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Lun, 8 Marzo 2021

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Auschwitz

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di: Giordano Cavallari – Tiziana Bacchi (a cura)

Nella Giornata della memoria in cui si ricordano tutte le vittime dell’Olocausto, e che coincide con il giorno della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz (27 gennaio 1945), SettimanaNews propone una intervista a due specialisti: Frediano Sessi, autore del volume Auschwitz. Storia e memorie (Marsilio 2020); ed Enrico Mottinelli, autore de Il silenzio di Auschwitz. Reticenze, negazioni e abusi della memoria (San Paolo 2018), che ha anche collaborato al volume di Sessi.

  • Che cosa rappresenta Auschwitz nella ricerca storica contemporanea?

Sessi – Auschwitz è diventato nel tempo un simbolo, un punto di riferimento imprescindibile per la memoria contemporanea. Comprende tutti i modelli dell’universo concentrazionario nazista: dal campo di rieducazione, al campo di lavoro, al centro di sterminio. Ma oltre a queste caratteristiche ce n’è un’altra, a mio modo di vedere, sempre più rilevante nella ricerca storica.

La soluzione finale della questione ebraica doveva essere una soluzione territoriale, geografica, vale a dire doveva significare lo spostamento fisico delle popolazioni non germaniche – quindi gli ebrei e le popolazioni di razza inferiore – per lasciare posto ai coloni tedeschi impegnati nella costruzione della nuova Germania e della nuova Europa, ossia del nuovo ordine ariano geopolitico.

È dunque all’interno di questo obiettivo utopico che va interpretata la realtà di Auschwitz: luogo ad est della Germania, in territorio polacco, incorporato nel Grande Reich, avamposto ideale della realizzazione di tale utopia.

Auschwitz non è importante soltanto per il numero enorme dei morti. La ragione evidenziata dal nostro volume è che ad Auschwitz doveva crearsi la regione sperimentale dei nuovi insediamenti tedeschi a Est. Perciò proprio ad Auschwitz si condensano le categorie del razzismo nazista. Ad Auschwitz viene perseguito il progetto di eutanasia.

Ad Auschwitz si porta avanti il progetto di sterilizzazione femminile e di eugenetica in vista della arianità perfetta. Ad Auschwitz si uccidono donne, bambini e uomini, in prevalenza ebrei, non prima di aver espletato la possibilità dello sfruttamento lavorativo. Ad Auschwitz troviamo il concentrato del pensiero nazista che abbiamo lungamente studiato.

  • Perché tanto impegno per Auschwitz?

Mottinelli – I lettori a volte mi chiedono se sono ebreo. Non lo sono. Le ragioni del mio interesse sono altre. Auschwitz non è semplicemente un evento della storia del nostro passato. Non è neppure – secondo la retorica dominante – il male estremo che dobbiamo necessariamente ricordare perché non accada mai più. Per me studiare ciò che è avvenuto ad Auschwitz significa entrare nella profondità della natura umana per cercare di capire quello che siamo.

Rifletto su quanto è accaduto ad Auschwitz per indagare i lati più oscuri che appartengono a me come a tutti gli umani, perché tutti apparteniamo alla stessa natura.

Ripenso spesso a ciò che ha scritto Ruth Klüger su Auschwitz ritenendola una delle istituzioni più inutili e vane della storia. Non è servita a nulla. Se non a mostrare sin dove la natura umana può spingersi. Forse è per questo che non si finisce mai di approfondire.

Sessi – Avendo conosciuto di persona testimoni quali Primo Levi, ho meglio capito come al limite estremo del male di Auschwitz si sia arrivati per gradi. Ritengo che questo sia un insegnamento determinante per la sociologia della storia, ossia per lo studio dei processi che maturano gradualmente all’interno di una società sino a limiti originariamente impensati. Come il grande storico Raul Hilberg ha mostrato, dalla soluzione territoriale si è giunti, per piccoli passi, ma ineluttabilmente, alla soluzione finale, senza che questa, di per sé, fosse stata programmata alle origini. La storia di Auschwitz è paradigmatica.

Nasce come campo per svuotare le prigioni polacche, quindi viene trasformato in campo di quarantena provvisorio ove collocare i prigionieri polacchi prima di trasferirli in Germania. Dal momento in cui comincia a funzionare, diviene un campo di rieducazione e di punizione. Via via, questo processo accelera sino ad assumere, a posteriori, la forma di un disegno complessivo. É determinante rilevare come dalla xenofobia si sia giunti allo sterminio. È determinante aver ben chiari quindi tutti i passaggi.

Chi fa oggi del populismo sull’essere italiani, piuttosto che tedeschi, francesi o inglesi, chiedendo poteri per la salvaguardia della cultura dei popoli, sta già compiendo, per me, almeno un passo oltre la xenofobia: sta intraprendendo lo stesso pericoloso percorso. Questa lezione la si apprende anche da Primo Levi. Tanti, troppi, sembrano averla dimenticata. Vi leggo due righe lucidissime che si trovano nell’introduzione a Se questo è un uomo: “A molti […] può accadere di ritenere, che ogni straniero è nemico.

Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente”; ma quando questo pensiero latente “inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”, e con il Lager sta ovviamente lo sterminio. La ragione del mio studio, del mio impegno etico trentennale, sta in queste righe.

L’accaduto e il museo

  • Il museo aiuta a capire che cosa è avvenuto?

Mottinelli – Se guardiamo ad Auschwitz dal punto di vista dell’assetto finale assunto dal museo del campo non comprendiamo appieno il suo significato. Oggi si può visitare Auschwitz per vedere quello che resta di un campo di sterminio, delle camere a gas, le suppellettili, i barattoli del veleno, ecc.  Ma questo non basta per capire ciò che è accaduto. Se pensiamo ad Auschwitz come al luogo del male assoluto, ci risulterà in fondo estraneo e lontano, perché solo dei mostri possono aver prodotto quel risultato.

A chi potrebbe venire in mente di ammazzare milioni di persone col gas se non a un essere disumano? Ci risulta facilmente impossibile identificarci con i carnefici. Dobbiamo invece proporci di ripercorrere gli anelli della catena di cui ha parlato Primo Levi, sin dall’inizio. Allora ci è possibile capire che gli esiti di certe concatenazioni di cause, di effetti e di imprevisti non sono così distanti da noi. E questo è molto più inquietante, perché porta alla domanda: cosa avrei fatto io in quelle circostanze e con quei condizionamenti? Ovviamente nessuno può dare una risposta certa. Ma la domanda è importante.

A questo nostro libro su Aushwitz abbiamo inteso conferire dunque la forma simbolica della fisarmonica: aprendolo si distende tutta la catena in tutte le sue parti, per arrivare, alla fine ad avere una visione diacronica del tutto.

Sessi – Per inquadrare l’umanità degli aguzzini, voglio ricordare un album di fotografie che rappresenta ufficiali e donne graduate passare il loro tempo libero in una sorta di ristorante sulle colline sopra Auschwitz: lì andavano a suonare, a cantare, a fare fotografie. Se si va all’origine di questi album – ce ne sono altri – si scopre che sono stati preparati per gli ufficiali che lasciavano il servizio del campo per andare altrove.

Sono doni che venivano fatti in genere a fine carriera, per ricordare i momenti belli passati coi collaboratori, per consentire di dire agli amici: anch’io c’ero! È ipotizzabile che persone che potevano essere additate come criminali volessero conservare memorie di quella natura? Assolutamente no. Questi album sono stati fatti mentre si stava costruendo una storia considerata del tutto positiva, fatta da persone normali, mosse da un preciso ideale.

Chi prestava servizio in quei campi si sentiva una persona del tutto normale. Non solo: ogni persona era stata formata a gestire i propri sensi di colpa, a disporre di un abito morale e persino religioso.

  • Ha senso restaurare un campo di sterminio?  

Mottinelli – Certamente la questione è molto complessa. Il primo aspetto riguarda ciò che è stato conservato ad Auschwitz. Quel che è rimasto è solo una minima parte del sistema concentrazionario sviluppatosi nel tempo. Restano alcuni luoghi, ma non tutto quel che c’era dentro e attorno. Questo non aiuta a darne una corretta interpretazione storica.

Dopo di che, si pone senz’altro il problema di cosa conservare e restaurare: vuol dire riportare allo stato originario? Quale? Auschwitz è stato un cantiere in continua trasformazione. Quello che vediamo oggi è in gran parte ciò che la stragrande maggioranza dei prigionieri non ha mai visto.

Sino ad ora, la logica del restauro è stata quella del mantenimento minimale dell’esistente, facendo in modo che le baracche non crollassero o che non affondassero nel terreno (perché prive di fondamenta). Esiste il rischio, d’altro canto, di far diventare Auschwitz un parco degli orrori. Le potenzialità ci sarebbero. Attirerebbe molti più visitatori e turisti se si sperimentassero nuove forme di ripristino. Ma, a mio modo di vedere, significherebbe abusare del luogo calpestando la memoria soprattutto dei sommersi.

