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Charles Dickens – A Christmas Carol.

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A Christmas Carol, Charles Dickens, Saddleback Educational Publishing Inc.,2011

 

“Dei se e dei ma sono piene le fosse.”

Proverbio

 

 

imagesForse è già capitato a qualcuno che proprio nei periodi forti dell’anno, come il Natale o la Pasqua, o per volontà o per fortuita casualità si riscopre un “classico” della letteratura. Non necessariamente deve essere autoctono, può essere anche di un’altra cultura, tanto proprio per iniziare sarebbe il caso di ricordare che: «Il vento soffia dove vuole, e tu odi il rumore, ma non sai né da dove viene, né dove va; così è di chiunque è nato dallo spirito. Gv 3,5-8.» e quindi è utile e spesso anche più incisivo leggere come “altrove” si arrivi alle stesse conclusioni nostre.

Questo libretto – immortale – di Dickens è una vera perla ed è il più importante di una serie – altri quattro  – di libri di natale dello stesso autore. Di questo piccolo racconto così riferì un grande autore statunitense, rivolgendosi ad un amico: «Mi chiedo se per caso hai letto I Libri di Natale di Dickens.[…] Io ne ho letti due, e ho pianto come un bambino, ho fatto uno sforzo impossibile per smettere. Quanto è vero dio, sono tanto belli, e mi sento così bene dopo averli letti. Voglio uscire a fare del bene a qualcuno […] Oh, come è bello che un uomo abbia potuto scrivere libri come questi riempiendo di compassione il cuore della gente!»

Sicuramente il commento di Robert Louis Stevenson oggi non fa più tanto impressione, grazie anche al fatto che nel frattempo questo racconto è stato oggetto di molte rivisitazioni sia teatrali che cinematografiche. Quella che negli ultimi 50 anni ha avuto il maggiore impatto sul grande pubblico è stata sicuramente quella della Walt Disney. Ma ciò nulla toglie. Ci sono libri che conservano una capacità introspettiva immutabile del tutto particolare. Uno di questi è appunto  A Christmas Carol.

Quando Dickens lo scrisse era il periodo della rivoluzione industriale, dello sfruttamento della mano d’opera femminile ma soprattutto del lavoro minorile, erano gli “hungry forties” (gli anni ’40 della fame del 1800) e furono un periodo molto difficile per le classi meno abbienti . Il malcontento popolare verso il governo crebbe anche grazie alla penna acuta di menti come quella di Dickens o quella dei coniugi Barrett-Browning. In Inghilterra i vittoriani temevano i moti rivoluzionari che si stavano accendendo nel resto dell’Europa tuttavia però la fame dei ceti oppressi non poteva restare a lungo ignorata e si dovettero prendere dei primi provvedimenti concreti.

Oggi oggettivamente le condizioni sociali ed economiche dei paesi europei non sono più quelle di allora, eppure  questo racconto riesce a raggiungere le più intime corde psicologiche  del lettore. A cosa è dovuto tutto ciò? Al fatto che Dickens mescola sapientemente  spunti gotici con temi universali ? Oppure perché lui molto più semplicemente ci aiuta a ricordare, o meglio a prendere definitivamente coscienza;  anche se ci ribelliamo a questo processo; che all’interno delle 4 assi di legno ci sarà spazio solo per le nostre inanimate membra ? Non è solo questo. L’autore ci facilita grazie ai fantasmi – figure di collegamento tra le due realtà – dei tre natali a vedere quale è la vera priorità del genere umano.

È del tutto superfluo che gli esseri umani si scavalchino e si nuocono a vicenda. Dopo l’errore commesso dalla prima coppia umana gli elementi soverchianti – che affliggono l’esistenza di ogni vivente di ogni tempo – ci sono già tutti; la mortalità al posto dell’immortalità, l’ignoranza al posto dell’onniscienza, la malattia al posto dell’eterno benessere, il lavoro al posto della vita gratuita con tutto a portata di  mano  e  per finire la procreazione dolorosa e responsabile.  Nonostante questo quadro non poco funesto come risposta alla disobbedienza  dei nostri progenitori, il genere umano continua a mancare il bersaglio. Ad esempio che ragione ha d’esistere l’avarizia ? Nessuna. Anche la più ricca delle tombe resterà pur sempre una tomba. Anche il più ricco dei ricchi dovrà morire e anche il più ricco dei ricchi se non sarà volontà di Dio non potrà salvare una persona cara dalla morte. Dunque ?

