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Certi atti non sono «peccato» se chi li compie non è pienamente libero

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

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Un lettore chiede: se una persona malata, o anche «solo» in uno stato di sofferenza, magari perché ho subito violenze, commette certi atti… sono peccato? La risposta di don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

Ho pensato di rivolgermi a voi, al vostro/nostro «teologo» per un aiuto su ciò su cui vado riflettendo e pregando da tempo (scusate se mi servono tante parole per farmi capire, qualora vorreste pubblicare questa domanda riformulate pure liberamente).
Da tempo vado pensando (perché la cosa mi coinvolge da molto vicino): se una persona malata, o anche «solo» in uno stato di sofferenza, magari perché ho subito violenze, commette certi atti… sono peccato?! Se li commetto io che, penso, non ho (penso!) giustificazioni di questo tipo sì, ma altri, con storie particolarissime?
Nello specifico penso a una carissima amica: per anni, anni, ha subito violenze sessuali e psicologiche, plagi… Ora, sempre da anni, è dentro un percorso di recupero, ma… si fa ancora tanto male. Io credo nella misericordia di Dio, e credo che il Signore la guardi con compassione.
Capisco che la domanda è delicata, capisco pure che sono stata prolissa, ma se mi aiutate a stare «più e meglio» vicino a questa mia amica, e a tante storie di sofferenza, ve ne sono grata. Quante ce ne sono… Per tutte prego.
Grazie, per tutto, e buon lavoro

Lettera firmata

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale
Nell’esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, in continuità con gli insegnamenti della tradizione teologico morale cattolica, Giovanni Paolo II ricordava che «senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l’aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore» (RP 17). Infatti, come spiega anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali» (Catechismo 1735). Dunque, come recentemente ha rammentato Papa Francesco nell’Amoris laetitia, «un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta» (Amoris Laetitia 302).
Credo che queste tre autorevoli citazioni possano rispondere con chiarezza all’accorata preoccupazione della nostra lettrice. «Se una persona malata, o anche “solo” in uno stato di sofferenza, magari perché ho subito violenze, commette certi atti… sono peccato?» – si domanda la lettrice, pensando in particolare alle dolorose vicende di una persona a lei cara -.
No, certi atti, anche se sono e rimangono oggettivamente cattivi, non sono necessariamente peccato se la persona non è pienamente libera.
Certo, solo Dio può giudicare, fino in fondo e nella piena verità, il cuore umano e valutare l’autentica responsabilità di una persona. Noi con grande umiltà e possiamo solo presumere, conoscendo la complessità di una storia (a volte «storie particolarissime», come ricordava la lettrice), che una persona non sia responsabile, o pienamente responsabile, del male delle sue azioni. Certamente possiamo cristianamente sperare che il Signore sarà particolarmente misericordioso con chi ha molto sofferto per la violenza altrui.
D’altra parte il male rimane oggettivamente male, anche quando non è soggettivamente imputabile e formalmente non può essere chiamato peccato. Dobbiamo quindi fare il possibile per aiutare la persona che compulsivamente compie atti oggettivamente cattivi a liberarsi dalle costrizioni del male. In effetti «certi atti» sono generalmente nocivi per la stessa persona che li compie e, se le vogliamo bene, dobbiamo quindi aiutarla a riconoscere il male come tale e a liberarsene. Come ha ben capito la nostra lettrice, in questo percorso di liberazione può essere preziosa l’amicizia di qualcuno che sta vicino alla persona condizionata dal male e prega per lei, ma non dobbiamo sicuramente perdere di vista, in certi casi, l’opportunità di un accompagnamento terapeutico condotto professionalmente.
Dobbiamo inoltre tener presente che talora «certi atti» compiuti da persone che agiscono in modo compulsivo, e quindi non moralmente imputabili, possono far del male anche ad altri soggetti che hanno il diritto di essere tutelati. È importante lavorare per evitare questo, anche per interrompere la catena del male: pensiamo al caso di minori vittime di violenza che rischieranno tragicamente di divenire, a loro volta, autori di violenza.