Penso che abbia comunque senso mantenere la materialità del luogo. Ricordo che la mia prima visita ad Auschwitz è stata scioccante. Avevo già letto molti libri, credevo di sapere già tutto quello che serviva sapere. E invece il confronto con il luogo fisico è stato letteralmente sconvolgente. Questo contatto ha un effetto imprevedibile sulle persone, tanto che gli educatori del museo sono formati appositamente a gestire le reazioni emotive dei visitatori.

Penso che conservare questi ruderi abbia un senso, anche se da sé non basta. Mi sono fatto l’idea che ogni cittadino europeo dovrebbe, almeno una volta nella vita, sperimentare questo confronto con la materialità di Auschwitz.

  • Che cosa vuol dire fare memoria?

Sessi – La memoria ha a che fare con una elaborazione collettiva della storia. Bene lo si nota all’interno del percorso museale di Auschwitz, attraverso, ad esempio, i padiglioni nazionali: ogni collettività ha elaborato a proprio modo la storia e quindi coltiva una propria memoria, spesso molto diversa l’una dall’altra.

Di fondo si nota una diversa memoria tra parte ebraica e parte cristiana. Il museo che ora si trova ad Oswiecim/Auschwitz ha, evidentemente, una sua storia, già piuttosto complessa. Dopo la liberazione del campo, non si poteva che restituire alla popolazione polacca del posto ciò che era stato sottratto per la edificazione: mattoni, legno, ferro, ecc.. Inizialmente si decise quindi di conservare soltanto il sito polacco, ovvero, il campo base delle prime vittime polacche. Si decise di conservare anche Birkenau come un grande cimitero all’aperto.

Voglio dire che dal 1947 sono state operate trasformazioni importanti e, fino agli anni Novanta, prevalentemente in ragione di un tipo specifico di memoria: quella polacca cattolica. Ma il sito c’è ancora; ed ora è predisposto in modo da poter valorizzare tutte le memorie dei deportati e delle vittime, compresa quella degli ebrei. Inoltre il sito così conservato è pur sempre una fonte tridimensionale su cui continuare a lavorare.

Ove i siti sono stati cancellati – ad esempio dei Gulag sovietici – anche la elaborazione della storia e la costruzione della memoria cambiano in maniera significativa. Il sito di Auschwitz conserva dunque un posto fondamentale nella ricerca storica, affinché possa essere ancora elaborata una memoria comune, assai meno parziale delle singole memorie delle comunità nazionali.

Io confido in una ricerca storica che consenta di portare, attraverso continui aggiornamenti, ad una memoria quanto più condivisa tra i popoli.  Prima dell’avvento dell’indirizzo politico dell’attuale governo in Polonia, si stava facendo un buon lavoro in tal senso. Lo studio del sito, dagli anni ’90, ha consentito di capire come la storia nazionale polacca sia intervenuta nel modificarne la memoria. Ora si stanno di nuovo riproducendo dei conflitti.

La “cristianizzazione” del sito e la negazione delle responsabilità dei polacchi nello sterminio degli ebrei condizionano pesantemente il lavoro degli storici polacchi. Ritengo tuttavia che la ricerca non possa essere impedita nel suo corso: la ricerca archeologica e gli studi geologici, ad esempio, vanno avanti nel ricostruire sempre più precisamente la regione concentrazionaria.

Narrazioni

  • Quali vite raccontare?  

Mottinelli – Le vite dei carnefici nazisti, per esempio. L’assenza delle loro biografie costituisce un vuoto evidente nella ricostruzione della storia di Auschwitz. Sto pensando alle controversie circa l’assetto museale: si sta ancora discutendo se rappresentare o meno le biografie dei comandanti del campo, degli ufficiali e dei sottoufficiali.

Attualmente – per il museo del campo – è come se non fossero mai esistiti. Credo che ciò nasca dall’idea che essi non meritino memoria, o che la loro memoria sia irrispettosa delle vittime. Ritengo invece che conoscere quelle persone, sapere come sono arrivate a fare quello che hanno fatto, sia di enorme interesse. Come ho detto, sinché lasciamo questi uomini lontani, sullo sfondo, non c’è possibilità di riflessione sulle loro vicende personali, e dunque su noi stessi.

È precisamente questa la parte rilevante di memoria che rischiamo di perdere. Così come stanno scomparendo i sopravvissuti, stanno scomparendo anche i carnefici, senza aver lasciato spesso alcuna testimonianza. Ma ci sono senz’altro i loro diari da qualche parte, le loro lettere: ogni tanto si scopre qualcosa. Ricordo ora una cartolina, scritta da un nazista a un commilitone, descrivere la vita del campo come di un impiego qualsiasi. Ecco, è in queste vite che dovremmo maggiormente entrare.

Sessi – Certamente la conoscenza individuale delle vittime è importante quanto è importante la conoscenza dei carcerieri. Nel libro abbiamo cercato di proporre anche le vite dei carcerieri. Abbiamo scritto dei capitoli inediti muovendoci in nuove direzioni di ricerca.

Le vite individuali sono evidentemente importanti per scavare dentro l’umano. Penso al senso di vergogna a cui ha fatto riferimento Enrico. Primo Levi ne ha scritto magistralmente. Ne La tregua descrive la vergogna che i primi soldati con la stella rossa, giunti a liberare il campo, hanno provato alla vista dei cadaveri: a terra, in mezzo alla neve, abbandonati. Sono rimasti muti, silenziosi, oppressi dalla vergogna.

La conoscenza delle vite individuali consente poi di conoscere – ed è per me rilevante – coloro che hanno saputo illuminare, anche solo per alcuni momenti, un male così oscuro, la vita di coloro che hanno saputo resistere o non perdere la propria umanità, esprimendo la virtù quotidiana dell’altruismo. Questo è per me molto chiaro: chi è riuscito a resistere in una situazione disumanizzante è chi è riuscito a conservare umanità.

Ricordo un episodio narrato da Primo Levi. I detenuti sono radunati nel piazzale dell’appello. Sta avvenendo una impiccagione. Sono così disumanizzati da non riuscire a togliersi il berretto davanti a chi muore per aver cercato di ribellarsi, ossia dopo aver fatto ciò che altri non sono riusciti a fare. Primo Levi scrive che si può annientare l’uomo e la dimostrazione sta proprio nella incapacità di provare pietà, sino a non provare più nulla.

Ebbene se qualcuno riesce a resistere ad un tale annientamento, significa che c’è ancora la vita, l’umanità. È questa una memoria preziosa che noi dobbiamo coltivare. Io sono convinto che, nella maggior parte dei casi, i nazisti non siano riusciti a disumanizzare totalmente i prigionieri. Non ce l’hanno fatta. E questo è davvero rilevante.

  • Il libro per cui avete collaborato si occupa di Auschwitz anche nelle arti: potete fare qualche esempio?

Sessi – Il cinema che oggi rappresenta Auschwitz in Italia è praticamente “La vita è bella” di Benigni, oppure Schindler’s list di Spielberg. Si tratta di una filmografia che tende a dare una lettura rassicurante. Se prendiamo il personaggio di Oskar Schindler nel film, troviamo sostanzialmente un cow boy: un criminale eroe della tragedia.

Se prendiamo il protagonista de “La vita è bella” troviamo il padre che salva il figlio. Con ciò il cinema non riesce a rappresentare compiutamente il dramma. Si torna a quanto abbiamo detto: il cliché è quello dei nazisti come mostri estranei. Ora i mostri sono stati sconfitti e noi possiamo tranquillamente vivere nella democrazia che ha vinto.

Mottinelli – Sicuramente il limite di film quali La vita è bella o Schindler’s list è voler trasmettere un messaggio buono e rassicurante, voler far credere che con la buona volontà e l’ottimismo si potesse uscire da Auschwitz con successo, vivi, insomma.

Questo mi sembra un tradimento profondo della vicenda storica. Si elude completamente, per esempio, quella che è la criticità tipica dei testimoni, consapevoli, essi stessi, della contraddizione vivente che hanno incarnato, perché da Auschwitz non si usciva vivi, appunto. Un altro messaggio a mio parere fuorviante, è che da queste esperienze si possa uscire migliori. Non è stato così. L’umanità non è uscita migliore.

Nelle scuole, piuttosto di questi film, gli insegnati potrebbero proporre la serie Holocaust che, dal punto di vista didattico, è senz’altro la migliore. Tra i film più recenti che, secondo me, colgono molto bene il tenore storico della tragedia vi è “Il figlio di Saul” di Nemes László, regista ungherese che scruta con la telecamera dentro al campo di sterminio con gli occhi di un sonderkommando: per certi versi non si capisce nulla in questo film, perché fa entrare in un mondo assolutamente caotico, di cui non è comprensibile la lingua, la vicenda, il grado di consapevolezza del protagonista, ingurgitato dal caos. E finisce male: perché quella è la rappresentazione più vicina alla realtà.