Inoltre che ragione ha d’esistere la sopraffazione ? Per quanto male e/o potere si possa spargere/detenere nel intimo del cuore ci sarà sempre un campanellino che ci dirà: “Eh! Ma ti sei bevuto il cervello o cosa? Anche se hai fatto tutto questo casino ma sempre un misero e pidocchioso mortale resti ! Che ti credevi? Che perché hai fatto scorrere lacrime e sangue sei diventato immortale? Dovrai comunque crepare, e allora sì che incontrerai veramente Dio, e ti accorgerai che non eri Tu !” Dunque?

Purtroppo è così. L’immortalità su questa terra, il giardino dell’Eden  se lo sono già giocati millenni fa. Allora a noi cosa resta? A noi resta la sfida della risalita.

Ma non la risalita sociale; bensì la risalita al merito del trattamento originario. Da quel infausto dì in cui Eva ed Adamo ascoltarono la voce del tentatore sono passati diversi millenni e molti avvenimenti hanno segnato il rapporto tra Dio e l’umanità. Abbiamo tutti gli elementi e tutto l’amore di Dio per farcela.

Per riavere quello che era l’originale progetto di Dio per noi, ci viene chiesto l’Amore. Incondizionato. Ma di Amore si tratta.

Dickens ovviamente – la sua opera non è ne un testo di catechismo – non è in questi termini che pone l’argomento del ravvedimento. Ma pur sempre di pentimento si tratta. I tre fantasmi che visitano Sgrooge hanno esattamente lo scopo di mostrare al protagonista principale, di questo in equiparabile racconto, che i valori che lui aveva ricevuto durante l’infanzia, che per un certo lasso di tempo lo avevano reso “umano”, sono gli unici veri ed autentici. Il viaggio attraverso il passato ha lo scopo non solo di ravvivare la sua  memoria sopita dalle inevitabili frustrazioni ,che la vita riserva a tutti,  ma vuole rassicurare Ebenezer che lui non è malvagio come crede. L’esistenza lo ha deformato ma non è stata in grado – ne potrà mai farlo – di mutare la sua essenza, lui non è un elemento umano privo di speranze e ne è tanto spregevole.

Il presente “si presenta” per quello che realmente é e mostra a Sgrooge – attraverso gli occhi di coloro che suo malgrado lo amano – quale egli si mostra. Vedendosi lui stesso come gli altri lo vedono finalmente arriva il primo passo del disconoscimento. Lui non si illude che le critiche e i giudizi che gli vengono mossi non siano veri, anzi lo sa perfettamente – lui si sta comportando così – ma si chiede se lui vuole essere veramente così; visto che il prezzo è la solitudine e il biasimo di tutti.  Dickens non si contenta. Continua. Infatti qualora, come spesso accade nell’animo umano, qualche piccola traccia d’orgoglio dovesse sferzare un ultimo colpo di coda e persuadere il nostro protagonista che le cose comunque vanno bene così, ecco che gli viene mostrato anche il futuro. Nel futuro Sgrooge non solo vede che lui veramente non avrà con sé nulla di tutto quel guadagno materiale per i quale ha lavorato ma addirittura vede che – non solo – c’è ingratitudine e beffa da parte di coloro che si avvantaggiano dei suoi lasciti ma addirittura che in molti di loro si è anche già impiatato il seme della grettezza e dell’arroganza. Lo stesso nipote dopo aver ereditato non ha più lo stesso tono di voce “dell’animo” per questo zio, sì certo avaro ma che comunque lo ha reso ricco permettendogli di scongiurare tanti pericoli sociali ed esistenziali legati alla vita dei ceti più poveri, come ad esempio il non poter acquistare medicine per curare le malattie.

Ecco quindi che il nostro protagonista comprende che non solo sta conducendo una vita – vuota, buia, priva di affetto – quindi del tutto disumana, ma capisce che suo malgrado sta rovinando anche gli altri. Il denaro che lui tanto trattiene, proprio per questo sta perdendo tutto il suo valore. Quando passerà nelle mani altrui

avrà tutto un altro significato, sarà come una sorta di veleno anziché essere un balsamo come se lui lo donasse in parte fin da subito. Ancora una volta devo precisare che Dickens non pone la cosa nei termini seguenti, ma vale comunque la pena di ricordare che Caino rispose a Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?» Gn 4,9 La risposta è inequivocabilmente sì, siamo tutti interconnessi tra noi. Ogni nostro gesto comporta un ventaglio di conseguenze.

