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Cambierà la nomina dei vescovi?

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di: Antonio Dall’Osto

C’è un proverbio che dice: non c’è nessuna regola senza eccezioni, ma può giungere il tempo in cui l’eccezione può (dovrebbe) diventare la regola. Non è un semplice gioco di parole, ma risponde a quanto ha auspicato il vescovo di Basilea Felix Gmür, presidente della Conferenza episcopale svizzera, in un articolo del 13 novembre 2020, sulla rivista Forum, della Chiesa cattolica di Zurigo, riferendosi alle modalità con cui vengono ancora oggi nominati i vescovi per le varie diocesi.

Secondo Gmür, sacerdoti, diaconi e altri operatori della Chiesa, ma anche i fedeli di una diocesi, dovrebbero avere voce in capitolo nell’elezione dei vescovi. Occorre trovare meccanismi, «in accordo con le rispettive sensibilità culturali», per garantire «un’adeguata rappresentanza dell’intero popolo diocesano di Dio».

Tuttavia, la scelta dei candidati e la procedura elettorale non devono in alcun modo essere concepite come una campagna elettorale democratica: «Si tratta piuttosto di un processo di discernimento spirituale che porti a una decisione più unanime possibile». Poiché la Chiesa in una diocesi è «pienamente Chiesa, ma non l’intera Chiesa», devono essere incluse anche le diocesi vicine, e il papa, che deve confermare l’elezione. Che la nomina spetti al papa dovrebbe diventare pertanto un’eccezione.

La norma e i privilegi

Nella Chiesa latina è regola che il papa nomini liberamente i vescovi. Le diocesi svizzere di Basilea e San Gallo tuttavia costituiscono un’eccezione a livello mondiale. Qui non è il papa a proporre i candidati. Invece di designarli, egli nomina il vescovo legittimamente eletto dal capitolo della cattedrale. Questo diritto di voto dei vescovi si basa sul cosiddetto Concordato di Vienna del 1448. Oggi questa procedura è un’eccezione. Ai vecchi tempi, invece, era la norma.

«Fu solo con la pubblicazione del Codice di diritto canonico (CIC) del 1917 che il diritto di eleggere i vescovi fu espressamente attribuito al papa».

L’affermazione del diritto di nomina papale si è consolidata nel tempo, facendo apparire altri modelli di elezione dei vescovi come un mero atto di grazia del papa. Questo, secondo il vescovo di Basilea, è del tutto errato. All’inizio della storia della Chiesa, la più ampia partecipazione possibile dei fedeli e delle varie autorità ecclesiastiche era fondamentale nella scelta di un vescovo. Celebre è la formulazione di principio di san Leone Magno: «Chiunque debba presiedere a tutti deve anche essere eletto da tutti».

Anche attualmente, in Germania esistono procedure diverse per la scelta delle persone per le varie sedi episcopali. Nella maggior parte delle diocesi, è il capitolo della cattedrale che sceglie un candidato da una lista di tre persone presentata dal Vaticano; l’elezione è poi confermata dal papa. Al contrario, nelle diocesi bavaresi, il papa è del tutto libero di nominare un vescovo. I capitoli della cattedrale possono presentare al Vaticano solo una lista di candidati a loro parere idonei. La diversità delle procedure dipende comunque dai vari concordati con la Santa Sede che in Germania si applicano a seconda delle regioni.

Una diversa procedura

Nei tempi recenti, il problema della nomina dei vescovi diocesani è stato più volte sollevato in diverse parti del mondo, per esempio in America latina, ma anche altrove.

Su questo argomento, il teologo spagnolo J. Martinez Gordo, in un contributo pubblicato lo scorso 13 ottobre su SettimanaNews, ha scritto che, se papa Francesco vuole «convertire il papato» (e quindi la Chiesa), deve cambiare la scelta dei vescovi. Questa scelta è stata – nella più veneranda e lunga tradizione della Chiesa – il risultato di un «accordo» cattolico «tra la volontà del fedeli direttamente interessati e la responsabilità della Sede primaziale nell’assicurare e garantire l’unità della fede e della comunione ecclesiale.

Questo criterio antico potrebbe oggi concretizzarsi giuridicamente attraverso una semplice (e allo stesso tempo rivoluzionaria) modifica del canone 377 §1: «Il Sommo Pontefice conferma i vescovi che sono stati legittimamente eletti e, in circostanze eccezionali, li nomina liberamente».

Con questa semplice inversione di proposizioni, ciò che fino al presente è eccezionale (l’intervento del popolo di Dio) diventerebbe normale. E ciò che finora è di routine (nomine episcopali imposte) sarebbe straordinario: si tratterebbe di una piccola modifica redazionale che, oltre a recuperare l’aspetto migliore della tradizione, permetterebbe di parlare di una vera primavera ecclesiale. E non solo (comunque sarebbe già molto) di una riforma nella cupola vaticana.

