Benedetto XVI nel tritacarne dell’operazione-Viganò

Gli architetti dell'affaire-Viganò hanno sempre avuto come bersaglio manifesto Papa Francesco.


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C’è chi ha provato a incastrare il Papa emerito come testimonial del dossier dell’ex nunzio che chiede le dimissioni di Bergoglio. Giocando di sponda col feticcio ideologico della “guerra tra i Papi”. Ecco com’è andata 

GIANNI VALENTE
ROMA

Gli architetti dell’affaire-Viganò hanno sempre avuto come bersaglio manifesto Papa Francesco. Ma nel loro assalto coordinato contro l’attuale Vescovo di Roma, il trattamento più brutale l’hanno riservato e ancora lo stanno infliggendo a Benedetto XVI, suo predecessore sul soglio di Pietro. Nel passaggio più sporco di tutta la strategia, a forza di strattoni, hanno provato a tirarlo dentro il loro attacco a Papa Bergoglio, tentando di spacciarlo come il “padrino” dell’operazione. Nel mix di delirio pseudo-puritano, manipolazioni e menzogne che connota l’intera vicenda, emerge con paradossale trasparenza la violenza che Joseph Ratzinger ha subito e continua a subire dai suoi tormentatori più impietosi: le cricche di falsi fan che si ostinano a strattonarlo per incastrarlo nelle guerre ideologiche e di potere con cui dilaniano la carne di Cristo. Non lo lasciano in pace neanche adesso, mentre nel “recinto di Pietroˮ lui vive col cuore e gli occhi fissi nel mistero che fa vivere la Chiesa.  

Lo schema-base dell’affaire Viganò  
L’operazione-Viganò ha cercato in ogni modo di accreditarsi facendo leva sul feticcio ideologico della contrapposizione tra il Papa regnante al suo predecessore, alimentato dalle propagande messe in atto reti anti-Bergoglio. Il “comunicato” di Viganò si conclude con la richiesta finale di dimissioni di Papa Francesco, e cerca di usare come detonatore del suo ordigno clericale il presunto scarto tra Papa Bergoglio e Papa Ratzinger rispetto al modo di porsi davanti ai comportamenti sessuali inappropriati del cardinale statunitense Theodore McCarrick, molestatore seriale di preti e seminaristi. Nel risultato della sua opera di dossieraggio, l’ex nunzio a Washington afferma di aver saputo da altri che Papa Ratzinger, una volta informato dei comportamenti sessuali impropri di McCarrick, aveva colpito quel porporato quasi ottuagenario (creato cardinale da papa Wojtyla) con sanzioni canoniche pesanti, come la proibizione di celebrare messa «in pubblico», il divieto «di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare», e l’obbligo «di dedicarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».  
  
L’ex nunzio vaticano a Washington racconta invece che Papa Francesco, ricevendolo per la prima volta in udienza il 23 giugno 2013, non aveva fatto «il minimo commento» né aveva mostrato «alcuna espressione di sorpresa» quando lo stesso Viganò gli aveva descritto McCarrick come un corruttore di «generazioni di giovani», e lo aveva anche informato delle disposizioni «di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza» che Papa Ratzinger aveva indirizzato al cardinale statunitense. A questo mix di ricordi, impressioni, congetture e “sentito dire”, Viganò faceva seguire poco più in là l’affermazione/deduzione secondo cui «a partire dalla elezione di Papa Francesco McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste».  
  
