare distacco e sobrietà, virtù queste che consentono il possesso giuridico ma che fanno vivere e rispettare i beni materiali come strumenti e non come fini. La Chiesa ha sempre difeso la proprietà privata come mezzo di progresso e strumento di libertà, ma ha sempre condannato il suo uso a fini egoistici e contro il bene comune.  Essere ben vestito se si ricopre un incarico di un qualche rilievo, per esempio, non vuol dire essere vanitoso e sprecare soldi, ma vivere in maniera prima di tutto rispettosa degli interlocutori e del proprio ufficio: Gesù stesso aveva una tunica pregiata, che fu tirata a sorte, e portava vestiti con le frange, segno di distinzione.

Marco Roggi

La risposta più eloquente la proporrei nella persona del Papa Francesco. Non mi pare che sia vestito male o viva sotto i ponti, ma è visibilissimo che è «povero» e vive da povero. La povertà è uno stato che si vive in molteplici modi, perché dipende non dalla mancanza materiale di possessi, ma dal distacco e dalla libertà da ogni possesso. Un cuore povero sa vivere e adeguare la sua povertà allo stato di vita in cui si trova. Luca riporta che Gesù nel discorso delle beatitudini disse: «beati i poveri» (Lc 6,20-26), mentre Matteo vi aggiunge: «beati i poveri in spirito» (Mt, 5). Di fatto dicono la stessa cosa perché la vita povera sgorga da un cuore povero.

Tuttavia se guardiamo al povero come «nostro prossimo», che secondo il comando di Gesù è da amare come se stessi, allora il vero povero è colui che non possiede niente, colui che è indigente e Gesù si identifica con queste persone prima di tutti gli altri. I poveri sono coloro che vivono nell’indigenza e non hanno possessi materiali da potersi difendere da agenti naturali e da persone, fossero anche interiormente strafottenti o orgogliosi o peccatori o qualsiasi altra cosa, il povero è colui che non possiede niente. Tutti i cristiani devono vivere così? Penso che Gesù non intendesse questo.

Guardando al «povero in spirito» si entra in tutte le distinzioni che suggerisce il lettore. È evidente che il babbo di famiglia non può vivere la povertà come un francescano, e un imprenditore non può vivere povero come un eremita, e neppure un capo di stato può vestirsi come un mendicante. La povertà per ogni cristiano consiste nel vero distacco dal denaro e dalle proprietà che maneggia, e dall’attenzione e l’impegno verso gli altri per farne partecipi lealmente e onestamente. Chi attua quella che la teologia della liberazione chiamava: «opzione per i poveri» è la garanzia che il cristiano in qualunque condizione di vita si trovi è un povero, come è accaduto per santi re e regine che pur vivendo nel benessere tuttavia avevano grande attenzione per i bisognosi promulgando leggi e opere in loro favore.

Dunque quando si parla di persona povera è necessario fare le dovute distinzioni. Circa invece gli stati di vita clericali, sacerdotali e religiosi le cose sono un po’ differenti perché tutti questi che ritengono la loro vita a servizio del Regno dei cieli, come dice Gesù, fanno una scelta particolare e radicale: sono coloro che hanno abbandonato persone, case, possedimenti per il vangelo e vivono della retribuzione divina. Teoricamente entrano in uno stato di povertà, castità e obbedienza simile a quello di Gesù dove non è questione di vestito più bello o più brutto, ma del «ruolo» di povero che il soggetto deve avere ed esprimere per rendere più appetibile il Vangelo, che va testimoniato prima ancora che predicato. Il vescovo, il prete, il religioso, la monaca, la suora, l’eremita ecc. prima di tutto hanno rinunciato alle proprietà più comuni materiali, affettive, personali per mettere se stessi a disposizione dell’azione divina, quella che Gesù chiamava la volontà del Padre. Per intendersi un vescovo non può vivere come il cappuccino, ma lo spirito deve essere il medesimo, lo spirito di povertà deve essere uguale nel Papa e nel prete che vive nella baraccopoli anche se si esprime in forma diversa. Per questo non fa scandalo la veste elegante di Gesù, ma l’arroganza di un prete che colla tonaca rattoppata spremesse le tasche dei suoi parrocchiani per tirchieria.

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Inoltre è da comprendere che la povertà non è una mancanza o uno stato di privazione, ma è una ricchezza. Un cuore povero è un bene preziosissimo e lo si può capire andando in mezzo ai poveri e scoprendo un senso di umanità e di spiritualità che non si trova nei quartieri bene e neppure nelle chiese. Un genitore che educasse alla povertà il proprio figlio farebbe un’opera oserei dire divina, è come educare ad amare e a vivere. Nella vita non si vince niente, abbiamo solo da perdere se non si vive nell’amore, e la povertà è un carattere essenziale dell’amore, perché colui che ama non è proprietario dell’altro ma solo responsabile del suo bene.

Certamente come dice il lettore non si può fare di ogni erba un fascio e se usiamo parole differenti significa che intendiamo cose differenti, tuttavia a chi vive nella povertà difficilmente mancheranno anche le altre virtù perché la povertà è per così dire il terreno basilare sul quale si costruisce la statura di un cristiano che vuol essere tale. Infatti il battesimo ci fa prima di tutto figli di Dio, ossia poveri di tutto perché Dio è ricco solo della sua stessa vita che ci trasmette nel Cristo, perciò coloro che fondano se stessi nella vita di Dio sono essenzialmente poveri, ed è questa la ragione per cui hanno occhi puri e vedono Gesù in tutti i poveri che sono tali a causa della indigenza di qualsiasi tipo, come ben ha esemplificato Madre Teresa di Calcutta.

Athos Turchi

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