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Ven, 5 Marzo 2021

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Caro prete…

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di: Sara Armanni

Caro prete, oggi mi hai scocciato.

Non è che oggi sia successo qualcosa di particolare (hai bucato un incontro, perché eri stanco e avevi troppo da fare), è semplicemente tracimata l’onda di una tua pesantezza che faccio sempre più fatica a capire e ad accettare.

Hai assunto il profilo di vittima del mondo. Dici che hai un sacco di cose da fare, che sei stanco, che nessuno si occupa di te veramente, che il vescovo ogni tanto te ne rifila una nuova, magari non te la spiega neanche, dici. Però − dico io – te la affida e si fida di te.

Non lasci passare occasione per dirmi che nessuno vi ascolta veramente, che siete lasciati soli, che ci morite sotto.

Ombelico del mondo

Io ti vengo attorno, non solo perché ti voglio bene e sono disponibile a passare sopra a molte tue stranezze, ma anche perché siamo nella stessa barca ecclesiale, con pari dignità battesimale e responsabilità diverse, e dobbiamo provare a quagliare qualcosa di sensato e di gioioso, che il Signore ci chiede: oltre a sopportare gli effetti di questo tuo ormai abitudinario ripiegamento che ti porta a contemplare l’insostenibilità della tua condizione − e ti ringrazio della confidenza con cui me ne parli − di fatto mi costringi ad essere alla tua mercé.

Nonostante la tua professione di fede sul Vaticano II e la sua bella ecclesiologia, di fatto ti comporti ancora come se fossi l’ombelico del mondo. Tra l’altro nella versione meno nobile, quella di “tappo” della comunità. Tutto passa da te, anche se dici che “magari riuscissi a trovare dei collaboratori”. I tuoi ritmi, i tuoi tempi, le tue priorità segnano il volto della comunità. E ti lamenti.

Sei su tutto, e per questo ti ritieni giustificato a decidere tu cosa mettere davanti o lasciare indietro, pensi di aver qualcosa da dire su tutto, ma non stai al gioco di tutti i comuni mortali. Tu sei di altra. Spesso arrivi impreparato su qualcosa che è di tua competenza, magari anche a causa di imprevisti, pensando che comunque qualcosa riesci a improvvisare, vista la tua scienza “infusa” o anche accumulata (però, sai che ce ne accorgiamo?). E gli incontri rimangono per aria, senza conclusione, o zoppi… Ma che importa? Ne facciamo un altro la settimana prossima…

La vita dei laici

Ti lasci un po’ dire come va la vita dei laici? I laici in genere non possono scegliere niente, quello che capita nella loro vita e nella loro giornata lo devono considerare, prenderlo su e occuparsene.

Cominciamo dal lavoro: anche ai laici capitano, anzi in genere è la norma, gli imprevisti, ma questo non comporta nessuno sconto sugli adempimenti del lavoro… Per i laici funziona che i risultati e gli obiettivi da raggiungere sul lavoro sono obbligatori. Il posto non è assicurato se non succede.

Tu oberato certo da mille cose, che magari ti fanno trascorrere anche notti brevi, non hai mai lavorato e sei nella condizione, chissà chi ve l’ha messa in testa, di non dover rendere conto a nessuno. Non entro, ovviamente, nel tuo rapporto con il Signore, per fortuna giudice unico e ultimo di quello che siamo e facciamo. Ma tu, qui sulla terra, a chi rispondi di quello che fai o non fai? Un prete, da 0 a 10, sempre prete è. E chi lo cucca se lo cucca.

Neanche al vescovo mi pare che si renda conto. Tra l’altro, si ha l’impressione che anche lui non abbia proprio vita facile a farsi dire di sì da un prete rispetto a una nuova proposta che lo coinvolge. E comunque cosa deve fare il vescovo? Vi tiene così come siete. Ma avete sempre qualcosa di cui lamentarvi: in fondo la storia dice che nessun vescovo fa bene e va bene. Eppure nella nostra Chiesa ne sono passati vari di stili episcopali…

Continuo la storia dei laici dopo il lavoro: casa e famiglia da gestire in una esplosione di varietà di situazioni, tutte da tenere sotto controllo, ogni giorno: in genere niente è rimandabile, perché ogni domani ha il suo carico. Quegli stessi laici che poi fanno non poche cose in parrocchia e magari anche nella società civile.