Ecco dunque che Ebenezer Sgrooge quando si sveglia la mattina seguente – effettivamente il giorno di Natale – lui ha preso la sua decisione. Manda un ragazzo a comperare il più grande tacchino che ha il negoziante e lo fa portare a casa di suo nipote. Poi sbarbato e ripulito esce di casa e saluta tutti cordialmente. Incontro l’uomo che gli aveva chiesto un contributo per i poveri e gli elargisce una discreta somma  e si scusa per il suo comportamento del giorno precedente. Trova persino la forza di presentarsi a casa del nipote

Dove passa il più bel Natale della sua vita. La mattina dopo in ufficio aspetta l’arrivo del suo impiegato Bob Cratchit , ignaro del suo cambiamento e gli da un aumento di stipendio e un aiuto per il figlio Tim.

Sgrooge è riuscito a fare pace con la sua anima, e in definitiva con il suo più intimo se.

Ora tutti noi ci chiederemo: «Se sapessimo cosa ci aspetta, saremmo più bravi a vivere ? Eviteremmo di ficcarci nei guai, di commettere errori, di dire cose di cui ci pentiremo? – e ancora – Faremmo la cosa giusta, prenderemmo la decisione migliore, ma soprattutto riusciremmo ad evitare quel fastidioso disagio che proviamo tutte le volte che la nostra debolezza ci ricorda di essere lì a ferirci e porre così irrimediabilmente le basi per il successivo inciampo?»  La risposta è : «Assolutamente sì.»

Tutti noi desideriamo stare bene. Desideriamo avere una felicità che non abbiamo sempre ben chiara, ma che

in definitiva è fatta di valori veri in cui il benessere centra poco.

A Chrismas Carol  è un gioiello che vale la pena riscoprire, non solo per la sua lezione “metafisica” se così vogliamo chiamarla, ma anche perché se letto in lingua originale è un incredibile caleidoscopio di vibrazioni e espressioni che si intrecciano tra loro,  moltiplicando così non solo i significati ma anche le figurazioni che le parole stesse vogliono esprimere.

Dickens è maestro anche nell’uso della sua lingua, permettendoci non solo di inseguire le sue corse descrittive assai particolareggiate e dense ma anche di restare deliziosamente incantanti dalla ricchezza sonora dei vocaboli da lui scelti ben oltre quel leggero frizzicore che l’impronta gotico dona di suo.

Egidia Simonetti

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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“Dei se e dei ma sono piene le fosse.”

Proverbio

 

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imagesForse è già capitato a qualcuno che proprio nei periodi forti dell’anno, come il Natale o la Pasqua, o per volontà o per fortuita casualità si riscopre un “classico” della letteratura. Non necessariamente deve essere autoctono, può essere anche di un’altra cultura, tanto proprio per iniziare sarebbe il caso di ricordare che: «Il vento soffia dove vuole, e tu odi il rumore, ma non sai né da dove viene, né dove va; così è di chiunque è nato dallo spirito. Gv 3,5-8.» e quindi è utile e spesso anche più incisivo leggere come “altrove” si arrivi alle stesse conclusioni nostre.

Questo libretto – immortale – di Dickens è una vera perla ed è il più importante di una serie – altri quattro  – di libri di natale dello stesso autore. Di questo piccolo racconto così riferì un grande autore statunitense, rivolgendosi ad un amico: «Mi chiedo se per caso hai letto I Libri di Natale di Dickens.[…] Io ne ho letti due, e ho pianto come un bambino, ho fatto uno sforzo impossibile per smettere. Quanto è vero dio, sono tanto belli, e mi sento così bene dopo averli letti. Voglio uscire a fare del bene a qualcuno […] Oh, come è bello che un uomo abbia potuto scrivere libri come questi riempiendo di compassione il cuore della gente!»

Sicuramente il commento di Robert Louis Stevenson oggi non fa più tanto impressione, grazie anche al fatto che nel frattempo questo racconto è stato oggetto di molte rivisitazioni sia teatrali che cinematografiche. Quella che negli ultimi 50 anni ha avuto il maggiore impatto sul grande pubblico è stata sicuramente quella della Walt Disney. Ma ciò nulla toglie. Ci sono libri che conservano una capacità introspettiva immutabile del tutto particolare. Uno di questi è appunto  A Christmas Carol.

