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HomeRubricheRisponde il teologoAvere paura dell'inferno? Non basta per amare Dio

Avere paura dell’inferno? Non basta per amare Dio

Risponde don Francesco Vermigli, docente di teologia dogmatica

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Un lettore chiede: “vorrei sapere se è saggio coltivare in questa vita un certo timore dell’inferno”. La risposta del teologo.

In uno dei suoi articoli precedenti in questa rubrica, don Francesco Vermigli ha affermato a proposito dell’inferno che «Negare che vi possa essere una separazione da Dio per l’eternità per colui che abbia rifiutato Dio volontariamente e consapevolmente (cioè in pienezza), verrebbe a colpire la serietà dell’atto umano più grande che possa essere compiuto».
In questa linea, vorrei sapere se è saggio coltivare in questa vita un certo timore dell’inferno. Da un lato, ci sono delle persone che dicono di no, affermando che si deve agire non per paura di Dio, ma per amore di Lui. Ho anche sentito un prete affermare che la misericordia di Dio è grandissima e che il peccato mortale è in realtà molto raro. Quindi non si dovrebbe temere troppo l’inferno, ha aggiunto lo stesso prete.
D’altro lato, ho il sentimento che pretendere che il nostro amore per Dio ci basterebbe per scegliere sempre il bene non sia completamente adeguato. Dopotutto, si dice che l’inizio della sapienza è il timore di Dio. So che alcuni dicono piuttosto «il timore di perdere Dio», ma non è ciò che è scritto.
Vorrei anche sapere se un santo timore dell’inferno implicherebbe non soltanto il timore della pena principale (cioè la separazione da Dio), ma anche il timore delle pene secondarie (come quella implicata dal fuoco eterno, supponendo che questo fuoco non sia soltanto un’immagine per parlare dell’inferno, ma una certa realtà).
Laurence Godin-Tremblay

Risponde don Francesco Vermigli, docente di teologia dogmatica

Per rispondere alla domanda, provo innanzitutto a precisare cosa sia il timore in senso teologico. Come sappiamo il «timore di Dio» è uno dei doni dello Spirito santo: da ciò si può intendere che si tratta di una cosa buona e che ha a che fare con la grazia.
Il timore di Dio, più in particolare, è la consapevolezza da un lato della condizione creaturale dell’uomo e dall’altro dell’infinita maestà divina. Bene dunque si legge nella Scrittura: «Il timore del Signore è principio della scienza» (Pr 1,7) e «Principio della sapienza è il timore del Signore» (Sal 111,10); come ricorda la nostra amica nella sua domanda. Perché aver consapevolezza della nostra piccolezza e della grandezza divina a cui tutto dobbiamo, è come l’inizio, la base del cammino di fede. Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2144 cita Newman, dove il grande teologo inglese nota che se nell’uomo manca il timore di Dio, è perché manca la consapevolezza di essere sempre nella vita alla presenza della Maestà divina.
Se il timore di Dio si intende come consapevolezza di essere sempre davanti alla Maestà divina, allora esso non è solo all’inizio del cammino di fede, ma sempre deve accompagnare il credente; anche quando l’uomo è progredito nel cammino e ama Dio con tutto se stesso. Perché l’uomo deve riconoscere che se ama Dio, Dio lo ha amato per primo; e se egli ama Dio, può farlo solo in virtù di una grazia che riceve da Dio medesimo. Nella storia alcuni grandi mistici hanno affermato che quando l’uomo ama Dio, in realtà è Dio che si ri-ama nell’uomo. Deus semper maior, direbbe la tradizione teologica cattolica, a partire dal Concilio Lateranense IV del 1215: questo è il fondamento del timore di Dio.
E passiamo alla questione se sia saggio avere il timore dell’inferno. Si tratta qui di intendere in modo diverso il senso della parola «timore». Mentre verso Dio il timore è nei confronti della sua grandezza, della sua onnipotenza e della sua assoluta libertà, qui si indirizza verso ciò che è il male e la pena. In altri termini, cambia il modo di intendere il termine, perché diverso è l’oggetto a cui si indirizza l’atteggiamento interiore che chiamiamo timore. Sempre il Catechismo al n. 1765 dichiara che il timore del male è una passione che genera «l’odio, l’avversione e lo spavento del male futuro» e termina «nella tristezza per il male presente». Ed è qui, appunto, che si aggancia la questione se sia saggio coltivare il timore dell’inferno.
L’esperienza ci porta a ritenere che esso sia saggio: il rischio di vivere nella separazione da Dio per l’eternità, non può non scuotere la coscienza del credente. D’altra parte, non può bastare questo. Perché l’uomo in quel momento non ama Dio in ragione di Dio, ma in ragione di qualcos’altro rispetto a Dio: in questo caso, cioè, ama Dio a partire dal timore per la pena (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica 1828). San Bernardo direbbe invece a questo proposito che «la ragione per cui si deve amare Dio è Dio stesso; la misura, amarlo senza misura» (De contemplando Deo).
Per quanto infine attiene al timore delle pene secondarie, questa questione non mi pare aggiungere moltissimo alle considerazioni fatte sopra. Del resto, a riguardo di tali pene secondarie mi pare utile riandare alle parole della lettera della Congregazione della dottrina della fede Recentiores episcoporum synodi del 1979, che al n. 7 invita a recuperare il vero senso biblico e teologico delle immagini che nella tradizione descrivono la pena principale che è la separazione eterna da Dio.