Originale: ToscanaOggi.it
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Un lettore chiede: se una persona malata, o anche «solo» in uno stato di sofferenza, magari perché ho subito violenze, commette certi atti… sono peccato? La risposta di don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

Ho pensato di rivolgermi a voi, al vostro/nostro «teologo» per un aiuto su ciò su cui vado riflettendo e pregando da tempo (scusate se mi servono tante parole per farmi capire, qualora vorreste pubblicare questa domanda riformulate pure liberamente).
Da tempo vado pensando (perché la cosa mi coinvolge da molto vicino): se una persona malata, o anche «solo» in uno stato di sofferenza, magari perché ho subito violenze, commette certi atti… sono peccato?! Se li commetto io che, penso, non ho (penso!) giustificazioni di questo tipo sì, ma altri, con storie particolarissime?
Nello specifico penso a una carissima amica: per anni, anni, ha subito violenze sessuali e psicologiche, plagi… Ora, sempre da anni, è dentro un percorso di recupero, ma… si fa ancora tanto male. Io credo nella misericordia di Dio, e credo che il Signore la guardi con compassione.
Capisco che la domanda è delicata, capisco pure che sono stata prolissa, ma se mi aiutate a stare «più e meglio» vicino a questa mia amica, e a tante storie di sofferenza, ve ne sono grata. Quante ce ne sono… Per tutte prego.
Grazie, per tutto, e buon lavoro

Lettera firmata

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale
Nell’esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, in continuità con gli insegnamenti della tradizione teologico morale cattolica, Giovanni Paolo II ricordava che «senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l’aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore» (RP 17). Infatti, come spiega anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali» (Catechismo 1735). Dunque, come recentemente ha rammentato Papa Francesco nell’Amoris laetitia, «un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta» (Amoris Laetitia 302).
Credo che queste tre autorevoli citazioni possano rispondere con chiarezza all’accorata preoccupazione della nostra lettrice. «Se una persona malata, o anche “solo” in uno stato di sofferenza, magari perché ho subito violenze, commette certi atti… sono peccato?» – si domanda la lettrice, pensando in particolare alle dolorose vicende di una persona a lei cara -.
No, certi atti, anche se sono e rimangono oggettivamente cattivi, non sono necessariamente peccato se la persona non è pienamente libera.
Certo, solo Dio può giudicare, fino in fondo e nella piena verità, il cuore umano e valutare l’autentica responsabilità di una persona. Noi con grande umiltà e possiamo solo presumere, conoscendo la complessità di una storia (a volte «storie particolarissime», come ricordava la lettrice), che una persona non sia responsabile, o pienamente responsabile, del male delle sue azioni. Certamente possiamo cristianamente sperare che il Signore sarà particolarmente misericordioso con chi ha molto sofferto per la violenza altrui.
D’altra parte il male rimane oggettivamente male, anche quando non è soggettivamente imputabile e formalmente non può essere chiamato peccato. Dobbiamo quindi fare il possibile per aiutare la persona che compulsivamente compie atti oggettivamente cattivi a liberarsi dalle costrizioni del male. In effetti «certi atti» sono generalmente nocivi per la stessa persona che li compie e, se le vogliamo bene, dobbiamo quindi aiutarla a riconoscere il male come tale e a liberarsene. Come ha ben capito la nostra lettrice, in questo percorso di liberazione può essere preziosa l’amicizia di qualcuno che sta vicino alla persona condizionata dal male e prega per lei, ma non dobbiamo sicuramente perdere di vista, in certi casi, l’opportunità di un accompagnamento terapeutico condotto professionalmente.
Dobbiamo inoltre tener presente che talora «certi atti» compiuti da persone che agiscono in modo compulsivo, e quindi non moralmente imputabili, possono far del male anche ad altri soggetti che hanno il diritto di essere tutelati. È importante lavorare per evitare questo, anche per interrompere la catena del male: pensiamo al caso di minori vittime di violenza che rischieranno tragicamente di divenire, a loro volta, autori di violenza.

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