Ovviamente, sottolinea Gordo, il ruolo svolto, fino ad oggi, dai capitoli della cattedrale dovrebbe essere assunto dal consiglio pastorale diocesano unitamente ai consigli diocesani dei laici, al presbiterio e ai religiosi/e, lasciando sempre aperta la possibilità, dove le condizioni lo permettono, di una partecipazione diretta di tutti i battezzati o, quanto meno, di tutti i consigli pastorali della diocesi, inclusi quelli parrocchiali.

La voce dei laici

Che questo sia oggi un desiderio anche dei laici, lo rivela l’interrogativo espresso da un gruppo di famiglie della diocesi di Torino: (cf. SettimanaNews, 10 novembre 2010) che ha riflettuto sul ministero episcopale nella Chiesa locale, in vista della prossima nomina da parte del papa del successore dell’attuale arcivescovo Cesare Nosiglia. Ci siamo chiesti – scrivono – quale può essere, attualmente, il ruolo del «popolo di Dio», ossia dei fedeli di una diocesi, della nostra diocesi, nella scelta del proprio pastore.

L’8 novembre un gruppo di laici della diocesi di Caserta, in una Lettera aperta a papa Francesco e all’arcivescovo Emil Paul Tscherrig (nunzio apostolico in Italia), scriveva: «anche se purtroppo, in quanto laici, non ci viene ancora richiesto alcun consiglio sulla designazione del nuovo vescovo di Caserta avvertiamo il dovere di farci carico di fornirvi il profilo del vescovo di cui la nostra diocesi ha grande bisogno»…

Un analogo desiderio di partecipazione nella Chiesa – per stare ai fatti più recenti, è emerso, sia pure indirettamente, anche al congresso dei laici spagnoli che si è tenuto a Madrid (14-16 febbraio 2020) sul tema “Popolo di Dio in uscita”, patrocinato dalla Conferenza episcopale spagnola tramite la Commissione per l’Apostolato secolare (cf. SettimanaNews, 12 novembre 2020).

Il congresso ha voluto essere un punto di partenza per articolare il lavoro comune nelle diocesi spagnole in relazione al laicato e intende dare continuità sostanzialmente a due temi: l’opzione della sinodalità e il discernimento come metodo di lavoro e lo sviluppo.

Commentando i lavori, Estrella Moreno Laiz ha descritto con chiarezza quanto si sia ancora lontani da una Chiesa che esprima realmente il suo volto di popolo di Dio nel senso più pieno e pregante.

«Comincio – scrive – dalla questione dell’immagine, che in realtà è il linguaggio dominante del nostro tempo e, quindi, a volte senza volerlo, dice molte cose su chi siamo. In un congresso del laicato che sottolinea una Chiesa di comunione, i ministri ordinati, soprattutto i vescovi, occupavano sempre il posto più visibile e formavano un gruppo a parte. In nessun momento hanno preso posto tra la gente, con le persone che rappresentavano le loro diocesi, salvo qualche onorevole eccezione. D’altra parte, mi colpisce che, negli ultimi tempi, la parola corresponsabilità sia stata sostituita dal termine sinodalità.

Mi auguro sia una questione di parole e non abbia a che fare con la riduzione della libertà che il quadro canonico suppone quando si tratta di proporre spazi in cui incontrarsi, confrontarsi e decidere insieme, né che vi sia la volontà di ridefinire la partecipazione del laicato come possibilità di esprimere un’opinione ma non di coinvolgimento per un vero discernimento che giunga a decisioni condivise, dal momento che non si parla di questioni dottrinali ma di questioni pastorali che cercano di rispondere adeguatamente ai bisogni della nostra realtà».

Il protagonismo laicale continua ad essere una sfida in sospeso nella nostra Chiesa – prosegue Estrella Moreno Laiz –. In primo luogo, da parte dello stesso laicato che deve continuare a crescere nella consapevolezza della propria identità e responsabilità; da qui la necessità dei processi di formazione e di accompagnamento richiesti nel congresso.

Ma anche da parte del ministero ordinato, perché al suo interno continua a prevalere l’interpretazione della necessità della partecipazione dei laici in chiave di supplenza e, quindi, in modo occasionale, determinato dal numero insufficiente di membri del clero. Non è questo il modo giusto di prendere sul serio l’ecclesiologia del Vaticano II, né è adeguato alla realtà sociale che condividiamo, che non tollera forme autoritarie e poco dialogiche».

Il congresso ha mostrato quanto sia ancora lunga la strada per un laicato consapevole e protagonista e quanto ancora ci vorrà perché – come ha detto il vescovo di Basilea, Felix Gmür – quella che oggi nella nomina dei vescovi è un’eccezione diventi una regola.

