Caritas italiana: “La povertà fa crescere paure e conflitti in Europa”

Carità e Povertà


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Il vicedirettore Paolo Beccegato: «I numeri dei flussi migratori in Italia sono stabili da anni». «Per favorire lo sviluppo servono regole commerciali più eque a livello internazionale, l’UE non pensi solo alle banche»

FRANCESCO PELOSO
ROMA
 

Un’Europa più povera, in cui permangono forti diseguaglianze, genera paure e conflitti e spesso a rimetterci sono i rifugiati e i richiedenti asilo il cui arrivo è visto come un pericolo per quanto il loro numero sia, in realtà, assai contenuto. È quanto spiega a Vatican Insider Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana e responsabile dell’area internazionale dell’organizzazione. Anche l’UE ha le sue colpe in questo scenario, ma molte responsabilità spettano ai governi nazionali che preferiscono strumentalizzare certi temi invece di trattarli con equilibrio.  

Beccegato, guardando all’Europa di quest’ultimo periodo, sembra emergere un collegamento forte fra l’aumento della povertà e il diffondersi di paure collettive. Dall’osservatorio Caritas come si valuta il fenomeno?  

«Si tratta di un dato fatto che non solo viene dalla nostra esperienza, frequentando quotidianamente le periferie più povere e disagiate, ma che è confermato da tutti gli studi in materia a livello internazionale e europeo. C’è una correlazione molto stretta fra povertà e conflittualità che ovviamente nei casi più gravi si trasforma in guerra. Il rapporto a livello internazionale è fra Paesi in via di sviluppo e guerre armate e organizzate. Ma in forme diverse lo stesso accade anche nei Paesi più ricchi quando c’è un impoverimento di vasti strati della popolazione, c’è una recessione, come in Italia in cui è più che raddoppiato il numero di persone che vivono in povertà assoluta nell’ultimo decennio, e ci sono grandi diseguaglianze sociali». 

Come definiamo la povertà dal punto di vista generale?  

«La povertà si declina attraverso quattro fattori principali. Il primo è la povertà assoluta, più c’è povertà più c’è conflittualità, aumenta la violenza. L’Europa è il continente che, negli ultimi 5 anni, ha visto crescere più velocemente i fenomeni di violenza, di xenofobia, di razzismo. Sono tutti fenomeni che non derivano dall’impazzimento di una popolazione ma che hanno appunto delle cause. Poi c’è la recessione; cioè se una persona vede diminuire il proprio reddito continuamente, cresce il risentimento sociale. Il terzo elemento sono le diseguaglianze che in Italia e in Europa stanno aumentando e anche questo è un fattore prodromico di conflittualità e di mancanza di coesione sociale. Il quarto elemento è dato dalla dipendenza da poche fonti di finanziamento. Se una economia o una società offre tante opportunità rispetto al mercato del lavoro, tante possibilità e strumenti come il reddito d’inclusione sociale e che garantiscono le fasce più deboli, le tensioni diminuiscono. Il reddito d’inclusione sociale fra l’altro è appena stato introdotto, è una sperimentazione che speriamo diventi sistema e sulla quale anche il futuro governo dovrebbe impegnarsi in modo sistematico. Tutti questi fattori sono studiati da decenni e sono grosso modo gli stessi da cultura a cultura da Paese a Paese in modo abbastanza trasversale, Europa compresa». 

La crisi che ha colpito anche l’Europa, l’impoverimento di ampi strati sociali nel continente, ha provocato una reazione più dura di fronte ai flussi migratori?  

