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Benedetto XVI e il dialogo con l’ebraismo

Trasformare il mistero divino in "fede" e "ragione"

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Un commento sul recente contributo del Papa emerito a proposito delle relazioni cattolico-ebraiche: trasformare il “Mistero divino” in “fede e ragione”

LISA PALMIERI BILLIG
ROMA

Nell’agosto del 2005, poco tempo dopo essere stato eletto il primo Papa tedesco dopo la Shoah, Benedetto XVI riuscì a conquistare le diffidenze iniziali da parte del mondo ebraico visitando la sinagoga di Colonia durante il suo primo viaggio papale all’estero, e rilasciando varie dichiarazioni in cui condannava il nazismo e l’antisemitismo. A proposito, il suo ultimo saggio sui rapporti cattolico-ebraici inizia con queste parole: “Dopo Auschwitz, è chiaro che la Chiesa debba meditare nuovamente sulla natura dell’ebraismo. La strada è stata aperta dal Vaticano II, con la dichiarazione “Nostra Aetate”. 

Il suo impegno è fuori discussione. Eppure, a differenza dei due illustri papi che lo hanno preceduto e seguito – San Giovanni Paolo II e Papa Francesco – gli è mancata l’esperienza diretta di avere amici ebrei. La sua visione personale della religione ebraica non lo ha reso familiare con lo sviluppo e il fermento dell’ebraismo nel corso dei secoli. Pur sostenendo pienamente il processo di risanamento in corso tra cattolici ed ebrei, Joseph Ratzinger ne è rimasto tuttavia estraneo alla sua evoluzione. 
 
La sua esperienza nel dialogo interreligioso è essenzialmente limitata alla ricerca accademica e all’esegesi cattolica, un mondo di teorie, rimasto relativamente intoccato dai riferimenti alle ripetute violenze inflitte agli ebrei nel corso dei secoli da parte della Chiesa dopo Costantino, con l’ascesa del cristianesimo al potere temporale. La causa di fondo, e cioè l’errata interpretazione teologica alla base dell'”insegnamento del disprezzo” della Chiesa, fu ufficialmente bandita solo nel 1965 dal documento del Concilio Vaticano II, Nostra Aetate, a cui Joseph Ratzinger partecipò come esperto teologico. 
 
Nei decenni che seguirono, la Pontificia Commissione per le Relazioni Religiose con l’Ebraismo pubblicò altri quattro importanti documenti per facilitare sia la messa in atto della dichiarazione conciliare che la riconciliazione tra cattolici ed ebrei. 
 
Nei Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica (1985), si fa riferimento alle Linee Guida e Suggerimenti del 1974, che definiscono la condizione fondamentale del dialogo come “rispetto per l’altro” e “conoscenza” delle “componenti basilari delle tradizioni religiose del giudaismo” e apprendimento “dei tratti essenziali in cui si definiscono gli ebrei alla luce della loro stessa esperienza religiosa”. 
 
Il documento più recente, pubblicato nel 2015 per commemorare il 50esimo anniversario di Nostra Aetate, Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29). Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico-ebraiche, è stato il primo documento puramente teologico sul tema. Nel testo, Card. Koch scrive che “è inconfutabile che possa esserci soltanto un’unica storia dell’alleanza tra Dio e l’umanità (…) e che “l’alleanza stretta da Dio con Israele (…) non è mai stata revocata e rimane valida”. Nel testo si legge che “La Nuova Alleanza non revoca le precedenti alleanze, ma le porta a compimento. (…) La Nuova Alleanza ha per base e fondamento l’Antica, poiché è il Dio di Israele che stringe l’Antica Alleanza con il popolo di Israele e rende possibile la Nuova Alleanza in Gesù Cristo. (…) La Nuova Alleanza, per i cristiani, non è né l’annullamento né la sostituzione, ma il compimento delle promesse dell’Antica Alleanza.” 
 
Le erudite escursioni intellettuali di Benedetto XVI nella teologia cattolica gli hanno insegnato a venerare l’Antico Testamento (Torah, Tanach o Bibbia ebraica) come parte integrante delle Sacre Scritture cristiane. 
 