Cosa vi manca veramente?

Il bello è che in genere ai laici piace. O, perlomeno, il collante della motivazione fa miracoli per andare avanti su tutto. Nessuno li bada, anzi, il profilo dominante del laico è di dover “badare” altri.

Per favore non mettere sulle spalle dei laici di dover badare anche a te e soprattutto di essere rattristati e delusi da te. Qualcuno peraltro ha già cominciato a mandarti a quel paese… Capiamoci: dei preti convintamente siamo figli, fratelli, sorelle, genitori, su nulla ci si tira indietro. Ma non fateci fare anche l’esperienza della scoperta che ci sono anni luce tra la nostra e la vostra vita. Cosa vi manca veramente? Che cosa vi aspettavate dall’essere prete, se non questa comune strada di fedeltà al Signore con i fratelli nella Chiesa e a servizio della umanità dolente e in attesa, costi quello che costi?

Sono veramente in difficoltà a capire la tua reazione nella situazione attuale di grande fatica complessiva. Dici che quello che sta succedendo è kairos… Allora? Voi preti siete all’estinzione ormai, ma non mi ricordo che tu abbia mai tirato un’iniziativa assieme ai laici (se non eventualmente con i fedelissimi che “sentono” con te e come te e magari ti confermano nella tua autocommiserazione), o creato spazi per progettare insieme come potrebbe “essere” diversamente, oggi, nella Chiesa. Magari anche ribaltando tutto, compreso il tuo stile di prete.

Cosa sei veramente disposto a cambiare e a mollare per condividere fino in fondo il cammino con gli altri? E poi, anche per la mia edificazione e consolazione, mi piacerebbe vederti assumere un atteggiamento personale un po’ diverso, un po’ più da cristiano insomma: tutte quelle croci che dici che il Signore e il Vescovo ti buttano addosso, tienitele strette: magari potresti riscoprirle anche come grazie, se non addirittura privilegi. Ma se anche dovessi morirci martire sotto, avresti qualche prospettiva ancora migliore? È da cristiani, no?

Originale: Settimana News
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SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica
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Caro prete, oggi mi hai scocciato.

Non è che oggi sia successo qualcosa di particolare (hai bucato un incontro, perché eri stanco e avevi troppo da fare), è semplicemente tracimata l’onda di una tua pesantezza che faccio sempre più fatica a capire e ad accettare.

Hai assunto il profilo di vittima del mondo. Dici che hai un sacco di cose da fare, che sei stanco, che nessuno si occupa di te veramente, che il vescovo ogni tanto te ne rifila una nuova, magari non te la spiega neanche, dici. Però − dico io – te la affida e si fida di te.

Non lasci passare occasione per dirmi che nessuno vi ascolta veramente, che siete lasciati soli, che ci morite sotto.

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Ombelico del mondo

Io ti vengo attorno, non solo perché ti voglio bene e sono disponibile a passare sopra a molte tue stranezze, ma anche perché siamo nella stessa barca ecclesiale, con pari dignità battesimale e responsabilità diverse, e dobbiamo provare a quagliare qualcosa di sensato e di gioioso, che il Signore ci chiede: oltre a sopportare gli effetti di questo tuo ormai abitudinario ripiegamento che ti porta a contemplare l’insostenibilità della tua condizione − e ti ringrazio della confidenza con cui me ne parli − di fatto mi costringi ad essere alla tua mercé.

Nonostante la tua professione di fede sul Vaticano II e la sua bella ecclesiologia, di fatto ti comporti ancora come se fossi l’ombelico del mondo. Tra l’altro nella versione meno nobile, quella di “tappo” della comunità. Tutto passa da te, anche se dici che “magari riuscissi a trovare dei collaboratori”. I tuoi ritmi, i tuoi tempi, le tue priorità segnano il volto della comunità. E ti lamenti.

