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Cattolicesimo italiano: sinodo e caritas

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di: Marcello Neri

Se oggi abbiamo poche idee (confuse) su come imbastire un processo sinodale del cattolicesimo italiano, e non solo della Chiesa, è anche perché paghiamo il caro prezzo di scelte passate della CEI e della teologia italiana rispetto al variegato mondo delle Caritas diocesane e di quella nazionale.

Quel mondo garantì, nella sua stagione di più alto riconoscimento ecclesiale, un collegamento effettivo e reale tra il vissuto del paese e il sentire della Chiesa – in grado di orientare quest’ultimo anche nella sue pratiche pastorali e nella sua rappresentanza pubblica. Un orientamento che, a un certo punto, fu sentito come scomodo e indebito – mettendo quindi mano a un’opera di normalizzazione, inquadramento e disciplinamento del rilievo ecclesiale e teologico delle pratiche della carità in Italia.

La critica che veniva dal mondo della carità stonava rispetto alla centralizzazione del cattolicesimo italiano perseguita con acribia dalla CEI dopo la fine della Democrazia Cristiana – che ha immaginato una rappresentanza cattolica tutta concentrata negli Uffici CEI e nella persona del suo presidente.

Oggi, questa macchina si rivela essere uno degli ostacoli maggiori all’immaginazione di un cattolicesimo all’altezza della crisi sistemica, sociale, politica e civile, in cui l’Italia si trovava già prima della pandemia. Con questa, l’irrilevanza della CEI come assorbimento episcopale del cattolicesimo nostrano si è resa drammaticamente evidente agli occhi di tutti.

Bisogna riconoscere che nel momento in cui la Caritas italiana è stata sostanzialmente commissariata dalla CEI e dal suo presidente, ben poche sono state le voci che si sono levate dal mondo della teologia italiana – e scarso è stato, probabilmente, anche un accompagnamento cordiale da parte della teologia delle pratiche di carità nella vita delle diocesi. Entrambe le figure ne avrebbero tratto grande vantaggio, ma non si seppe cogliere l’impellenza del momento e si finì per percorrere, come spesso avviene nella Chiesa italiana, strade separate.

Più a detrimento della teologia che della carità, a dire il vero. Perché quest’ultima è costretta per natura a mantenere un’aderenza ai fatti come sono, alle situazioni nella loro dura realtà, alle emergenze come si impongono senza poterle né abbellire né far finta di non vederle. Mentre la teologia, quasi altrettanto per natura, può ritirarsi con comodità nei suoi corridoi sempre più vuoti di studenti e di rilievo pubblico effettivo.

Per quanto normalizzata a livello centrale, la Caritas, su quello diocesano, ha mantenuto il suo ruolo di interfaccia civile di una fede che non può fare a meno di guardare in faccia la condizione effettiva del vivere umano. Certo anche qui, a seconda dei vescovi, si è entrati più o meno in sofferenza; ma rimane il fatto che la carità è quella forma della fede che incontra la vita così come essa è (anche quella dei credenti).

In vista del processo sinodale imposto da papa Francesco alla Chiesa italiana, il mondo della carità del nostro paese (e della nostra Chiesa) non può certo aspettarsi di essere convocato dai vescovi per essere ascoltato in vista del superamento definitivo di un essere Chiesa ancora sostanzialmente ruiniano nella sua forma mentis. Molto si è detto da quando Ruini ha lasciato la presidenza della CEI, ma solo per lasciare tutto come era.

A livello territoriale, e di Chiese locali, la Caritas deve trovare la forza per proporsi da sé, e anche per imporsi, quale snodo vitale irrinunciabile per una sinodalizzazione del cattolicesimo italiano che lo faccia finalmente uscire dal ghetto dell’autocompiacimento depressivo nel quale si trova da decenni.

E deve chiedere alla teologia italiana, nelle sue realtà locali, di diventare complice intrigante di una proposta di re-invenzione dell’essere cristiani in Italia imperniata sul nesso fra significative pratiche civili della fede e la loro migliore intelligenza teologica possibile.

Se Caritas e teologia attendono di essere chiamate dai vescovi a essere protagoniste di una possibile stagione sinodale, si sbagliano di grosso e sarà colpa loro non esserne divenuti soggetti attivi.

