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C’è contrasto sui migranti tra Giovanni Paolo II e papa Francesco?

Il contesto e il vero senso del testo di papa Wojtyla

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Fra le tante fandonie messe in giro, da chi prospera nella cultura della post-verità, c’è la favola della netta contrapposizione tra la posizione di Giovanni Paolo II e quella di papa Francesco sul tema dei migranti, la prima giustamente cauta, la seconda troppo sbilanciata verso un’accoglienza indiscriminata. E non sembra azzardato supporre che si debba soprattutto alla diffusione di questa diceria la perdita di consensi registrata, in questi ultimi anni, da parte dell’attuale pontefice, di cui i fischi al suo indirizzo, durante il recente comizio di Salvini a piazza Duomo, sono solo un sintomo.

Una citazione fatta da Salvini

Ad alimentare tale convinzione, peraltro, è lo stesso leader leghista, che più volte ha citato con ammirazione papa Wojtyla, evidenziando invece con frecciate polemiche il proprio dissenso nei confronti del suo successore.

Va in questo senso la cartolina postata da Salvini qualche giorno fa (precisamente domenica 16 giugno) con sotto la scritta «Buona domenica, amici», in cui si riportava – con evidente allusione alle accuse nei confronti della linea dei “porti chiusi” – una frase di Giovanni Paolo II: «È responsabilità delle autorità pubbliche esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L’accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi».

Per la verità, le parole del papa non contengono alcuna giustificazione di quella pretesa “difesa dei confini” a cui il nostro vicepremier continuamente si appella.

Però, certamente, sottolineano più le esigenze della prudenza e del rigore che non quelle dell’apertura. E Salvini, che tiene molto a convincere l’elettorato cattolico della sua assoluta fedeltà al vangelo e alla tradizione della Chiesa (da cui, se mai, secondo lui sarebbe papa Francesco ad allontanarsi…), sa che agli argomenti “profani” in favore della sua politica deve aggiungere delle pezze di appoggio di natura propriamente religiosa. Da qui il continuo richiamo al vangelo e a papa Giovanni Paolo II.

Il contesto e il vero senso del testo di papa Wojtyla

Quando però andiamo a leggere il documento da cui il brano citato è tratto, – l’Esortazione apostolica «Ecclesia in Europa», del 2003, paragrafo 101 –, ci accorgiamo che la frase riportata dal leader della Lega è estrapolata da un contesto che le dà un significato ben diverso.

Subito prima, infatti, ce n’è un’altra in cui papa Wojtyla ha scritto: «Ciascuno si deve adoperare per la crescita di una matura cultura dell’accoglienza, che tenendo conto della pari dignità di ogni persona e della doverosa solidarietà verso i più deboli, richiede che ad ogni migrante siano riconosciuti i diritti fondamentali».

E, all’inizio dello stesso paragrafo, leggiamo: «Di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione “universalistica” del bene comune ad esigerlo: occorre dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana. Lo stesso fenomeno della globalizzazione reclama apertura e condivisione, se non vuole essere radice di esclusione e di emarginazione, ma piuttosto di partecipazione solidale di tutti alla produzione e allo scambio dei beni».

Insomma, Giovanni Paolo II parlava delle necessarie cautele dell’accoglienza solo dopo averne sottolineato l’imprescindibile necessità, con espressioni che richiamano in modo impressionante quelle di papa Francesco.

Altro che contrapposizione! Salvini, poco portato agli studi, non aveva letto bene il testo? Oppure la sua è una consapevole manipolazione di un documento della Chiesa, ad uso e consumo dei cattolici che votano per lui? Lascio ai lettori la risposta. Ciò che mi preme qui evidenziare è che, in buona o cattiva fede, la sua “cartolina” costituisce, oggettivamente, una falsificazione della dottrina di papa Wojtyla.

Papa Francesco predica un’accoglienza indiscriminata?

Qualcuno potrebbe obiettare che i limiti posti quest’ultimo nel testo citato segnano comunque una differenza rispetto a quella che viene spesso presentata come una scriteriata e ideologica proposta di accoglienza indiscriminata da parte di Francesco.

