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Atto penitenziale: guardando al Risorto

Non un esame di coscienza

- Advertisement -
di: Elide Siviero

Don Asdrubale è un po’ scosso: non sa bene come gestire l’atto penitenziale con i suoi giovani durante la messa. Vorrebbe far capire loro la necessità di imparare e discernere il peccato da ciò che è buono e secondo la volontà di Dio, ma quello spazietto della liturgia è troppo breve.

Non un esame di coscienza

Nella liturgia eucaristica, i riti introduttivi propongono, dopo il saluto del celebrante, l’atto penitenziale. Questo rito ha uno scopo più ecclesiale che individuale: non è un pubblico riconoscimento dei propri peccati o un esame di coscienza, ma l’atteggiamento con il quale la Chiesa si pone davanti al suo Signore proclamando la propria debolezza, la fragilità dei suoi figli. Infatti, il presbitero invita i fedeli al pentimento, non all’esame di coscienza, e l’atto penitenziale si attua in quel silenzio che si crea dopo l’invito del sacerdote. In quel silenzio si genera la relazione personale ed ecclesiale con il Risorto. Riconoscere il peccato è riconoscere il male, ma guardando il Risorto.

Le preghiere pronunciate dal sacerdote e dall’assemblea non sono l’atto penitenziale: ciò che costituisce ed è fondamentale nell’atto penitenziale è quello spazio di silenzio che permette di prendere coscienza di tutta la nostra fragilità di peccatori. Non ci sarebbe niente di più sbagliato di pensare che in quel momento noi dobbiamo riconoscere le nostre colpe personali o le nostre colpe comunitarie, che è la preoccupazione di don Asdrubale.

Non dobbiamo guardare ai singoli peccati o alla specificità di ciascun peccato, come quando si sente dire: «Per tutte le volte che non abbiamo chiesto perdono ai fratelli, Kyrie eleison» con un elenco dettagliato di tutti i possibili peccati che si possono aver commesso. Non è questo il luogo. Quello è l’esame di coscienza che si riserva al sacramento della penitenza, non all’atto penitenziale.

Nella celebrazione eucaristica, l’atto penitenziale è lo spazio di sacro silenzio in cui ognuno dice: «Davanti alla sovranità di Dio comprendo tutta la mia indegnità di peccatore».

Tutto questo è generato dalla fede: la liturgia ci dà degli spazi divini perché ciò possa avvenire. Per questo non occorre “preparare l’atto penitenziale”, perché non dobbiamo fare l’esame di coscienza, ma riconoscerci peccatori in quel momento di sacro silenzio.

Le modalità di celebrazione

Le modalità con le quali si può celebrare questo rito sono tre: il Confiteor «Confesso a Dio Onnipotente…»; oppure la forma dialogata: «Pietà di noi Signore. Contro di te abbiamo peccato…»; o il cosiddetto Kyrie tropato (da tropos che in greco vuol dire «introduzione a…»): «Signore mandato dal Padre… Kyrie, eléison…».

È soprattutto questa formula che ha ingenerato il falso ideale di un atto penitenziale autoaccusatorio. In realtà, se noi guardiamo come il Messale propone questa tipologia, vediamo che non ha nulla di intimistico. Abbiamo degli esempi che possiamo mutare di volta in volta, ispirandoci al Vangelo del giorno, purché non si cada nella trappola dell’esame di coscienza.

Lo schema è sempre lo stesso: guardare la santità di Cristo e riconoscere la propria indegnità. «Signore, Tu che sei Via, Verità, Vita. Abbi pietà di noi. Tu sei luce, perdono, misericordia, hai perdonato Pietro, hai salvato, hai effuso lo Spirito Santo, tu che sei questo… Kyrie, eléison». Riconoscere il peccato è ravvisare il proprio male, ma sempre guardando il Risorto.

Tra l’altro, questa forma di atto penitenziale è anche la meno matura, perché unisce il riconoscimento del proprio stato di peccatori con una acclamazione che non ha nulla di penitenziale: Kyrie eleison è un grido al Signore vincitore, non una supplica per i peccati.

Consapevoli di una drammatica distanza

Dobbiamo pensare l’atto penitenziale come un passaggio veloce, fluido, essenziale, dinamico, breve, non inquisitorio, non orientato a tematizzare il peccato, ma a prendere coscienza dello stato permanente di peccatore in cui vive ogni figlio della Chiesa: è la consapevolezza del dramma della distanza da Dio.

Questo rito è di passaggio, non è essenziale, a volte si omette come quando celebriamo l’eucaristia con la liturgia delle ore, oppure il rito del battesimo o quello del matrimonio.

Può essere sostituito dall’aspersione con l’acqua benedetta, memoria del battesimo, che si può fare ogni domenica, specialmente nel tempo di Pasqua. L’aspersione non evoca la purificazione dei peccati, ma la gioia di essere stati immersi nella vita di Cristo.

È sempre solo a lui che noi dobbiamo guardare durante tutta la celebrazione eucaristica, e non i nostri peccati, caro don Asdrubale!