Quando Dickens lo scrisse era il periodo della rivoluzione industriale, dello sfruttamento della mano d’opera femminile ma soprattutto del lavoro minorile, erano gli “hungry forties” (gli anni ’40 della fame del 1800) e furono un periodo molto difficile per le classi meno abbienti . Il malcontento popolare verso il governo crebbe anche grazie alla penna acuta di menti come quella di Dickens o quella dei coniugi Barrett-Browning. In Inghilterra i vittoriani temevano i moti rivoluzionari che si stavano accendendo nel resto dell’Europa tuttavia però la fame dei ceti oppressi non poteva restare a lungo ignorata e si dovettero prendere dei primi provvedimenti concreti.

Oggi oggettivamente le condizioni sociali ed economiche dei paesi europei non sono più quelle di allora, eppure  questo racconto riesce a raggiungere le più intime corde psicologiche  del lettore. A cosa è dovuto tutto ciò? Al fatto che Dickens mescola sapientemente  spunti gotici con temi universali ? Oppure perché lui molto più semplicemente ci aiuta a ricordare, o meglio a prendere definitivamente coscienza;  anche se ci ribelliamo a questo processo; che all’interno delle 4 assi di legno ci sarà spazio solo per le nostre inanimate membra ? Non è solo questo. L’autore ci facilita grazie ai fantasmi – figure di collegamento tra le due realtà – dei tre natali a vedere quale è la vera priorità del genere umano.

È del tutto superfluo che gli esseri umani si scavalchino e si nuocono a vicenda. Dopo l’errore commesso dalla prima coppia umana gli elementi soverchianti – che affliggono l’esistenza di ogni vivente di ogni tempo – ci sono già tutti; la mortalità al posto dell’immortalità, l’ignoranza al posto dell’onniscienza, la malattia al posto dell’eterno benessere, il lavoro al posto della vita gratuita con tutto a portata di  mano  e  per finire la procreazione dolorosa e responsabile.  Nonostante questo quadro non poco funesto come risposta alla disobbedienza  dei nostri progenitori, il genere umano continua a mancare il bersaglio. Ad esempio che ragione ha d’esistere l’avarizia ? Nessuna. Anche la più ricca delle tombe resterà pur sempre una tomba. Anche il più ricco dei ricchi dovrà morire e anche il più ricco dei ricchi se non sarà volontà di Dio non potrà salvare una persona cara dalla morte. Dunque ?

Inoltre che ragione ha d’esistere la sopraffazione ? Per quanto male e/o potere si possa spargere/detenere nel intimo del cuore ci sarà sempre un campanellino che ci dirà: “Eh! Ma ti sei bevuto il cervello o cosa? Anche se hai fatto tutto questo casino ma sempre un misero e pidocchioso mortale resti ! Che ti credevi? Che perché hai fatto scorrere lacrime e sangue sei diventato immortale? Dovrai comunque crepare, e allora sì che incontrerai veramente Dio, e ti accorgerai che non eri Tu !” Dunque?

Purtroppo è così. L’immortalità su questa terra, il giardino dell’Eden  se lo sono già giocati millenni fa. Allora a noi cosa resta? A noi resta la sfida della risalita.

Ma non la risalita sociale; bensì la risalita al merito del trattamento originario. Da quel infausto dì in cui Eva ed Adamo ascoltarono la voce del tentatore sono passati diversi millenni e molti avvenimenti hanno segnato il rapporto tra Dio e l’umanità. Abbiamo tutti gli elementi e tutto l’amore di Dio per farcela.

Per riavere quello che era l’originale progetto di Dio per noi, ci viene chiesto l’Amore. Incondizionato. Ma di Amore si tratta.

Dickens ovviamente – la sua opera non è ne un testo di catechismo – non è in questi termini che pone l’argomento del ravvedimento. Ma pur sempre di pentimento si tratta. I tre fantasmi che visitano Sgrooge hanno esattamente lo scopo di mostrare al protagonista principale, di questo in equiparabile racconto, che i valori che lui aveva ricevuto durante l’infanzia, che per un certo lasso di tempo lo avevano reso “umano”, sono gli unici veri ed autentici. Il viaggio attraverso il passato ha lo scopo non solo di ravvivare la sua  memoria sopita dalle inevitabili frustrazioni ,che la vita riserva a tutti,  ma vuole rassicurare Ebenezer che lui non è malvagio come crede. L’esistenza lo ha deformato ma non è stata in grado – ne potrà mai farlo – di mutare la sua essenza, lui non è un elemento umano privo di speranze e ne è tanto spregevole.