Il comunicato-Viganò – con tutte le sue forzature, le zone d’ombra, i teoremi rabbrecciati, le reticenze studiate messi in luce negli ultimi giorni da decine di analisi, inchieste e commenti seguiti alla sua diffusione – punta a far passare un messaggio-base esplicito e dirompente: McCarrick era stato colpito da sanzioni da Papa Ratzinger, e da quelle stesse sanzioni era stato «liberato» sotto il pontificato di Papa Francesco, che poi lo aveva addirittura valorizzato come “suggeritore” nelle scelte dei nuovi vescovi USA. Questo presunto cambio di registro tra i due Papi, pretende di essere la “notitia criminis” portata a galla dall’informativa-Viganò, e viene utilizzata come la “prova regina” che regge tutto l’impianto di accuse, calunnie, mezze verità raccattate tra la paccottiglia rancida dei blog anti-Bergoglio per arrivare a chiedere le dimissioni del Successore di Pietro.  
  
  
Pressing concertato su Benedetto 
I passaggi portanti della requisitoria confezionata dall’ex diplomatico vaticano vengono rilanciati con accenti più o meno rozzi dai suoi amplificatori mediatici: Papa Francesco – ripetono in coro – ha coperto McCarrick e ha archiviato le disposizioni comminate contro il cardinale dal suo predecessore perché è circondato e teleguidato dai vescovi, cardinali e monsignori della “lobby gay” che vogliono anche cambiare la dottrina della Chiesa sull’omosessualità, e per questo, per il bene della Chiesa, si deve dimettere.  
  
Nelle prime ore seguite alla pubblicazione dell’informativa, dalle centrali strategiche dell’operazione tracima, non trattenuta, la foga di arruolare – incastrare Ratzinger come suo testimonial e massimo tutore: il National Catholic Register, organo di stampa che fa capo alla galassia dell’Eternal Word Television Network (EWTN), e che ha lanciato in esclusiva la versione inglese del “comunicato Viganò”, cita una fonte anonima per far circolare l’indiscrezione che il Papa emerito «ricordava di aver stabilito restrizioni di qualche tipo», ma non riusciva a ricordare con precisione «in quale modo la vicenda era stata effettivamente gestita». Invece l’avvocato Timothy Busch, uno degli amministratori del Eternal Word Television Network (EWTN), fa sapere di aver ricevuto in anteprima il testo dell’ex nunzio a Washington, mentre racconta al New York Times che «i responsabili della pubblicazione gli avevano personalmente assicurato: il Papa emerito, Benedetto XVI, ha confermato il racconto dell’arcivescovo Viganò». La “rivelazione” di Busch viene smentita a stretto giro dal segretario particolare di Ratzinger, l’arcivescovo Georg Gänswein, che la bolla come «fake news».  
  
Il cinismo empio dei falsi fan 
Le inchieste, le analisi e gli approfondimenti giornalistici dedicati al “comunicato” di Viganò hanno documentato le contraddizioni che rendono inattendibili molti passaggi chiave del dossier, a partire proprio da quelli che chiamano in causa Papa Ratzinger e la sua asserita distanza dall’attuale Pontefice riguardo al trattamento da ambedue riservato al cardinale McCarrick. Le testimonianze – spesso anonime – raccolte dal setaccio di ricercatori e reporter hanno delineato una gestione del caso McCarrick ben diversa da quella raccontata da Viganò. Dall’intreccio di testimonianze convergenti, ottenute incalzando anche non meglio definite «fonti vicine a Papa Benedetto», è emerso che lo stesso Benedetto XVI non aveva inflitto al cardinale statunitense sanzioni canoniche definite e rese note anche in forma scritta o con un decreto formale a chi di dovere, ma solo ammonizioni verbali, «richieste private» comunicate al destinatario dall’arcivescovo Pietro Sambi, Nunzio apostolico a Washington dal 2005 al 2011). Tali richieste probabilmente intimavano a McCarrick di lasciare il seminario dove risiedeva a stretto contatto con sacerdoti e seminaristi (cosa che effettivamente avviene tra la fine del 2008 e inizio 2009) e di «mantenere un basso profilo».  
  