Ma questo tipo di cinematografia non arriva al grande pubblico, perché, come si diceva, non è consolatorio.

  • Un esempio di teatro?

Sessi – Dico qualcosa del testo teatrale Il Vicario, scritto da Rolf Hochhuth come atto di denuncia dei silenzi del Vaticano, in particolare di Pio XII. Si sostiene che il papa fosse informato e non sia intervenuto.  Occorre dire che i documenti della Santa Sede sono stati de-secretati soltanto alla fine degli anni ‘90. Ritengo che solo a quel tempo un grande drammaturgo come Hochhuth avrebbe potuto scrivere un’opera più storicamente attendibile, meno polemica, meno provocatoria.

In Italia è stata rappresentata nel febbraio del 1965 da Gian Maria Volontè con un gruppo di attori politicamente impegnati. É risuonata come un forte e diretto atto di accusa, rischiando di produrre un incidente diplomatico di non poco conto. Per dare un’idea, basti dire che la programmazione venne immediatamente interrotta.

È un’opera che oggi io francamente riproporrei solo per il valore teatrale, non per quello storiografico: vi è dentro un gran senso di rabbia, non solo contro il Vaticano, ma anche contro la Croce Rossa e le potenze occidentali che, sapendo ciò che stava accadendo, avrebbero potuto e dovuto intervenire.

Voglio aggiungere, secondo le mie osservazioni, che la chiesa cattolica è stata ed è tuttora bersaglio d’accusa soprattutto da parte di chi sta dentro la chiesa da credente. Uno storico, un ricercatore, che non vede la chiesa quale portatrice di una verità superiore, bensì la vede come una istituzione politica, giunge alla conclusione che tale istituzione non ha agito in maniera diversa da tante altre.

Non dimentico che in Italia gli ebrei scampati allo sterminio sono stati nascosti anche nelle chiese e nei conventi, da sacerdoti e da religiosi. Ma dal mio punto di vista, il Vaticano ha dovuto assolvere un compito storico-istituzionale a fronte di una potentissima istituzione quale era il governo del Reich, cercando di ridurre i guasti che si stavano producendo in tutta l’Europa.

Dobbiamo quindi, indubbiamente, ascrivere a papa Wojtyla – e ai pontefici che sono seguiti – il riconoscimento dell’antigiudaismo storico radicato nella chiesa. Il Vicario di Hochhuth ha certamente toccato questa verità molto scomoda che solo più tardi sarebbe stata in qualche misura ammessa.

  • Esempi di opere musicali?

Sessi – Krzysztof Penderecki è stato tra i principali compositori polacchi contemporanei. Si è spento poco tempo fa, il 29 marzo 2020. L’oratorio Dies Irae – senza nulla togliere alla qualità dell’opera eseguita all’interno del campo il 16 aprile 1967 – è un altro esempio di rappresentazione cristiana di Auschwitz, nel cui perimetro, evidentemente, sono morti molti più ebrei – in quanto ebrei – di quanti cristiani – non in quanto cristiani.

Il testo della cantata sacra è stato scritto da una scrittrice polacca cattolica. Il polacco Smoleń – che ricordo essere stato un importante direttore del museo di Auschwitz – ha commissionato a Penderecki precisamente quel tipo di oratorio, secondo lui in grado di rappresentare la verità sul campo. Penso che oggi non sarebbe più possibile: ad Auschwitz dovrebbe essere eseguita la musica che è venuta dal grido delle vittime, cosa che purtroppo non è ancora accaduta, benché la ricerca stia procedendo nel verso del recupero di spartiti concepiti da prigionieri del campo.

Per altri versi, può essere presa ad esempio l’opera del grande musicista russo Šostakovič: Babij Jar, primo movimento della sinfonia n. 13 su testi del poeta Evtušenko, in ricordo del massacro di ebrei compiuto dai  nazisti in Ucraina. Quest’opera è da cogliere quale ‘nota dissonante’ nella compatta memoria russo sovietica.

Stalin non ha mai voluto riconoscere lo sterminio degli ebrei in quanto ebrei. Se lo avesse fatto avrebbe dovuto riconoscere i suoi stessi crimini. La memoria russo sovietica è intrisa della retorica dei liberatori, ossia di coloro che si sono ascritti il merito di aver liberato Auschwitz, salvando così i popoli europei resistenti e combattenti il nazismo. Tutti gli artisti che si sono scostati dalla retorica del regime hanno avuto non pochi problemi. È quanto è avvenuto appunto a Šostakovič con quest’opera.

È interessante studiare ciò che avvenuto nel corso del tempo. Il padiglione di Mosca nel museo di Auschwitz – prima sovietico e poi russo – ha conosciuto tre versioni: quella sovietica che è stata trasformata dalla prima versione russa e poi dalla seconda versione russa.

Nell’ultima versione, Putin ritorna sui suoi passi, cancella la revisione e ripropone l’epopea eroica dell’armata sovietica. Al fondo c’è ancora l’antisemitismo nascosto dei sovietici. Ricostruire la verità significa riaprire una conflittualità molto forte, non solo in Russia bensì in tutti i paesi della ex URSS.

Riflettere

  •  Anche teologia e filosofia entrano nel vostro libro: per tracciare quali parabole storiche?

Mottinelli – Voglio ricordare un episodio storico ancora recente e assai significativo. Nell’ambiente destinato a magazzino dei contenitori del gas letale, proprio a ridosso della recinzione del campo di Auschwitz, tra il 1984 e il 1993, dopo la visita di Giovanni Paolo II del 1979, è stato insediato un monastero di monache di clausura carmelitane.

Ciò ha evidentemente suscitato un caso. L’edificio c’è ancora. È appena stato restaurato e adibito all’accoglienza dei gruppi di giovani che giungono in visita di studio. Lì, nel giardino, è stata collocata la grande croce usata a Birkenau per la messa del papa. La sera, col buio, c’è un faro che illumina la croce e proietta sui blocchi del campo adiacenti un’ombra maestosa, facendo così di Aushwitz un immenso cimitero cristiano (nello specifico, cattolico polacco). Il caso ha coinvolto i vertici del Vaticano, la comunità ebraica internazionale e le istituzioni polacche.

È stata una controversia molto tesa, che è stata risolta solo dall’intervento diretto del papa che ha chiesto e ottenuto l’allontanamento del monastero. Tale vicenda è emblematica, perché pone una domanda forte circa l’appartenenza della memoria di Auschwitz: luogo del martirio polacco o il più grande cimitero ebraico del mondo? Ad oggi la questione è certamente ancora aperta.

Ricordo che lo stesso Raul Hilberg, autore della monumentale opera La distruzione degli ebrei d’Europa, non ha esitato a dire in sostanza che la Shoah è l’esito di una millenaria guerra di religione del cristianesimo contro l’ebraismo.

Per quanto attiene invece la riflessione teologica sulla Shoah, molto sinteticamente si può dire che quella di matrice ebraica, notoriamente molto articolata e complessa, presenta diverse chiavi interpretative. C’è quella più tradizionale dei rabbini ortodossi, per i quali la Shoah sarebbe la punizione per il popolo ebraico che si è allontanato da Dio: il popolo si è piegato agli idoli e, per inseguire l’assimilazione con le nazioni in cui si trova, ha rinnegato le proprie tradizioni. La memoria della Shoah diventa perciò monito per il ritorno all’ortodossia.

Un’altra chiave interpretativa è quella del cosiddetto tzim-tzum – il ritrarsi di Dio – sostenuta in particolare da Martin Buber e Hans Jonas: Dio si sarebbe ritirato per fare spazio al mondo, ma come conseguenza avrebbe lasciato spazio anche alla possibilità del male. L’umanità non avrebbe saputo gestire lo spazio concesso da Dio. E altre interpretazioni ancora.

In generale, però, tutte le correnti di pensiero ebraico convergono su un punto: la fondazione dello stato di Israele come punto di riscatto del male subito.

In ambito cristiano la riflessione teologica intorno alla Shoah, sviluppatasi più tardi rispetto a quella ebraica, ha prodotto un ripensamento molto profondo. Il dato di partenza è quello di un paradossale cortocircuito. Il cristianesimo nasce a Gerusalemme come costola dell’ebraismo. Con il tempo sviluppa un sentimento antigiudaico che prende le mosse dalla condanna a morte di Gesù.