Ratzinger è convinto della “intrinseca unità dell’Antica e della Nuova Alleanza, le due parti delle Sacre Scritture”, come mi raccontò nel 1990 quando, in veste di Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, mi concesse la sua prima intervista sul tema dei rapporti della Chiesa con l’l’ebraismo: “Gli ebrei e l’ebraismo nel Catechismo universale”, pubblicata simultaneamente in italiano ed in inglese da “Studi Cattolici” e “Midstream”. “Possiamo leggere il Nuovo Testamento solo insieme a ciò che l’ha preceduto, altrimenti non saremmo assolutamente in grado di comprenderlo”, disse. 
 
Questa visione unitaria tra il Vecchio ed il Nuovo, in una Alleanza che si evolve, è espressa chiaramente nel documento del 2015, che non doveva essere considerato un “documento ufficiale del Magistero”, ma piuttosto un documento di “studio” inteso a ispirare ulteriori riflessioni. Il Papa Emerito Benedetto XVI ha colto la sfida, scegliendo di approfondire le questioni teologiche che a suo parere necessitavano di ulteriori chiarimenti. 
 
Dal 2013, anno del suo ritiro volontario, Benedetto XVI ha dedicato molto del suo tempo alla meditazione ed alla scrittura. Il suo ultimo saggio di 20 pagine è una riflessione solitaria su Grazia e Chiamata Senza Pentimento – a proposito del “Decreto Sugli Ebrei” (che fu il nome dato alla prima stesura di Nostra Aetate). Il testo si concentra essenzialmente su due tesicontenute nei documenti del 1965 e del 2015: la prima, che Israele non è stato sostituito dalla Chiesa e la seconda, che l’Alleanza (con il popolo ebraico) non è mai stata revocata. Egli afferma che entrambe le tesi sono “essenzialmente corrette ma richiedono ulteriori valutazioni critiche”. La terza tesi su cui si sofferma Papa Ratzinger è il significato teologico della “Terra Promessa”. 
 
Malgrado il testo sia stato inizialmente consegnato al Card. Koch esclusivamente per una riflessione interna alla Chiesa, il Cardinale ha convinto Ratzinger della necessità di una sua pubblicazione ad un pubblico più vasto. Ecco perché ai primi di luglio 2018 il saggio è apparso nella rivista cattolica tedesca Communio (uno dei fondatori della quale è Ratzinger stesso). Ad oggi non sono state circolate traduzioni in altre lingue. 
 
Le prime reazioni sono state limitate ai colleghi teologi di lingua tedesca, a leader del mondo ebraico, ed alcuni studiosi del dialogo ebraico-cattolico. C’è preoccupazione per il potenziale del testo di suscitare polemiche e riportare indietro il dialogo. Secondo The Tablet, il Consiglio di Coordinamento delle circa ottanta Associazioni per la Cooperazione Ebraico-Cristiana in Germania, ha chiesto “immediati colloqui chiarificatori” sulle dichiarazioni “relativistiche” del Papa Emerito a proposito del “rifiuto della teoria della sostituzione” e del “patto mai revocato”. 
 
Il Provinciale dei Gesuiti di Svizzera, Christian Rutishauser, ha scritto un articolo per Neue Zùrcher Zeitung dal titolo “Non c’è una via senza Cristo: Benedetto XVI ribadisce la sua posizione: gli ebrei sono il popolo di Dio, ma la Verità sta nel cristianesimo”. 
 
Una reazione più benevola ma anche attenta è stata quella del Rabbino Capo dell’Austria, Arie Folger. Riconoscendo che il testo era inteso principalmente per uso interno, egli ritiene “comprensibile” che Benedetto cerchi di rendere le sue tesi compatibili con il magistero cristiano. 
 
Tuttavia, accusa il Papa emerito di un “revisionismo a-storico che ignora la reale sofferenza inflitta per secoli dalla dottrina diVerus Israel (Teologia della Sostituzione). “Malgrado tutti i suoi sforzi”, continua il Rabbino, “la visione odierna dell’ebraismo assomiglia a quella che troviamo scolpita sulla Cattedrale di Strasburgo, dove l’ebraismo è rappresentato da una povera donna bendata”. 
Eppure Card. Koch, nella sua introduzione al Saggio, afferma che “le riflessioni teologiche [di Ratzinger] dovrebbero essere incorporate nel dialogo futuro tra la Chiesa ed Israele”, che sono “una risposta importante all’invito della Commissione Vaticana ad affrontare un dialogo teologico più approfondito” e che sarebbero un “arricchimento”. 
 