Se si alleano mettendo da parte reciproche riserve, che non hanno più alcun senso di essere, allora forse il cattolicesimo italiano avrà qualche chance di sopravvivere alla propria inerzia – che è divenuta del tutto inaccettabile davanti alla condizione del paese e della fede.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Se oggi abbiamo poche idee (confuse) su come imbastire un processo sinodale del cattolicesimo italiano, e non solo della Chiesa, è anche perché paghiamo il caro prezzo di scelte passate della CEI e della teologia italiana rispetto al variegato mondo delle Caritas diocesane e di quella nazionale.

Quel mondo garantì, nella sua stagione di più alto riconoscimento ecclesiale, un collegamento effettivo e reale tra il vissuto del paese e il sentire della Chiesa – in grado di orientare quest’ultimo anche nella sue pratiche pastorali e nella sua rappresentanza pubblica. Un orientamento che, a un certo punto, fu sentito come scomodo e indebito – mettendo quindi mano a un’opera di normalizzazione, inquadramento e disciplinamento del rilievo ecclesiale e teologico delle pratiche della carità in Italia.

La critica che veniva dal mondo della carità stonava rispetto alla centralizzazione del cattolicesimo italiano perseguita con acribia dalla CEI dopo la fine della Democrazia Cristiana – che ha immaginato una rappresentanza cattolica tutta concentrata negli Uffici CEI e nella persona del suo presidente.

Oggi, questa macchina si rivela essere uno degli ostacoli maggiori all’immaginazione di un cattolicesimo all’altezza della crisi sistemica, sociale, politica e civile, in cui l’Italia si trovava già prima della pandemia. Con questa, l’irrilevanza della CEI come assorbimento episcopale del cattolicesimo nostrano si è resa drammaticamente evidente agli occhi di tutti.

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Bisogna riconoscere che nel momento in cui la Caritas italiana è stata sostanzialmente commissariata dalla CEI e dal suo presidente, ben poche sono state le voci che si sono levate dal mondo della teologia italiana – e scarso è stato, probabilmente, anche un accompagnamento cordiale da parte della teologia delle pratiche di carità nella vita delle diocesi. Entrambe le figure ne avrebbero tratto grande vantaggio, ma non si seppe cogliere l’impellenza del momento e si finì per percorrere, come spesso avviene nella Chiesa italiana, strade separate.

Più a detrimento della teologia che della carità, a dire il vero. Perché quest’ultima è costretta per natura a mantenere un’aderenza ai fatti come sono, alle situazioni nella loro dura realtà, alle emergenze come si impongono senza poterle né abbellire né far finta di non vederle. Mentre la teologia, quasi altrettanto per natura, può ritirarsi con comodità nei suoi corridoi sempre più vuoti di studenti e di rilievo pubblico effettivo.

Per quanto normalizzata a livello centrale, la Caritas, su quello diocesano, ha mantenuto il suo ruolo di interfaccia civile di una fede che non può fare a meno di guardare in faccia la condizione effettiva del vivere umano. Certo anche qui, a seconda dei vescovi, si è entrati più o meno in sofferenza; ma rimane il fatto che la carità è quella forma della fede che incontra la vita così come essa è (anche quella dei credenti).

In vista del processo sinodale imposto da papa Francesco alla Chiesa italiana, il mondo della carità del nostro paese (e della nostra Chiesa) non può certo aspettarsi di essere convocato dai vescovi per essere ascoltato in vista del superamento definitivo di un essere Chiesa ancora sostanzialmente ruiniano nella sua forma mentis. Molto si è detto da quando Ruini ha lasciato la presidenza della CEI, ma solo per lasciare tutto come era.

A livello territoriale, e di Chiese locali, la Caritas deve trovare la forza per proporsi da sé, e anche per imporsi, quale snodo vitale irrinunciabile per una sinodalizzazione del cattolicesimo italiano che lo faccia finalmente uscire dal ghetto dell’autocompiacimento depressivo nel quale si trova da decenni.

E deve chiedere alla teologia italiana, nelle sue realtà locali, di diventare complice intrigante di una proposta di re-invenzione dell’essere cristiani in Italia imperniata sul nesso fra significative pratiche civili della fede e la loro migliore intelligenza teologica possibile.

Se Caritas e teologia attendono di essere chiamate dai vescovi a essere protagoniste di una possibile stagione sinodale, si sbagliano di grosso e sarà colpa loro non esserne divenuti soggetti attivi.

Se si alleano mettendo da parte reciproche riserve, che non hanno più alcun senso di essere, allora forse il cattolicesimo italiano avrà qualche chance di sopravvivere alla propria inerzia – che è divenuta del tutto inaccettabile davanti alla condizione del paese e della fede.

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