«Sicuramente c’è stata una percezione negativa dei flussi migratori se pensiamo al fenomeno degli sbarchi, al corridoio balcanico che però ci ha riguardato solo in minima parte, poi l’implosione della Libia, la crisi siriana, hanno determinato la paura di una sorta di tsunami umano in arrivo, tsunami che però non c’è mai stato. Anche i picchi che ci sono stati negli anni scorsi, ma non certamente nell’ultimo anno, di circa 190 mila sbarchi più o meno, non sono praticamente nulla se paragonati a quante persone hanno dovuto accogliere paesi come il Libano o la Giordania, o la stessa Turchia che ha il più alto numero di rifugiati al mondo; insomma c’è stata una descrizione del fenomeno eccessiva, perché i numeri reali sono stati sempre estremamente esigui. Ovviamente c’è stata una percezione della gente di paura perché poteva essere un fenomeno fuori controllo, ma il dato in sé è assai ridotto e alla portata dell’accoglienza anche solo italiana oltre che europea. Sto parlando del fenomeno dei richiedenti asilo, della protezione internazionale, dei rifugiati, cioè degli sbarchi. Perché dal punto di vista dei flussi migratori generali invece, siamo fermi a 5 milioni ormai da diversi anni. Il numero è stabile da tempo, i flussi di fatto azzerati». 

Il tipo di migrazione che arriva con gli sbarchi fa più paura perché è composta da persone disperate che avrebbero preferito non partire, di poveri che ci spaventano?  

«Certo, queste persone, in particolare i richiedenti asilo, sono scappate dalle proprie case in condizioni rocambolesche, molti non ce la fanno, il loro viaggio – quando viene raccontato – fa rabbrividire; noi diciamo che non avevano un vero progetto migratorio per cui molti di loro non potevano contare già su un punto d’appoggio qui, su un amico, un parente, un ricongiungimento familiare, che li avrebbe anche molto agevolati nel percorso di integrazione. Sono arrivati da noi rischiando la vita e quasi tutti non sanno l’italiano e al massimo hanno un sogno piuttosto imprecisato. Tutto questo naturalmente ha messo a dura prova il sistema d’accoglienza rispetto al passato perché si è trattato appunto di una migrazione forzata: sono persone che vengono da Paesi in guerra, o fortemente instabili o fortemente antidemocratici. Quindi, per un verso, questi flussi hanno caratteristiche che hanno turbato le nostre comunità soprattutto quando si è fatta un’accoglienza non diffusa ma concentrata in alcuni centri e località senza attenzione per la popolazione locale. E allora sì, si sono manifestati segni di intolleranza, ma non perché la gente è cattiva, ma perché non c’è stata una buona programmazione». 

Spesso si parla di rimpatri, ma si tratta in realtà di un’operazione difficilissima proprio considerando da che tipo di realtà e Paesi arrivano i rifugiati. Perché se ne parla con tanta insistenza?  

«Perché sembra essere la soluzione per coloro che non riuscendo a bloccarli prima cercano poi di riportarli indietro. Ma in primo luogo nel 99% dei casi si va contro la loro volontà; riportarli da dove arrivano significa molto spesso condannarli o al carcere o alla morte, oltre che al fallimento personale e familiare. Molti di loro si sono indebitati per viaggiare hanno fatto il percorso a tappe lavorando giorno e notte per racimolare i soldi per la tratta successiva fino al raggiungimento dell’Europa. Poi il rimpatrio implica un accordo con i Paesi d’origine, inoltre ci sono dei costi altissimi, non si può semplicemente caricarli su un aereo, c’è tutta una prassi che rende il processo oneroso per i governi europei. Quindi sì, anche qui c’è tutta una narrativa e una strumentalizzazione del tema, se invece ci fosse più equilibrio di potrebbero gestire meglio questi fenomeni». 

Sul tema povertà anche in relazione alla questione migratoria ma non solo, l’UE è riuscita realmente ad agire, ad essere concreta, o ci sono delle responsabilità anche a Bruxelles?  

«Secondo me il problema non è tanto dell’Ue quanto dei singoli Stati membri che fanno prevalere gli interessi nazionali su quelli generali, magari strumentalizzando una questione, non pensando quindi ai dati reali, ai temi economici, ai cali demografici, e via dicendo. Per cui certamente l’Ue come tentativo di far sedere intorno a un tavolo i vari Paesi per trovare delle risposte ai problemi, delle alternative, per esempio anche rispetto al regolamento di Dublino, non ha fatto tutto il possibile anche in termini di condivisione e solidarietà interna. Ma pure in termini di ridimensionamento di una questione sovrastimata come quella dei rifugiati si è fatto poco; adesso sono un po’ aumentati gli sbarchi, ma si parla di numeri sempre bassissimi rispetto al mezzo miliardo che siamo in Europa. La responsabilità in generale mi sembra più dei capi di governo». 

