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Card. Ravasi: San Giuseppe, la forza eloquente del silenzio

I testi biblici relativi a San Giuseppe sono piuttosto scarsi, ma proprio in questo silenzio è racchiusa la forza dello sposo di Maria e padre legale di Gesù.

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I testi biblici relativi a San Giuseppe sono piuttosto scarsi, ma proprio in questo silenzio è racchiusa la forza dello sposo di Maria e padre legale di Gesù. L’intervista al cardinale Gianfranco Ravasi
 

Emanuela Campanile – Città del Vaticano

San Giuseppe, l’uomo giusto e mite, capace di ascoltare Dio, viene celebrato oggi come Sposo della Beata Vergine Maria e Patrono della Chiesa universale. Il suo silenzio che si oppone alla parola “urlata, brutale, aggressiva, come ormai siamo abituati a vedere” – spiega nell’intervista il cardinale Gianfranco Ravasi, biblista e presidente del Pontificio Consiglio della Cultura – rimane esempio e monito costante. San Giuseppe lavoratore, falegname, dormiente, sono alcune delle rappresentazioni del padre putativo di Gesù. “Una presenza abbastanza marginale” – sottolinea il porporato – ma nel suo silenzio, estremamente eloquente:

Ascolta l’intervista al card. Gianfranco Ravasi

R. – La figura di Giuseppe effettivamente ha una presenza abbastanza marginale. Solo per quanto riguarda gli inizi della vita di Gesù è in primo piano. Anzi, il Vangelo di Matteo destina a lui l’Annunciazione dell’Angelo, a differenza di Luca che lo destina a Maria. Quindi, possiamo dire che è solo agli inizi in assoluto della sua esistenza – dell’esistenza di Cristo – che appare questa figura. Appare per due ragioni, e qui entriamo anche nella questione della “disobbedienza”. Appare, prima di tutto, perché è lui che ha quest’ascendenza, che naturalmente nel mondo orientale era piuttosto vaga, con Davide, e quindi dà la linea davidica a Gesù, introducendolo, quindi, nel grande fiume del messianismo. E, dall’altra parte, è colui che vive l’esperienza del legame con Maria e di questa sorpresa che sconvolge la sua vita, e lui si sentirebbe pronto ad interrompere il legame con Maria, quasi a disobbedire a questo progetto che aveva costruito: di stare insieme a questa ragazza, a questa donna. Non dimentichiamo che Giuseppe probabilmente non era l’anziano che viene rappresentato nell’immaginario anche artistico, iconografico; è pronto quasi a interrompere questo disegno comune, ma è proprio su questa sua scelta che irrompe l’Annunciazione, che muta radicalmente il suo progetto e lo fa diventare per eccellenza l’obbediente alla fine: colui che diventa lo strumento fondamentale per il riconoscimento di Gesù nel contesto sociale, come padre legale.

D. – In una società – la nostra invece – dove la parola conta tantissimo, anzi, più si parla più si urla, e più ci si vede in qualche modo ascoltati, San Giuseppe che cosa può dire?

R. – Dice una cosa fondamentale perché, a differenza di tanti altri personaggi dei Vangeli, è un personaggio, abbiamo detto, proprio agli inizi centrale, che però è muto: non abbiamo una sola parola. Per Maria abbiamo sei frasi, anzi diciamo cinque più una: cinque frasi più un canto, il “Magnificat”. Poco anche per Maria in verità perché sono tutte frasette brevi le cinque parole di Maria, diremmo più il canto del “Magnificat”.

Per Giuseppe abbiamo invece il silenzio assoluto. Ma io direi che questa è una lezione costante dell’interno dei Vangeli: quello cioè del preferire, come Gesù preferisce gli ultimi, come diceva un poeta francese, Paul Valéry, preferire sempre la parola “moindre”, quella minore, quella più delicata rispetto a quella urlata, brutale, aggressiva, come ormai siamo abituati a vedere sia a livello politico sia, soprattutto, nell’interno dei viali informatici, dove domina non soltanto l’aggressività ma anche la volgarità. La parola che è accesa fino a diventare rovente, e noi sappiamo bene che la parola è una “creatura vivente”: lo diceva un altro poeta francese, Victor Hugo, e come tale può perciò anche ferire, se non qualche volta persino uccidere.