Questa avversione conosce nei secoli vicende alterne, ma nel ‘900 si salda con quelle istanze della scienza, della tecnica e del diritto che sono la miscela con cui l’ideologia nazista alimenta il suo progetto di sterminio del popolo ebraico. Il paradosso nasce nel momento in cui si riconosce a Gesù il suo essere ebreo. Il cristianesimo, cioè, chiuderebbe il cerchio annientando la stessa radice da cui è nato. È chiaro che da ciò venga la necessità di un ripensamento profondo sull’identità del cristianesimo e sul suo rapporto con l’ebraismo.

È in questo ripensamento che si radicano alcuni gesti fortemente simbolici avvenuti negli anni a seguire, come quelli compiuti da Giovanni Paolo II, il primo papa a fare visita ad una sinagoga, ove ha definito gli ebrei “fratelli maggiori”.

Anche la riflessione filosofica si è confrontata inevitabilmente con la Shoah. In tal caso il tema è il naufragio della cultura illuminista, guidata dalla ragione e dalla scienza, che ad Auschwitz mostra il suo fallimento. Si parla dunque di ‘cesura di civiltà’ e della necessità di un ripensamento della razionalità, perché, come abbiamo evidenziato, la vicenda della Shoah è l’esito di un percorso rigorosamente razionale, non è stata follia. Auschwitz è tutt’altro che follia.

È l’espressione rigorosa di un pensiero sviluppato e portato alle estreme conseguenze con grande rigore logico. Il risultato è quello che conosciamo. Viene da sé, dunque, l’aver messo in discussione la ragione e l’aver evidenziato in particolare la sua sottomissione alla tecnica.

Sessi – Cerco di chiarire in estrema sintesi La banalità del male di Hanna Arendt. La mia valutazione è storica più che filosofica. Un pensiero banale è un pensiero prodotto da un essere umano che non ha idea delle conseguenze del suo agire. Segue le decisioni e agisce in maniera indifferente. Occorre dire che la Arendt non aveva precise cognizioni storiche di quanto accaduto. La sua elaborazione nasce dalla personale breve esperienza di prigionia in un campo di transito francese, da cui è stata liberata. Assiste solamente alla prima settimana del processo ad Eichmann a Gerusalemme, settimana nella quale Eichmann viene sottoposto all’elenco infinito dei capi di accusa.

Dai filmati a disposizione si coglie bene la noia di quest’uomo che sente ripetere ciò che già aveva sentito nel corso degli interrogatori che preparano il processo. Hannah Arendt ha abbandonato il processo continuando a seguirlo attraverso le lettere e i rapporti degli amici giornalisti. Nel suo libro mostra di non conoscere in profondità Eichmann. Mostra di non conoscere bene quale ruolo – autonomo – avesse avuto nella organizzazione del trasporto degli ebrei verso i campi di sterminio. Lo ha considerato perciò una piccola parte di un ingranaggio molto più grande, senza comprensione delle conseguenze: un uomo comune, capace, appunto, di un male banale.

La Arendt non ha saputo che, ad esempio, Eichmann era accorso, di sua iniziativa, in Ungheria per organizzare la deportazione dell’ultima comunità ebraica, la più importante rimasta in Europa. Non sapeva che Eichmann era stato pienamente partecipe delle teorie, delle idee delle SS che puntavano allo sterminio totale degli ebrei. Eichmann conosceva perfettamente le conseguenze delle sue azioni. Su questo, come noto, è nata una incomprensione molto forte tra la Arendt e Jonas, compagni di corso alle lezioni di Heidegger. Jonas le scrive e la mette in guardia sostenendo che quel male non era affatto banale, bensì radicale.

Nella accezione filosofica che la Arendt ha inteso conferire al termine ‘banale’ la cosa è forse comprensibile, molto meno dal punto di vista storico. Ancor meno giustificato è l’uso acritico, e davvero banale, del concetto che si fa in Italia.

  • Come la politica contemporanea usa la memoria di Auschwitz?

Mottinelli – A ciò è dedicato un capitolo specifico che abbiamo voluto inserire nel libro. Non si è detto ancora abbastanza di come i paesi maggiormente coinvolti nella vicenda l’abbiano elaborata nel corso del tempo. Ciò evidentemente ha molto a che fare col nostro presente politico. Ci è parso particolarmente rilevante constatare che i tre paesi che meno si sono confrontati con la storia di Auschwitz, riconoscendo solo in parte le loro responsabilità, – ossia Francia, Austria e Italia – siano anche quelli che oggi vedono la presenza di partiti e di gruppi neonazisti e neofascisti. C’è evidentemente correlazione.

Nella sua prima mostra nazionale ospitata nei padiglioni museali ad Aushwitz, ad esempio, l’Austria si era rappresentata quale prima vittima del nazismo per aver subito l’annessione. Naturalmente la storia insegna che l’Austria è stata ampiamente coinvolta e complice dello sterminio. Ora la mostra è in fase di rifacimento.

La Francia – altro esempio – rivendica con grande enfasi la lotta partigiana di liberazione. Invece la storia dice che la Francia, almeno per metà, ha nutrito simpatie naziste, mentre per il resto è stata zelante esecutrice delle direttive degli occupanti. Le deportazioni degli ebrei parigini – sappiamo – sono state fatte dai gendarmi francesi. In Italia è stata la milizia fascista a collaborare con i tedeschi, non la polizia italiana, almeno dopo il ’43. Ma anche qui da noi non sono state appurate fino in fondo le responsabilità, né è stato dato un giudizio netto e definitivo, lasciando spazio ad ambiguità che ancora oggi inquinano il dibattito culturale e politico.

La Germania è invece il paese che più di tutti ha elaborato il proprio passato. Lo ha fatto soprattutto perché la generazione dei figli e dei nipoti, a partire dalla fine degli anni ’60, ha preteso sapere che cosa avevano fatto i padri, gli zii, i nonni.

E così, oggi, se in Germania un politico si lascia sfuggire una battuta infelice su Hitler e sul nazismo, viene pesantemente stigmatizzato. In Italia, invece, se un politico si permette un’uscita impropria su Mussolini, finisce in prima pagina sui giornali per un giorno e il giorno dopo si dimentica tutto. Mi sembra assai significativo.

In Israele la Shoah è stata invece spesso strumentalizzata. Fu Ben Gurion a pilotare il processo Eichmann in funzione del riconoscimento internazionale del nuovo stato. Fino a quel momento di Shoah quasi non si parlava nemmeno, benché ovviamente lo stato di Israele fosse popolato da gran parte dei sopravvissuti, ai quali però non veniva data voce perché ritenuti degli sconfitti passivi, mentre il nuovo stato aveva bisogno di eroi in cui rispecchiarsi.

Le uniche vere vittime riconosciute sono state a lungo solo quelle perite con le armi in pugno nel ghetto di Varsavia. E ancora oggi si tende a colorare di antisemitismo ogni pur legittima critica alle scelte dello stato israeliano.

Questi chiaramente sono solo cenni che consentono di dire che la storia di Auschwitz non è finita il 27 gennaio 1945. Siamo ben lontani da una autentica e condivisa elaborazione della memoria di Aushwitz, a 80 anni di distanza.

Celebrare

  • La giornata celebrativa del 27 gennaio serve?

Sessi – La Giornata della Memoria serve. Ma la mia impressione è che in Italia si faccia molta confusione attorno a questa giornata. La questione dello sterminio degli ebrei è strettamente connessa al nazismo tedesco e alla alleanza col fascismo italiano: questo costituisce un unicum della storia. Non si può pertanto caricare questa giornata di altre questioni.

Vanno trattate in maniera distinta. Il 27 gennaio è la data della liberazione del campo di Auschwitz. Il rischio è di elaborare e di celebrare una memoria che ignori i passaggi storici che hanno portato ad Auschwitz, annullando la specificità di questo unicum.

Vedo poi, con una certa preoccupazione, il proliferare commerciale di libri che spesso costituiscono un falso storico, facile bersaglio di un negazionismo molto preparato che pure esiste ancora oggi. La commercializzazione dello sterminio degli ebrei d’Europa è assai negativa ed ha effetti del tutto controproducenti. La storia di Auschwitz va studiata molto seriamente e messa a confronto con quel che accade oggi, in tutti gli ambiti di studio anche, ovviamente, ecclesiali.

Mottinelli – Per quello che io conosco dell’ambito ecclesiale, Auschwitz e il Giorno della memoria riguardano oggi, più che altro, il piano emotivo, i buoni sentimenti, l’edificazione, la pietà. Ma questo è per me insufficiente. Anzi, voler piegare la vicenda di Auschwitz, sia pure con fini nobili, a qualche orizzonte valoriale, tradisce la vicenda storica di Auschwitz e impedisce il confronto con la sua realtà e con tutto ciò che potremmo trarne in termini di maggiore consapevolezza.

Questa giornata dovrebbe, perciò, servire anche alla Chiesa per un ripensamento molto più profondo.