Da parte sua, Christian Ruttishauser ipotizza che Koch “potrebbe essersi premurato di difendere la rivendicazione della salvezza universale di Cristo rispetto al relativismo”; preoccupazione inutile secondo Ruttishauser, visto che “già nel documento vaticano del 2015 si rigetta la tesi di ebraismo e cristianesimo come via parallele per la salvezza”. 
 
Si potrebbe aggiungere che secondo la visione ebraica che Ratzinger non menziona, la salvezza è alla portata di tutte le persone, in qualunque luogo, che vivono secondo il codice etico delle sette leggi di Noè. I “chiarimenti” di Benedetto XVI sulla teologia sostitutiva o “supercessionist” e su “l’Alleanza” sono precisi. “La Teoria della sostituzione”, afferma candidamente, “non è mai esistita”. 
 
Il nuovo saggio di Ratzinger elabora la soluzione della continuità e della progressione (ovvia per i cristiani ma chiaramente inaccettabile per la fede ebraica). Si avventura poi in un terreno scivoloso, proponendo il testo come piattaforma per un futuro dialogo cattolico-ebraico. 
 
Ratzinger fa riferimento al racconto di Luca della conversazione di Gesù con due giovani sulla via di Emmaus, scrivendo che “questo testo descrive lo sviluppo della fede cristiana nel primo e secondo secolo, una strada che deve essere sempre ricercata e percorsa nuovamente. Descrive quindi anche la base per un dialogo tra ebrei e cristiani, come dovrebbe svolgersi oggi ma che sfortunatamente avviene molto raramente”. 
 
Un altro esempio del pervasivo approccio cristologico di Joseph Ratzinger all’Antico Testamento è espresso nella sua analisi dell’evoluzione dei Salmi scritti da David, attraverso la credenza cristiana secondo cui l’autore sia invece Gesù. Afferma che “Il significato storico originale del testo quindi non viene abolito ma deve essere trasceso”. 
 
Il partner ebraico nel dialogo, e l’ebraismo Ortodosso in particolare, non può non ricordare la lunga e dolorosa storia delle “dispute” teologiche medievali imposte dalla Chiesa, il cui esito era sempre la sconfitta prestabilita del soggetto ebreo e il trionfo di quello cristiano, spesso accompagnate da roghi del Talmud e violenze contro le comunità ebraiche. 
 
Nella visione teologica di Ratzinger, la Bibbia ebraica sembra acquisire il suo vero valore interpretativo solo attraverso l’Avvento di Cristo. Non fa riferimento alle istruzioni della Pontificia Commissione per apprendere “con quali tratti essenziali gli ebrei si definiscono alla luce della propria esperienza religiosa”. Non sembra ricordare le discussioni e i vari livelli interpretativi del Talmud da parte rabbinica nell’ebraismo, per non parlare del fermento e della diversità nella religiosità ebraica di oggi. 
 
Le speranze o le aspettative del Papa Emerito per una maggiore apertura da parte ebraica per un nuovo impegno verso questo discorso teologico – storicamente delicato – sembrano problematiche, se il tacito scopo dei cristiani rimane quello di “convincere” gli ebrei della fede cristiana, continuando di conseguenza, per quanto discretamente, nell’attività missionaria che è stata denunciata in tutti i recenti documenti ufficiali del Vaticano. I leader ebrei ortodossi che appena l’anno scorso hanno superato la loro diffidenza nei confronti del dialogo con la Chiesa e hanno presentato a Papa Francesco un documento unitario (Tra Gerusalemme e Roma) in previsione di relazioni più strette nel comune impegno di lavorare insieme per un mondo migliore, potrebbero ora pentirsi di aver concesso una fiducia così totale. 
 
Nella sua dettagliata elaborazione della “teoria della sostituzione”, Benedetto elenca innanzitutto le sostituzioni minori che hanno caratterizzato semplicemente il “distacco delle vie” tra le due religioni fraterne nei primi secoli. Afferma per esempio che “l’Eucaristia ha sostituito il sacrificio degli animali nel Tempio” (potremmo però aggiungere che anche l’ebraismo ha sostituito i sacrifici animali con la penitenza ed il digiuno). La santificazione del Sabato diventò quella della Domenica. La circoncisione, le regole alimentari, le istruzioni sulla pulizia furono trasformate. 
 