Anche questa, però, è una bufala, fatta circolare da chi vuole screditare ogni forma di apertura verso i migranti attribuendo ai suoi sostenitori, e in particolare a papa Bergoglio, una posizione estremista e assurda.

Basta leggere, per smentire questa diceria, il suo discorso del 9 gennaio 2017 al Corpo diplomatico: «Occorre», diceva Francesco in quell’occasione, «un impegno comune nei confronti di migranti, profughi e rifugiati, che consenta di dare loro un’accoglienza dignitosa. Ciò implica saper coniugare il diritto di “ogni essere umano […] di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse”, e nello stesso tempo garantire la possibilità di un’integrazione dei migranti nei tessuti sociali in cui si inseriscono, senza che questi sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali. D’altra parte, gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti».

E aggiungeva: «Un approccio prudente da parte delle autorità pubbliche non comporta l’attuazione di politiche di chiusura verso i migranti, ma implica valutare con saggezza e lungimiranza fino a che punto il proprio Paese è in grado, senza ledere il bene comune dei cittadini, di offrire una vita decorosa ai migranti, specialmente a coloro che hanno effettivo bisogno di protezione. Soprattutto non si può ridurre la drammatica crisi attuale ad un semplice conteggio numerico. I migranti sono persone, con nomi, storie, famiglie e non potrà mai esserci vera pace finché esisterà anche un solo essere umano che viene violato nella propria identità personale e ridotto ad una mera cifra statistica o ad oggetto di interesse economico».

Il pontefice contro le politiche di falsa accoglienza

Siamo lontanissimi da quella falsa accoglienza, praticata purtroppo a lungo nel nostro Paese sotto i precedenti governi, che la mancanza di seri progetti di integrazione trasformava in un business (per gli italiani) e in una fabbrica di marginalità (per i migranti), come denunciavo in tempi non sospetti, in un mio chiaroscuro del 14 settembre del 2016, in un post intitolato significativamente «Accoglienza o emarginazione?».

Papa Francesco non ha mai appoggiato questa linea dissennata dei governi “di sinistra” (?), da cui è scaturita la reazione popolare contro i migranti (che non c’entrano nulla).

È arrivato al punto di dire, con una delle sue consuete battute provocatorie, che se non si può integrare è meglio non accogliere. Addirittura qualcuno si è disperatamente aggrappato a questa espressione per dimostrare che in sostanza Bergoglio era d’accordo con Salvini.

Dimenticando però che il pontefice, nello stesso stile paradossale, ha anche detto che è meglio essere atei che andare in chiesa per abitudine, non certo per invitare all’ateismo, ma per evidenziare l’urgenza di una fede più consapevole. Non è dunque una rinunzia all’accoglienza quella che Francesco ha inteso auspicare, quanto una “vera” accoglienza, che non è tale senza integrazione.

Una inammissibile confusione tra pubblico e privato

Non mancherà a questo punto il leghista di turno che, facendo eco a una espressione spesso ripetuta dal suo “capitano”, griderà: «Bravo, hai vinto due immigrati da portarti nella tua parrocchia o a casa!». Solo che, allora, a chi ha appoggiato la legge voluta dal nostro ministro degli Interni sulla “quota cento” nelle pensioni, si potrebbe replicare sullo stesso tono: «Bravo, hai vinto due pensionati da mantenere col tuo stipendio!».

Il fatto è che è demenziale la tesi secondo cui chi è favorevole a una scelta politica – si tratti dell’accoglienza dei migranti o del regime pensionistico – deve farsi carico con le proprie risorse private dei costi di questa politica pubblica.

Chi vuole può fare privatamente la carità a chi vuole, e non c’è bisogno di Salvini per convincere fedeli e parroci ad accogliere a spese proprie i poveri – stranieri o italiani che siano. Lo fanno da sempre. Ma questo non c’entra nulla con le scelte pubbliche del nostro governo.

