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Attenzione all’esposizione alle cattive idee: sono ovunque

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Stacca la spina e salva la tua anima

Tranne che per la partita occasionale di football o baseball non mi manca la televisione, e penso che la gente dovrebbe liberarsi della propria come abbiamo fatto noi. So che le persone che parlano di rinunciare alla televisione influiscono sulla maggior parte della gente come chi fa jogging e si alza molto presto influisce su di me. Mi viene voglia di dire brutte parole e di ridurle al silenzio.

So anche che rinunciare alla televisione non è da tutti, che può insegnare varie cose, che è possibile lo stream di film classici e di grandi documentari, che leggere può essere uno svago per la mente tanto quanto guardare la televisione, e che perfino quelli di noi che non hanno la televisione hanno Internet con cui riempire il tempo.

Sì, è vero, ma anche se la televisione fosse migliore di quello che sembra dobbiamo vigilare su ciò che c’è nella nostra mente, e se abbiamo dei figli anche su ciò che è nella loro, e questa sorveglianza dovrebbe essere molto più rigorosa di quello che è. In genere è come il geniale poliziotto inglese dei libri per bambini, che vuole guardare dall’altra parte quando invece dovrebbe essere come una guardia di confine nordcoreana.

Non riconosciamo correttamente il bene, e ci riteniamo non macchiati dal male. Questo vale sia se si è un settantenne la cui vita lo ha portato a vedere chiunque con scetticismo che un ventenne idealista che si getta a corpo morto senza pensarci due volte nelle sue cause e tratta i suoi scrittori preferiti come profeti.

Io non ho settant’anni, ma per personalità ed esperienza sono probabilmente più scettico e critico della maggior parte delle persone, e mi ritrovo spesso a scegliere idee e ipotesi fuorvianti. Per me hanno un senso, e a volte mi fanno dire quell’“A-ha!” che viene in mente quando si trova qualcosa che articola un’idea che ci era passata per la mente senza che avessimo la capacità di esprimerla con le parole giuste. Ma poi, quando leggo qualcosa dell’altro lato, o anche alcune delle risposte nel combox, o semplicemente imparo di più o invecchio, vedo che sbagliavo, e a volte in questioni importanti.

Una delle idee che molti di noi che siamo cresciuti negli anni Sessanta e Settanta conoscono bene è la superiorità di agire spontaneamente sulla base dell’istinto e dell’intuito rispetto al vivere in modo conforme a regole uniformi imposte da qualcun altro, e la convinzione collegata che solo ciò che è naturale e personale sia autentico. Quando viene dichiarata in modo tanto chiaro, quasi tutti considerano l’idea un errore grave che finirà tra le lacrime, ma fa talmente parte della nostra cultura che agiamo ugualmente in base ad essa. È l’idea che sta dietro quasi qualsiasi matrimonio in ogni film.

So, ad esempio, che il matrimonio è una vocazione alla quale bisogna lavorare, che l’amore è un impegno ad agire e non un sentimento, che le regole (lascerai tuo padre e tua madre e prenderai con te la tua sposa, non commetterai adulterio ecc.) offrono la via per la felicità anche se non sono fatte su misura per la nostra situazione. Quando parlo con qualcuno il cui matrimonio gli provoca dolore, quindi, mi trovo a voler rispondere nei termini della nostra cultura sulla sua necessità di trovare la felicità che merita nei modi in cui la definisce la nostra cultura. Le idee, idee che vedo chiaramente e che respingo in modo deciso, ondeggiano ai confini della mia mente, aspettando la loro chance quando la compassione mi rende vulnerabile.

Ho pensato a questo perché ieri abbiamo pubblicato su Ethika Politika un saggio di un esperto legale intitolato The Protection of Souls and the Banning of Books. Gabriel Sanchez chiede: “Cosa bisogna fare con le azioni che sfidano la fede e la morale?” e spiega la sua ragione per chiederlo: “Se ci sono delle anime dotate per natura e circostanze per esaminare, assimilare e alla fine rifiutare questi testi, buona parte delle persone non lo è”.

Penso che quella che descrive come “buona parte delle persone” indichi “più o meno tutti”. La nostra cultura predica continuamente idee negative, e anche la persona più intelligente e più critica ci crede senza rendersene conto, anche se le respinge quando le vede affermate come proposizioni. L’esposizione ripetuta le fa sembrare normali e naturali, il modo in cui vanno le cose.

Le cattive idee possono ferirci. Le idee sono come le strade. Ci portano in alcuni luoghi. Ci portano in luoghi positivi e luoghi negativi – alla fedeltà o all’adulterio. Fraintendiamo le istruzioni perché non conosciamo la zona o non facciamo attenzione, e usciamo dall’autostrada un paio di chilometri prima, e dopo qualche altro chilometro e un altro paio di svolte ci ritroviamo persi. Ciò vuol dire solo qualche ora sprecata se ci siamo persi nei boschi della Pennsylvania, ma pensate se vi perdeste nella Siria in mano all’ISIS o nell’Ucraina dei ribelli.