Un’importante affermazione di unità tra le due religioni è la dichiarazione di Ratzinger che, per quanto riguarda le istruzioni legali e morali della Torah, “non c’è assolutamente alcuna sostituzione per la legge morale. Anche se le interpretazioni possono variare, le istruzioni morali nell’Antica e nella Nuova Alleanza sono effettivamente identiche e nessuna ‘Sostituzione’ è quindi possibile”. 
 
Benedetto conclude che l’unico vero ostacolo oggi è la differenza inconciliabile tra credere o meno che Gesù sia il Messia. Secondo il Papa emerito, ”Il tema di Gesù come Messia è e rimarrà la vera controversia (‘Streitpunkt’) tra ebrei e cristiani (…) Le diverse concezioni del Messia riflettono le nostre differenti credenze. Gesù non voleva portare pace in un mondo nuovo e completo (…) ma voleva invece diffondere la fede in Dio”. 
 
Le riflessioni di Ratzinger sul sionismo religioso sono ulteriore fonte di difficoltà per molti ebrei. Egli afferma (causando una forte protesta da parte del Rabbino austriaco Folger) che con l’avvento del cristianesimo, il significato di “terra promessa” è diventato puramente metafisico. Rifiuta qualunque rivendicazione teologica per Israele da parte ebraica. Allo stesso tempo tuttavia, Benedetto XVI difende con forza il “diritto naturale” del popolo ebraico verso Israele. 
 
Su questo tema il Rabbino David Rosen, Direttore Internazionale per gli Affari Interreligiosi dell’AJC, ha sottolineato che già nel Documento del Vaticano del 2015 mancava il riferimento al “ruolo centrale della Terra di Israele nella vita religiosa, storica e contemporanea del popolo ebraico”. Ha ricordato che il significato storico e teologico dei rapporti diplomatici tra il Vaticano ed Israele stabiliti nel 1994 rifletteva il “ripudio” della Chiesa cattolica di una precedente visione del popolo ebraico come “un vagabondo condannato a rimanere senza un tetto fino all’avvento finale”. Ha anche ricordato che “il rapporto tra religione, popolo e terra è stato ampiamente esplorato nelle sue dimensioni religiose durante gli incontri tra esperti del mondo ebraico e del Vaticano nel Comitato Internazionale di Collegamento Cattolico-Ebraico (ILC) negli anni ’70”. 

Originale: Vatican Insider
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LISA PALMIERI BILLIG
ROMA

Nell’agosto del 2005, poco tempo dopo essere stato eletto il primo Papa tedesco dopo la Shoah, Benedetto XVI riuscì a conquistare le diffidenze iniziali da parte del mondo ebraico visitando la sinagoga di Colonia durante il suo primo viaggio papale all’estero, e rilasciando varie dichiarazioni in cui condannava il nazismo e l’antisemitismo. A proposito, il suo ultimo saggio sui rapporti cattolico-ebraici inizia con queste parole: “Dopo Auschwitz, è chiaro che la Chiesa debba meditare nuovamente sulla natura dell’ebraismo. La strada è stata aperta dal Vaticano II, con la dichiarazione “Nostra Aetate”. 

Il suo impegno è fuori discussione. Eppure, a differenza dei due illustri papi che lo hanno preceduto e seguito – San Giovanni Paolo II e Papa Francesco – gli è mancata l’esperienza diretta di avere amici ebrei. La sua visione personale della religione ebraica non lo ha reso familiare con lo sviluppo e il fermento dell’ebraismo nel corso dei secoli. Pur sostenendo pienamente il processo di risanamento in corso tra cattolici ed ebrei, Joseph Ratzinger ne è rimasto tuttavia estraneo alla sua evoluzione. 
 
La sua esperienza nel dialogo interreligioso è essenzialmente limitata alla ricerca accademica e all’esegesi cattolica, un mondo di teorie, rimasto relativamente intoccato dai riferimenti alle ripetute violenze inflitte agli ebrei nel corso dei secoli da parte della Chiesa dopo Costantino, con l’ascesa del cristianesimo al potere temporale. La causa di fondo, e cioè l’errata interpretazione teologica alla base dell'”insegnamento del disprezzo” della Chiesa, fu ufficialmente bandita solo nel 1965 dal documento del Concilio Vaticano II, Nostra Aetate, a cui Joseph Ratzinger partecipò come esperto teologico. 
 