E confondere i due piani è così grave, specialmente per un ministro, che si stenta a credere abbia potuto farlo, peraltro ripetutamente. Ci chiedevamo prima, a proposito della manipolazione del testo di papa Giovanni Paolo II, se siamo davanti a limiti culturali o a malafede. L’alternativa si ripresenta ora, davanti a una sciocchezza di questa portata. Ancora una volta, preferisco non rispondere.

Originale: Tuttavia.eu
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Una citazione fatta da Salvini

Ad alimentare tale convinzione, peraltro, è lo stesso leader leghista, che più volte ha citato con ammirazione papa Wojtyla, evidenziando invece con frecciate polemiche il proprio dissenso nei confronti del suo successore.

Va in questo senso la cartolina postata da Salvini qualche giorno fa (precisamente domenica 16 giugno) con sotto la scritta «Buona domenica, amici», in cui si riportava – con evidente allusione alle accuse nei confronti della linea dei “porti chiusi” – una frase di Giovanni Paolo II: «È responsabilità delle autorità pubbliche esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L’accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi».

Per la verità, le parole del papa non contengono alcuna giustificazione di quella pretesa “difesa dei confini” a cui il nostro vicepremier continuamente si appella.

Però, certamente, sottolineano più le esigenze della prudenza e del rigore che non quelle dell’apertura. E Salvini, che tiene molto a convincere l’elettorato cattolico della sua assoluta fedeltà al vangelo e alla tradizione della Chiesa (da cui, se mai, secondo lui sarebbe papa Francesco ad allontanarsi…), sa che agli argomenti “profani” in favore della sua politica deve aggiungere delle pezze di appoggio di natura propriamente religiosa. Da qui il continuo richiamo al vangelo e a papa Giovanni Paolo II.

Il contesto e il vero senso del testo di papa Wojtyla

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Quando però andiamo a leggere il documento da cui il brano citato è tratto, – l’Esortazione apostolica «Ecclesia in Europa», del 2003, paragrafo 101 –, ci accorgiamo che la frase riportata dal leader della Lega è estrapolata da un contesto che le dà un significato ben diverso.

Subito prima, infatti, ce n’è un’altra in cui papa Wojtyla ha scritto: «Ciascuno si deve adoperare per la crescita di una matura cultura dell’accoglienza, che tenendo conto della pari dignità di ogni persona e della doverosa solidarietà verso i più deboli, richiede che ad ogni migrante siano riconosciuti i diritti fondamentali».

E, all’inizio dello stesso paragrafo, leggiamo: «Di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione “universalistica” del bene comune ad esigerlo: occorre dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana. Lo stesso fenomeno della globalizzazione reclama apertura e condivisione, se non vuole essere radice di esclusione e di emarginazione, ma piuttosto di partecipazione solidale di tutti alla produzione e allo scambio dei beni».

Insomma, Giovanni Paolo II parlava delle necessarie cautele dell’accoglienza solo dopo averne sottolineato l’imprescindibile necessità, con espressioni che richiamano in modo impressionante quelle di papa Francesco.

Altro che contrapposizione! Salvini, poco portato agli studi, non aveva letto bene il testo? Oppure la sua è una consapevole manipolazione di un documento della Chiesa, ad uso e consumo dei cattolici che votano per lui? Lascio ai lettori la risposta. Ciò che mi preme qui evidenziare è che, in buona o cattiva fede, la sua “cartolina” costituisce, oggettivamente, una falsificazione della dottrina di papa Wojtyla.

Papa Francesco predica un’accoglienza indiscriminata?

Qualcuno potrebbe obiettare che i limiti posti quest’ultimo nel testo citato segnano comunque una differenza rispetto a quella che viene spesso presentata come una scriteriata e ideologica proposta di accoglienza indiscriminata da parte di Francesco.

Anche questa, però, è una bufala, fatta circolare da chi vuole screditare ogni forma di apertura verso i migranti attribuendo ai suoi sostenitori, e in particolare a papa Bergoglio, una posizione estremista e assurda.