Il presente “si presenta” per quello che realmente é e mostra a Sgrooge – attraverso gli occhi di coloro che suo malgrado lo amano – quale egli si mostra. Vedendosi lui stesso come gli altri lo vedono finalmente arriva il primo passo del disconoscimento. Lui non si illude che le critiche e i giudizi che gli vengono mossi non siano veri, anzi lo sa perfettamente – lui si sta comportando così – ma si chiede se lui vuole essere veramente così; visto che il prezzo è la solitudine e il biasimo di tutti.  Dickens non si contenta. Continua. Infatti qualora, come spesso accade nell’animo umano, qualche piccola traccia d’orgoglio dovesse sferzare un ultimo colpo di coda e persuadere il nostro protagonista che le cose comunque vanno bene così, ecco che gli viene mostrato anche il futuro. Nel futuro Sgrooge non solo vede che lui veramente non avrà con sé nulla di tutto quel guadagno materiale per i quale ha lavorato ma addirittura vede che – non solo – c’è ingratitudine e beffa da parte di coloro che si avvantaggiano dei suoi lasciti ma addirittura che in molti di loro si è anche già impiatato il seme della grettezza e dell’arroganza. Lo stesso nipote dopo aver ereditato non ha più lo stesso tono di voce “dell’animo” per questo zio, sì certo avaro ma che comunque lo ha reso ricco permettendogli di scongiurare tanti pericoli sociali ed esistenziali legati alla vita dei ceti più poveri, come ad esempio il non poter acquistare medicine per curare le malattie.

Ecco quindi che il nostro protagonista comprende che non solo sta conducendo una vita – vuota, buia, priva di affetto – quindi del tutto disumana, ma capisce che suo malgrado sta rovinando anche gli altri. Il denaro che lui tanto trattiene, proprio per questo sta perdendo tutto il suo valore. Quando passerà nelle mani altrui

avrà tutto un altro significato, sarà come una sorta di veleno anziché essere un balsamo come se lui lo donasse in parte fin da subito. Ancora una volta devo precisare che Dickens non pone la cosa nei termini seguenti, ma vale comunque la pena di ricordare che Caino rispose a Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?» Gn 4,9 La risposta è inequivocabilmente sì, siamo tutti interconnessi tra noi. Ogni nostro gesto comporta un ventaglio di conseguenze.

Ecco dunque che Ebenezer Sgrooge quando si sveglia la mattina seguente – effettivamente il giorno di Natale – lui ha preso la sua decisione. Manda un ragazzo a comperare il più grande tacchino che ha il negoziante e lo fa portare a casa di suo nipote. Poi sbarbato e ripulito esce di casa e saluta tutti cordialmente. Incontro l’uomo che gli aveva chiesto un contributo per i poveri e gli elargisce una discreta somma  e si scusa per il suo comportamento del giorno precedente. Trova persino la forza di presentarsi a casa del nipote

Dove passa il più bel Natale della sua vita. La mattina dopo in ufficio aspetta l’arrivo del suo impiegato Bob Cratchit , ignaro del suo cambiamento e gli da un aumento di stipendio e un aiuto per il figlio Tim.

Sgrooge è riuscito a fare pace con la sua anima, e in definitiva con il suo più intimo se.

Ora tutti noi ci chiederemo: «Se sapessimo cosa ci aspetta, saremmo più bravi a vivere ? Eviteremmo di ficcarci nei guai, di commettere errori, di dire cose di cui ci pentiremo? – e ancora – Faremmo la cosa giusta, prenderemmo la decisione migliore, ma soprattutto riusciremmo ad evitare quel fastidioso disagio che proviamo tutte le volte che la nostra debolezza ci ricorda di essere lì a ferirci e porre così irrimediabilmente le basi per il successivo inciampo?»  La risposta è : «Assolutamente sì.»

Tutti noi desideriamo stare bene. Desideriamo avere una felicità che non abbiamo sempre ben chiara, ma che

in definitiva è fatta di valori veri in cui il benessere centra poco.

A Chrismas Carol  è un gioiello che vale la pena riscoprire, non solo per la sua lezione “metafisica” se così vogliamo chiamarla, ma anche perché se letto in lingua originale è un incredibile caleidoscopio di vibrazioni e espressioni che si intrecciano tra loro,  moltiplicando così non solo i significati ma anche le figurazioni che le parole stesse vogliono esprimere.

Dickens è maestro anche nell’uso della sua lingua, permettendoci non solo di inseguire le sue corse descrittive assai particolareggiate e dense ma anche di restare deliziosamente incantanti dalla ricchezza sonora dei vocaboli da lui scelti ben oltre quel leggero frizzicore che l’impronta gotico dona di suo.

Egidia Simonetti

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