Nei decenni che seguirono, la Pontificia Commissione per le Relazioni Religiose con l’Ebraismo pubblicò altri quattro importanti documenti per facilitare sia la messa in atto della dichiarazione conciliare che la riconciliazione tra cattolici ed ebrei. 
 
Nei Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica (1985), si fa riferimento alle Linee Guida e Suggerimenti del 1974, che definiscono la condizione fondamentale del dialogo come “rispetto per l’altro” e “conoscenza” delle “componenti basilari delle tradizioni religiose del giudaismo” e apprendimento “dei tratti essenziali in cui si definiscono gli ebrei alla luce della loro stessa esperienza religiosa”. 
 
Il documento più recente, pubblicato nel 2015 per commemorare il 50esimo anniversario di Nostra Aetate, Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29). Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico-ebraiche, è stato il primo documento puramente teologico sul tema. Nel testo, Card. Koch scrive che “è inconfutabile che possa esserci soltanto un’unica storia dell’alleanza tra Dio e l’umanità (…) e che “l’alleanza stretta da Dio con Israele (…) non è mai stata revocata e rimane valida”. Nel testo si legge che “La Nuova Alleanza non revoca le precedenti alleanze, ma le porta a compimento. (…) La Nuova Alleanza ha per base e fondamento l’Antica, poiché è il Dio di Israele che stringe l’Antica Alleanza con il popolo di Israele e rende possibile la Nuova Alleanza in Gesù Cristo. (…) La Nuova Alleanza, per i cristiani, non è né l’annullamento né la sostituzione, ma il compimento delle promesse dell’Antica Alleanza.” 
 
Le erudite escursioni intellettuali di Benedetto XVI nella teologia cattolica gli hanno insegnato a venerare l’Antico Testamento (Torah, Tanach o Bibbia ebraica) come parte integrante delle Sacre Scritture cristiane. 
 
Ratzinger è convinto della “intrinseca unità dell’Antica e della Nuova Alleanza, le due parti delle Sacre Scritture”, come mi raccontò nel 1990 quando, in veste di Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, mi concesse la sua prima intervista sul tema dei rapporti della Chiesa con l’l’ebraismo: “Gli ebrei e l’ebraismo nel Catechismo universale”, pubblicata simultaneamente in italiano ed in inglese da “Studi Cattolici” e “Midstream”. “Possiamo leggere il Nuovo Testamento solo insieme a ciò che l’ha preceduto, altrimenti non saremmo assolutamente in grado di comprenderlo”, disse. 
 
Questa visione unitaria tra il Vecchio ed il Nuovo, in una Alleanza che si evolve, è espressa chiaramente nel documento del 2015, che non doveva essere considerato un “documento ufficiale del Magistero”, ma piuttosto un documento di “studio” inteso a ispirare ulteriori riflessioni. Il Papa Emerito Benedetto XVI ha colto la sfida, scegliendo di approfondire le questioni teologiche che a suo parere necessitavano di ulteriori chiarimenti. 
 
Dal 2013, anno del suo ritiro volontario, Benedetto XVI ha dedicato molto del suo tempo alla meditazione ed alla scrittura. Il suo ultimo saggio di 20 pagine è una riflessione solitaria su Grazia e Chiamata Senza Pentimento – a proposito del “Decreto Sugli Ebrei” (che fu il nome dato alla prima stesura di Nostra Aetate). Il testo si concentra essenzialmente su due tesicontenute nei documenti del 1965 e del 2015: la prima, che Israele non è stato sostituito dalla Chiesa e la seconda, che l’Alleanza (con il popolo ebraico) non è mai stata revocata. Egli afferma che entrambe le tesi sono “essenzialmente corrette ma richiedono ulteriori valutazioni critiche”. La terza tesi su cui si sofferma Papa Ratzinger è il significato teologico della “Terra Promessa”. 
 
Malgrado il testo sia stato inizialmente consegnato al Card. Koch esclusivamente per una riflessione interna alla Chiesa, il Cardinale ha convinto Ratzinger della necessità di una sua pubblicazione ad un pubblico più vasto. Ecco perché ai primi di luglio 2018 il saggio è apparso nella rivista cattolica tedesca Communio (uno dei fondatori della quale è Ratzinger stesso). Ad oggi non sono state circolate traduzioni in altre lingue. 
 