Documenti d’archivio e filmati circolati in rete hanno attestato che anche negli anni dal 2009 al 2012, a parte il cambio di residenza, il cardinale non si era ritirato e non conduceva una vita di penitenza. Continuava a viaggiare, a celebrare messe, andava a Roma e vedeva anche il Papa, mentre negli USA continuava a partecipare a eventi pubblici (perfino in presenza dello stesso Viganò, che al vecchio porporato rivolgeva anche pubbliche attestazioni di affetto). Tutti elementi che polverizzano il teorema di Viganò, mirante a contrapporre Benedetto e Francesco riguardo al trattamento riservato a McCarrick. Mentre la retorica da “tolleranza zero” sugli scandali sessuali degli uomini di Chiesa, con cui l’operazione Viganò puntava a “giocare di sponda”, rischia di prendere di mira anche il Papa emerito, per la modalità decisa ma nel contempo discreta e aliena da pose spettacolari con cui aveva affrontato lo stesso fascicolo-McCarrick: ammonimenti privati, comunicati attraverso vie riservate, nessuna sanzione resa di pubblico dominio, nessun plateale richiamo o sconfessione davanti al perdurante protagonismo pubblico del porporato ottuagenario. Viganò stesso, nell’intervista rilasciata al sito ultraconservatore USA LifeSiteNews dopo l’uscita della sua comunicazione, ha tirato in ballo il notorio carattere «mite» di Papa Benedetto per spiegare perché il Papa bavarese continuasse a incontrare McCarrick, dopo avergli rivolto un ammonimento personale per la sua condotta sessuale.  
  
Mentre il direttore della Catholic News Agency – altra entità connessa alla galassia mediatica EWTN – in un suo articolo ha parlato di cattolici che si chiedono come mai Papa Benedetto XVI «non ha risposto in modo più forte» sulla vicenda scandalosa di McCarrick, e chiedono ragione del suo «approccio morbido» al caso, espresso in provvedimenti riservati e segreti, evitando di applicare con maggior severità al porporato molestatore «sanzioni immediate, pubbliche e serie». Dopo aver cercato di incastrarlo come “sponsor” dell’operazione-Viganò, gli autori dell’intera trama sembrano pronti senza remore a lasciare anche il Papa emerito in balia delle invettive sommarie contro le esitazioni clericali nel denunciare gli scandali sessuali del clero.  
  
Maltrattamenti neorigoristi  
I passaggi del comunicato-Viganò che accreditavano la pista dello “scontro tra Papi” sul caso-McCarrick erano il gancio a cui si reggeva tutta l’operazione. anti-Bergoglio. Ma è da anni che falsi amici di Joseph Ratzinger lo tormentano tirandolo in ballo nei loro giochi di potere come una specie di anti Papa, per contrapporlo all’attuale Vescovo di Roma. Più lo usano, più lo citano, più giocano sulla sua pelle, e più si vede quanto non gli vogliono bene.Maramaldeggiano giocando con la situazione inedita che vede la compresenza in vita di due Successori di Pietro, pur di mettere sotto ricatto l’intera compagine ecclesiale. Sfregiano anche la portata profetica del gesto delle sue dimissioni, svilendolo a “precedenteˮ per poi puntare subito al bis, e provare a “immaginare” sulla scia della rinunzia ratzingeriana un sistema per la rottamazione e lo smaltimento di Papi sgraditi. 
  
Il cinismo con cui gli pseudo-supporter violentano il nome e la figura del Papa emerito aveva già avuto manifestazioni eloquenti e premonitrici durante il pontificato ratzingeriano. Negli anni di quel papato, sedicenti ammiratori di matrice neo-conservatrice o neo-tradizionalista hanno riservato al Papa teologo intimidazioni e rozzi strattonamenti, insieme alle ostentazioni della loro finta devozione. Molti di loro si sono auto-eletti come custodi non richiesti dell’interpretazione autentica di un presunto «progetto di pontificato ratzingeriano», pronti a bacchettare il Papa stesso quando lui sembrava andare fuori linea.  
  