Fra i temi sollevati dal Papa in questi anni c’è quello di “una finanza fuori controllo” che arricchisce in modo improduttivo una parte ridotta della popolazione. Insomma le risorse ci sono per far fronte ai temi sociali…  

«In termini di finanza impazzita o di equilibrio complessivo, ci sono oggettivamente anche in Europa responsabilità molto grosse rispetto per esempio al salvataggio delle banche – il Papa l’ha detto mille volte – al debito pubblico dei singoli Stati, a come si è formato. La domanda è: quanto peso diamo ai poveri nelle nostre politiche? Quanto alle politiche di accoglienza e integrazione? Pochissimo perché se guardiamo ai numeri reali questi sono risibili. Poi se si vogliono diminuire le risorse destinate all’accoglienza lo si faccia pure ma sono cifre che non cambieranno i destini dell’Italia o dell’Europa. I rifugiati sono i primi a dire che non vogliono l’assistenzialismo, i primi che vogliono lavorare a dare un contributo utile al nostro Paese, piuttosto ricordiamo i fenomeni come il caporalato in agricoltura, sui quali spesso tacciamo, e in cui viene sfruttata la manodopera straniera. C’è dunque una finanza che può favorire chi i soldi già li ha e non a caso le diseguaglianze di anno in anno continuano ad aumentare, e c’è invece una finanza che è quella che indica il Papa, guidata da un’etica minimamente condivisa, attenta ai diritti umani di tutti gli uomini e di tutto l’uomo e non solo di alcuni, che va in una direzione opposta. Questa finanza al servizio dell’uomo farebbe bene sia alle nostre comunità che ai richiedenti asilo». 

Anche rispetto ai Paesi in via di sviluppo l’UE potrebbe fare di più e meglio?  

«La Politica agricola comune per esempio, la Pac, destina delle risorse immense all’agricoltura, e cosa succede: in primo luogo si crea un dumping (esportazione di merci a prezzi bassi, fuori mercato, rispetto al mercato interno, ndr) e generalmente i prodotti agricoli europei sono talmente sovvenzionati che possono essere venduti al di fuori dell’UE a prezzi molto più bassi rispetto a quelli di altre nazioni. Ora gli Stati Uniti hanno messo i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio per contrastare il dumping della Cina su quelle merci, ma l’Europa fa lo stesso con l’agricoltura. Allora negli accordi commerciali internazionali bisogna trattare questi temi con equilibrio, lungimiranza, mettendosi d’accordo su cos’è dumping, bisogna darsi una regola sui dazi; ha ragione Trump quando dice che in alcuni casi non c’è reciprocità, e serve reciprocità. Ma allora i governi tornino in sede multilaterale, cioè nel Wto (Organizzazione mondiale del commercio) per trattare degli accordi commerciali più giusti e equi. Le cose sono tali che a una mucca europea vengono destinati circa due euro al giorno che è di più di quanto ricevono due miliardi e mezzo di persone nel mondo che vivono in effetti con meno di due euro al giorno. Un sistema di questo tipo fa sì che quando andiamo a vendere i prodotti agricoli in Africa, quelli europei costano meno delle produzioni locali. Già riducendo il dumping si darebbe una grossa mano ai Paesi invia di sviluppo, per esempio». 

Insomma le istituzioni sovranazionali servono eccome…  

«Per affrontare questi problemi servono le realtà multilaterali che devono essere anzi valorizzate di più, dalle agenzie dell’Onu, al Wto, bisogna andare oltre i negoziati bilaterali e trovare accodi condivisi a livello globale». 

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