Sanchez chiede cosa bisogna fare. Almeno due cose. Abbiamo bisogno di un’immersione più profonda nel bene, ed è la cosa più importante, ma abbiamo anche bisogno di un grado nordcoreano di cura di ciò che lasciamo ai margini della nostra mente.

——-
David Mills, ex direttore esecutivo di First Things, è senior editor di The Stream, direttore editoriale di Ethika Politika e scrive per numerose pubblicazioni cattoliche. Il suo ultimo libro è Discovering Mary. Si può seguire su @DavidMillsWrtng.

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Tranne che per la partita occasionale di football o baseball non mi manca la televisione, e penso che la gente dovrebbe liberarsi della propria come abbiamo fatto noi. So che le persone che parlano di rinunciare alla televisione influiscono sulla maggior parte della gente come chi fa jogging e si alza molto presto influisce su di me. Mi viene voglia di dire brutte parole e di ridurle al silenzio.

So anche che rinunciare alla televisione non è da tutti, che può insegnare varie cose, che è possibile lo stream di film classici e di grandi documentari, che leggere può essere uno svago per la mente tanto quanto guardare la televisione, e che perfino quelli di noi che non hanno la televisione hanno Internet con cui riempire il tempo.

Sì, è vero, ma anche se la televisione fosse migliore di quello che sembra dobbiamo vigilare su ciò che c’è nella nostra mente, e se abbiamo dei figli anche su ciò che è nella loro, e questa sorveglianza dovrebbe essere molto più rigorosa di quello che è. In genere è come il geniale poliziotto inglese dei libri per bambini, che vuole guardare dall’altra parte quando invece dovrebbe essere come una guardia di confine nordcoreana.

Non riconosciamo correttamente il bene, e ci riteniamo non macchiati dal male. Questo vale sia se si è un settantenne la cui vita lo ha portato a vedere chiunque con scetticismo che un ventenne idealista che si getta a corpo morto senza pensarci due volte nelle sue cause e tratta i suoi scrittori preferiti come profeti.

Io non ho settant’anni, ma per personalità ed esperienza sono probabilmente più scettico e critico della maggior parte delle persone, e mi ritrovo spesso a scegliere idee e ipotesi fuorvianti. Per me hanno un senso, e a volte mi fanno dire quell’“A-ha!” che viene in mente quando si trova qualcosa che articola un’idea che ci era passata per la mente senza che avessimo la capacità di esprimerla con le parole giuste. Ma poi, quando leggo qualcosa dell’altro lato, o anche alcune delle risposte nel combox, o semplicemente imparo di più o invecchio, vedo che sbagliavo, e a volte in questioni importanti.

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So, ad esempio, che il matrimonio è una vocazione alla quale bisogna lavorare, che l’amore è un impegno ad agire e non un sentimento, che le regole (lascerai tuo padre e tua madre e prenderai con te la tua sposa, non commetterai adulterio ecc.) offrono la via per la felicità anche se non sono fatte su misura per la nostra situazione. Quando parlo con qualcuno il cui matrimonio gli provoca dolore, quindi, mi trovo a voler rispondere nei termini della nostra cultura sulla sua necessità di trovare la felicità che merita nei modi in cui la definisce la nostra cultura. Le idee, idee che vedo chiaramente e che respingo in modo deciso, ondeggiano ai confini della mia mente, aspettando la loro chance quando la compassione mi rende vulnerabile.

Ho pensato a questo perché ieri abbiamo pubblicato su Ethika Politika un saggio di un esperto legale intitolato The Protection of Souls and the Banning of Books. Gabriel Sanchez chiede: “Cosa bisogna fare con le azioni che sfidano la fede e la morale?” e spiega la sua ragione per chiederlo: “Se ci sono delle anime dotate per natura e circostanze per esaminare, assimilare e alla fine rifiutare questi testi, buona parte delle persone non lo è”.

Penso che quella che descrive come “buona parte delle persone” indichi “più o meno tutti”. La nostra cultura predica continuamente idee negative, e anche la persona più intelligente e più critica ci crede senza rendersene conto, anche se le respinge quando le vede affermate come proposizioni. L’esposizione ripetuta le fa sembrare normali e naturali, il modo in cui vanno le cose.

Le cattive idee possono ferirci. Le idee sono come le strade. Ci portano in alcuni luoghi. Ci portano in luoghi positivi e luoghi negativi – alla fedeltà o all’adulterio. Fraintendiamo le istruzioni perché non conosciamo la zona o non facciamo attenzione, e usciamo dall’autostrada un paio di chilometri prima, e dopo qualche altro chilometro e un altro paio di svolte ci ritroviamo persi. Ciò vuol dire solo qualche ora sprecata se ci siamo persi nei boschi della Pennsylvania, ma pensate se vi perdeste nella Siria in mano all’ISIS o nell’Ucraina dei ribelli.

Sanchez chiede cosa bisogna fare. Almeno due cose. Abbiamo bisogno di un’immersione più profonda nel bene, ed è la cosa più importante, ma abbiamo anche bisogno di un grado nordcoreano di cura di ciò che lasciamo ai margini della nostra mente.

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