Le prime reazioni sono state limitate ai colleghi teologi di lingua tedesca, a leader del mondo ebraico, ed alcuni studiosi del dialogo ebraico-cattolico. C’è preoccupazione per il potenziale del testo di suscitare polemiche e riportare indietro il dialogo. Secondo The Tablet, il Consiglio di Coordinamento delle circa ottanta Associazioni per la Cooperazione Ebraico-Cristiana in Germania, ha chiesto “immediati colloqui chiarificatori” sulle dichiarazioni “relativistiche” del Papa Emerito a proposito del “rifiuto della teoria della sostituzione” e del “patto mai revocato”. 
 
Il Provinciale dei Gesuiti di Svizzera, Christian Rutishauser, ha scritto un articolo per Neue Zùrcher Zeitung dal titolo “Non c’è una via senza Cristo: Benedetto XVI ribadisce la sua posizione: gli ebrei sono il popolo di Dio, ma la Verità sta nel cristianesimo”. 
 
Una reazione più benevola ma anche attenta è stata quella del Rabbino Capo dell’Austria, Arie Folger. Riconoscendo che il testo era inteso principalmente per uso interno, egli ritiene “comprensibile” che Benedetto cerchi di rendere le sue tesi compatibili con il magistero cristiano. 
 
Tuttavia, accusa il Papa emerito di un “revisionismo a-storico che ignora la reale sofferenza inflitta per secoli dalla dottrina diVerus Israel (Teologia della Sostituzione). “Malgrado tutti i suoi sforzi”, continua il Rabbino, “la visione odierna dell’ebraismo assomiglia a quella che troviamo scolpita sulla Cattedrale di Strasburgo, dove l’ebraismo è rappresentato da una povera donna bendata”. 
Eppure Card. Koch, nella sua introduzione al Saggio, afferma che “le riflessioni teologiche [di Ratzinger] dovrebbero essere incorporate nel dialogo futuro tra la Chiesa ed Israele”, che sono “una risposta importante all’invito della Commissione Vaticana ad affrontare un dialogo teologico più approfondito” e che sarebbero un “arricchimento”. 
 
Da parte sua, Christian Ruttishauser ipotizza che Koch “potrebbe essersi premurato di difendere la rivendicazione della salvezza universale di Cristo rispetto al relativismo”; preoccupazione inutile secondo Ruttishauser, visto che “già nel documento vaticano del 2015 si rigetta la tesi di ebraismo e cristianesimo come via parallele per la salvezza”. 
 
Si potrebbe aggiungere che secondo la visione ebraica che Ratzinger non menziona, la salvezza è alla portata di tutte le persone, in qualunque luogo, che vivono secondo il codice etico delle sette leggi di Noè. I “chiarimenti” di Benedetto XVI sulla teologia sostitutiva o “supercessionist” e su “l’Alleanza” sono precisi. “La Teoria della sostituzione”, afferma candidamente, “non è mai esistita”. 
 
Il nuovo saggio di Ratzinger elabora la soluzione della continuità e della progressione (ovvia per i cristiani ma chiaramente inaccettabile per la fede ebraica). Si avventura poi in un terreno scivoloso, proponendo il testo come piattaforma per un futuro dialogo cattolico-ebraico. 
 
Ratzinger fa riferimento al racconto di Luca della conversazione di Gesù con due giovani sulla via di Emmaus, scrivendo che “questo testo descrive lo sviluppo della fede cristiana nel primo e secondo secolo, una strada che deve essere sempre ricercata e percorsa nuovamente. Descrive quindi anche la base per un dialogo tra ebrei e cristiani, come dovrebbe svolgersi oggi ma che sfortunatamente avviene molto raramente”. 
 
Un altro esempio del pervasivo approccio cristologico di Joseph Ratzinger all’Antico Testamento è espresso nella sua analisi dell’evoluzione dei Salmi scritti da David, attraverso la credenza cristiana secondo cui l’autore sia invece Gesù. Afferma che “Il significato storico originale del testo quindi non viene abolito ma deve essere trasceso”. 
 
Il partner ebraico nel dialogo, e l’ebraismo Ortodosso in particolare, non può non ricordare la lunga e dolorosa storia delle “dispute” teologiche medievali imposte dalla Chiesa, il cui esito era sempre la sconfitta prestabilita del soggetto ebreo e il trionfo di quello cristiano, spesso accompagnate da roghi del Talmud e violenze contro le comunità ebraiche. 
 