Originale: Settimana News
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Auschwitz

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di: Giordano Cavallari – Tiziana Bacchi (a cura)

Nella Giornata della memoria in cui si ricordano tutte le vittime dell’Olocausto, e che coincide con il giorno della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz (27 gennaio 1945), SettimanaNews propone una intervista a due specialisti: Frediano Sessi, autore del volume Auschwitz. Storia e memorie (Marsilio 2020); ed Enrico Mottinelli, autore de Il silenzio di Auschwitz. Reticenze, negazioni e abusi della memoria (San Paolo 2018), che ha anche collaborato al volume di Sessi.

  • Che cosa rappresenta Auschwitz nella ricerca storica contemporanea?

Sessi – Auschwitz è diventato nel tempo un simbolo, un punto di riferimento imprescindibile per la memoria contemporanea. Comprende tutti i modelli dell’universo concentrazionario nazista: dal campo di rieducazione, al campo di lavoro, al centro di sterminio. Ma oltre a queste caratteristiche ce n’è un’altra, a mio modo di vedere, sempre più rilevante nella ricerca storica.

La soluzione finale della questione ebraica doveva essere una soluzione territoriale, geografica, vale a dire doveva significare lo spostamento fisico delle popolazioni non germaniche – quindi gli ebrei e le popolazioni di razza inferiore – per lasciare posto ai coloni tedeschi impegnati nella costruzione della nuova Germania e della nuova Europa, ossia del nuovo ordine ariano geopolitico.

È dunque all’interno di questo obiettivo utopico che va interpretata la realtà di Auschwitz: luogo ad est della Germania, in territorio polacco, incorporato nel Grande Reich, avamposto ideale della realizzazione di tale utopia.

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Auschwitz non è importante soltanto per il numero enorme dei morti. La ragione evidenziata dal nostro volume è che ad Auschwitz doveva crearsi la regione sperimentale dei nuovi insediamenti tedeschi a Est. Perciò proprio ad Auschwitz si condensano le categorie del razzismo nazista. Ad Auschwitz viene perseguito il progetto di eutanasia.

Ad Auschwitz si porta avanti il progetto di sterilizzazione femminile e di eugenetica in vista della arianità perfetta. Ad Auschwitz si uccidono donne, bambini e uomini, in prevalenza ebrei, non prima di aver espletato la possibilità dello sfruttamento lavorativo. Ad Auschwitz troviamo il concentrato del pensiero nazista che abbiamo lungamente studiato.

  • Perché tanto impegno per Auschwitz?

Mottinelli – I lettori a volte mi chiedono se sono ebreo. Non lo sono. Le ragioni del mio interesse sono altre. Auschwitz non è semplicemente un evento della storia del nostro passato. Non è neppure – secondo la retorica dominante – il male estremo che dobbiamo necessariamente ricordare perché non accada mai più. Per me studiare ciò che è avvenuto ad Auschwitz significa entrare nella profondità della natura umana per cercare di capire quello che siamo.

Rifletto su quanto è accaduto ad Auschwitz per indagare i lati più oscuri che appartengono a me come a tutti gli umani, perché tutti apparteniamo alla stessa natura.

Ripenso spesso a ciò che ha scritto Ruth Klüger su Auschwitz ritenendola una delle istituzioni più inutili e vane della storia. Non è servita a nulla. Se non a mostrare sin dove la natura umana può spingersi. Forse è per questo che non si finisce mai di approfondire.

Sessi – Avendo conosciuto di persona testimoni quali Primo Levi, ho meglio capito come al limite estremo del male di Auschwitz si sia arrivati per gradi. Ritengo che questo sia un insegnamento determinante per la sociologia della storia, ossia per lo studio dei processi che maturano gradualmente all’interno di una società sino a limiti originariamente impensati. Come il grande storico Raul Hilberg ha mostrato, dalla soluzione territoriale si è giunti, per piccoli passi, ma ineluttabilmente, alla soluzione finale, senza che questa, di per sé, fosse stata programmata alle origini. La storia di Auschwitz è paradigmatica.

Nasce come campo per svuotare le prigioni polacche, quindi viene trasformato in campo di quarantena provvisorio ove collocare i prigionieri polacchi prima di trasferirli in Germania. Dal momento in cui comincia a funzionare, diviene un campo di rieducazione e di punizione. Via via, questo processo accelera sino ad assumere, a posteriori, la forma di un disegno complessivo. É determinante rilevare come dalla xenofobia si sia giunti allo sterminio. È determinante aver ben chiari quindi tutti i passaggi.

Chi fa oggi del populismo sull’essere italiani, piuttosto che tedeschi, francesi o inglesi, chiedendo poteri per la salvaguardia della cultura dei popoli, sta già compiendo, per me, almeno un passo oltre la xenofobia: sta intraprendendo lo stesso pericoloso percorso. Questa lezione la si apprende anche da Primo Levi. Tanti, troppi, sembrano averla dimenticata. Vi leggo due righe lucidissime che si trovano nell’introduzione a Se questo è un uomo: “A molti […] può accadere di ritenere, che ogni straniero è nemico.

Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente”; ma quando questo pensiero latente “inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”, e con il Lager sta ovviamente lo sterminio. La ragione del mio studio, del mio impegno etico trentennale, sta in queste righe.

L’accaduto e il museo

  • Il museo aiuta a capire che cosa è avvenuto?

Mottinelli – Se guardiamo ad Auschwitz dal punto di vista dell’assetto finale assunto dal museo del campo non comprendiamo appieno il suo significato. Oggi si può visitare Auschwitz per vedere quello che resta di un campo di sterminio, delle camere a gas, le suppellettili, i barattoli del veleno, ecc.  Ma questo non basta per capire ciò che è accaduto. Se pensiamo ad Auschwitz come al luogo del male assoluto, ci risulterà in fondo estraneo e lontano, perché solo dei mostri possono aver prodotto quel risultato.

A chi potrebbe venire in mente di ammazzare milioni di persone col gas se non a un essere disumano? Ci risulta facilmente impossibile identificarci con i carnefici. Dobbiamo invece proporci di ripercorrere gli anelli della catena di cui ha parlato Primo Levi, sin dall’inizio. Allora ci è possibile capire che gli esiti di certe concatenazioni di cause, di effetti e di imprevisti non sono così distanti da noi. E questo è molto più inquietante, perché porta alla domanda: cosa avrei fatto io in quelle circostanze e con quei condizionamenti? Ovviamente nessuno può dare una risposta certa. Ma la domanda è importante.

A questo nostro libro su Aushwitz abbiamo inteso conferire dunque la forma simbolica della fisarmonica: aprendolo si distende tutta la catena in tutte le sue parti, per arrivare, alla fine ad avere una visione diacronica del tutto.

Sessi – Per inquadrare l’umanità degli aguzzini, voglio ricordare un album di fotografie che rappresenta ufficiali e donne graduate passare il loro tempo libero in una sorta di ristorante sulle colline sopra Auschwitz: lì andavano a suonare, a cantare, a fare fotografie. Se si va all’origine di questi album – ce ne sono altri – si scopre che sono stati preparati per gli ufficiali che lasciavano il servizio del campo per andare altrove.

Sono doni che venivano fatti in genere a fine carriera, per ricordare i momenti belli passati coi collaboratori, per consentire di dire agli amici: anch’io c’ero! È ipotizzabile che persone che potevano essere additate come criminali volessero conservare memorie di quella natura? Assolutamente no. Questi album sono stati fatti mentre si stava costruendo una storia considerata del tutto positiva, fatta da persone normali, mosse da un preciso ideale.

Chi prestava servizio in quei campi si sentiva una persona del tutto normale. Non solo: ogni persona era stata formata a gestire i propri sensi di colpa, a disporre di un abito morale e persino religioso.

  • Ha senso restaurare un campo di sterminio?  

Mottinelli – Certamente la questione è molto complessa. Il primo aspetto riguarda ciò che è stato conservato ad Auschwitz. Quel che è rimasto è solo una minima parte del sistema concentrazionario sviluppatosi nel tempo. Restano alcuni luoghi, ma non tutto quel che c’era dentro e attorno. Questo non aiuta a darne una corretta interpretazione storica.

Dopo di che, si pone senz’altro il problema di cosa conservare e restaurare: vuol dire riportare allo stato originario? Quale? Auschwitz è stato un cantiere in continua trasformazione. Quello che vediamo oggi è in gran parte ciò che la stragrande maggioranza dei prigionieri non ha mai visto.

Sino ad ora, la logica del restauro è stata quella del mantenimento minimale dell’esistente, facendo in modo che le baracche non crollassero o che non affondassero nel terreno (perché prive di fondamenta). Esiste il rischio, d’altro canto, di far diventare Auschwitz un parco degli orrori. Le potenzialità ci sarebbero. Attirerebbe molti più visitatori e turisti se si sperimentassero nuove forme di ripristino. Ma, a mio modo di vedere, significherebbe abusare del luogo calpestando la memoria soprattutto dei sommersi.

