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“Se c’è il dubbio di omosessualità, meglio non far entrare in seminarioˮ

Il Papa alla CEI

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Le parole del Papa nel colloquio a porte chiuse con i vescovi italiani: «Serve discernimento». Ribadito quanto affermato nei documenti vaticani del 2005 e del 2016

SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO
 

«Nel dubbio, meglio che non entrino». Con i vescovi della Conferenza episcopale italiana, con il quale si è intrattenuto lunedì in un dialogo a porte chiuse di circa tre ore in occasione della 71° assemblea generale, Francesco ha affrontato la delicatissima tematica dell’ammissione di ragazzi omosessuali nei seminari. Papa Bergoglio ha espresso il suo parere sulla questione, di fatto ribadendo quanto già affermato qualche anno fa, seppur in maniera più implicita: «Occhio alle ammissioni ai seminari, occhi aperti», diceva in un’udienza alla Congregazione per il clero. 

Con i pastori della Cei – apprende Vatican Insider – Francesco, parlando del calo di vocazioni, una delle sue «tre preoccupazioni» per la Chiesa italiana, è stato invece più schietto e, invitando i presuli ad occuparsi più della qualità dei futuri sacerdoti che della quantità, ha esplicitamente menzionato i casi di persone omosessuali che desiderano, per vari motivi, entrare in seminario. Quindi ha invitato i vescovi ad un «attento discernimento», aggiungendo: «Se avete anche il minimo dubbio, è meglio non farli entrare». 

Una indicazione, questa del Papa, che esprime la sua viva preoccupazione: queste tendenze, quando sono «profondamente radicate», e la pratica di «atti omosessuali», possono compromettere la vita del seminario oltre che quella dello stesso ragazzo e un suo futuro eventuale sacerdozio. E possono generare quegli «scandali» di cui il Papa aveva parlato nel suo discorso d’apertura all’assemblea Cei nell’Aula Nuova del Sinodo, che deturpano il volto della Chiesa. 

Tra le righe si può leggere quanto già messo nero su bianco da Papa Francesco nella lettera di meditazione consegnata brevi manu ai vescovi cileni durante il loro incontro in Vaticano. In una nota annessa a quel testo il Pontefice denunciava i problemi verificatisi nei seminari dove – scriveva – vescovi e superiori religiosi hanno affidato la guida a «sacerdoti sospetti praticare l’omosessualità». 

Naturalmente qualsiasi paragone è improprio, i casi sono diversissisimi e bisogna evitare qualsiasi generalizzazione. L’appunto del Papa ai vescovi della Cei va ricondotto piuttosto alla Ratio Fundamentalis pubblicata nel dicembre 2016 dalla Congregazione per il clero: un corposo documento, dal titolo “Il Dono della vocazione presbiterale”, con il quale il dicastero ha aggiornato norme, usi e costumi per l’accesso al seminario, fornendo suggerimenti pratici anche su salute, alimentazione, attività motoria e riposo. 

Al punto 199 della “Ratio” si affermava che: «In relazione alle persone con tendenze omosessuali che si accostano ai seminari, o che scoprono nel corso della formazione tale situazione, in coerenza con il proprio magistero, la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay». 

Indicazioni, questa della “Ratio” del 2016, che di fatto ribadiscono quanto stabilito dalla Istruzione pubblicata dalla Congregazione per l’Educazione cattolica nell’agosto del 2005 sul tema “Criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri”. 

In nove pagine e una ventina di note, il documento, approvato dall’allora Papa Benedetto XVI, ribadiva il “no” della Santa Sede all’ingresso in seminari e ordini religiosi di sacerdoti che «praticano» l’omosessualità, hanno «tendenze omosessuali profondamente radicate» o addirittura sostengono «la cosiddetta cultura gay». 

Anzitutto veniva operata una distinzione tra «atti omosessuali» e «tendenze omosessuali»: sui primi la Chiesa riaffermava la definizione di «peccati gravi», «intrinsecamente immorali e contrari alla legge naturale»; mentre domandava per coloro che manifestano delle tendenze, definite comunque «oggettivamente disordinate», una accoglienza caratterizzata da «rispetto e delicatezza», evitando «ogni marchio di ingiusta discriminazione». 

In ogni caso, anche solo un dubbio sull’orientamento omosessuale del candidato al sacerdozio – secondo le indicazioni fornite dalla Istruzione – potrebbe essere ostativo nel suo cammino verso l’ordinazione. «Se un candidato pratica l’omosessualità o presenta tendenze omosessuali profondamente radicate, il suo direttore spirituale così come il suo confessore hanno il dovere di dissuaderlo, in coscienza, dal procedere verso l’ordinazione», recita un paragrafo. 

E in un altro paragrafo dello stesso testo si invitavano gli aspiranti seminaristi (con orientamento omosessuale) a non mentire ai superiori pur di entrare in seminario. «Rimane inteso che il candidato stesso è il primo responsabile della propria formazione», si legge nel testo vaticano. Sarebbe dunque «gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto all’ordinazione. Un atteggiamento così inautentico non corrisponde allo spirito di verità, di lealtà, e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo».  

Non bisogna dimenticare, infine, anche un altro rischio indicato da Papa Francesco nel già citato discorso alla Congregazione per il clero, e cioè che spesso «ci sono ragazzi che sono psichicamente malati e cercano strutture forti che li difendono». 