Originale: Settimana News
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C’è un proverbio che dice: non c’è nessuna regola senza eccezioni, ma può giungere il tempo in cui l’eccezione può (dovrebbe) diventare la regola. Non è un semplice gioco di parole, ma risponde a quanto ha auspicato il vescovo di Basilea Felix Gmür, presidente della Conferenza episcopale svizzera, in un articolo del 13 novembre 2020, sulla rivista Forum, della Chiesa cattolica di Zurigo, riferendosi alle modalità con cui vengono ancora oggi nominati i vescovi per le varie diocesi.

Secondo Gmür, sacerdoti, diaconi e altri operatori della Chiesa, ma anche i fedeli di una diocesi, dovrebbero avere voce in capitolo nell’elezione dei vescovi. Occorre trovare meccanismi, «in accordo con le rispettive sensibilità culturali», per garantire «un’adeguata rappresentanza dell’intero popolo diocesano di Dio».

Tuttavia, la scelta dei candidati e la procedura elettorale non devono in alcun modo essere concepite come una campagna elettorale democratica: «Si tratta piuttosto di un processo di discernimento spirituale che porti a una decisione più unanime possibile». Poiché la Chiesa in una diocesi è «pienamente Chiesa, ma non l’intera Chiesa», devono essere incluse anche le diocesi vicine, e il papa, che deve confermare l’elezione. Che la nomina spetti al papa dovrebbe diventare pertanto un’eccezione.

La norma e i privilegi

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Nella Chiesa latina è regola che il papa nomini liberamente i vescovi. Le diocesi svizzere di Basilea e San Gallo tuttavia costituiscono un’eccezione a livello mondiale. Qui non è il papa a proporre i candidati. Invece di designarli, egli nomina il vescovo legittimamente eletto dal capitolo della cattedrale. Questo diritto di voto dei vescovi si basa sul cosiddetto Concordato di Vienna del 1448. Oggi questa procedura è un’eccezione. Ai vecchi tempi, invece, era la norma.

«Fu solo con la pubblicazione del Codice di diritto canonico (CIC) del 1917 che il diritto di eleggere i vescovi fu espressamente attribuito al papa».

L’affermazione del diritto di nomina papale si è consolidata nel tempo, facendo apparire altri modelli di elezione dei vescovi come un mero atto di grazia del papa. Questo, secondo il vescovo di Basilea, è del tutto errato. All’inizio della storia della Chiesa, la più ampia partecipazione possibile dei fedeli e delle varie autorità ecclesiastiche era fondamentale nella scelta di un vescovo. Celebre è la formulazione di principio di san Leone Magno: «Chiunque debba presiedere a tutti deve anche essere eletto da tutti».

Anche attualmente, in Germania esistono procedure diverse per la scelta delle persone per le varie sedi episcopali. Nella maggior parte delle diocesi, è il capitolo della cattedrale che sceglie un candidato da una lista di tre persone presentata dal Vaticano; l’elezione è poi confermata dal papa. Al contrario, nelle diocesi bavaresi, il papa è del tutto libero di nominare un vescovo. I capitoli della cattedrale possono presentare al Vaticano solo una lista di candidati a loro parere idonei. La diversità delle procedure dipende comunque dai vari concordati con la Santa Sede che in Germania si applicano a seconda delle regioni.

Una diversa procedura

Nei tempi recenti, il problema della nomina dei vescovi diocesani è stato più volte sollevato in diverse parti del mondo, per esempio in America latina, ma anche altrove.

Su questo argomento, il teologo spagnolo J. Martinez Gordo, in un contributo pubblicato lo scorso 13 ottobre su SettimanaNews, ha scritto che, se papa Francesco vuole «convertire il papato» (e quindi la Chiesa), deve cambiare la scelta dei vescovi. Questa scelta è stata – nella più veneranda e lunga tradizione della Chiesa – il risultato di un «accordo» cattolico «tra la volontà del fedeli direttamente interessati e la responsabilità della Sede primaziale nell’assicurare e garantire l’unità della fede e della comunione ecclesiale.

Questo criterio antico potrebbe oggi concretizzarsi giuridicamente attraverso una semplice (e allo stesso tempo rivoluzionaria) modifica del canone 377 §1: «Il Sommo Pontefice conferma i vescovi che sono stati legittimamente eletti e, in circostanze eccezionali, li nomina liberamente».

Con questa semplice inversione di proposizioni, ciò che fino al presente è eccezionale (l’intervento del popolo di Dio) diventerebbe normale. E ciò che finora è di routine (nomine episcopali imposte) sarebbe straordinario: si tratterebbe di una piccola modifica redazionale che, oltre a recuperare l’aspetto migliore della tradizione, permetterebbe di parlare di una vera primavera ecclesiale. E non solo (comunque sarebbe già molto) di una riforma nella cupola vaticana.