Penso che abbia comunque senso mantenere la materialità del luogo. Ricordo che la mia prima visita ad Auschwitz è stata scioccante. Avevo già letto molti libri, credevo di sapere già tutto quello che serviva sapere. E invece il confronto con il luogo fisico è stato letteralmente sconvolgente. Questo contatto ha un effetto imprevedibile sulle persone, tanto che gli educatori del museo sono formati appositamente a gestire le reazioni emotive dei visitatori.

Penso che conservare questi ruderi abbia un senso, anche se da sé non basta. Mi sono fatto l’idea che ogni cittadino europeo dovrebbe, almeno una volta nella vita, sperimentare questo confronto con la materialità di Auschwitz.

  • Che cosa vuol dire fare memoria?

Sessi – La memoria ha a che fare con una elaborazione collettiva della storia. Bene lo si nota all’interno del percorso museale di Auschwitz, attraverso, ad esempio, i padiglioni nazionali: ogni collettività ha elaborato a proprio modo la storia e quindi coltiva una propria memoria, spesso molto diversa l’una dall’altra.

Di fondo si nota una diversa memoria tra parte ebraica e parte cristiana. Il museo che ora si trova ad Oswiecim/Auschwitz ha, evidentemente, una sua storia, già piuttosto complessa. Dopo la liberazione del campo, non si poteva che restituire alla popolazione polacca del posto ciò che era stato sottratto per la edificazione: mattoni, legno, ferro, ecc.. Inizialmente si decise quindi di conservare soltanto il sito polacco, ovvero, il campo base delle prime vittime polacche. Si decise di conservare anche Birkenau come un grande cimitero all’aperto.

Voglio dire che dal 1947 sono state operate trasformazioni importanti e, fino agli anni Novanta, prevalentemente in ragione di un tipo specifico di memoria: quella polacca cattolica. Ma il sito c’è ancora; ed ora è predisposto in modo da poter valorizzare tutte le memorie dei deportati e delle vittime, compresa quella degli ebrei. Inoltre il sito così conservato è pur sempre una fonte tridimensionale su cui continuare a lavorare.

Ove i siti sono stati cancellati – ad esempio dei Gulag sovietici – anche la elaborazione della storia e la costruzione della memoria cambiano in maniera significativa. Il sito di Auschwitz conserva dunque un posto fondamentale nella ricerca storica, affinché possa essere ancora elaborata una memoria comune, assai meno parziale delle singole memorie delle comunità nazionali.

Io confido in una ricerca storica che consenta di portare, attraverso continui aggiornamenti, ad una memoria quanto più condivisa tra i popoli.  Prima dell’avvento dell’indirizzo politico dell’attuale governo in Polonia, si stava facendo un buon lavoro in tal senso. Lo studio del sito, dagli anni ’90, ha consentito di capire come la storia nazionale polacca sia intervenuta nel modificarne la memoria. Ora si stanno di nuovo riproducendo dei conflitti.

La “cristianizzazione” del sito e la negazione delle responsabilità dei polacchi nello sterminio degli ebrei condizionano pesantemente il lavoro degli storici polacchi. Ritengo tuttavia che la ricerca non possa essere impedita nel suo corso: la ricerca archeologica e gli studi geologici, ad esempio, vanno avanti nel ricostruire sempre più precisamente la regione concentrazionaria.

Narrazioni

  • Quali vite raccontare?  

Mottinelli – Le vite dei carnefici nazisti, per esempio. L’assenza delle loro biografie costituisce un vuoto evidente nella ricostruzione della storia di Auschwitz. Sto pensando alle controversie circa l’assetto museale: si sta ancora discutendo se rappresentare o meno le biografie dei comandanti del campo, degli ufficiali e dei sottoufficiali.

Attualmente – per il museo del campo – è come se non fossero mai esistiti. Credo che ciò nasca dall’idea che essi non meritino memoria, o che la loro memoria sia irrispettosa delle vittime. Ritengo invece che conoscere quelle persone, sapere come sono arrivate a fare quello che hanno fatto, sia di enorme interesse. Come ho detto, sinché lasciamo questi uomini lontani, sullo sfondo, non c’è possibilità di riflessione sulle loro vicende personali, e dunque su noi stessi.

È precisamente questa la parte rilevante di memoria che rischiamo di perdere. Così come stanno scomparendo i sopravvissuti, stanno scomparendo anche i carnefici, senza aver lasciato spesso alcuna testimonianza. Ma ci sono senz’altro i loro diari da qualche parte, le loro lettere: ogni tanto si scopre qualcosa. Ricordo ora una cartolina, scritta da un nazista a un commilitone, descrivere la vita del campo come di un impiego qualsiasi. Ecco, è in queste vite che dovremmo maggiormente entrare.

Sessi – Certamente la conoscenza individuale delle vittime è importante quanto è importante la conoscenza dei carcerieri. Nel libro abbiamo cercato di proporre anche le vite dei carcerieri. Abbiamo scritto dei capitoli inediti muovendoci in nuove direzioni di ricerca.

Le vite individuali sono evidentemente importanti per scavare dentro l’umano. Penso al senso di vergogna a cui ha fatto riferimento Enrico. Primo Levi ne ha scritto magistralmente. Ne La tregua descrive la vergogna che i primi soldati con la stella rossa, giunti a liberare il campo, hanno provato alla vista dei cadaveri: a terra, in mezzo alla neve, abbandonati. Sono rimasti muti, silenziosi, oppressi dalla vergogna.

La conoscenza delle vite individuali consente poi di conoscere – ed è per me rilevante – coloro che hanno saputo illuminare, anche solo per alcuni momenti, un male così oscuro, la vita di coloro che hanno saputo resistere o non perdere la propria umanità, esprimendo la virtù quotidiana dell’altruismo. Questo è per me molto chiaro: chi è riuscito a resistere in una situazione disumanizzante è chi è riuscito a conservare umanità.

Ricordo un episodio narrato da Primo Levi. I detenuti sono radunati nel piazzale dell’appello. Sta avvenendo una impiccagione. Sono così disumanizzati da non riuscire a togliersi il berretto davanti a chi muore per aver cercato di ribellarsi, ossia dopo aver fatto ciò che altri non sono riusciti a fare. Primo Levi scrive che si può annientare l’uomo e la dimostrazione sta proprio nella incapacità di provare pietà, sino a non provare più nulla.

Ebbene se qualcuno riesce a resistere ad un tale annientamento, significa che c’è ancora la vita, l’umanità. È questa una memoria preziosa che noi dobbiamo coltivare. Io sono convinto che, nella maggior parte dei casi, i nazisti non siano riusciti a disumanizzare totalmente i prigionieri. Non ce l’hanno fatta. E questo è davvero rilevante.

  • Il libro per cui avete collaborato si occupa di Auschwitz anche nelle arti: potete fare qualche esempio?

Sessi – Il cinema che oggi rappresenta Auschwitz in Italia è praticamente “La vita è bella” di Benigni, oppure Schindler’s list di Spielberg. Si tratta di una filmografia che tende a dare una lettura rassicurante. Se prendiamo il personaggio di Oskar Schindler nel film, troviamo sostanzialmente un cow boy: un criminale eroe della tragedia.

Se prendiamo il protagonista de “La vita è bella” troviamo il padre che salva il figlio. Con ciò il cinema non riesce a rappresentare compiutamente il dramma. Si torna a quanto abbiamo detto: il cliché è quello dei nazisti come mostri estranei. Ora i mostri sono stati sconfitti e noi possiamo tranquillamente vivere nella democrazia che ha vinto.

Mottinelli – Sicuramente il limite di film quali La vita è bella o Schindler’s list è voler trasmettere un messaggio buono e rassicurante, voler far credere che con la buona volontà e l’ottimismo si potesse uscire da Auschwitz con successo, vivi, insomma.

Questo mi sembra un tradimento profondo della vicenda storica. Si elude completamente, per esempio, quella che è la criticità tipica dei testimoni, consapevoli, essi stessi, della contraddizione vivente che hanno incarnato, perché da Auschwitz non si usciva vivi, appunto. Un altro messaggio a mio parere fuorviante, è che da queste esperienze si possa uscire migliori. Non è stato così. L’umanità non è uscita migliore.

Nelle scuole, piuttosto di questi film, gli insegnati potrebbero proporre la serie Holocaust che, dal punto di vista didattico, è senz’altro la migliore. Tra i film più recenti che, secondo me, colgono molto bene il tenore storico della tragedia vi è “Il figlio di Saul” di Nemes László, regista ungherese che scruta con la telecamera dentro al campo di sterminio con gli occhi di un sonderkommando: per certi versi non si capisce nulla in questo film, perché fa entrare in un mondo assolutamente caotico, di cui non è comprensibile la lingua, la vicenda, il grado di consapevolezza del protagonista, ingurgitato dal caos. E finisce male: perché quella è la rappresentazione più vicina alla realtà.