 

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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“Se c’è il dubbio di omosessualità, meglio non far entrare in seminarioˮ

Il Papa alla CEI

  

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Le parole del Papa nel colloquio a porte chiuse con i vescovi italiani: «Serve discernimento». Ribadito quanto affermato nei documenti vaticani del 2005 e del 2016

SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO
 

«Nel dubbio, meglio che non entrino». Con i vescovi della Conferenza episcopale italiana, con il quale si è intrattenuto lunedì in un dialogo a porte chiuse di circa tre ore in occasione della 71° assemblea generale, Francesco ha affrontato la delicatissima tematica dell’ammissione di ragazzi omosessuali nei seminari. Papa Bergoglio ha espresso il suo parere sulla questione, di fatto ribadendo quanto già affermato qualche anno fa, seppur in maniera più implicita: «Occhio alle ammissioni ai seminari, occhi aperti», diceva in un’udienza alla Congregazione per il clero. 

Con i pastori della Cei – apprende Vatican Insider – Francesco, parlando del calo di vocazioni, una delle sue «tre preoccupazioni» per la Chiesa italiana, è stato invece più schietto e, invitando i presuli ad occuparsi più della qualità dei futuri sacerdoti che della quantità, ha esplicitamente menzionato i casi di persone omosessuali che desiderano, per vari motivi, entrare in seminario. Quindi ha invitato i vescovi ad un «attento discernimento», aggiungendo: «Se avete anche il minimo dubbio, è meglio non farli entrare». 

Una indicazione, questa del Papa, che esprime la sua viva preoccupazione: queste tendenze, quando sono «profondamente radicate», e la pratica di «atti omosessuali», possono compromettere la vita del seminario oltre che quella dello stesso ragazzo e un suo futuro eventuale sacerdozio. E possono generare quegli «scandali» di cui il Papa aveva parlato nel suo discorso d’apertura all’assemblea Cei nell’Aula Nuova del Sinodo, che deturpano il volto della Chiesa. 

Tra le righe si può leggere quanto già messo nero su bianco da Papa Francesco nella lettera di meditazione consegnata brevi manu ai vescovi cileni durante il loro incontro in Vaticano. In una nota annessa a quel testo il Pontefice denunciava i problemi verificatisi nei seminari dove – scriveva – vescovi e superiori religiosi hanno affidato la guida a «sacerdoti sospetti praticare l’omosessualità». 

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Naturalmente qualsiasi paragone è improprio, i casi sono diversissisimi e bisogna evitare qualsiasi generalizzazione. L’appunto del Papa ai vescovi della Cei va ricondotto piuttosto alla Ratio Fundamentalis pubblicata nel dicembre 2016 dalla Congregazione per il clero: un corposo documento, dal titolo “Il Dono della vocazione presbiterale”, con il quale il dicastero ha aggiornato norme, usi e costumi per l’accesso al seminario, fornendo suggerimenti pratici anche su salute, alimentazione, attività motoria e riposo. 

Al punto 199 della “Ratio” si affermava che: «In relazione alle persone con tendenze omosessuali che si accostano ai seminari, o che scoprono nel corso della formazione tale situazione, in coerenza con il proprio magistero, la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay». 

Indicazioni, questa della “Ratio” del 2016, che di fatto ribadiscono quanto stabilito dalla Istruzione pubblicata dalla Congregazione per l’Educazione cattolica nell’agosto del 2005 sul tema “Criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri”. 

In nove pagine e una ventina di note, il documento, approvato dall’allora Papa Benedetto XVI, ribadiva il “no” della Santa Sede all’ingresso in seminari e ordini religiosi di sacerdoti che «praticano» l’omosessualità, hanno «tendenze omosessuali profondamente radicate» o addirittura sostengono «la cosiddetta cultura gay». 

Anzitutto veniva operata una distinzione tra «atti omosessuali» e «tendenze omosessuali»: sui primi la Chiesa riaffermava la definizione di «peccati gravi», «intrinsecamente immorali e contrari alla legge naturale»; mentre domandava per coloro che manifestano delle tendenze, definite comunque «oggettivamente disordinate», una accoglienza caratterizzata da «rispetto e delicatezza», evitando «ogni marchio di ingiusta discriminazione». 

In ogni caso, anche solo un dubbio sull’orientamento omosessuale del candidato al sacerdozio – secondo le indicazioni fornite dalla Istruzione – potrebbe essere ostativo nel suo cammino verso l’ordinazione. «Se un candidato pratica l’omosessualità o presenta tendenze omosessuali profondamente radicate, il suo direttore spirituale così come il suo confessore hanno il dovere di dissuaderlo, in coscienza, dal procedere verso l’ordinazione», recita un paragrafo. 

E in un altro paragrafo dello stesso testo si invitavano gli aspiranti seminaristi (con orientamento omosessuale) a non mentire ai superiori pur di entrare in seminario. «Rimane inteso che il candidato stesso è il primo responsabile della propria formazione», si legge nel testo vaticano. Sarebbe dunque «gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto all’ordinazione. Un atteggiamento così inautentico non corrisponde allo spirito di verità, di lealtà, e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo».  

Non bisogna dimenticare, infine, anche un altro rischio indicato da Papa Francesco nel già citato discorso alla Congregazione per il clero, e cioè che spesso «ci sono ragazzi che sono psichicamente malati e cercano strutture forti che li difendono». 

 

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