Quando Papa Ratzinger, nel suo libro-intervista con Peter Seewald Luce del mondo, parlò di «singoli casi giustificati» dell’uso del preservativo facendo come esempio quello di chi si prostituisce e usa il profilattico come «un primo atto di responsabilità» per evitare di contagiare mortalmente altre persone, alcuni neorigoristi anglofoni allora membri della Pontificia Accademia per la vita sostennero che le sue parole potevano introdurre elementi di ambiguità nella dottrina morale cattolica. Christine Vollmer, presidente della Alliance for Family con sede a Miami negli Stati Uniti, scrisse che «il nostro Santo Padre dovrebbe smettere di parlare di sesso aberrante, e parlare di più di Gesù». Mentre Luke Gormally, già direttore del Linacre Centre for Healtcare Ethics di Londra, denunciò la «confusione». Ad altri esponenti della galassia “teocon” non erano piaciuti nemmeno i passaggi dell’intervista in cui Papa Ratzinger riconosceva i limiti posti all’autorità papale dalla Tradizione della Chiesa, parole che vennero bollate come un «depotenziamento del primato petrino». Quando Benedetto XVI annunciò la sua partecipazione al XXV anniversario dell’incontro interreligioso per la pace convocato da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986, accademici e giornalisti di matrice neo-tradizionalista diffusero un appello pubblico in cui diffidavano con toni perentori il Papa dal ripetere l’errore del suo predecessore polacco, se non voleva diventare complice del “contagio” che a partire dalla sciagurata iniziativa wojtyliana aveva a loro giudizio diffuso in tutta la Chiesa cattolica «l’indifferentismo e il relativismo religioso».   
  
Papa Ratzinger, in un modo o nell’altro, si è sottratto agli abbracci infidi di chi voleva fare del suo volto mite il vessillo di una “Chiesa di guerra”, tutta assorbita nel progetto di affermare la propria consistenza mondana a colpi di “battaglie culturali”. La parabola del pontificato ratzingeriano, col suo approdo ai toni penitenziali e la sua concentrazione finale sui fattori minimali e gratuiti della fede e della vita cristiana ha deluso proprio quelli che avevano perseguito negli anni del suo pontificato il progetto di una «rivoluzione papale» guidata dal “Papa condottiero”. Non a caso, i primi a parlare delle possibili dimissioni di Papa Benedetto XVI furono testate e personaggi “ultra-ratzingeristi”, pronti a liquidare come manifestazione di debolezza i toni «penitenziali» assunti dal Papa davanti agli scandali della pedofilia clericale. Il Papa bavarese, ai loro occhi, “perdeva colpi”, e sarebbe stato opportuno un suo passo indietro per aprire la strada a qualcuno di più “energico”.  
  
La Barca di Pietro e chi la guida 
Ora che “l’affaire Viganò” ha fatto da battistrada a operazioni torbide, che per certi versi non hanno precedenti nella storia della Chiesa, proprio la rinuncia al papato di Ratzinger e le parole che lui scelse per spiegarla al mondo sono di conforto, e aiutano a guardare con più lucidità le cose che accadono. Con quel gesto, Benedetto XVI suggerì a tutti che la Chiesa può attraversare carestie e disastri – compresi quelli combinati dagli uomini di Chiesa – solo se riconosce che a guidarla e a salvarla ci pensa Gesù Cristo. Per questo nessun Papa può credere davvero di essere lui il “salvatore” della Chiesa. E per lo stesso motivo, non conviene – e di solito porta anche male – forzare la mano a chi è stato messo pro tempore alla guida della “barca di Pietro”, per affrettare i tempi della sua uscita di scena.  
  
Proprio nel suo ultimo discorso da Papa, Benedetto XVI rivolse il suo sguardo agli anni in cui era stato proprio lui a guidare la barca di Pietro. Ricordò anche i «momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire». Ma confessò anche di aver sempre percepito che «in quella barca c’è il Signore», che «la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è Sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto». 

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