Ma questo tipo di cinematografia non arriva al grande pubblico, perché, come si diceva, non è consolatorio.

  • Un esempio di teatro?

Sessi – Dico qualcosa del testo teatrale Il Vicario, scritto da Rolf Hochhuth come atto di denuncia dei silenzi del Vaticano, in particolare di Pio XII. Si sostiene che il papa fosse informato e non sia intervenuto.  Occorre dire che i documenti della Santa Sede sono stati de-secretati soltanto alla fine degli anni ‘90. Ritengo che solo a quel tempo un grande drammaturgo come Hochhuth avrebbe potuto scrivere un’opera più storicamente attendibile, meno polemica, meno provocatoria.

In Italia è stata rappresentata nel febbraio del 1965 da Gian Maria Volontè con un gruppo di attori politicamente impegnati. É risuonata come un forte e diretto atto di accusa, rischiando di produrre un incidente diplomatico di non poco conto. Per dare un’idea, basti dire che la programmazione venne immediatamente interrotta.

È un’opera che oggi io francamente riproporrei solo per il valore teatrale, non per quello storiografico: vi è dentro un gran senso di rabbia, non solo contro il Vaticano, ma anche contro la Croce Rossa e le potenze occidentali che, sapendo ciò che stava accadendo, avrebbero potuto e dovuto intervenire.

Voglio aggiungere, secondo le mie osservazioni, che la chiesa cattolica è stata ed è tuttora bersaglio d’accusa soprattutto da parte di chi sta dentro la chiesa da credente. Uno storico, un ricercatore, che non vede la chiesa quale portatrice di una verità superiore, bensì la vede come una istituzione politica, giunge alla conclusione che tale istituzione non ha agito in maniera diversa da tante altre.

Non dimentico che in Italia gli ebrei scampati allo sterminio sono stati nascosti anche nelle chiese e nei conventi, da sacerdoti e da religiosi. Ma dal mio punto di vista, il Vaticano ha dovuto assolvere un compito storico-istituzionale a fronte di una potentissima istituzione quale era il governo del Reich, cercando di ridurre i guasti che si stavano producendo in tutta l’Europa.

Dobbiamo quindi, indubbiamente, ascrivere a papa Wojtyla – e ai pontefici che sono seguiti – il riconoscimento dell’antigiudaismo storico radicato nella chiesa. Il Vicario di Hochhuth ha certamente toccato questa verità molto scomoda che solo più tardi sarebbe stata in qualche misura ammessa.

  • Esempi di opere musicali?

Sessi – Krzysztof Penderecki è stato tra i principali compositori polacchi contemporanei. Si è spento poco tempo fa, il 29 marzo 2020. L’oratorio Dies Irae – senza nulla togliere alla qualità dell’opera eseguita all’interno del campo il 16 aprile 1967 – è un altro esempio di rappresentazione cristiana di Auschwitz, nel cui perimetro, evidentemente, sono morti molti più ebrei – in quanto ebrei – di quanti cristiani – non in quanto cristiani.

Il testo della cantata sacra è stato scritto da una scrittrice polacca cattolica. Il polacco Smoleń – che ricordo essere stato un importante direttore del museo di Auschwitz – ha commissionato a Penderecki precisamente quel tipo di oratorio, secondo lui in grado di rappresentare la verità sul campo. Penso che oggi non sarebbe più possibile: ad Auschwitz dovrebbe essere eseguita la musica che è venuta dal grido delle vittime, cosa che purtroppo non è ancora accaduta, benché la ricerca stia procedendo nel verso del recupero di spartiti concepiti da prigionieri del campo.

Per altri versi, può essere presa ad esempio l’opera del grande musicista russo Šostakovič: Babij Jar, primo movimento della sinfonia n. 13 su testi del poeta Evtušenko, in ricordo del massacro di ebrei compiuto dai  nazisti in Ucraina. Quest’opera è da cogliere quale ‘nota dissonante’ nella compatta memoria russo sovietica.

Stalin non ha mai voluto riconoscere lo sterminio degli ebrei in quanto ebrei. Se lo avesse fatto avrebbe dovuto riconoscere i suoi stessi crimini. La memoria russo sovietica è intrisa della retorica dei liberatori, ossia di coloro che si sono ascritti il merito di aver liberato Auschwitz, salvando così i popoli europei resistenti e combattenti il nazismo. Tutti gli artisti che si sono scostati dalla retorica del regime hanno avuto non pochi problemi. È quanto è avvenuto appunto a Šostakovič con quest’opera.

È interessante studiare ciò che avvenuto nel corso del tempo. Il padiglione di Mosca nel museo di Auschwitz – prima sovietico e poi russo – ha conosciuto tre versioni: quella sovietica che è stata trasformata dalla prima versione russa e poi dalla seconda versione russa.

Nell’ultima versione, Putin ritorna sui suoi passi, cancella la revisione e ripropone l’epopea eroica dell’armata sovietica. Al fondo c’è ancora l’antisemitismo nascosto dei sovietici. Ricostruire la verità significa riaprire una conflittualità molto forte, non solo in Russia bensì in tutti i paesi della ex URSS.

Riflettere

  •  Anche teologia e filosofia entrano nel vostro libro: per tracciare quali parabole storiche?

Mottinelli – Voglio ricordare un episodio storico ancora recente e assai significativo. Nell’ambiente destinato a magazzino dei contenitori del gas letale, proprio a ridosso della recinzione del campo di Auschwitz, tra il 1984 e il 1993, dopo la visita di Giovanni Paolo II del 1979, è stato insediato un monastero di monache di clausura carmelitane.

Ciò ha evidentemente suscitato un caso. L’edificio c’è ancora. È appena stato restaurato e adibito all’accoglienza dei gruppi di giovani che giungono in visita di studio. Lì, nel giardino, è stata collocata la grande croce usata a Birkenau per la messa del papa. La sera, col buio, c’è un faro che illumina la croce e proietta sui blocchi del campo adiacenti un’ombra maestosa, facendo così di Aushwitz un immenso cimitero cristiano (nello specifico, cattolico polacco). Il caso ha coinvolto i vertici del Vaticano, la comunità ebraica internazionale e le istituzioni polacche.

È stata una controversia molto tesa, che è stata risolta solo dall’intervento diretto del papa che ha chiesto e ottenuto l’allontanamento del monastero. Tale vicenda è emblematica, perché pone una domanda forte circa l’appartenenza della memoria di Auschwitz: luogo del martirio polacco o il più grande cimitero ebraico del mondo? Ad oggi la questione è certamente ancora aperta.

Ricordo che lo stesso Raul Hilberg, autore della monumentale opera La distruzione degli ebrei d’Europa, non ha esitato a dire in sostanza che la Shoah è l’esito di una millenaria guerra di religione del cristianesimo contro l’ebraismo.

Per quanto attiene invece la riflessione teologica sulla Shoah, molto sinteticamente si può dire che quella di matrice ebraica, notoriamente molto articolata e complessa, presenta diverse chiavi interpretative. C’è quella più tradizionale dei rabbini ortodossi, per i quali la Shoah sarebbe la punizione per il popolo ebraico che si è allontanato da Dio: il popolo si è piegato agli idoli e, per inseguire l’assimilazione con le nazioni in cui si trova, ha rinnegato le proprie tradizioni. La memoria della Shoah diventa perciò monito per il ritorno all’ortodossia.

Un’altra chiave interpretativa è quella del cosiddetto tzim-tzum – il ritrarsi di Dio – sostenuta in particolare da Martin Buber e Hans Jonas: Dio si sarebbe ritirato per fare spazio al mondo, ma come conseguenza avrebbe lasciato spazio anche alla possibilità del male. L’umanità non avrebbe saputo gestire lo spazio concesso da Dio. E altre interpretazioni ancora.

In generale, però, tutte le correnti di pensiero ebraico convergono su un punto: la fondazione dello stato di Israele come punto di riscatto del male subito.

In ambito cristiano la riflessione teologica intorno alla Shoah, sviluppatasi più tardi rispetto a quella ebraica, ha prodotto un ripensamento molto profondo. Il dato di partenza è quello di un paradossale cortocircuito. Il cristianesimo nasce a Gerusalemme come costola dell’ebraismo. Con il tempo sviluppa un sentimento antigiudaico che prende le mosse dalla condanna a morte di Gesù.