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Originale: Toscana Oggi
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In uno dei suoi articoli precedenti in questa rubrica, don Francesco Vermigli ha affermato a proposito dell’inferno che «Negare che vi possa essere una separazione da Dio per l’eternità per colui che abbia rifiutato Dio volontariamente e consapevolmente (cioè in pienezza), verrebbe a colpire la serietà dell’atto umano più grande che possa essere compiuto».
In questa linea, vorrei sapere se è saggio coltivare in questa vita un certo timore dell’inferno. Da un lato, ci sono delle persone che dicono di no, affermando che si deve agire non per paura di Dio, ma per amore di Lui. Ho anche sentito un prete affermare che la misericordia di Dio è grandissima e che il peccato mortale è in realtà molto raro. Quindi non si dovrebbe temere troppo l’inferno, ha aggiunto lo stesso prete.
D’altro lato, ho il sentimento che pretendere che il nostro amore per Dio ci basterebbe per scegliere sempre il bene non sia completamente adeguato. Dopotutto, si dice che l’inizio della sapienza è il timore di Dio. So che alcuni dicono piuttosto «il timore di perdere Dio», ma non è ciò che è scritto.
Vorrei anche sapere se un santo timore dell’inferno implicherebbe non soltanto il timore della pena principale (cioè la separazione da Dio), ma anche il timore delle pene secondarie (come quella implicata dal fuoco eterno, supponendo che questo fuoco non sia soltanto un’immagine per parlare dell’inferno, ma una certa realtà).
Laurence Godin-Tremblay

Risponde don Francesco Vermigli, docente di teologia dogmatica

Per rispondere alla domanda, provo innanzitutto a precisare cosa sia il timore in senso teologico. Come sappiamo il «timore di Dio» è uno dei doni dello Spirito santo: da ciò si può intendere che si tratta di una cosa buona e che ha a che fare con la grazia.
Il timore di Dio, più in particolare, è la consapevolezza da un lato della condizione creaturale dell’uomo e dall’altro dell’infinita maestà divina. Bene dunque si legge nella Scrittura: «Il timore del Signore è principio della scienza» (Pr 1,7) e «Principio della sapienza è il timore del Signore» (Sal 111,10); come ricorda la nostra amica nella sua domanda. Perché aver consapevolezza della nostra piccolezza e della grandezza divina a cui tutto dobbiamo, è come l’inizio, la base del cammino di fede. Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2144 cita Newman, dove il grande teologo inglese nota che se nell’uomo manca il timore di Dio, è perché manca la consapevolezza di essere sempre nella vita alla presenza della Maestà divina.
Se il timore di Dio si intende come consapevolezza di essere sempre davanti alla Maestà divina, allora esso non è solo all’inizio del cammino di fede, ma sempre deve accompagnare il credente; anche quando l’uomo è progredito nel cammino e ama Dio con tutto se stesso. Perché l’uomo deve riconoscere che se ama Dio, Dio lo ha amato per primo; e se egli ama Dio, può farlo solo in virtù di una grazia che riceve da Dio medesimo. Nella storia alcuni grandi mistici hanno affermato che quando l’uomo ama Dio, in realtà è Dio che si ri-ama nell’uomo. Deus semper maior, direbbe la tradizione teologica cattolica, a partire dal Concilio Lateranense IV del 1215: questo è il fondamento del timore di Dio.
E passiamo alla questione se sia saggio avere il timore dell’inferno. Si tratta qui di intendere in modo diverso il senso della parola «timore». Mentre verso Dio il timore è nei confronti della sua grandezza, della sua onnipotenza e della sua assoluta libertà, qui si indirizza verso ciò che è il male e la pena. In altri termini, cambia il modo di intendere il termine, perché diverso è l’oggetto a cui si indirizza l’atteggiamento interiore che chiamiamo timore. Sempre il Catechismo al n. 1765 dichiara che il timore del male è una passione che genera «l’odio, l’avversione e lo spavento del male futuro» e termina «nella tristezza per il male presente». Ed è qui, appunto, che si aggancia la questione se sia saggio coltivare il timore dell’inferno.
L’esperienza ci porta a ritenere che esso sia saggio: il rischio di vivere nella separazione da Dio per l’eternità, non può non scuotere la coscienza del credente. D’altra parte, non può bastare questo. Perché l’uomo in quel momento non ama Dio in ragione di Dio, ma in ragione di qualcos’altro rispetto a Dio: in questo caso, cioè, ama Dio a partire dal timore per la pena (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica 1828). San Bernardo direbbe invece a questo proposito che «la ragione per cui si deve amare Dio è Dio stesso; la misura, amarlo senza misura» (De contemplando Deo).
Per quanto infine attiene al timore delle pene secondarie, questa questione non mi pare aggiungere moltissimo alle considerazioni fatte sopra. Del resto, a riguardo di tali pene secondarie mi pare utile riandare alle parole della lettera della Congregazione della dottrina della fede Recentiores episcoporum synodi del 1979, che al n. 7 invita a recuperare il vero senso biblico e teologico delle immagini che nella tradizione descrivono la pena principale che è la separazione eterna da Dio.

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