D. –Papa Francesco è molto devoto a San Giuseppe, tant’è che ha una piccola statua sempre con sé…

R. – Sì, è la statua di un Giuseppe dormiente. Noi sappiamo che esiste anche nell’iconografia – il Bassano per esempio ha rappresentato un Giuseppe dormiente che in qualche modo riceve questa annunciazione o riceve i sogni, che – come sappiamo – nel linguaggio biblico sono un modo per rappresentare una comunicazione di tipo trascendente, spirituale: non è necessariamente tutto quanto noi concepiamo attraverso la visione psicoanalitica, la lettura onirica con una interpretazione “scientifica”. Mentre per la tradizione biblica, e per tutta la tradizione antica orientale, è un modo per esprimere l’esperienza religiosa profonda, e quindi un’esperienza di tipo spirituale, ascetico, mistico. Ecco, questa figura è già significativa, perché Giuseppe è per eccellenza l’uomo che riceve questi messaggi nella notte, nei momenti drammatici dell’esistenza di questo suo figlio ufficiale, un suo figlio legale. Ed è per questo motivo che possiamo dire che sia, ancora una volta, una figura suggestiva perché ha la capacità di entrare in profondità, senza molte chiacchiere. I Vangeli apocrifi aggiungeranno molti particolari, ma soprattutto c’è un Vangelo apocrifo, detto di “Giuseppe il falegname”, che rappresenta la sua morte – quindi ancora una volta sdraiato, quasi in una sorta di nebbia del fine vita – e ha accanto Cristo, e lui dice le ultime parole nei confronti di Maria: “Io ho amato questa donna con tenerezza”; e poi si spegne.

Originale: Vatican News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Card. Ravasi: San Giuseppe, la forza eloquente del silenzio

I testi biblici relativi a San Giuseppe sono piuttosto scarsi, ma proprio in questo silenzio è racchiusa la forza dello sposo di Maria e padre legale di Gesù.

  

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I testi biblici relativi a San Giuseppe sono piuttosto scarsi, ma proprio in questo silenzio è racchiusa la forza dello sposo di Maria e padre legale di Gesù. L’intervista al cardinale Gianfranco Ravasi
 

Emanuela Campanile – Città del Vaticano

San Giuseppe, l’uomo giusto e mite, capace di ascoltare Dio, viene celebrato oggi come Sposo della Beata Vergine Maria e Patrono della Chiesa universale. Il suo silenzio che si oppone alla parola “urlata, brutale, aggressiva, come ormai siamo abituati a vedere” – spiega nell’intervista il cardinale Gianfranco Ravasi, biblista e presidente del Pontificio Consiglio della Cultura – rimane esempio e monito costante. San Giuseppe lavoratore, falegname, dormiente, sono alcune delle rappresentazioni del padre putativo di Gesù. “Una presenza abbastanza marginale” – sottolinea il porporato – ma nel suo silenzio, estremamente eloquente:

Ascolta l’intervista al card. Gianfranco Ravasi

R. – La figura di Giuseppe effettivamente ha una presenza abbastanza marginale. Solo per quanto riguarda gli inizi della vita di Gesù è in primo piano. Anzi, il Vangelo di Matteo destina a lui l’Annunciazione dell’Angelo, a differenza di Luca che lo destina a Maria. Quindi, possiamo dire che è solo agli inizi in assoluto della sua esistenza – dell’esistenza di Cristo – che appare questa figura. Appare per due ragioni, e qui entriamo anche nella questione della “disobbedienza”. Appare, prima di tutto, perché è lui che ha quest’ascendenza, che naturalmente nel mondo orientale era piuttosto vaga, con Davide, e quindi dà la linea davidica a Gesù, introducendolo, quindi, nel grande fiume del messianismo. E, dall’altra parte, è colui che vive l’esperienza del legame con Maria e di questa sorpresa che sconvolge la sua vita, e lui si sentirebbe pronto ad interrompere il legame con Maria, quasi a disobbedire a questo progetto che aveva costruito: di stare insieme a questa ragazza, a questa donna. Non dimentichiamo che Giuseppe probabilmente non era l’anziano che viene rappresentato nell’immaginario anche artistico, iconografico; è pronto quasi a interrompere questo disegno comune, ma è proprio su questa sua scelta che irrompe l’Annunciazione, che muta radicalmente il suo progetto e lo fa diventare per eccellenza l’obbediente alla fine: colui che diventa lo strumento fondamentale per il riconoscimento di Gesù nel contesto sociale, come padre legale.

D. – In una società – la nostra invece – dove la parola conta tantissimo, anzi, più si parla più si urla, e più ci si vede in qualche modo ascoltati, San Giuseppe che cosa può dire?

R. – Dice una cosa fondamentale perché, a differenza di tanti altri personaggi dei Vangeli, è un personaggio, abbiamo detto, proprio agli inizi centrale, che però è muto: non abbiamo una sola parola. Per Maria abbiamo sei frasi, anzi diciamo cinque più una: cinque frasi più un canto, il “Magnificat”. Poco anche per Maria in verità perché sono tutte frasette brevi le cinque parole di Maria, diremmo più il canto del “Magnificat”.

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Per Giuseppe abbiamo invece il silenzio assoluto. Ma io direi che questa è una lezione costante dell’interno dei Vangeli: quello cioè del preferire, come Gesù preferisce gli ultimi, come diceva un poeta francese, Paul Valéry, preferire sempre la parola “moindre”, quella minore, quella più delicata rispetto a quella urlata, brutale, aggressiva, come ormai siamo abituati a vedere sia a livello politico sia, soprattutto, nell’interno dei viali informatici, dove domina non soltanto l’aggressività ma anche la volgarità. La parola che è accesa fino a diventare rovente, e noi sappiamo bene che la parola è una “creatura vivente”: lo diceva un altro poeta francese, Victor Hugo, e come tale può perciò anche ferire, se non qualche volta persino uccidere.

D. –Papa Francesco è molto devoto a San Giuseppe, tant’è che ha una piccola statua sempre con sé…

R. – Sì, è la statua di un Giuseppe dormiente. Noi sappiamo che esiste anche nell’iconografia – il Bassano per esempio ha rappresentato un Giuseppe dormiente che in qualche modo riceve questa annunciazione o riceve i sogni, che – come sappiamo – nel linguaggio biblico sono un modo per rappresentare una comunicazione di tipo trascendente, spirituale: non è necessariamente tutto quanto noi concepiamo attraverso la visione psicoanalitica, la lettura onirica con una interpretazione “scientifica”. Mentre per la tradizione biblica, e per tutta la tradizione antica orientale, è un modo per esprimere l’esperienza religiosa profonda, e quindi un’esperienza di tipo spirituale, ascetico, mistico. Ecco, questa figura è già significativa, perché Giuseppe è per eccellenza l’uomo che riceve questi messaggi nella notte, nei momenti drammatici dell’esistenza di questo suo figlio ufficiale, un suo figlio legale. Ed è per questo motivo che possiamo dire che sia, ancora una volta, una figura suggestiva perché ha la capacità di entrare in profondità, senza molte chiacchiere. I Vangeli apocrifi aggiungeranno molti particolari, ma soprattutto c’è un Vangelo apocrifo, detto di “Giuseppe il falegname”, che rappresenta la sua morte – quindi ancora una volta sdraiato, quasi in una sorta di nebbia del fine vita – e ha accanto Cristo, e lui dice le ultime parole nei confronti di Maria: “Io ho amato questa donna con tenerezza”; e poi si spegne.

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