Questa avversione conosce nei secoli vicende alterne, ma nel ‘900 si salda con quelle istanze della scienza, della tecnica e del diritto che sono la miscela con cui l’ideologia nazista alimenta il suo progetto di sterminio del popolo ebraico. Il paradosso nasce nel momento in cui si riconosce a Gesù il suo essere ebreo. Il cristianesimo, cioè, chiuderebbe il cerchio annientando la stessa radice da cui è nato. È chiaro che da ciò venga la necessità di un ripensamento profondo sull’identità del cristianesimo e sul suo rapporto con l’ebraismo.

È in questo ripensamento che si radicano alcuni gesti fortemente simbolici avvenuti negli anni a seguire, come quelli compiuti da Giovanni Paolo II, il primo papa a fare visita ad una sinagoga, ove ha definito gli ebrei “fratelli maggiori”.

Anche la riflessione filosofica si è confrontata inevitabilmente con la Shoah. In tal caso il tema è il naufragio della cultura illuminista, guidata dalla ragione e dalla scienza, che ad Auschwitz mostra il suo fallimento. Si parla dunque di ‘cesura di civiltà’ e della necessità di un ripensamento della razionalità, perché, come abbiamo evidenziato, la vicenda della Shoah è l’esito di un percorso rigorosamente razionale, non è stata follia. Auschwitz è tutt’altro che follia.

È l’espressione rigorosa di un pensiero sviluppato e portato alle estreme conseguenze con grande rigore logico. Il risultato è quello che conosciamo. Viene da sé, dunque, l’aver messo in discussione la ragione e l’aver evidenziato in particolare la sua sottomissione alla tecnica.

Sessi – Cerco di chiarire in estrema sintesi La banalità del male di Hanna Arendt. La mia valutazione è storica più che filosofica. Un pensiero banale è un pensiero prodotto da un essere umano che non ha idea delle conseguenze del suo agire. Segue le decisioni e agisce in maniera indifferente. Occorre dire che la Arendt non aveva precise cognizioni storiche di quanto accaduto. La sua elaborazione nasce dalla personale breve esperienza di prigionia in un campo di transito francese, da cui è stata liberata. Assiste solamente alla prima settimana del processo ad Eichmann a Gerusalemme, settimana nella quale Eichmann viene sottoposto all’elenco infinito dei capi di accusa.

Dai filmati a disposizione si coglie bene la noia di quest’uomo che sente ripetere ciò che già aveva sentito nel corso degli interrogatori che preparano il processo. Hannah Arendt ha abbandonato il processo continuando a seguirlo attraverso le lettere e i rapporti degli amici giornalisti. Nel suo libro mostra di non conoscere in profondità Eichmann. Mostra di non conoscere bene quale ruolo – autonomo – avesse avuto nella organizzazione del trasporto degli ebrei verso i campi di sterminio. Lo ha considerato perciò una piccola parte di un ingranaggio molto più grande, senza comprensione delle conseguenze: un uomo comune, capace, appunto, di un male banale.

La Arendt non ha saputo che, ad esempio, Eichmann era accorso, di sua iniziativa, in Ungheria per organizzare la deportazione dell’ultima comunità ebraica, la più importante rimasta in Europa. Non sapeva che Eichmann era stato pienamente partecipe delle teorie, delle idee delle SS che puntavano allo sterminio totale degli ebrei. Eichmann conosceva perfettamente le conseguenze delle sue azioni. Su questo, come noto, è nata una incomprensione molto forte tra la Arendt e Jonas, compagni di corso alle lezioni di Heidegger. Jonas le scrive e la mette in guardia sostenendo che quel male non era affatto banale, bensì radicale.

Nella accezione filosofica che la Arendt ha inteso conferire al termine ‘banale’ la cosa è forse comprensibile, molto meno dal punto di vista storico. Ancor meno giustificato è l’uso acritico, e davvero banale, del concetto che si fa in Italia.

  • Come la politica contemporanea usa la memoria di Auschwitz?

Mottinelli – A ciò è dedicato un capitolo specifico che abbiamo voluto inserire nel libro. Non si è detto ancora abbastanza di come i paesi maggiormente coinvolti nella vicenda l’abbiano elaborata nel corso del tempo. Ciò evidentemente ha molto a che fare col nostro presente politico. Ci è parso particolarmente rilevante constatare che i tre paesi che meno si sono confrontati con la storia di Auschwitz, riconoscendo solo in parte le loro responsabilità, – ossia Francia, Austria e Italia – siano anche quelli che oggi vedono la presenza di partiti e di gruppi neonazisti e neofascisti. C’è evidentemente correlazione.

Nella sua prima mostra nazionale ospitata nei padiglioni museali ad Aushwitz, ad esempio, l’Austria si era rappresentata quale prima vittima del nazismo per aver subito l’annessione. Naturalmente la storia insegna che l’Austria è stata ampiamente coinvolta e complice dello sterminio. Ora la mostra è in fase di rifacimento.

La Francia – altro esempio – rivendica con grande enfasi la lotta partigiana di liberazione. Invece la storia dice che la Francia, almeno per metà, ha nutrito simpatie naziste, mentre per il resto è stata zelante esecutrice delle direttive degli occupanti. Le deportazioni degli ebrei parigini – sappiamo – sono state fatte dai gendarmi francesi. In Italia è stata la milizia fascista a collaborare con i tedeschi, non la polizia italiana, almeno dopo il ’43. Ma anche qui da noi non sono state appurate fino in fondo le responsabilità, né è stato dato un giudizio netto e definitivo, lasciando spazio ad ambiguità che ancora oggi inquinano il dibattito culturale e politico.

La Germania è invece il paese che più di tutti ha elaborato il proprio passato. Lo ha fatto soprattutto perché la generazione dei figli e dei nipoti, a partire dalla fine degli anni ’60, ha preteso sapere che cosa avevano fatto i padri, gli zii, i nonni.

E così, oggi, se in Germania un politico si lascia sfuggire una battuta infelice su Hitler e sul nazismo, viene pesantemente stigmatizzato. In Italia, invece, se un politico si permette un’uscita impropria su Mussolini, finisce in prima pagina sui giornali per un giorno e il giorno dopo si dimentica tutto. Mi sembra assai significativo.

In Israele la Shoah è stata invece spesso strumentalizzata. Fu Ben Gurion a pilotare il processo Eichmann in funzione del riconoscimento internazionale del nuovo stato. Fino a quel momento di Shoah quasi non si parlava nemmeno, benché ovviamente lo stato di Israele fosse popolato da gran parte dei sopravvissuti, ai quali però non veniva data voce perché ritenuti degli sconfitti passivi, mentre il nuovo stato aveva bisogno di eroi in cui rispecchiarsi.

Le uniche vere vittime riconosciute sono state a lungo solo quelle perite con le armi in pugno nel ghetto di Varsavia. E ancora oggi si tende a colorare di antisemitismo ogni pur legittima critica alle scelte dello stato israeliano.

Questi chiaramente sono solo cenni che consentono di dire che la storia di Auschwitz non è finita il 27 gennaio 1945. Siamo ben lontani da una autentica e condivisa elaborazione della memoria di Aushwitz, a 80 anni di distanza.

Celebrare

  • La giornata celebrativa del 27 gennaio serve?

Sessi – La Giornata della Memoria serve. Ma la mia impressione è che in Italia si faccia molta confusione attorno a questa giornata. La questione dello sterminio degli ebrei è strettamente connessa al nazismo tedesco e alla alleanza col fascismo italiano: questo costituisce un unicum della storia. Non si può pertanto caricare questa giornata di altre questioni.

Vanno trattate in maniera distinta. Il 27 gennaio è la data della liberazione del campo di Auschwitz. Il rischio è di elaborare e di celebrare una memoria che ignori i passaggi storici che hanno portato ad Auschwitz, annullando la specificità di questo unicum.

Vedo poi, con una certa preoccupazione, il proliferare commerciale di libri che spesso costituiscono un falso storico, facile bersaglio di un negazionismo molto preparato che pure esiste ancora oggi. La commercializzazione dello sterminio degli ebrei d’Europa è assai negativa ed ha effetti del tutto controproducenti. La storia di Auschwitz va studiata molto seriamente e messa a confronto con quel che accade oggi, in tutti gli ambiti di studio anche, ovviamente, ecclesiali.

Mottinelli – Per quello che io conosco dell’ambito ecclesiale, Auschwitz e il Giorno della memoria riguardano oggi, più che altro, il piano emotivo, i buoni sentimenti, l’edificazione, la pietà. Ma questo è per me insufficiente. Anzi, voler piegare la vicenda di Auschwitz, sia pure con fini nobili, a qualche orizzonte valoriale, tradisce la vicenda storica di Auschwitz e impedisce il confronto con la sua realtà e con tutto ciò che potremmo trarne in termini di maggiore consapevolezza.

Questa giornata dovrebbe, perciò, servire anche alla Chiesa per un ripensamento molto più profondo.

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Originale: Settimana News

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