Basta leggere, per smentire questa diceria, il suo discorso del 9 gennaio 2017 al Corpo diplomatico: «Occorre», diceva Francesco in quell’occasione, «un impegno comune nei confronti di migranti, profughi e rifugiati, che consenta di dare loro un’accoglienza dignitosa. Ciò implica saper coniugare il diritto di “ogni essere umano […] di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse”, e nello stesso tempo garantire la possibilità di un’integrazione dei migranti nei tessuti sociali in cui si inseriscono, senza che questi sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali. D’altra parte, gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti».

E aggiungeva: «Un approccio prudente da parte delle autorità pubbliche non comporta l’attuazione di politiche di chiusura verso i migranti, ma implica valutare con saggezza e lungimiranza fino a che punto il proprio Paese è in grado, senza ledere il bene comune dei cittadini, di offrire una vita decorosa ai migranti, specialmente a coloro che hanno effettivo bisogno di protezione. Soprattutto non si può ridurre la drammatica crisi attuale ad un semplice conteggio numerico. I migranti sono persone, con nomi, storie, famiglie e non potrà mai esserci vera pace finché esisterà anche un solo essere umano che viene violato nella propria identità personale e ridotto ad una mera cifra statistica o ad oggetto di interesse economico».

Il pontefice contro le politiche di falsa accoglienza

Siamo lontanissimi da quella falsa accoglienza, praticata purtroppo a lungo nel nostro Paese sotto i precedenti governi, che la mancanza di seri progetti di integrazione trasformava in un business (per gli italiani) e in una fabbrica di marginalità (per i migranti), come denunciavo in tempi non sospetti, in un mio chiaroscuro del 14 settembre del 2016, in un post intitolato significativamente «Accoglienza o emarginazione?».

Papa Francesco non ha mai appoggiato questa linea dissennata dei governi “di sinistra” (?), da cui è scaturita la reazione popolare contro i migranti (che non c’entrano nulla).

È arrivato al punto di dire, con una delle sue consuete battute provocatorie, che se non si può integrare è meglio non accogliere. Addirittura qualcuno si è disperatamente aggrappato a questa espressione per dimostrare che in sostanza Bergoglio era d’accordo con Salvini.

Dimenticando però che il pontefice, nello stesso stile paradossale, ha anche detto che è meglio essere atei che andare in chiesa per abitudine, non certo per invitare all’ateismo, ma per evidenziare l’urgenza di una fede più consapevole. Non è dunque una rinunzia all’accoglienza quella che Francesco ha inteso auspicare, quanto una “vera” accoglienza, che non è tale senza integrazione.

Una inammissibile confusione tra pubblico e privato

Non mancherà a questo punto il leghista di turno che, facendo eco a una espressione spesso ripetuta dal suo “capitano”, griderà: «Bravo, hai vinto due immigrati da portarti nella tua parrocchia o a casa!». Solo che, allora, a chi ha appoggiato la legge voluta dal nostro ministro degli Interni sulla “quota cento” nelle pensioni, si potrebbe replicare sullo stesso tono: «Bravo, hai vinto due pensionati da mantenere col tuo stipendio!».

Il fatto è che è demenziale la tesi secondo cui chi è favorevole a una scelta politica – si tratti dell’accoglienza dei migranti o del regime pensionistico – deve farsi carico con le proprie risorse private dei costi di questa politica pubblica.

Chi vuole può fare privatamente la carità a chi vuole, e non c’è bisogno di Salvini per convincere fedeli e parroci ad accogliere a spese proprie i poveri – stranieri o italiani che siano. Lo fanno da sempre. Ma questo non c’entra nulla con le scelte pubbliche del nostro governo.

E confondere i due piani è così grave, specialmente per un ministro, che si stenta a credere abbia potuto farlo, peraltro ripetutamente. Ci chiedevamo prima, a proposito della manipolazione del testo di papa Giovanni Paolo II, se siamo davanti a limiti culturali o a malafede. L’alternativa si ripresenta ora, davanti a una sciocchezza di questa portata. Ancora una volta, preferisco non rispondere.

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