Ovviamente, sottolinea Gordo, il ruolo svolto, fino ad oggi, dai capitoli della cattedrale dovrebbe essere assunto dal consiglio pastorale diocesano unitamente ai consigli diocesani dei laici, al presbiterio e ai religiosi/e, lasciando sempre aperta la possibilità, dove le condizioni lo permettono, di una partecipazione diretta di tutti i battezzati o, quanto meno, di tutti i consigli pastorali della diocesi, inclusi quelli parrocchiali.

La voce dei laici

Che questo sia oggi un desiderio anche dei laici, lo rivela l’interrogativo espresso da un gruppo di famiglie della diocesi di Torino: (cf. SettimanaNews, 10 novembre 2010) che ha riflettuto sul ministero episcopale nella Chiesa locale, in vista della prossima nomina da parte del papa del successore dell’attuale arcivescovo Cesare Nosiglia. Ci siamo chiesti – scrivono – quale può essere, attualmente, il ruolo del «popolo di Dio», ossia dei fedeli di una diocesi, della nostra diocesi, nella scelta del proprio pastore.

L’8 novembre un gruppo di laici della diocesi di Caserta, in una Lettera aperta a papa Francesco e all’arcivescovo Emil Paul Tscherrig (nunzio apostolico in Italia), scriveva: «anche se purtroppo, in quanto laici, non ci viene ancora richiesto alcun consiglio sulla designazione del nuovo vescovo di Caserta avvertiamo il dovere di farci carico di fornirvi il profilo del vescovo di cui la nostra diocesi ha grande bisogno»…

Un analogo desiderio di partecipazione nella Chiesa – per stare ai fatti più recenti, è emerso, sia pure indirettamente, anche al congresso dei laici spagnoli che si è tenuto a Madrid (14-16 febbraio 2020) sul tema “Popolo di Dio in uscita”, patrocinato dalla Conferenza episcopale spagnola tramite la Commissione per l’Apostolato secolare (cf. SettimanaNews, 12 novembre 2020).

Il congresso ha voluto essere un punto di partenza per articolare il lavoro comune nelle diocesi spagnole in relazione al laicato e intende dare continuità sostanzialmente a due temi: l’opzione della sinodalità e il discernimento come metodo di lavoro e lo sviluppo.

Commentando i lavori, Estrella Moreno Laiz ha descritto con chiarezza quanto si sia ancora lontani da una Chiesa che esprima realmente il suo volto di popolo di Dio nel senso più pieno e pregante.

«Comincio – scrive – dalla questione dell’immagine, che in realtà è il linguaggio dominante del nostro tempo e, quindi, a volte senza volerlo, dice molte cose su chi siamo. In un congresso del laicato che sottolinea una Chiesa di comunione, i ministri ordinati, soprattutto i vescovi, occupavano sempre il posto più visibile e formavano un gruppo a parte. In nessun momento hanno preso posto tra la gente, con le persone che rappresentavano le loro diocesi, salvo qualche onorevole eccezione. D’altra parte, mi colpisce che, negli ultimi tempi, la parola corresponsabilità sia stata sostituita dal termine sinodalità.

Mi auguro sia una questione di parole e non abbia a che fare con la riduzione della libertà che il quadro canonico suppone quando si tratta di proporre spazi in cui incontrarsi, confrontarsi e decidere insieme, né che vi sia la volontà di ridefinire la partecipazione del laicato come possibilità di esprimere un’opinione ma non di coinvolgimento per un vero discernimento che giunga a decisioni condivise, dal momento che non si parla di questioni dottrinali ma di questioni pastorali che cercano di rispondere adeguatamente ai bisogni della nostra realtà».

Il protagonismo laicale continua ad essere una sfida in sospeso nella nostra Chiesa – prosegue Estrella Moreno Laiz –. In primo luogo, da parte dello stesso laicato che deve continuare a crescere nella consapevolezza della propria identità e responsabilità; da qui la necessità dei processi di formazione e di accompagnamento richiesti nel congresso.

Ma anche da parte del ministero ordinato, perché al suo interno continua a prevalere l’interpretazione della necessità della partecipazione dei laici in chiave di supplenza e, quindi, in modo occasionale, determinato dal numero insufficiente di membri del clero. Non è questo il modo giusto di prendere sul serio l’ecclesiologia del Vaticano II, né è adeguato alla realtà sociale che condividiamo, che non tollera forme autoritarie e poco dialogiche».

Il congresso ha mostrato quanto sia ancora lunga la strada per un laicato consapevole e protagonista e quanto ancora ci vorrà perché – come ha detto il vescovo di Basilea, Felix Gmür – quella che oggi nella nomina dei vescovi è un’eccezione diventi una regola.

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