Nella visione teologica di Ratzinger, la Bibbia ebraica sembra acquisire il suo vero valore interpretativo solo attraverso l’Avvento di Cristo. Non fa riferimento alle istruzioni della Pontificia Commissione per apprendere “con quali tratti essenziali gli ebrei si definiscono alla luce della propria esperienza religiosa”. Non sembra ricordare le discussioni e i vari livelli interpretativi del Talmud da parte rabbinica nell’ebraismo, per non parlare del fermento e della diversità nella religiosità ebraica di oggi. 
 
Le speranze o le aspettative del Papa Emerito per una maggiore apertura da parte ebraica per un nuovo impegno verso questo discorso teologico – storicamente delicato – sembrano problematiche, se il tacito scopo dei cristiani rimane quello di “convincere” gli ebrei della fede cristiana, continuando di conseguenza, per quanto discretamente, nell’attività missionaria che è stata denunciata in tutti i recenti documenti ufficiali del Vaticano. I leader ebrei ortodossi che appena l’anno scorso hanno superato la loro diffidenza nei confronti del dialogo con la Chiesa e hanno presentato a Papa Francesco un documento unitario (Tra Gerusalemme e Roma) in previsione di relazioni più strette nel comune impegno di lavorare insieme per un mondo migliore, potrebbero ora pentirsi di aver concesso una fiducia così totale. 
 
Nella sua dettagliata elaborazione della “teoria della sostituzione”, Benedetto elenca innanzitutto le sostituzioni minori che hanno caratterizzato semplicemente il “distacco delle vie” tra le due religioni fraterne nei primi secoli. Afferma per esempio che “l’Eucaristia ha sostituito il sacrificio degli animali nel Tempio” (potremmo però aggiungere che anche l’ebraismo ha sostituito i sacrifici animali con la penitenza ed il digiuno). La santificazione del Sabato diventò quella della Domenica. La circoncisione, le regole alimentari, le istruzioni sulla pulizia furono trasformate. 
 
Un’importante affermazione di unità tra le due religioni è la dichiarazione di Ratzinger che, per quanto riguarda le istruzioni legali e morali della Torah, “non c’è assolutamente alcuna sostituzione per la legge morale. Anche se le interpretazioni possono variare, le istruzioni morali nell’Antica e nella Nuova Alleanza sono effettivamente identiche e nessuna ‘Sostituzione’ è quindi possibile”. 
 
Benedetto conclude che l’unico vero ostacolo oggi è la differenza inconciliabile tra credere o meno che Gesù sia il Messia. Secondo il Papa emerito, ”Il tema di Gesù come Messia è e rimarrà la vera controversia (‘Streitpunkt’) tra ebrei e cristiani (…) Le diverse concezioni del Messia riflettono le nostre differenti credenze. Gesù non voleva portare pace in un mondo nuovo e completo (…) ma voleva invece diffondere la fede in Dio”. 
 
Le riflessioni di Ratzinger sul sionismo religioso sono ulteriore fonte di difficoltà per molti ebrei. Egli afferma (causando una forte protesta da parte del Rabbino austriaco Folger) che con l’avvento del cristianesimo, il significato di “terra promessa” è diventato puramente metafisico. Rifiuta qualunque rivendicazione teologica per Israele da parte ebraica. Allo stesso tempo tuttavia, Benedetto XVI difende con forza il “diritto naturale” del popolo ebraico verso Israele. 
 
Su questo tema il Rabbino David Rosen, Direttore Internazionale per gli Affari Interreligiosi dell’AJC, ha sottolineato che già nel Documento del Vaticano del 2015 mancava il riferimento al “ruolo centrale della Terra di Israele nella vita religiosa, storica e contemporanea del popolo ebraico”. Ha ricordato che il significato storico e teologico dei rapporti diplomatici tra il Vaticano ed Israele stabiliti nel 1994 rifletteva il “ripudio” della Chiesa cattolica di una precedente visione del popolo ebraico come “un vagabondo condannato a rimanere senza un tetto fino all’avvento finale”. Ha anche ricordato che “il rapporto tra religione, popolo e terra è stato ampiamente esplorato nelle sue dimensioni religiose durante gli incontri tra esperti del mondo ebraico e del Vaticano nel Comitato Internazionale di Collegamento Cattolico-Ebraico (ILC) negli anni ’70”. 

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