Sei su tutto, e per questo ti ritieni giustificato a decidere tu cosa mettere davanti o lasciare indietro, pensi di aver qualcosa da dire su tutto, ma non stai al gioco di tutti i comuni mortali. Tu sei di altra. Spesso arrivi impreparato su qualcosa che è di tua competenza, magari anche a causa di imprevisti, pensando che comunque qualcosa riesci a improvvisare, vista la tua scienza “infusa” o anche accumulata (però, sai che ce ne accorgiamo?). E gli incontri rimangono per aria, senza conclusione, o zoppi… Ma che importa? Ne facciamo un altro la settimana prossima…

La vita dei laici

Ti lasci un po’ dire come va la vita dei laici? I laici in genere non possono scegliere niente, quello che capita nella loro vita e nella loro giornata lo devono considerare, prenderlo su e occuparsene.

Cominciamo dal lavoro: anche ai laici capitano, anzi in genere è la norma, gli imprevisti, ma questo non comporta nessuno sconto sugli adempimenti del lavoro… Per i laici funziona che i risultati e gli obiettivi da raggiungere sul lavoro sono obbligatori. Il posto non è assicurato se non succede.

Tu oberato certo da mille cose, che magari ti fanno trascorrere anche notti brevi, non hai mai lavorato e sei nella condizione, chissà chi ve l’ha messa in testa, di non dover rendere conto a nessuno. Non entro, ovviamente, nel tuo rapporto con il Signore, per fortuna giudice unico e ultimo di quello che siamo e facciamo. Ma tu, qui sulla terra, a chi rispondi di quello che fai o non fai? Un prete, da 0 a 10, sempre prete è. E chi lo cucca se lo cucca.

Neanche al vescovo mi pare che si renda conto. Tra l’altro, si ha l’impressione che anche lui non abbia proprio vita facile a farsi dire di sì da un prete rispetto a una nuova proposta che lo coinvolge. E comunque cosa deve fare il vescovo? Vi tiene così come siete. Ma avete sempre qualcosa di cui lamentarvi: in fondo la storia dice che nessun vescovo fa bene e va bene. Eppure nella nostra Chiesa ne sono passati vari di stili episcopali…

Continuo la storia dei laici dopo il lavoro: casa e famiglia da gestire in una esplosione di varietà di situazioni, tutte da tenere sotto controllo, ogni giorno: in genere niente è rimandabile, perché ogni domani ha il suo carico. Quegli stessi laici che poi fanno non poche cose in parrocchia e magari anche nella società civile.

Cosa vi manca veramente?

Il bello è che in genere ai laici piace. O, perlomeno, il collante della motivazione fa miracoli per andare avanti su tutto. Nessuno li bada, anzi, il profilo dominante del laico è di dover “badare” altri.

Per favore non mettere sulle spalle dei laici di dover badare anche a te e soprattutto di essere rattristati e delusi da te. Qualcuno peraltro ha già cominciato a mandarti a quel paese… Capiamoci: dei preti convintamente siamo figli, fratelli, sorelle, genitori, su nulla ci si tira indietro. Ma non fateci fare anche l’esperienza della scoperta che ci sono anni luce tra la nostra e la vostra vita. Cosa vi manca veramente? Che cosa vi aspettavate dall’essere prete, se non questa comune strada di fedeltà al Signore con i fratelli nella Chiesa e a servizio della umanità dolente e in attesa, costi quello che costi?

Sono veramente in difficoltà a capire la tua reazione nella situazione attuale di grande fatica complessiva. Dici che quello che sta succedendo è kairos… Allora? Voi preti siete all’estinzione ormai, ma non mi ricordo che tu abbia mai tirato un’iniziativa assieme ai laici (se non eventualmente con i fedelissimi che “sentono” con te e come te e magari ti confermano nella tua autocommiserazione), o creato spazi per progettare insieme come potrebbe “essere” diversamente, oggi, nella Chiesa. Magari anche ribaltando tutto, compreso il tuo stile di prete.

Cosa sei veramente disposto a cambiare e a mollare per condividere fino in fondo il cammino con gli altri? E poi, anche per la mia edificazione e consolazione, mi piacerebbe vederti assumere un atteggiamento personale un po’ diverso, un po’ più da cristiano insomma: tutte quelle croci che dici che il Signore e il Vescovo ti buttano addosso, tienitele strette: magari potresti riscoprirle anche come grazie, se non addirittura privilegi. Ma se anche dovessi morirci martire sotto, avresti qualche prospettiva ancora migliore? È da cristiani, no?

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