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Atto penitenziale: guardando al Risorto

Non un esame di coscienza

  

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di: Elide Siviero

Don Asdrubale è un po’ scosso: non sa bene come gestire l’atto penitenziale con i suoi giovani durante la messa. Vorrebbe far capire loro la necessità di imparare e discernere il peccato da ciò che è buono e secondo la volontà di Dio, ma quello spazietto della liturgia è troppo breve.

Non un esame di coscienza

Nella liturgia eucaristica, i riti introduttivi propongono, dopo il saluto del celebrante, l’atto penitenziale. Questo rito ha uno scopo più ecclesiale che individuale: non è un pubblico riconoscimento dei propri peccati o un esame di coscienza, ma l’atteggiamento con il quale la Chiesa si pone davanti al suo Signore proclamando la propria debolezza, la fragilità dei suoi figli. Infatti, il presbitero invita i fedeli al pentimento, non all’esame di coscienza, e l’atto penitenziale si attua in quel silenzio che si crea dopo l’invito del sacerdote. In quel silenzio si genera la relazione personale ed ecclesiale con il Risorto. Riconoscere il peccato è riconoscere il male, ma guardando il Risorto.

Le preghiere pronunciate dal sacerdote e dall’assemblea non sono l’atto penitenziale: ciò che costituisce ed è fondamentale nell’atto penitenziale è quello spazio di silenzio che permette di prendere coscienza di tutta la nostra fragilità di peccatori. Non ci sarebbe niente di più sbagliato di pensare che in quel momento noi dobbiamo riconoscere le nostre colpe personali o le nostre colpe comunitarie, che è la preoccupazione di don Asdrubale.

Non dobbiamo guardare ai singoli peccati o alla specificità di ciascun peccato, come quando si sente dire: «Per tutte le volte che non abbiamo chiesto perdono ai fratelli, Kyrie eleison» con un elenco dettagliato di tutti i possibili peccati che si possono aver commesso. Non è questo il luogo. Quello è l’esame di coscienza che si riserva al sacramento della penitenza, non all’atto penitenziale.

Nella celebrazione eucaristica, l’atto penitenziale è lo spazio di sacro silenzio in cui ognuno dice: «Davanti alla sovranità di Dio comprendo tutta la mia indegnità di peccatore».

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Tutto questo è generato dalla fede: la liturgia ci dà degli spazi divini perché ciò possa avvenire. Per questo non occorre “preparare l’atto penitenziale”, perché non dobbiamo fare l’esame di coscienza, ma riconoscerci peccatori in quel momento di sacro silenzio.

Le modalità di celebrazione

Le modalità con le quali si può celebrare questo rito sono tre: il Confiteor «Confesso a Dio Onnipotente…»; oppure la forma dialogata: «Pietà di noi Signore. Contro di te abbiamo peccato…»; o il cosiddetto Kyrie tropato (da tropos che in greco vuol dire «introduzione a…»): «Signore mandato dal Padre… Kyrie, eléison…».

È soprattutto questa formula che ha ingenerato il falso ideale di un atto penitenziale autoaccusatorio. In realtà, se noi guardiamo come il Messale propone questa tipologia, vediamo che non ha nulla di intimistico. Abbiamo degli esempi che possiamo mutare di volta in volta, ispirandoci al Vangelo del giorno, purché non si cada nella trappola dell’esame di coscienza.

Lo schema è sempre lo stesso: guardare la santità di Cristo e riconoscere la propria indegnità. «Signore, Tu che sei Via, Verità, Vita. Abbi pietà di noi. Tu sei luce, perdono, misericordia, hai perdonato Pietro, hai salvato, hai effuso lo Spirito Santo, tu che sei questo… Kyrie, eléison». Riconoscere il peccato è ravvisare il proprio male, ma sempre guardando il Risorto.

Tra l’altro, questa forma di atto penitenziale è anche la meno matura, perché unisce il riconoscimento del proprio stato di peccatori con una acclamazione che non ha nulla di penitenziale: Kyrie eleison è un grido al Signore vincitore, non una supplica per i peccati.

Consapevoli di una drammatica distanza

Dobbiamo pensare l’atto penitenziale come un passaggio veloce, fluido, essenziale, dinamico, breve, non inquisitorio, non orientato a tematizzare il peccato, ma a prendere coscienza dello stato permanente di peccatore in cui vive ogni figlio della Chiesa: è la consapevolezza del dramma della distanza da Dio.

Questo rito è di passaggio, non è essenziale, a volte si omette come quando celebriamo l’eucaristia con la liturgia delle ore, oppure il rito del battesimo o quello del matrimonio.

Può essere sostituito dall’aspersione con l’acqua benedetta, memoria del battesimo, che si può fare ogni domenica, specialmente nel tempo di Pasqua. L’aspersione non evoca la purificazione dei peccati, ma la gioia di essere stati immersi nella vita di Cristo.

È sempre solo a lui che noi dobbiamo guardare durante tutta la celebrazione eucaristica, e non i nostri peccati, caro don Asdrubale!

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